Sabato, 10 Dicembre 2022

ZOOM. Articoli e commenti

Il lavoro, la tecnica, il sapere, la competizione globale, e il futuro della Cgil

Registro questa conversazione con il segretario generale della Fiom-Cgil Michele De Palma all’indomani della presentazione in Parlamento del Rapporto dell’Inail sugli incidenti mortali sul lavoro. È da questi dati relativi a oltre 1300 morti sul lavoro nel solo 2021 e dalla consapevolezza ormai devastante e diffusa di un lavoro talmente povero e sfruttato che in tanti casi non risolve né l’indigenza e neppure il ricatto. Per quanto la Costituzione ci dica che il lavoro è un diritto e per quanto noi siamo consapevoli che la nostra è una civiltà del lavoro, davvero la questione della qualità della condizione lavorativa è diventata epocale, almeno nel nostro Paese. E la precarietà è divenuta una vera e propria condizione esistenziale soprattutto per le nuove generazioni.

Intanto, l’espressione che io utilizzerei è che siamo immersi nella inciviltà del lavoro. Infortuni mortali, la condizione di precarietà e la condizione ci dicono che siamo alla conclusione di un ciclo, la coincidenza tra la fine del Novecento e la fine della storia, dibattito alimentato da Rifkin e Fukuyama. Il punto è che spesso quando si ragiona di lavoro, lo si fa in astratto, come se vi fosse un lavoro separato dalle persone che lavorano, dal fatto che vi sono generi diversi di lavoratori, donne e uomini, dal fatto che vi sono generazioni diverse. Vi è stata una vera e propria aggressione contro le persone che lavorano. Questa disumanizzazione del lavoro porta al fatto che negli ultimi anni abbiamo investito ingenti risorse pubbliche, ad esempio nella digitalizzazione della fabbrica, mettendo al centro la valorizzazione finanziaria del servizio più che del prodotto. Siamo in un Paese senza Stato e senza capitalisti, a differenza di altri Paesi europei, dove negli anni in cui si è realizzata l’Unione, è stata salvaguardata la struttura industriale e la sua proprietà. Siamo un Paese che ha messo tutto sul mercato.

La fine dello Stato imprenditore in Italia, dunque, coincide con la fine del capitalismo produttivo.

Ciò che succede è che da un lato lo Stato arretra e dall’altro i capitalisti capitalizzano da un punto di vista finanziario. È qui l’elemento di diversità con gli altri Paesi europei. Questo processo è stato narrato in Italia come il precipitato storico della costruzione europea, mentre al contrario Francia e Germania, tra gli altri, conservavano struttura industriale nazionale e proprietà degli asset strategici. Così in Italia si procedeva verso la spersonalizzazione del lavoro. Ne è un esempio l’applicazione delle condizionalità sulle risorse del Pnrr. Facciamo un esempio, il 100%: edilizia, bolla creditizia, speculazione, fino al punto di inchieste penali, condizioni di lavoro. A condizioni di lavoro buono, non solo contrattualmente, coincidono qualità e valore del lavoro. Ma c’è anche il Jobs act, che ha dato risorse alle imprese per favorire meccanismi di stabilizzazione dei rapporti di lavoro mentre poi siamo l’unico Paese che, paradossalmente crea le agenzie di lavoro somministrato che alimentano il precariato con gli staff leasing con risorse pubbliche. Altro esempio, nell’industria alti salari garantiscono investimenti e una migliore qualità del lavoro, ma non ovunque. Tra Piemonte, Emilia-Romagna e Campania compaiono differenze enormi e sono la dimostrazione evidente di come sia squilibrato il nostro sistema industriale. Il contratto collettivo specifico della Fiat, in cui viene proposto lo scambio tra occupazione, investimenti e diritti della contrattazione di secondo livello, ergo contratto unico specifico al di fuori del contratto nazionale ha come risultato dodici anni di ammortizzatori sociali e zero investimenti. In Emilia-Romagna la contrattazione di secondo livello della filiera produttiva ha prodotto salari significativi, riduzione dell’orario di lavoro, investimenti da parte delle imprese. In Campania la situazione è drammatica ed è determinata da un processo di desertificazione industriale, come avviene nello stabilimento di Pomigliano. Ciò ci dice che la contrattazione del sindacato e il lavoro dei lavoratori e il riconoscimento del valore del lavoro sono fattori economici di leva per l’intero sistema economico e per la sovranità del sistema industriale.

Possiamo dire che nel Novecento e in parte degli anni Duemila, il processo di sindacalizzazione e di contrattualizzazione ha agevolato la mediazione tra capitale e lavoro, per poi in Italia drammaticamente ritirarsi per l’assenza di capitalisti di dimensione internazionale?

