Domenica, 16 Giugno 2024

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Lavoro, ambiente e salute, il paradigma Taranto

inquinamento

La più grande acciaieria d'Europa che si estende su una superfice doppia rispetto a quella della città che la ospita, la rapida ascesa della famiglia Riva nel gotha europeo dei produttori d'acciaio e il suo ancora più rapido declino, i 48 morti sul lavoro e le decine e decine di lavoratori che hanno subito un infortunio invalidante dal 1995, il rapporto a tutt'oggi ancora insoluto tra le produzioni altamente impattanti dal punto di vista ambientale e sanitario del colosso e una città separata da esso solo poche decine di metri: sono solo alcuni dei motivi per i quali il caso dell'Ilva di Taranto rappresenta un vero e proprio paradigma dei nostri tempi, in cui fanno fatica a coesistere il diritto al lavoro col diritto alla salute, garantiti entrambi dalla nostra Carta Costituzionale.

Gli eventi che si sono succeduti in rapidissima sequenza dal momento in cui sulla base di due diverse perizie - una chimica e l'altra epidemiologica - la magistratura di Taranto ha sequestrato senza facoltà d'uso gli impianti dell'area a caldo dello stabilimento ionico, ci consegnano a distanza di quasi tre anni una situazione ampiamente mutata negli aspetti gestionali della grande fabbrica ma ancora lontana dalla soluzione definitiva dei problemi reali che attengono la messa a norma degli impianti secondo le Bat ossia le migliori tecnologie disponibili.

Con l'ultimo decreto che è intervenuto sul caso Ilva alla vigilia di Natale la famiglia Riva è stata estromessa irreversibilmente dal controllo e dalla gestione del IV° centro siderurgico e dell'intero gruppo Ilva; è un aspetto di importanza primaria. Come Fiom-Cgil sin dal giorno dopo il sequestro del 26 Luglio 2012, per bocca del segretario generale nazionale Maurizio Landini in una drammatica assemblea di fronte a 4.000 lavoratori davanti all'ingresso dello stabilimento, siamo stati gli unici a considerare la proprietà dei Riva come il più grande ostacolo al cambiamento della fabbrica in un ottica di ecosostenibilità. Non avevamo assolutamente torto allora a dirlo in esplicito, fuori dai denti e nel momento più difficile, che chi aveva determinato la catastrofe non poteva (ma soprattutto non voleva) tirarci fuori dal guado e, anzi, avrebbe tentato di intraprendere un braccio di ferro con la magistratura che ci avrebbe fatto sprofondare per sempre.

Il piano ambientale che contiene tutte le misure da eseguire per sanare quel rapporto lacerato tra lavoro, ambiente e salute è la bussola e il termometro di quello che va fatto entro il prossimo anno. Si è fortemente in ritardo rispetto alla sua piena applicazione e il rispetto “quantitativo” piuttosto che quello “qualitativo” in relazione alla priorità delle prescrizioni, senza contare che allo stato attuale i ministri competenti si affannano a dire che non ci saranno ulteriori ritardi quando invece le evidenze fanno prevedere il contrario, sono elementi di debolezza che rischiano di squarciare in via definitiva il rapporto che c'è tra fabbrica e città, rapporto che si fa sempre più sottile man mano che il tempo passa.

Anche per quanto attiene il piano ambientale per l'Ilva la Fiom-Cgil è stata l'unica organizzazione sindacale che ha presentato le sue osservazioni di merito, chiedendo nello specifico che lo stesso piano fosse ancora più avanzato rispetto alla revisione dell'Autorizzazione integrata ambientale del 26/10/2012. Nello specifico chiedevamo, tra le altre cose:

  • di privilegiare gli interventi di innovazione di processo rispetto ai cosiddetti “end of pipe” (filtri o similari) in quanto in grado di garantire miglioramenti ancora più importanti sull'impatto ambientale;

  • che la Valutazione del danno sanitario come specificatamente inquadrata dalla legge regionale non fosse depotenziata ma che accompagnasse da subito gli interventi di adeguamento impiantistico anche rafforzandoli ed ampliandoli;

