Domenica, 19 Maggio 2024

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L'Italia nella rete del mondo digitale

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Circa 60 anni fa vennero avviate alcune delle più rilevanti operazioni di investimento pubblico e misto, pubblico-privato, per la realizzazione delle infrastrutture che hanno permesso, ovviamente con tutti i limiti e le contraddizioni che conosciamo, lo sviluppo industriale del paese: la rete elettrica (con la nascita dell’Enel), la rete telefonica analogica (con la nascita di Sip, nell’orbita parastatale della Stet), la rete autostradale (Iri+privati) e la rete radiotelevisiva analogica (Rai). Questi investimenti pubblici e misti hanno reso possibile un’accumulazione di capitale così elevata da trasformare, in circa un decennio, l’Italia nel 5°-6° paese più industrializzato, in termini assoluti, del mondo.

Nella fase finale di tale processo, ovvero negli anni 1968-1969, come conseguenza delle lotte operaie e studentesche, si è verificato il più importante processo di redistribuzione della ricchezza che l’Italia abbia mai conosciuto (Lama-Agnelli) e, parallelamente, la definizione di un quadro normativo e regolamentare a tutela del lavoro (Statuto dei Lavoratori, 1970 - Giugni) il cui articolo fondamentale (Art.18) è “decaduto” solo poche settimane fa.

Molti di coloro che sono nati, cresciuti e si sono “formati” in quel “mondo analogico” hanno contribuito alla sua trasformazione nel “mondo digitale” che conosciamo, realtà molto più complessa, se non altro per il suo carattere sovranazionale, ovvero globale (tanto per fare un esempio, dove devono pagare le tasse i colossi della rete, Google, Amazon, Facebook, Twitter, ecc.. ? ), e per le sue caratteristiche di pervasività nella vita quotidiana delle persone che non ha precedenti nella storia umana, intervenendo nei consumi, nell’educazione e nella formazione, nelle attività ludiche, nella progettazione e nella produzione di beni di consumo e, non ultima, nella “gestione” dei sentimenti, pubblici e privati.

Per evitare di subire passivamente questa trasformazione, è necessario dotare il paese delle infrastrutture necessarie a gestire questo “nuovo mondo” e fornire i cittadini (preferisco chiamare le persone così piuttosto che utenti-consumatori) degli strumenti operativi per utilizzarli al meglio, intervenendo non solo sulla formazione scolastica ma anche attivando dei percorsi di formazione “permanente”.

Per quanto riguarda l’infrastruttura di rete digitale, l’Italia è abbastanza anomala rispetto ad altri paesi europei anche in considerazione dell’assenza di una rete per la tv via cavo. Infatti, a fronte di un netto ritardo rispetto allo sviluppo di una rete d’accesso a banda larga e ultra-larga, è molto avanzata nelle tecnologie wireless (sviluppo del 4G e oltre). La separazione tra infrastruttura fissa (wired) e mobile (wireless) è ovviamente impropria, essendo le diverse infrastrutture integrate nella rete digitale complessiva ma è utile per individuare i punti di forza e le criticità del paese nei riguardi del mondo digitale.

Gli obiettivi posti dal piano dell’Agenda digitale europea prevedono che, entro il 2020, si realizzi una copertura pari a:

- 100% dei cittadini 30 Mbit/s

- 50% dei cittadini 100 Mbit/s.

Attualmente l’Italia è abbastanza in ritardo, essendo garantita una copertura (2014) pari a

- 20% dei cittadini 30 Mbit/s

contro una media europea del 62%.

I programmi “in corso” prevedono di raggiungere nel 2016:

- 60% dei cittadini 30 Mbit/s (a fronte di una media europea dell’80%)

- 5% dei cittadini 100 Mbit/s (a fronte di una media europea del 15%).

In questo contesto si inseriscono i nuovi piani nazionali del Governo:

- Piano strategico banda ultra-larga (Bul), per il completamento della rete d’accesso a banda larga e ultra-larga (Ngan, Next Generation Access Network);

- Piano strategico crescita digitale, per realizzare la digitalizzazione dei più importanti sistemi informativi della pubblica amministrazione.

Il secondo piano, pur sviluppandosi in parallelo al primo, richiede comunque la disponibilità di una rete d’accesso a larga banda di opportune prestazioni e affidabilità adeguata.

Il piano Bul proposto dal governo, avanzato e indubbiamente ambizioso, si basa principalmente su fondi europei e stabilisce modelli di investimento sia con interventi finanziari diretti (fondi Fesr e Feasr a fondo perduto, per circa 2 miliardi di €) che indiretti (fondi Fsc ed ex-Fas per circa 4 miliardi di € tramite Bei - Banca europea d'investimento), anche agendo sulla defiscalizzazione degli investimenti.