Aggiungo a questa tua valutazione, che la finanziarizzazione dell’economia – come la interpretò, ad esempio, Luciano Gallino – rompe il patto tra capitale e lavoro. Quando non ci sono le condizioni per i lavoratori di poter avere la libertà di potersi definire come soggettività in conflitto con il capitale ciò che si determina è l’apertura di una crisi dalla quale non v’è via d’uscita. In questo momento la situazione drammatica è che in assenza di conflitto non si riesce a vedere la strada di uscita dalla situazione di crisi dentro la quale siamo. Infatti, la percezione che abbiamo noi in questo momento, ma anche in relazione all’autunno prossimo, è che ci sono due strade su cui la soggettività sindacale dovrà fare una riflessione. C’è una rabbia che monta, che può assumere due dimensioni: una è quella costituzionalmente riconosciuta, tutti insieme nel conflitto sociale democratico, e dall’altra parte c’è la dimensione dell’odio, sulla quale qualcuno sta investendo proprio in questa campagna elettorale. Penso alle nuove generazioni, penso a coloro che hanno un salario che un tempo generava sicurezza e che invece oggi è messo in crisi dall’inflazione e dalla disoccupazione diffusa, penso a coloro che si avvicinano all’età della pensione per vedersela poi allungare per legge. La politica è afona e non fa neppure la fatica di confrontarsi con i soggetti rappresentativi del mondo lavoro.

Queste specificità tutte italiane non possono però farci dimenticare la nuova globalizzazione e le nuove competizioni geopolitiche per l’egemonia sui nuovi prodotti, dai chip alla microelettronica, dalle miniere di cobalto al litio. E mentre nel mondo si combattono guerre commerciali per il dominio degli elementi costitutivi della nuova produzione materiale, in Italia imperversano dibattiti e scelte politiche impegnati su altri fronti, dal reddito di cittadinanza al salario minimo. Che ne pensi?

Vorrei intanto mettere in fila questi tre strumenti: reddito di cittadinanza, salario minimo e politiche industriali. Un Paese che vuole guardare al futuro non può pensare che l’uno sostituisca l’altro. Siamo un Paese che agisce su emergenze e che non impara dalle crisi. Basta pensare agli effetti della pandemia. Il punto è che presi separatamente e per spot è del tutto evidente che non stanno dentro una visione, perché in politica ciascuno racconta una propria verità e la politica non è l’effetto di una volontà comune, superando conflitti e punti di vista diversi, per una ragione, perché si alternano verità accompagnate da straordinarie campagne pubblicitarie e demagogiche. Andiamo per trend. Avevamo abolito la povertà, abbiamo decretato la dignità, ma al dunque di entrambe le questioni né la povertà è stata abolita, come ci dice l’Istat, né abbiamo offerto dignità con un decreto legge. Qual è il problema? Gli strumenti e la capacità di spesa dovrebbero essere adottati mediante una visione del Paese. Per fare la transizione ecologica e digitale c’è bisogno dell’industria, ma il punto è che l’industria è completamente saltata da qualunque scelta politica. È saltata l’industria come produzione di merci e di servizi. L’industria è insieme software e produzione materiale. Senza la centralità dell’industria non c’è sviluppo di un Paese e anche della sua transizione. Il dunque poi è che beni e servizi occorre acquistarli all’estero, non si generano all’interno.

E l’assenza di una centralità del sistema produttivo industriale genera subalternità nei confronti della produzione di altri Paesi…

Infatti, è la vicenda di una parte consistente della nostra filiera industriale del nord, dal Veneto alla Lombardia all’Emilia-Romagna, che dipende in modo diretto dalla filiera dell’assemblaggio tedesca. E se va in crisi l’una va in crisi l’altra. Allora occorre ripartire da alcuni pilastri. C’è un processo che Giuseppe Berta aveva individuato alcuni anni fa di continentalizzazione della produzione e dei mercati. Egli aveva compreso che il processo di globalizzazione sarebbe andato in crisi e il segnale della crisi era chiaramente la vicenda dell’automotive, poiché quest’ultimo, con l’industria militare, è la madre di tutte le politiche industriali. Ora, viaggiando in Europa, ho l’impressione che quel meccanismo di continentalizzazione stia portando ad una drammatica competizione tra i Paesi europei, non ad una maggiore cooperazione. Ed è paradossale. L’Unione europea nasce nel secondo dopoguerra come accordo commerciale (la Ceca) per eliminare le cause stesse economiche che scatenarono la guerra. E a che punto siamo oggi? Competiamo sull’energia, competiamo sull’automotive, competiamo sugli armamenti rischiando che la stessa Europa salti. È per questo che non credo alla somma delle politiche industriali nazionali dentro una cornice europea. Credo invece al fatto – ed è un salto di qualità del sindacato – che c’è un piano di vertenzialità salariale, fiscale e industriale che travalica i confini nazionali. L’Europa si rimette insieme se rimette insieme i lavoratori.

