Venerdì, 06 Dicembre 2019

Sardegna, il contributo sociale della Fiom nel nome delle vittime della Saras

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La Fiom della Sardegna martedì 9 febbraio - contestualmente all'attivo regionale dei delegati riuniti insieme al segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, per discutere del rinnovo del contratto nazionale e della presentazione della Carta dei diritti nelle assemblee con i lavoratori - ha promosso un'iniziativa per ricordare la morte di tre lavoratori metalmeccanici, avvenuta nel 2009 nella raffineria Saras mentre svolgevano attività di manutenzione.

L'affollata iniziativa si è svolta nel comune di Villa S.Pietro, località dove erano nati e vivevano i tre lavoratori e ha visto la presenza della sindaca e degli assessori del comune a cui il segretario della Fiom regionale Mariano Carboni ha consegnato l'assegno di 25.000 per rendere idoneo il centro polivalente alle attività musicale dei giovani di quel territorio.

La Fiom di Cagliari aveva ottenuto l'indennizzo di 25.000 euro, a fronte della costituzione come parte civile nei confronti dei dirigenti della Saras che sono stati riconosciuti responsabili della morte dei tre lavoratori in tutti i tre gradi di giudizio fino alla Corte di Cassazione che ha emesso la sentenza nelle settimane passate.

La vicenda giudiziaria, esemplificativa di tante altre tragedie similari, come sempre è stata lunga perché la parte datoriale ha cercato in tutte le forme di escludere le proprie responsabilità, attribuendo la morte di Luigi Solinas, Bruno Muntoni e Daniele Melis esclusivamente a una presunta loro imprudenza; secondo la versione aziendale i lavoratori avrebbero colpevolmente ignorato e violato le rigide procedure apprestate dall'impresa a tutela della sicurezza.

Le sentenze – dal primo grado alla Cassazione - hanno in maniera chiara dimostrato l'inconsistenza delle procedure di sicurezza e le responsabilità del datore di lavoro e dei dirigenti, accertando che la Saras ometteva di fornire alle ditte subappaltatrici tutte le informazioni sui lavori che dovevano svolgere e in particolare non informava una di queste ditte, la Comesa, di cui erano dipendenti i tre lavoratori sulle problematiche avute nell'apertura e chiusura del “passo d'uomo” del reattore in cui dovevano operare.

A causa delle difficoltà incontrate nell'apertura del passo d'uomo, la chiusura dello stesso era rimasta danneggiata ma a causa dell'ora tarda in cui era emerso il problema, i dirigenti della Saras anziché provvedere al ripristino della chiusura avevano deciso di insufflare azoto liquido, chiudendo il passo d'uomo con un telo di plastica finalizzato esclusivamente a tenere costante la pressione dell'azoto, omettendo di segnalare alla Comesa che si era modificata la procedura che prevedeva la bonifica del reattore con l'ossigeno, ma anche omettendo l'apposizione della necessaria e prescritta per legge segnalazione di una situazione di pericolo.

Le sentenze evidenziano con forza che la mancata informazione della Saras alla Comesa delle novità e dei rischi che si erano determinati nel reattore è la causa della morte dei tre lavoratori, che pensavano di dover operare in un ambiente ossigenato mentre era pieno di azoto. La prove è chiara anche e soprattutto per la morte del terzo lavoratore, Melis, che generosamente vedendo i propri compagni di lavoro in difficoltà si calò per soccorrerli con la maschera antigas, che era si idonea per gli altri gas ma non per l'azoto.

L'azienda ha tentato anche di addossare la colpa sempre ai lavoratori per non aver rispettato il “permesso di lavoro” ma, come purtroppo è stato dimostrato tragicamente due anni dopo con la morte sempre in Saras del giovanissimo lavoratore Pierpaolo Pulvirenti, questo è uno strumento come altri solo formale e non di effettiva tutela della sicurezza.

Questa tragedia tolse la speranza di un lavoro dignitoso e sicuro ai circa 2.000 lavoratori metalmeccanici che operavano nelle manutenzioni in Saras e con loro le intere comunità del territorio; la volontà della Fiom - del suo gruppo dirigente nazionale e territoriale, del segretario generale Mariano Carboni con il sostegno della professionalità dell'avvocato Carlo Amat - con la costituzione parte civile e respingendo ogni pressione aziendale, ha contribuito all'accertamento delle responsabilità della Saras e riaffermato l'idea che si può anche lavorare in sicurezza.

La decisione di non utilizzare i 25.000 euro per l'attività della Fiom ma di metterli a disposizione della comunità e del territorio è la riconferma dell'idea della “coalizione sociale” cioè di un sindacato generale che non difende solo i lavoratori del proprio settore ma li riunifica con i bisogni e le esigenze di quelli che sono senza lavoro, con i precari e i giovani.

L'insegnamento da trarre da questa vicenda è solo una: non avere paura di fronte a tragedie come queste a procedere con la costituzione parte civile per richiedere un rispetto rigoroso delle procedure di sicurezza perché un lavoratore è prima di tutto una persona.

 

La Fiom è il sindacato delle lavoratrici e lavoratori metalmeccanici della Cgil

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