Nella strategia relativa agli investimenti prevista dal piano Bul, a 6-7 miliardi di € di origine pubblica si dovrebbero aggiungere circa altri 6 miliardi di €, per raggiungere, nel 2020, l’ambizioso obiettivo di

- circa 85% dei cittadini 100 Mbit/s (cluster A, B, C)

- 100% dei cittadini 30 Mbit/s (cluster D),

avendo suddiviso il territorio nazionale in aree (cluster):

- cluster A, aree redditizie, indica le cosiddette “aree nere”, con il migliore rapporto costi-benefici, in cui è più probabile che gli operatori privati intendano investire; include le principali 15 città e le principali aree industriali del Paese in cui risiede circa il 15% della popolazione (circa 9,4 milioni di persone);

- cluster B, in cui gli operatori intendono realizzare reti con connessioni a 30 Mbit/s ma le condizioni di mercato non garantiscono ritorni accettabili a condizioni di solo mercato per le reti a 100 Mbit/s; include 1120 comuni in cui risiede il 45% della popolazione (circa 28,2 milioni di persone); è suddiviso in due sotto-cluster, B1 in cui gli operatori di rete investono direttamente e B2 che comprende aree in cui sono realizzati o sono in fase di realizzazione reti a 30 Mbit/s;

- cluster C, aree marginali, per le quali solo l’intervento pubblico diretto potrà garantire alla popolazione un servizio di connessione di 100 Mbit/s; comprende circa 2.650 comuni in cui risiedono circa 15,7 milioni di persone (pari a circa il 25% della popolazione);

- cluster D, aree a fallimento di mercato, per le quali solo l’intervento pubblico diretto potrà garantire alla popolazione un servizio di connessione di 30 Mbit/s; comprende circa 4300 comuni, soprattutto al Sud, in cui risiedono circa 9,4 milioni di persone (pari a circa il 15% della popolazione).

Per comprendere meglio la situazione occorre però accennare alle possibili scelte tecnologiche disponibili.

Le tecnologie più importanti per la realizzazione della rete d’accesso a banda larga e ultra-larga sono le seguenti:

- Ftth (Fibre-To-The-Home), in cui la fibra arriva direttamente all’utente (casa, azienda, negozio, ecc..) e non pone limitazioni sostanziali al bit-rate; è l’approccio che viene perseguito in Giappone e Corea del Sud per fornire all’utenza 1 Gbit/s. Ovviamente non pone limitazioni tecniche nell’eventuale passaggio tra diversi possibili gestori di servizio (incumbent, ovvero gestore ex-monopolista e OLO, Other Licensed Operator, ovvero “nuovi gestori”).

- Fttb (Fibre-To-The-Building), in cui la fibra arriva alla ”base” dell’edificio, riducendo così la linea in rame a poche decine di metri e garantendo 100 Mbit/s senza grossi problemi tecnici a tutti i gestori di servizi.

-FttCab (Fibre-To-The-Cabinet), in cui la fibra ottica arriva al cabinet, ovvero al vecchio armadio ripartilinea che viene dotato di opportuni apparati (Dslam Digital Subscriber Line Access Multiplexer), coprendo così la rete d’accesso primaria e mantenendo il doppino nella rete secondaria, fino all’utente, con distanze molto variabili ma comunque dell’ordine delle centinaia di metri. Questa configurazione non pone problemi rilevanti per connessioni fino a 30 Mbit/s ma deve essere dotata di sistemi evoluti per fornire 100 Mbit/s (Vdsl2+vectoring+G.Fast) per limitare gli effetti di interferenza riducendo però il numero di linee in rame (doppini) effettivamente utilizzabili per la trasmissione dell’informazione e ponendo problemi tecnici ancora aperti nel caso di passaggio da un gestore, ad esempio l’incumbent, ad un altro, ad esempio un Olo.

I piani dei principali gestori attualmente in esecuzione sono basati sulla tecnologia FttCab e puntano a coprire circa il 50% delle linee a 30 Mbit/s entro il 2016/2017:

- Telecom Italia: 1,7 miliardi di € (2014-2016), con copertura di circa il 50%;

- Fastweb: 0,4 miliardi di € (2012-2014), con copertura di circa il 20%;

-Vodafone: copertura 29% (prima metà del 2017).

Malgrado il pesante fardello di debiti (circa 29 miliardi di € ), accumulatosi dopo la famosa “privatizzazione”, Telecom Italia ha annunciato che avvierà anche un investimento dell’ordine di 650-700 milioni di € per coprire 40 città con tecniche Fttb/Ftth entro il 2017.