  • di predisporre da subito una rete di biomonitoraggio umano come strumento privilegiato per integrare le diverse sorgenti di contaminazione e le varie modalità di esposizione per tutti i lavoratori in quanto soggetti maggiormente esposti;

  • di rafforzare le Rappresentanze dei lavoratori per la sicurezza, con l'istituzione di uno o più rappresentanti di sito produttivo, di dotare le Rls di una diversa organizzazione maggiormente legata ai reparti specifici ricalcando l'organizzazione aziendale per i tecnici della sicurezza che risulta orientata ad una specializzazione rispetto alle problematiche delle cosiddette “aree” (acciaieria, ghisa, tubifici, ecc), di percorsi formativi più estesi e particolareggiati in relazione agli ambiti che riguardano aspetti ambientali e sanitari, tutto questo in ragione non solo della immensa estensione dello stabilimento ma anche della sua estrema complessità (in Ilva sono presenti tutti, nessuno escluso, i fattori di rischio previsti dal T.U. 81/08) e della gravità della situazione in cui siamo immersi.

Ora che lo Stato ha preso in carico lo stabilimento ritengo sia necessario dare il segnale che anche nella materialità delle cose siamo ad un cambio di fase netto. Un esempio per tutti. Dopo la morte del collega Nicola D'Arcante per carcinoma alla tiroide il 15 maggio del 2014 nella officina carpenteria Ocm-Cap le organizzazioni sindacali con la Fiom-Cgil in testa hanno chiesto di provvedere ad uno screening tiroideo per i lavoratori del reparto. I risultati dello screening effettuato dall'ospedale Miulli hanno stabilito che il numero di lavoratori che presentano disfunzioni di diverso grado alla tiroide “sembra in linea con i dati della letteratura nazionale ed internazionale”. Per noi questo non è sufficiente: la Fiom territoriale contestualmente allo screening tiroideo ha chiesto ed ottenuto la disponibilità dell'Arpa (Agenzia regionale di protezione ambientale) e dell'Ares (Azienda strumentale della regione, con compiti di supporto tecnico-operativo per la programmazione sanitaria regionale) per uno studio epidemiologico per i lavoratori del reparto carpenteria. I dati dello screening infatti non determinano il nesso tra le patologie e l'esposizione lavorativa, cosa che invece uno studio epidemiologico è in grado di stabilire.

Gli studi epidemiologici e il biomonitoraggio umano, soprattutto per le aree dove è emerso che inquinanti, anche cancerogeni accertati, sono stati e vengono ancora emessi (cokerie con idrocarburi policiclici aromatici e benzo(a)pirene ed agglomerato con diossine e furani, tra gli altri) sono per noi il vero punto di svolta, più dello sblocco quanto mai necessario delle risorse per mettere a norma gli impianti e che tardano ad arrivare. Da questo punto di vista un vero cambiamento lo stiamo ancora attendendo e non ci sono segnali evidenti che presto o tardi arriverà. C'è la necessità di un approfondimento non più rinviabile rispetto alle esposizioni passate e presenti dei lavoratori, gli archivi sanitari devono essere messi in trasparenza per studi di livello, a maggior ragione ora che lo Stato ha la responsabilità diretta e non solo più morale di sanare una situazione su cui, voglio essere particolarmente soft, proprio lo Stato si è dimostrato durante la gestione Riva quanto meno “distratto”.

E' un punto, questo, che la Fiom in Ilva non smetterà mai di rivendicare. Lo facciamo perchè siamo convinti di una cosa molto semplice e cioè che tanto più la salute dei lavoratori è tenuta sotto stretto controllo in relazione ai profili espositivi tanto più la città e i cittadini sono preservati dal punto di vista sanitario ed ambientale.

Questo sarebbe davvero voltare finalmente pagina ed iniziare a riannodare faticosamente e pazientemente quel filo quasi spezzato con la città e la società civile tarantina.

 

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La Fiom è il sindacato delle lavoratrici e lavoratori metalmeccanici della Cgil

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