Sabato, 19 Ottobre 2019

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No alla Costituzione post-democratica

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Voterò No alla consultazione referendaria sulle modifiche costituzionali. Condensare in un Si o in un No ragionamenti inevitabilmente complessi è sempre difficile, tanto più quando si tratta di riforma costituzionale.

La Costituzione è lo “specchio” di una nazione, di una comunità nazionale: è quella cosa in cui ti rifletti e ti riconosci anche quando passa il tempo e si appanna qualche tratto dell’identità originaria; è quella cosa in cui ti rifletti e ti riconosci, anche e soprattutto, quando gli eventi offuscano le ragioni dello stare insieme (la lezione degli anni di piombo, dell’attacco al cuore dello Stato) o quando si tratta di fronteggiare le sfide del presente e del futuro (dalle nuove minacce del terrorismo globale e, allo stesso tempo, molecolare; alle sollecitazioni in termini di accoglienza ed integrazione di chi scappa dalle guerre e dalla povertà).

Tutto questo non significa affatto che la Costituzione non possa essere modificata, non debba essere aggiornata: è previsto dalla Costituzione stessa; è già accaduto; è già stata respinta nel 2006 un’ipotesi di riordino e potrà di nuovo accadere in autunno, senza che questo comporti le catastrofi che Confindustria e tanti sostenitori delle ragioni del Si agitano irresponsabilmente.

Si può cambiare la Costituzione, ma non così, non come nel testo sottoposto a referendum.

Anche quando alcune premesse e alcune intenzioni siano condivise, la loro traduzione legislativa risulta, nel migliore dei casi, un pasticcio irricevibile.

La riforma affida alla sola Camera dei deputati il compito di concedere o non concedere la fiducia al governo, ma il bicameralismo perfetto non viene affatto superato e si trasforma in un bicameralismo imperfetto e, a tratti, irragionevole.

Il Senato diviene il luogo della rappresentanza di un ceto politico regionale considerato “irresponsabile”, a volte non senza ragioni, dagli stessi autori della riforma: cosa che fa sembrare ancora più irragionevole l’attribuzione dell’immunità parlamentare che la riforma prevede per i consiglieri regionali-senatori.

Il procedimento legislativo non viene semplificato; il divario tra regioni e statuto ordinario e regioni statuto speciale si dilata; le stesse modalità per l’elezione del Presidente della Repubblica (dal settimo scrutinio è sufficiente la maggioranza dei tre quinti dei votanti) e per il referendum risultano incoerenti con l’obiettivo dichiarato di rafforzare contrappesi e partecipazione.

Fin qui le ragioni strettamente di merito che mi convincono a votare No. Vi sono poi le ragioni, per così dire, “ideologiche”.

La “Costituzione post-democratica” è l’esito di uno dei fenomeni più diffusi e pericolosi che la crisi della rappresentanza è andata producendo in questi anni in Italia e nei sistemi politico-istituzionali dell’intero Occidente.

Essi hanno incorporato quote di demagogia e di populismo che non sono più considerate e percepite come una devianza, ma come un tratto costitutivo e costituente delle nuove élite, appunto post democratiche.

Riccardo Terzi, poco prima della sua scomparsa, scriveva: “la democrazia ha subìto uno strano destino: nata come l’irruzione delle energie vitali della società civile nello spazio della politica, sembra oggi capovolgersi nel suo opposto, in un rispetto solo formale ed astratto delle regole e delle procedure. Da forza di cambiamento diviene forza di conservazione, e ciò è il segno evidente della sua decadenza e del suo svuotamento. Occorrerebbe un grande lavoro di mediazione, di ricostruzione paziente dei fili di una comunicazione tra la sfera sociale, con il suo insopprimibile pluralismo, e la sfera istituzionale; ma, al contrario, si lavora per una sistematica distruzione di questi fili, e tutto il disegno delle riforme istituzionali, questo grande mito retorico intorno al quale ruota il dibattito pubblico da oltre vent’anni, non è altro che il tentativo di una estrema concentrazione del potere …”

La disintermediazione, il decidere in fretta, il decidere per il decidere, hanno bisogno di una cornice “costituzionale” e si portano sempre dietro un’idea di Stato minimo, che al massimo garantisca l’esercizio della proprietà privata ed assicuri il funzionamento del mercato, e un’idea di diritti minimi, sempre meno universali, nel lavoro come nella cittadinanza.

Non c’è bisogno, quindi, di alcuna forzatura per rintracciare il filo rosso che lega le ragioni delle nostre lotte per il lavoro e per i diritti (basti pensare alla proposta di Carta dei Diritti Universali del Lavoro) con quelle di un No alla riforma costituzionale. A questa riforma Costituzionale.

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