Giovedì, 21 Novembre 2019

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Cile: l’ottobre della dignità

In fondo ce lo aspettavamo che prima o poi sarebbe successo, solo non sapevamo quando. Perché la rivolta sociale cilena stava covando da tempo, ribollendo come in una pentola a pressione che in maniera sempre più chiara aveva dato segnali di cedimento durante l’ultimo decennio: le grandi proteste studentesche del 2006 e 2011 per l’educazione pubblica, la nascita del movimento “No + AFP” per la riforma strutturale del sistema pensionistico cileno a partire del 2016, il potente movimento femminista del 2018 con la sua critica radicale al patriarcato e alla divisione del lavoro capitalista, per citare solo alcuni degli episodi più significativi. Poi la pentola é esplosa, e al momento non si sa bene come possa evolvere la situazione.

No son 30 pesos, son 30 años”

Lunedì 6 ottobre entrano in vigore i nuovi prezzi del trasporto pubblico di Santiago che impongono un aumento del biglietto della metropolitana di 30 pesos (circa 4 centesimi di euro). Il prezzo di un viaggio in orario di punta raggiunge così gli 830 pesos (circa 1 euro). Da quella data gli eventi sono precipitati in maniera sempre più vertiginosa. Attualmente, al 4 novembre, la situazione non accenna a normalizzarsi: le manifestazioni si susseguono a Santiago come in tantissime altre città del paese, incuranti dei tentativi del governo di provare ad accontentare le masse con timide concessioni. Tutto ciò nella tetra cornice di una violentissima repressione dell’esercito e dei carabinieri accusati di omicidi, violenze sessuali, torture assieme ad un mare di arresti e di manifestanti mandati all’ospedale[1].

Come mai un aumento così esiguo della tariffa della metro ha potuto scatenare una rivolta sociale di tale virulenza, che interessa tutto il territorio nazionale ed unisce giovani ed anziani, donne e uomini, studenti e lavoratori?

Uno degli inni della rivolta è “el baile de los que sobran” (il ballo dei superflui), canzone de Los Prisoneros, banda musicale proletaria e ribelle che nel 1986, in pieno periodo dittatoriale, si scagliava contro un sistema educativo che condannava i figli dei lavoratori cileni alla disoccupazione o allo sfruttamento di fabbrica. Erano “i superflui”, “gli avanzi” di un modello esclusivo e disuguale, coloro che non avevano nel loro destino “allori e futuro” ma l’unica prospettiva di vivere segregati nelle periferie e nella precarietà. Trentatre anni dopo la situazione continua maledettamente uguale.

Durante gli ultimi tre decenni il Cile ha vissuto profonde contraddizioni. La transizione pacifica e negoziata con cui il paese ha recuperato la democrazia (1988-1990), si è sostenuta negli anni a seguire su di una rappresentazione che evidenziava i progressi ottenuti in materia di lotta alla povertà e di crescita economica, e che profilava il paese come il “giaguaro” dell’America Latina. Il presidente Sebastián Piñera solo poche settimane fa sosteneva che nel convulso contesto latinoamericano il Cile è “un’ oasi”, con una democrazia stabile e un economia in crescita che genera occupazione e aumenti salariali[2].

Questo discorso, tuttavia, nascondeva una realtà molto più dolorosa e complessa. Il Cile é un paese profondamente diseguale con una concentrazione della ricchezza e del potere grossolana, tanto che nel novero dei paesi OCSE è il paese con il livello più alto di disuguaglianza[3].

L’1% della popolazione concentra il 33% redditi totali del paese[4]; il 2% più ricco della popolazione é tanto ricco quanto il 2% più ricco in Germania; 1.800 persone (lo 0,01% più ricco del paese) guadagnano circa 720.000 euro al mese a testa[5]. In sintesi, una piccolissima parte del paese vive livelli di benessere economico assimilabile ai paesi europei più avanzati o agli sceicchi del Qatar. Ma il resto della popolazione?

In Cile il 50% dei lavoratori guadagna meno di 500 euro anche se, come scrive Le Monde, il costo della vita equivale a quello di un paese europeo[6]; un lavoratore su tre lavora in condizione di informalità, cioè senza contratto o senza essere coperto da garanzie sanitarie e di previdenza sociale[7]; il 5% delle persone di minor reddito è povero tanto quanto il 5% più povero della Mongolia[8]. In questo contesto le famiglie sono costrette a ricorrere all’indebitamento sistematico per vivere: il Cile registra più di 11 milioni di persone indebitate (su una popolazione totale di circa 18 milioni), e i debiti rappresentano il 74% del reddito delle famiglie[9].

