Domenica, 26 Maggio 2019

Cenni storici

La Federazione italiana operai metallurgici (Fiom) nasce a Livorno il 16 giugno 1901. Le sezioni presenti al congresso sono 40 (altre 18 quelle che avevano inviato la propria adesione), in rappresentanza di 18.000 iscritti.

Il sindacato metallurgico italiano, però, è già attivo alla fine dell'Ottocento. Nelle principali città industrializzate si formano sezioni operaie che iniziano a lottare per migliori condizioni di lavoro: minimo salariale, giornata lavorativa di otto ore, abolizione del cottimo e del lavoro notturno, parità retributiva uomo-donna,  regolamentazione dell’apprendistato contro lo sfruttamento dei fanciulli. Il sindacalismo in Italia ha nelle sue radici un innegabile impegno politico e sociale che proviene dai tumultuosi eventi che caratterizzano il periodo storico e dall’adesione di molti agli ideali socialisti, anarchici e rivoluzionari. Nel 1898 nasce «Il Metallurgico», il giornale operaio che poi diventerà della Fiom e si forma il Comitato centrale di propaganda, l'organismo che lavorerà per la preparazione del Congresso costitutivo della federazione. Nel 1906 la Fiom - insieme alle Camere del Lavoro, alle Leghe di resistenza e ad altre federazioni di categoria – è tra i soggetti che danno vita alla Cgdl (la futura Cgil).

Mobilitazione e scioperi, repressione e violenza si alternano frequentemente fino al 1914, inizio della Prima guerra mondiale. In quell’anno, Bruno Buozzi, segretario della Fiom scrisse su «Il Metallurgico»: «A noi pare che il proletariato italiano abbia il dovere assoluto di lottare con ogni mezzo perché l’Italia si mantenga neutrale (...) è compito nostro intervenire per la pace e non per la guerra». Non è così, la situazione precipita e l’Italia entra in guerra il 24 maggio del 1915. Nel primo congresso dopo la guerra la Fiom conta 47.192 iscritti e 102 sezioni. Inizia la stagione della contrattazione collettiva. Il 20 febbraio 1919 si raggiunge un accordo con l’Associazione industriali di categoria che prevede la riduzione di orario a 8 ore giornaliere e 48 settimanali, il riconoscimento delle Commissioni interne e la loro istituzione in ogni fabbrica; la nomina di una Commissione per il miglioramento della legislazione sociale e di un’altra per studiare la riforma delle paghe e del carovita. Ma l’ala più oltranzista del padronato comincia a cercare la prova di forza contro gli operai e il sindacato. La trova nell’agosto del 1920 quando la trattativa per il miglioramento delle condizioni di vita dei metallurgici viene interrotta e cominciano le serrate. La risposta operaia si concretizza nell’occupazione delle fabbriche che coinvolge più di 400.000 metallurgici in tutta Italia e altri 100.000 di altre categorie. Momenti di tensione,  alcuni dei quali sfociano in autentiche battaglie in cui si contano morti e feriti, precedono l’accordo del 19 settembre 1920. «Il Metallurgico» intitola a piena pagina: “La vittoria del proletariato metallurgico. L’organizzazione padronale debellata”.

I risultati parlano chiaro: il riconoscimento del controllo operaio nelle fabbriche, aumenti salariali, 6 giorni di ferie pagate, miglioramenti per gli straordinari e il lavoro notturno. Le fabbriche tornano alla normalità nei giorni seguenti ma al biennio rosso (1919-1920) segue l’avvento al potere del fascismo che porta rapidamente a un restringimento delle libertà, prima collettive e poi individuali, e poi alla messa fuorilegge dei sindacati, dei partiti e di ogni associazione. Molti sindacalisti vengono uccisi o messi in prigione. Si giunge alla Seconda guerra mondiale, e dopo anni difficili e diversi tentativi di azione gran parte del sindacalismo aderisce alla Resistenza e partecipa alla Liberazione dal nazismo e dal fascismo insieme alle forze armate alleate il 25 aprile 1945. Nel giugno del 1944, il sindacato viene  ricostituito con il Patto di Roma  unendo le principali correnti sindacali: comunista, democratica-cristiana e socialista.