In questa situazione si inserisce il “non-accordo” tra Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) e Telecom Italia. Infatti, per facilitare l’attuazione del progetto Bul, Cdp, che controlla il Fondo strategico italiano il quale, congiuntamente a F2i (Fondi italiani per le infrastrutture), controlla Metroweb che da alcuni anni sta cablando in fibra ottica molte città importanti (ad esempio, circa 375.000 km di fibra ottica nell’area metropolitana di Milano) ha proposto un’ “alleanza”, i cui dettagli sono tutti da definire, tra i gestori per investire in Metroweb per la realizzazione del piano del governo. Vodafone, Wind, il fondo F2i e quello Fsi, controllato da Cdp, hanno firmato una lettera di intenti comune, individuando come attore per gli investimenti Metroweb sviluppo (controllato al 100% da Metroweb). Tale progetto “è aperto ad altri operatori e investitori che condividano l’obiettivo di costruire un’infrastruttura nazionale della fibra secondo le linee e modalità identificate nel piano Banda ultra larga approvato dal governo”.

A tale accordo non ha partecipato Telecom Italia che ha dichiarato di “non avere alcuna posizione preconcetta rispetto all’idea di intraprendere un cammino comune con altri soggetti. Le condizioni di questo cammino però devono essere tali da poter creare maggior valore per i nostri azionisti”. Questa posizione è stata assunta malgrado la ragionevole possibilità di trasferire gradualmente le quote azionarie di Metroweb a Telecom Italia, in misura crescente, dipendente dall’entità degli investimenti.

Telecom Italia è ovviamente forte del fatto che è l’unico “gestore verticalmente integrato” ovvero possiede la proprietà e, principalmente, il controllo dell’unica “rete completa” che va dalla rete d’accesso al backbone nazionale (Rete di Trasporto) al quale le “diverse” reti d’accesso a larga banda devono essere integrate.

Questa situazione è comunque indicativa di una debolezza della governance del processo in cui, a fronte di un progetto Bul tecnicamente avanzato e ben articolato negli obiettivi, non si stabiliscono criteri regolamentari appropriati, specialmente al fine di evitare il rischio di una “duplicazione” della rete, almeno nelle aree ad alta redditività, con il paradosso di avere due reti d’accesso a larga banda nella stessa area. Questa debolezza sul piano regolamentare, che dovrebbe invece essere in grado di gestire l’accesso a “qualunque” porzione di rete a larga banda, ovviamente con adeguate tariffe, “estendendo” così l’attuale Unbundling Local Loop, può dar luogo, in pratica, ad esiti che sono assolutamente incoerenti rispetto al potenziale offerto dalla fibra ottica. Oserei proporre uno slogan “una sola fibra ottica è per tutti !”, visto che la capacità teorica di una sola fibra è di circa 20 THz (20.000 GHz) e quindi è ragionevolmente semplice fornire all’utenza almeno 1 Gbit/s da parte di qualunque gestore (incumbent oppure Olo), obiettivo non visionario visto che è proprio quello che stanno facendo in Giappone e Corea del Sud. Piuttosto che competere incoerentemente sulle infrastrutture nelle aree ad alto valore aggiunto, sarebbe meglio accordarsi sulle regole che garantiscano l’accesso alle reti dei diversi “proprietari”.

E’ probabilmente in questo contesto che vanno inserite le notizie degli ultimi giorni relative alla sostituzione dei vertici di Cdp, che attualmente rappresenta uno degli attori principali di questo fondamentale processo. Si ha come la sensazione che le banche che stanno uscendo dall’azionariato di Telecom Italia (Telco) a favore di Vivendi (Bolloré) vogliano comunque lasciare il segno, almeno in termini di impostazione generale visto che considerano “importante che non si ritorni a modelli del passato, come la vecchia Iri”. Probabilmente il nostro paese non ha più la capacità di calibrare il peso e le responsabilità degli attori privati (proprietà, profitto, investimento) con il potere pubblico (definizione delle regole e loro rispetto). Negli Stati Uniti, la nazione più “privatistica” che c’è, questa differenza di ruolo e prerogative è ben presente anche se, ovviamente, con molti difetti e limiti evidenti.

Non è esagerato dire che le decisioni che verranno prese nelle prossime settimane condizioneranno il futuro delle prossime generazioni anche se molte persone non avvertono questo “stato di passaggio”: si tratta di chiarire se quello che si sta realizzando ora sarà patrimonio delle prossime generazioni, come probabilmente pensavano, sia pure in termini conflittuali, i nostri padri e nonni per il vecchio “mondo analogico”, oppure rimarrà patrimonio di pochi consigli di amministrazione, magari rappresentativi di molti azionisti, che potranno trasformare, più o meno a loro piacimento, questo patrimonio, frutto del lavoro intellettuale e manuale di milioni di donne e uomini, in anonima ricchezza finanziaria.

 

*docente universitario di telecomunicazioni

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