A tutto ciò si aggiunge un vertiginoso aumento della sfiducia verso le elites economiche e le principali istituzioni del paese a causa di numerosi casi di collusione che hanno interessato il settore farmaceutico (2007-08), avicolo (2016), della carta igienica (2014), a cui si sommano casi di corruzione politica e giudiziaria (2019), negli apparati della polizia (2018) e dell’esercito (2019)[10].

Fin da subito, quindi, le piazze hanno chiarito che non si tratta semplicemente dei 30 pesos della metro, ma di fare i conti con i 30 anni precedenti. La rivolta cilena in realtà mette in questione il grande nodo irrisolto dalla transizione: il modello economico e sociale neoliberista imposto dalla dittatura di Augusto Pinochet.

Cile, il laboratorio del neoliberismo

Il Cile è l’esempio più fulgido e duraturo di applicazione delle ricette neoliberiste elaborate dai Chicago boys di Milton Friedman. Avendo a disposizione un corpo sociale brutalizzato e in stato di shock per la repressione seguita al golpe di Pinochet (1973), gli economisti di scuola neoliberale poterono operare scientificamente dissezionando e ricucendo, come in un laboratorio, i diversi ambiti della vita sociale, mercificandoli e restituendo così nelle mani del Capitale quel potere unilaterale che era stato messo in discussione dall’esperienza dell’Unidad Popular di Salvador Allende.

In materia di lavoro e relazioni industriali, per esempio, limitarono il diritto di sciopero e ridussero l’azione delle organizzazioni sindacali e della contrattazione collettiva al solo ambito dell’impresa, essendo negata la possibilità di stipulare contratti nazionali di categoria. Rispetto alle pensioni, si installò un sistema di capitalizzazione individuale gestito da imprese private, le “Administradoras de Fondos de Pensiones” (AFP) che raccolgono le imposizioni mensili dei lavoratori (13% del salario lordo) per investirle nei mercati finanziari internazionali e nelle grandi imprese nazionali (banche, retail, immobiliarie, etc.) ottenendo profitti stratosferici. Le AFP erogano tuttavia pensioni da fame: nel 2018 la metà dei pensionati ha ricevuto una pensione inferiore a 170 euro mensili[11]. Nella sanità, si è lasciato campo libero alle assicurazioni private (ISAPRE), che garantiscono ai propri affiliati prestazioni che variano a seconda del loro grado di rischio (castigando così i soggetti più “rischiosi”, come donne e anziani), e alle cliniche ed ambulatori privati la cui qualità è direttamente proporzionale alle somme di denaro sborsate dai clienti. Nell’ambito dell’educazione, ugualmente, lo Stato ha ridotto il proprio raggio d’azione, concentrandosi nel sussidiare istituzioni private e generando un sistema educativo altamente stratificato e segregato in cui la qualità è direttamente proporzionale alle somme di denaro sborsate dalle famiglie e dagli studenti.

La dittatura, in poche parole, ha installato ciò che David Harvey definisce come “accumulazione capitalista via privazione”[12], per cui la mercificazione dei diritti sociali garantisce ingenti profitti per pochi e miseria e precarietà per molti. E ora i molti hanno deciso che é ora di darci un taglio.

La rabbia degli studenti che devono indebitarsi per studiare si è saldata con la frustrazione dei padri che lavorano tanto e guadagnano male e la disperazione dei nonni che ricevono pensioni da fame, scatenando un fermento intergenerazionale che reclama dignità e semina indignazione verso coloro che fanno profitti sulle loro spalle. Nelle piazze, nelle barricate, nelle assemblee territoriali che spuntano come funghi dopo la pioggia, queste generazioni hanno cominciato a raccontarsi storie di comune esclusione e a riconoscersi in una condizione sociale di classe che per decenni era stata occultata dai richiami individualisti del modello. In questi giorni non ne vogliono sapere di tornare alla normalità perché, dicono, “la normalità era il problema”. La lotta della classe lavoratrice cilena del XXI secolo comincia ora e, anche se non se ne intravede uno sviluppo chiaro, lancia un messaggio a tutti coloro che sono stati travolti dall’onda neoliberista: l’azione collettiva è possibile e durerà, come urlano le piazze e i muri in questi giorni, “fino a che la dignità non sia un’abitudine”.

[1] Dati aggiornati al 1 novembre dell’Istituto Nazionale dei Diritti Umani (INDH): https://twitter.com/inddhh/status/1190477033694015488)

[4] In Italia l’1% concentra il 9% dei redditi totali del paese. Dati della Banca Mondiale in www.fundacionsol.cl

[5] I dati citati nel paragrafo sono presi da: www.fundacionsol.cl

[12] https://socialistregister.com/index.php/srv/article/view/5811/2707

* Storico, attualmente svolge attività di ricerca e formazione sui temi delle relazioni industriali e della partecipazione dei lavoratori in materia di salute e sicurezza nella Facoltà Latinoamericana di Scienze Sociali (FLACSO Chile), Programa TEES.

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