Nel secondo dopoguerra comincia la battaglia per il Contratto collettivo nazionale, la cui stesura definitiva richiede un periodo di tempo molto lungo. Nel 1946 si svolge il IX Congresso e la Federazione italiana operai metallurgici diventa Federazione impiegati operai metallurgici raggiungendo 638.697 iscritti.

Nel 1948, la Fiom firma il primo Contratto ma solo nel 1956 tutte le sue parti trovano una loro definizione. Nel frattempo, nel sindacato italiano matura la crisi del patto costitutivo del ‘44 e delle alleanze politiche e culturali da esso scaturite; si consuma la divisione che porta alla scissione di una parte della Cgil: nel 1948 nasce la Cisl e nel 1950 la Uil. Lo scontro politico-sindacale in quegli anni è molto duro, si punta a isolare la Cgil   e in particolare la Fiom. In questo clima, nel1955, nelle elezioni della Commissione interna alla Fiat (la più grande e importante fabbrica italiana) la Fiom subisce una pesante sconfitta. Nell’arco di un anno la Fiom perde una parte considerevole dei propri iscritti.

In Italia la democrazia è ancora fragile, e molti sono i momenti di crisi e i tentativi reazionari che si susseguono negli anni Cinquanta e Sessanta. Con il Contratto nazionale del 1962 (aziende pubbliche) e del 1963 (aziende private), dopo mesi di lotta, viene considerata la voce contrattazione articolata che si aggiunge a quella nazionale.

Lo sviluppo economico dell'Italia raggiunge punte alte negli anni Sessanta ma permangono diseguaglianze strutturali  nelle diverse regioni del paese. La Fiom , attraverso una campagna nelle fabbriche e nel territorio, torna ad accrescere il proprio consenso. A partire dal 1968, le battaglie dei metalmeccanici si incontrano con altri soggetti sociali: in primo luogo, con il movimento degli studenti ma ancora più con quello delle donne che negli anni Settanta svilupperà battaglie autonome fuori e dentro il sindacato.

Il 1969 è l’anno dell’autunno caldo, così chiamato perché in quella stagione si tengono grandi lotte che si concludono con una grande manifestazione nazionale dei metalmeccanici il 28 novembre, a Roma. A dicembre viene firmato il contratto nazionale. I risultati più importanti: aumenti salariali uguali per tutti, riduzione a 40 ore dell’orario di lavoro a parità di salario, riconoscimento del diritto di assemblea in fabbrica durante l’orario di lavoro, riconoscimento dei rappresentanti sindacali aziendali. La Commissione interna viene sostituita all'interno degli stabilimenti dalla struttura Consiglio di fabbrica e inizia la fase dell'unità sindacale con al centro la figura del delegato di linea o di reparto. “In termini politici, l'autunno caldo si traduce nel varo dello Statuto dei lavoratori che “porta la Costituzione in fabbrica”: tra i suoi punti più importanti, l'articolo 18, che tutela i diritti di ogni lavoratore con il divieto di licenziamento senza “giusta causa”.

La fine degli anni Sessanta è segnata da un periodo di stragi, complotti e terrorismo (la cosiddetta “strategia della tensione”) che durerà fino alla metà degli anni Ottanta, e sul quale permangono pesanti zone d’ombra sulle collusioni tra eversione fascista e apparati dello stato.

Il periodo delle lotte operaie non si esaurisce: nel 1972 le organizzazioni metalmeccaniche Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Uilm-Uil si uniscono nella Federazione lavoratori metalmeccanici (Flm). Nel 1973 viene firmato un altro importante contratto nazionale in cui si ottengono l’inquadramento unico operai-impiegati su 7 livelli, aumenti salariali uguali per tutti, il riconoscimento del diritto allo studio retribuito (le famose 150 ore), 4 settimane di ferie.

Nei rinnovi successivi prende forma la prima parte del Contratto, quella relativa ai diritti di informazione sui programmi di investimento e sulle politiche occupazionali delle imprese. Lo spazio negoziale diviene più ampio, aumentano le materie contrattuali così come l’incidenza del sindacato in fabbrica.

