Giovedì, 24 Giugno 2021

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«Non basta il Recovery senza un piano industriale»

L’allarme è particolarmente inquietante. E lo lancia in questa intervista a L’Economia del Corriere del Mezzogiorno la leader nazionale della Fiom Cgil Francesca Re David, in giro per l’Italia, e soprattutto al Sud (l’ultima tappa è stata alla Fincantieri di Castellammare di Stabia) per illustrare i contenuti e raccogliere le opinioni delle lavoratrici e dei lavoratori sull’ipotesi di accordo sul rinnovo del contratto collettivo di lavoro dei metalmeccanici firmato il 5 febbraio: “C’è un pericolo concreto per il Sud, che i soldi del Recovery Fund, anziché rafforzare rischiano di indebolire ulteriormente questo territorio. Il cantiere navale di di Castellammare di Stabia, è uno stabilimento storico di Fincantieri per il quale occorre rafforzare e rilanciare la mission produttiva e le infrastrutture in grado di assicurare sviluppo e occupazione”.

Perché?

“I segnali che noi abbiamo sono abbastanza chiari. Senza una programmazione vera, senza un ruolo dello Stato e lasciando le cose nelle mani delle multinazionali, la deindustrializzazione di questa straordinaria area del Paese è destinata a completarsi, con l’aggravante che rischiamo di buttare via anche l’opportunità unica rappresentata dalle risorse del Recovery Fund. Appare chiaro che sull’automotive si sta partendo esattamente dal Meridione per indebolire il sistema.

In che senso?

La Marelli di Bari ha spostato la produzione del motore elettrico per la Porsche in Germania. L’avanzamento tecnologico in particolare con il superamento dei motori a diesel sta mettendo in crisi il futuro degli stabilimenti Stellantis di Pratola Serra e la Bosch di Bari. 

L’incontro con Stellantis del 15 aprile scorso è stato un primo passo importante per iniziare ad avere chiarezza dall’azienda sul percorso di condivisione che per noi deve portare alla piena saturazione degli stabilimenti e alla tutela dell’occupazione. Occorre però aprire un tavolo di settore per affrontare il cambiamento tecnologico e condividere gli investimenti utili al rilancio del settore salvaguardando stabilimenti strategici per il Sud come Melfi e Pomigliano.

E negli altri settori?

Nell’elettrodomestico, nonostante il settore sia in una fase di grandissima ripresa, con il ricorso continuo agli straordinari, si chiude lo stabilimento Whirlpool di Napoli e non c’è una presa di posizione sufficientemente forte del Governo.

Il settore aereo civile, invece, sta attraversando con la pandemia una fase di grande difficoltà e gli stabilimenti interessati dalla crisi sono concentrati soprattutto al Sud Pomigliano d'Arco, Nola, Foggia e Grottaglie.

Insomma, o si recupera una centralità precisa, che rivendichiamo da sempre, o si va verso il baratro.”

Quale crede debba essere la soluzione?

“L’industria metalmeccanica negli ultimi tempi sta andando a diverse velocità. Abbiamo fabbriche con straordinari elevatissimi e tanti settori in cui il lavoro sta crescendo tanto, anche perché operiamo molto conto terzi, per la Germania, per la Francia, per l’Est del Mondo. Ma abbiamo anche settori fortemente in crisi in questa fase, quelli più legati alla mobilità, come le aerostrutture e l’automotive. Questo vuol dire che una mancanza complessiva di politica industriale è molto rischiosa in questa fase. Ci sono situazioni per cui c’è il pericolo che la produzione si fermi perché non c’è abbastanza acciaio, o perché non ci sono molti elementi di microelettronica. Perciò è fondamentale, oggi più che mai, che venga definito un vero piano industriale che intervenga su questi aspetti: la filiera e la transizione tecnologica che deve essere socialmente ed ambientalmente sostenibile. L’effetto, a prima vista paradossale, è che altrimenti pur in presenza di una forte ripresa per alcuni comparti e dei soldi che arrivano con il Recovery Fund si rischia una deindustrializzazione. Ed a pagare più di tutti sarà il Sud.”

Intanto siamo alla vigilia dell’approvazione del contratto…

“Sì. Si sta concludendo la campagna di assemblee sull’ipotesi di rinnovo che interessa un milione e mezzo di lavoratrici e lavoratori, dai siderurgici agli informatici. Le lavoratrici e i lavoratori stanno accogliendo il contratto nazionale dei metalmeccanici in modo positivo. In questi giorno finisce la fase del referendum che decreterà il sì o il no. È un buon contratto con cui abbiamo ottenuto aumenti sui minimi salariali di 112 euro al quinto livello e di 100 al terzo livello. È un contratto innovativo che riforma l’inquadramento professionale adeguandolo alle attuali trasformazioni tecnologiche e organizzative e che inserisce importanti tutele in tema di violenza di genere. È un contratto che valorizza la formazione, riconosce la clausola sociale per gli appalti pubblici, e rimette al centro la contrattazione e l'autonomia tra le parti.

Possiamo dire che c’è una cornice accettabile sulle regole.

Ma che manca la ripresa industriale, soprattutto al Sud?

Mancano politiche industriali e investimenti, pubblici e privati, per far ripartire l’industria nel nostro Paese. E manca il confronto con il Governo sui settori strategici.

Un emblema di questa situazione è rappresentata da Termini Imerese, sono dieci anni che i lavoratori aspettano un vero progetto di reindustrializzazione, dopo che la Fiat è andata via che garantisca continuità occupazionale e crescita per il territorio.

 

 

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La Fiom è il sindacato delle lavoratrici e lavoratori metalmeccanici della Cgil

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