Martedì, 10 Dicembre 2019

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100 miliardi da “recuperare” e una nuova politica industriale

L’esperienza di governo M5S-Lega non ha spostato la traiettoria dell’economia italiana. Difatti, la manovra per il 2019, tutta concentrata su trasferimenti sociali e spesa corrente, non ha affrontato il tema del ristagno della competitività italiana e il contributo che essa ha dato alla crescita può essere stimato nel limite dello 0,3% del pil (Realfonzo e Viscione 2019). Non stupisce pertanto che - in un quadro internazionale teso, in cui anche l’industria tedesca è in difficoltà - il gap del Paese rispetto alle aree centrali d’Europa abbia continuato ad ampliarsi (rispetto al 2007 il contributo italiano al pil dell’eurozona si è ridotto dal 17,5% al 15,5%). Non stupisce quindi che le previsioni di crescita per il 2019 siano appena superiori allo zero, con il Mezzogiorno in recessione (-0,3%, la previsione Svimez).

Di positivo c’è che il nuovo governo sembra nascere sotto una stella diversa, anche sui temi di politica economica. Sembra esserci consapevolezza della necessità di mettere da parte la stagione dell’austerità e lavorare pazientemente in Europa per ridefinire le regole di finanza pubblica (così si sono espressi il Presidente della Repubblica e il Presidente del Consiglio). Al tempo stesso, le condizioni per un lavoro in questa direzione potrebbero schiudersi, come lasciano sperare l’accoglienza positiva del governo in Europa, la presenza di un commissario italiano agli affari economici nella nuova Commissione, e alcune aperture alle politiche fiscali espansive conseguenti alle difficoltà dell’industria tedesca.

Alcune prime dichiarazioni sulle misure da adottare sono interessanti, come la determinazione a evitare l’incremento IVA (sterilizzando la famigerata clausola di salvaguardia) e la volontà di ridurre il cuneo fiscale per favorire la crescita del reddito disponibile dei lavoratori. Si tratta di due misure socialmente rilevanti a sostegno dei consumi. La manovra per il 2020 potrebbe trovare spazi di agibilità per realizzare questi obiettivi anche grazie ai risparmi di spesa relativi al reddito di cittadinanza e a quota 100, a una revisione delle tax expenditures, al diminuito costo del debito pubblico e ai margini di flessibilità da ottenere in Europa.

Il sottoinvestimento pubblico, lascito drammatico dell’austerità

E tuttavia una manovra che poggiasse esclusivamente su queste leve non introdurrebbe la discontinuità di cui ha bisogno il Paese per riguadagnare terreno rispetto al resto dell’eurozona. Infatti, senza una nuova stagione di politiche industriali corroborate da un robusto piano di investimenti pubblici, che dovrebbe prendere avvio già nel 2020, il Paese non potrà efficacemente rilanciare la sua competitività e riprendere un sentiero di crescita apprezzabile. Il punto è che il lascito delle politiche di austerità varate dopo la crisi (una successione di manovre in avanzo primario, con l’eccezione del solo 2009) in termini di sottofinanziamento degli investimenti pubblici è stato drammatico.

L’andamento degli investimenti pubblici in Italia, come percentuale del pil, nel confronto con l’Unione Europea nel suo insieme, per il periodo 2007-2018, segnala due aspetti da osservare con attenzione: il primo è che la quota del pil dedicata agli investimenti pubblici in Italia è sempre inferiore rispetto al resto d’Europa; il secondo è che la tendenza declinante (dopo il picco del 2009) è più spiccata in Italia e pertanto il divario si è ulteriormente accentuato. Infatti, nel 2007 gli investimenti pubblici italiani erano già inferiori alla media europea, per circa tre decimi di punto di pil (2,9% contro 3,2% della media EMU). Nel 2018 la distanza è raddoppiata, dal momento che il dato italiano si è ridotto al 2,1%, mentre il dato medio europeo è passato al 2,7%.

Nel confronto con i valori medi europei emerge dunque con chiarezza il sottofinanziamento italiano degli investimenti pubblici, che è si ripetuto sempre, accentuandosi, negli anni. Si badi bene, le differenze che emergono tra l’Italia e l’Europa sono molto rilevanti. Per quantificare il sottoinvestimento, misuriamo in valore assoluto quanto avrebbe dovuto essere la spesa per investimenti pubblici italiani se il Paese vi avesse dedicato la percentuale del pil media europea.