Dalla seconda metà degli anni Settanta si sviluppa una nuova offensiva padronale tendente a ripristinare condizioni di primato assoluto nelle imprese. Ancora una volta banco di prova è la Fiat che, nel 1980, annuncia 14.469 licenziamenti incontrando una dura opposizione operaia che si concretizza in 35 giorni di lotta dura che termina con la cosiddetta “marcia dei 40.000” in cui, per la prima volta in Italia, gli impiegati e i capi di una fabbrica si organizzano contro gli operai, scendono in piazza a sostegno dell'azienda e chiedono l'intervento della magistratura contro i picchetti operai. La fine della vertenza (23.000 lavoratori in Cassa integrazione) apre una fase incerta e difensiva del sindacato, rappresenta una sconfitta del movimento sindacale che oltrepassa i confini della Fiat e che ancora oggi costituisce motivo di dibattito e di riflessione.

Gli imprenditori, utilizzando le grandi ristrutturazioni e una fase politica e sociale favorevole, vogliono attaccare le conquiste degli anni Settanta. Nel 1984 la Flm si scioglie e nello stesso anno le lavoratrici e i lavoratori perdono la contingenza, il meccanismo che permette di adeguare automaticamente i salari agli aumenti del costo della vita. In quegli anni i Consigli di fabbrica entrano in crisi come struttura di rappresentanza.

La crisi e le ristrutturazioni degli anni Ottanta hanno modificato la struttura industriale italiana. Crescono le piccole e medie imprese e anche quelle dell’artigianato. Aumentano gli infortuni sul lavoro. Intere aree industriali delle grandi città scompaiono e questo provoca una lenta ma inesorabile diminuzione degli iscritti al sindacato. Inizia l'era della flessibilità del lavoro – che presto si trasforma in precariato – e della richiesta padronale di poter disporre liberamente e senza vincoli sulla forza-lavoro. Una pressione che avrà una traduzione legislativa in una lunga serie di provvedimenti che renderanno sempre più precario e povero il lavoro, una tendenza non solo italiana perché in tutta Europa, sotto la spinta della globalizzazione, i diritti verranno sacrificati a favore dei mercati, le politiche industriali a favore delle scelte finanziarie e speculative.

Nel 1993 viene firmato dai sindacati, dagli imprenditori e dal governo un accordo in cui vengono definiti nuovi assetti contrattuali che individuano soluzioni per la dinamica degli incrementi salariali e vengono ribaditi i due livelli di contrattazione: quello nazionale e quello aziendale. Nell'accordo trova conferma la legittimazione a negoziare nel secondo livello, quello aziendale, della Rappresentanza sindacale unitaria struttura di fabbrica, che sostituisce il Consiglio di fabbrica. Ma gli imprenditori sono intenzionati a ottenere l’eliminazione del Contratto nazionale e un rapporto di lavoro basato su relazioni individuali a totale discrezione delle imprese.

A partire dagli anni '90 l'impegno prioritario è per la difesa dei due livelli contrattuali, nazionale e aziendale. Il contesto è quello del mondo globalizzato, della prevalenza della finanza sull'economia reale, della fine del mondo diviso in blocchi con il prevalere del capitalismo di stampo anglosassone-americano. In questo panorama risulta fortissima la pressione sul lavoro subordinato, tendenzialmente sempre più considerato semplice merce: contenimento salariale, riduzioni delle tutele, tagli alle spese per servizi, pensioni e welfare, precariato occupazionale, questi sono gli assi portanti delle politiche dei governi e delle scelte delle imprese in Italia e in Europa. Con la nascita della moneta unica europea (l'Euro, nel 2002), il controllo dell'inflazione e i vincoli di bilancio ispirano tutte le scelte dei governi, fino a determinare rigidi piani di austerità. Nel nostro paese i metalmeccanici debbono fare i conti con una deregulation e un liberismo che si concretizza nell'attacco alle condizioni di lavoro e al salario, mettendo in discussione il contratto nazionale, puntando all'aziendalizzazione dei rapporti di lavoro fino a minare l'autonomia sindacale e lo stesso diritto di coalizione dei lavoratori.