Condivido molto questa analisi. Il destino dell’Europa è nelle mani delle scelte politiche nazionali, che però hanno obiettivi decisamente diversi da quelli espressi da centinaia di milioni di lavoratori e lavoratrici europei. Ne sono la dimostrazione l’intenzione del presidente Macron di rinazionalizzare l’Edf, ovvero il cuore stesso dei processi energetici francesi e la decisione del governo Scholz in Germania di destinare qualcosa come 100 miliardi per sviluppare l’industria degli armamenti. Insomma, l’Europa che abbiamo dinanzi è sempre più quella dei nazionalismi. Ma se è davvero così, gli Stati ad elevato debito pubblico, ad elevata inflazione e con Pil sostanzialmente fermo, come l’Italia o la Grecia, correranno rischi molto seri. Soprattutto perché sono gli stessi Stati che hanno investito pochissimo in ricerca, mentre la Cina diventava il campione della ricerca scientifica. E la ricerca pubblica è il cuore dello sviluppo, poiché risponde alla caduta tendenziale del saggio di profitto, secondo la lezione di Marx.

Ciò ci induce a mettere in comparazione quanto è accaduto in questi anni nei nostri sistemi occidentali e in quelli orientali. È evidente che questi ultimi sono stati capaci di sussumere la capacità di ricerca e sviluppo che noi avevamo. Ci siamo auto narrati che la Cina sapeva solo copiare gli elementi di innovazione produttiva. Oggi invece sappiamo che la Cina non solo non copia ma è un driver fondamentale anche per una parte importante per la ricerca e lo sviluppo, anche di carattere industriale. Oggi siamo noi, e lo dico per il nostro sistema industriale, che dobbiamo acquisire tecnologie che vengono realizzate in Cina, e anche modelli di business che vengono realizzati in Cina. La situazione è completamente capovolta, ma il dibattito pubblico su questo tema non c’è. Il problema che noi abbiamo è che pensiamo ancora di essere in un mondo con una gerarchia che però non esiste più. E se non assumiamo la consapevolezza del fatto che questa gerarchia non esiste più non possiamo certo guardare quel modello economico dall’alto verso il basso. Ma in quel modello economico c’è un problema di fondo, lo sfruttamento del lavoro. E se lo guardo dal punto di vista del lavoro, noi siamo perdenti in Occidente e perdenti in Oriente. Ma è anche questa la ragione per la quale nei grandi Stati produttori occidentali di automobili si stanno aprendo autonome produzioni di microprocessori. Il futuro è nei microprocessori. Come ci raccontava un delegato di STMicroelectronics, la Fiat Uno montava una centralina, nelle auto di oggi si montano 4mila semiconduttori in uno spazio ridotto. Tutti stanno facendo un processo di verticalizzazione: Volkswagen sceglie di aprire una fabbrica di semiconduttori, la Francia fa lo stesso, mentre in Italia abbiamo al STMicroelectronics che produce semiconduttori per la Tesla.

Siamo al termine di questa lunga conversazione, all’ultima riflessione. Ti propongo un tema squisitamente trentiniano: la conoscenza è libertà ed emancipazione, ma l’analfabetismo di ritorno impone qualche forma di formazione per la vita lavorativa. Che ne pensi?

L’impresa sa e fa formazione, ed è titolare della formazione. Abbiamo provato col contratto precedente di articolare la formazione come diritto soggettivo di lavoratrici e lavoratori. Nelle aziende dove la formazione si faceva, il contratto ha comunque confermato che essa, attraverso le 24 ore, non veniva interrotta. Nelle aziende dove la formazione non si faceva, si fa fatica ad affermare la formazione come diritto soggetto di chi lavora. E si fa fatica a contrattare quel tipo di formazione. Insomma, siamo dinanzi ad una segmentazione dell’acceso al diritto alla formazione: dove ci sono ambiti dell’organizzazione aziendale dove l’azienda ha la necessità di sviluppare percorsi formativi di cui detiene elementi di conoscenza che mette a disposizione. Nei luoghi della produzione, la formazione non è considerata un investimento, e là occorre combattere per ottenere spazi formativi. C’è infine un’altra questione, quella della formazione sindacale, uno dei punti più delicati in assoluto, perché richiama il tema della confederalità, di un sapere comune, di uno scambio tra le categorie. Credo che una maggiore riflessione su questo tipo di formazione sindacale debba essere al centro delle nostre iniziative. Permettimi però di chiudere con un invito: vorrei una maggiore attenzione e una relazione più stretta della Cgil verso le nuove generazioni, verso i loro bisogni, verso le loro idee. Abbiamo tanto da imparare da loro. Non vanno lasciate sole.

 

Intervista al segretario generale della Fiom-Cgil Michele De Palma a cura di Pino Salerno, pubblicata su articolo33.it l'8 settembre 2022

La Fiom è il sindacato delle lavoratrici e lavoratori metalmeccanici della Cgil

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