Il sottoinvestimento italiano tende a crescere nel tempo e solo nel 2018, per raggiungere la medesima quota europea degli investimenti sul pil, l’Italia avrebbe dovuto spendere 13miliardi e 400 milioni in più. Sommando i minori investimenti pubblici rispetto al resto d’Europa dal 2007 ad oggi otteniamo un risultato imbarazzante, pari a 104miliardi e novecento milioni. Nell’assenza di questi oltre 100 miliardi di euro di investimenti pubblici, in questa gigantesca sottocapitalizzazione pubblica, risiede l’eredità più drammatica delle politiche di austerità realizzate dopo la crisi del 2008.

Inutile dire che il confronto è ancora più desolante se prendiamo ad esempio i Paesi che hanno primeggiato negli investimenti pubblici, come la Francia. Per raggiungere il valore francese degli investimenti sul pil (il 3,4%) nel solo 2018 avremmo dovuto stanziare circa 23 miliardi di euro in più.

L’insufficienza nel sostegno del sistema produttivo trova conferma anche nel dato relativo agli aiuti alle imprese. Nel 2017 (ultimo anno per cui sono disponibili i dati) l’Italia a stento è riuscita a riportare gli aiuti alle imprese al livello del 2007, mentre la media dei paesi europei li ha raddoppiati e la Germania li ha addirittura triplicati. Per allinearsi al dato medio europeo nel solo 2017 l’Italia avrebbe dovuto spendere circa 5 miliardi in più.

 

Il deficit di competitività del sistema produttivo e infrastrutturale

I dati del sottoinvestimento pubblico spiegano in buona misura l’arretramento competitivo dell’economia italiana. E infatti, gli indicatori relativi allo stato di salute del nostro apparato produttivo mostrano che in questi anni vi è stata una rilevante distruzione di capacità produttiva. Le imprese del nostro Paese sono molto piccole, investono molto meno dei loro competitors europei in nuove tecnologie, formazione del personale, manodopera laureata e qualificata; inoltre, continuano a farla da padrone modelli di governance ispirati al capitalismo familiare, tante volte considerato un vanto del “made in Italy” ma che in realtà spesso rappresenta un elemento di debolezza. Contemporaneamente, l’apparato delle infrastrutture pubbliche materiali del nostro Paese (a iniziare dalla rete dei trasporti) mostra gravi segni di arretratezza e inadeguatezza manutentiva, e in uno stato peggiore versano le infrastrutture immateriali (si pensa allo scarso finanziamento dell’università e della ricerca oppure ai tempi della giustizia). Emerge in tutta evidenza la necessità di superare un modello di specializzazione produttiva fondato sulla compressione dei costi, che si è rivelato antiquato e inadeguato.

A questo scopo occorre lavorare a nuova stagione di politiche industriali e investimenti pubblici, da inaugurare già nel 2020. Le politiche industriali dovrebbero sostanziarsi in una strategia unitaria, sovraregionale, che prenda le mosse da una azione di rafforzamento amministrativo in tema di programmazione e realizzazione delle opere pubbliche. Una strategia da attuare mediante nuovi investimenti pubblici in infrastrutture materiali e immateriali a partire dal Mezzogiorno, dove si è osservato che gli effetti moltiplicativi della spesa per investimenti sono maggiori. A questo scopo occorrerebbero risorse significative, cominciare già nel 2020 a raggiungere il livello della spesa media europea in investimenti pubblici, per puntare nel futuro a recuperare il terreno perduto.

Tutto ciò significa che, in attesa dell’auspicata revisione dei vincoli europei, nel dialogo con la Commissione Europea non basterà spuntare qualche granello di flessibilità. E dunque occorrerebbe presentarsi da subito in Europa con un pacchetto di investimenti serio, inserito nell’alveo di una strategia organica di politica industriale, e chiedere lo scorporo di tali investimenti dal calcolo dei vincoli di finanza pubblica. Né bisognerà avere paura della spesa in deficit. Infatti, è ben noto che il moltiplicatore della spesa per investimenti è molto elevato e certamente maggiore di uno; e ciò significa che un incremento del deficit per finanziare investimenti non peggiora il rapporto debito/pil, dal momento che l’effetto espansivo sul pil supererà l’impatto negativo sul volume del debito.

*Dalla relazione introduttiva all’assemblea nazionale Fiom tenutasi a Pomigliano d’Arco il 13 settembre 2019, pubblicato su www.economiaepolitica.it

 

 

 

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La Fiom è il sindacato delle lavoratrici e lavoratori metalmeccanici della Cgil

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