La Fiom affronta questo scenario rilanciano la rappresentanza delle condizioni di lavoro: democrazia e indipendenza sono le due parole d'ordine che dalla metà degli anni '90 ne rilanceranno l'azione. Democrazia nel rapporto con i lavoratori per vincolare ogni contratto e ogni accordo al voto degli interessati e indipendenza dalle imprese e dai governi per difendere con efficacia le condizioni di vita e di lavoro in un'epoca “in cui le imprese si vogliono prendere tutto, a partire dalla cancellazione del contratto nazionale” e “per rimanere un sindacati confederale e non ridursi a essere un sindacato di mercato o corporativo” (Convegno di Maratea, 1995). Si apre così una stagione contrattuale molto difficile in cui la Fiom pone come discriminante il voto dei lavoratori per il varo delle piattaforme e la validazione degli accordi. Condizioni che dal 2001 al 2012 vengono rispettate solo in due occasioni (2006 e 2008 con la firma di Fim, Fiom e Uil e il referendum tra i lavoratori ), mentre in ben quattro occasioni sono sottoscritti contratti separati da Fim e Uilm (2001, 2003, 2010, 2012). Finalmente nel 2016 i metalmeccanici riconquistano un contratto nazionale unitario basato sui due livelli contrattuali e che sancisce il diritto per i lavoratori di votare sulla piattaforma e sull'accordo finale.

In questi primi anni del XXI secolo - mentre la Fiom celebra i suoi cento anni di vita – altri due eventi segnano il panorama sociale e sindacale. 1) La grande crisi economica che, partendo dallo scoppio della bolla immobiliare e finanziaria americana nel 2008, travolge tutto il mondo determinando una grave recessione con l'aumento della povertà (che in Italia pone in condizione d'indigenza cinque milioni di persone), la chiusura di migliaia di imprese e la perdita di milioni di posti di lavoro (nel nostro paese la disoccupazione supera il 12% e nel settore metalmeccanico si perdono oltre 300.000 posti di lavoro). 2) L'attacco frontale al diritto di coalizione e sindacale che conosce il suo apice nel 2010 quando la Fiat (che qualche anno dopo fondendosi con Chrysler, diventerà Fca, americanizzandosi definitivamente) impone una pesante ristrutturazione delle condizioni di lavoro negli stabilimenti dell'auto, disdice il contratto nazionale di lavoro e lo sostituisce con un contratto aziende (Contratto collettivo specifico di lavoro, Ccsl). La Fiom non firma e le viene negato il diritto di rappresentanza in fabbrica, che riconquista nel 2013 solo grazie a una sentenza della Corte costituzionale.

Non a caso questi sono anche gli anni dell'attacco alla Costituzione - con ripetuti tentativi di riforma della stessa, sempre respinti dai referendum popolari in cui la Fiom e la Cgil si battono per la difesa della nostra Carta fondamentale – e gli anni di nuove leggi sul lavoro, fra tutte il Jobs Act (2014), che abroga l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. In questi anni, oltre alle lotte contrattuali e a importanti vertenze per la difesa del lavoro e delle sue condizioni in grandi gruppi che ridefiniscono la propria struttura organizzativa di fronte alla crisi e alla competizione nella globalizzazione (Fincantieri, Ilva, Finmeccanica, Electrolux Whirlpool, ThyssenKrupp), la Fiom è impegnata nelle grandi battaglie di carattere generale: legislazione del lavoro, difesa della Costituzione, diritti di genere, welfare e previdenza, antirazzismo e antifascismo.

Nel 2017 la Fiom ha contato 327.570 iscritti.

 

Una vita con la Fiom

Meta Edizioni ha voluto pubblicare in un'edizione digitale questo breve ma intenso racconto autobiografico di Gino Mazzone, operaio alla Fatme prima e dirigente nazionale poi del sindacato dei metalmeccanici della Cgil. Un racconto in cui Gino

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La Fiom è il sindacato delle lavoratrici e lavoratori metalmeccanici della Cgil

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