Venerdì, 20 Settembre 2019

ZOOM. Articoli e commenti

Le frontiere del precariato e le imprese dei voucher

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Il voucher viene spesso rappresentato come una forma contrattuale caratteristica di occupazioni “accessorie”, molto saltuarie, molto occasionali e molto marginali, quali quelle legate a talune attività agricole o di servizio alle famiglie (come piccole ristrutturazioni, ripetizioni, ecc.), dove il datore di lavoro sarebbe quasi sempre un privato cittadino o al massimo una piccola azienda. Ma non è proprio così, anzi. Non solo la maggior parte dei datori di lavoro è costituita da imprese extra-agricole ben strutturate, ma spiccano fra i protagonisti di questa assurda forma contrattuale attività economiche non esattamente marginali, fra cui anche quelle manifatturiere.

Nel 2014, anno in cui l’utilizzo dei voucher è letteralmente esploso, più di tre quarti delle ore retribuite con i voucher vedono come datore di lavoro imprese attive nei settori dell’industria e dei servizi: si tenga presente che nel 2015 i voucher sono ancora raddoppiati rispetto all’anno prima e la presenza delle imprese fra i datori si è ulteriormente accentuata. Negli anni immediatamente precedenti il 2014, quella percentuale era solo di una decina di punti percentuali più bassa. Fa eccezione solo l’epoca degli albori dei voucher, fra il 2008 e il 2009, quando lo stereotipo agricolo-familiare aveva una qualche validità. Ma fin da subito il voucher si è andato configurando di fatto come uno strumento utilizzato proprio dal sistema delle imprese.

Le imprese attive extra agricole che hanno utilizzato i voucher nel corso del 2014 sono state in tutto quasi 230 mila e hanno retribuito con questo strumento poco meno di 800 mila lavoratori, il 15% dei quali ha avuto rapporti con più di una impresa. I rapporti di lavoro (identificati dalla coppia lavoratore-datore) sono stati pertanto circa 900 mila e hanno generato 46 milioni di ore retribuite, cioè una cinquantina di ore in media l’anno per ogni rapporto. E’ vero che più di metà di queste imprese operano nel commercio, nella ricezione turistica e nella ristorazione, ma sono comunque circa 26 mila quelle attive nell’industria in senso stretto, un numero più elevato delle 16 mila che si collocano nel settore delle costruzioni: altre 56 mila imprese sono forniscono servizi alle famiglie e alle imprese.

Le imprese metalmeccaniche che hanno fatto ricorso ai voucher nel 2014 sono circa 11 mila e impiegano in tutto 150 mila dipendenti di ruolo: ad esse sono riconducibili altri 24 mila rapporti di lavoro voucher con 2,5 milioni di ore retribuite, corrispondenti a quasi la metà dei 6 milioni di ore retribuite con voucher nel complesso dei settori dell’industria in senso stretto. Non sono solamente imprese piccole: anzi, la loro dimensione media (14 dipendenti per impresa) è una volta e mezzo quella di tutto il comparto. Sembra dunque che lo strumento abbia attratto imprese un po’ più grandi e strutturate. Mentre il grosso dell’utilizzo dei voucher è concentrato nelle imprese dai tre ai 50 dipendenti, sono comunque ben 500 le imprese metalmeccaniche con almeno 50 dipendenti che hanno utilizzato i voucher nel 2014, una cinquantina delle quali avevano più di 250 dipendenti. Se si escludono la metallurgia e i mezzi di trasporto, dove il ricorso ai voucher è stato un po’ più contenuto, si può dire che fra il sette e l’otto per cento delle imprese metalmeccaniche ha fatto ricorso a questo strumento. In media sono state retribuite con voucher circa 17 ore in media per ciascun dipendente regolare delle imprese che hanno utilizzato questo strumento.

Una delle caratteristiche che distinguono le modalità di utilizzo dei voucher da parte delle imprese metalmeccaniche è data dalla relativa intensità dei rapporti di lavoro. In media tali rapporti hanno infatti superato le 100 ore l’anno, più del doppio dunque rispetto a quanto avvenuto ad esempio nell’industria alimentare (altro comparto industriale che ha utilizzato in maniera sostenuta lo strumento). Nei settori dei servizi, in particolare nelle attività di ricezione e ristorazione, l’entità delle ore retribuite è molto più bassa segno di una minore specializzazione o più probabilmente di una maggiore propensione delle imprese a usare il voucher per coprire, retribuendo solo poche ore, prestazioni lavorative in buona parte al nero. Da notare inoltre l’età di questi lavoratori: i voucher metalmeccanici sono per tre quarti uomini e hanno in media 40 anni, anche perché i rapporti di lavoro che coinvolgono lavoratori che hanno superato i 50 anni sono di più di quelli con lavoratori sotto i 25 anni. E’ un po’ questa la caratteristica che connota l’utilizzo dei voucher in tutto il comparto manifatturiero. Nei servizi l’età media è infatti di una decina di anni più bassa e la quota dei più giovani è decisamente più sostenuta. Le caratteristiche di genere seguono invece quelle che connotano l’occupazione dipendente dei singoli comparti: si ha una maggiore incidenza di donne nel tessile-abbigliamento e nel settore alimentare, oltre che nei servizi alle famiglie.

Tornando al complesso dei settori di industria e servizi, le oltre tremila imprese con più di 50 dipendenti utilizzatrici di voucher hanno intrattenuto con questo strumento oltre 60 mila rapporti di lavoro e hanno retribuito più di cinque milioni di ore. Il loro peso in termini di ore è sostanzialmente analogo a quello delle 70 mila microimprese senza dipendenti che hanno usato i voucher. E tanto per chiarire che non si tratta solo di frattaglie e microimprese, oltre la metà delle ore retribuite con voucher (24 milioni di ore) sono riconducibili a società di capitali, imprese dunque strutturate anche dal punto di vista della forma giuridica, mentre le imprese individuali esprimono meno di 10 milioni di ore.

E’ chiaro che se traduciamo le ore retribuite con voucher in occupati a tempo pieno, la realtà si sgonfia assai. Se ipotizziamo per un occupato a tempo pieno un impegno lavorativo effettivo di 1.500 ore all’anno (sono in realtà più di 1.600 in media per i metalmeccanici), i 46 milioni di ore retribuite con voucher dalle imprese di industria e servizi equivalgono a poco più di 30 mila occupati regolari a tempo pieno. I due milioni e mezzo di ore di voucher metalmeccanici si riducono a 1.600 tempi pieni regolari, poco più dell’1% dei dipendenti metalmeccanici. Il punto è che quelle sono le ore retribuite in chiaro, mentre il voucher è lo strumento adatto a retribuire in nero con la copertura previdenziale e infortunistica garantita. Per ogni ora retribuita quante ore lavorate effettive ci sono? Due, tre, cinque, dieci? Quei numeri salgono, e ciò grazie al lavoro grigio (le ore lavorate in nero da posizioni lavorative formalmente regolari). Non a caso i voucher sono come una droga, attirano e creano dipendenza: due terzi delle imprese che li provano continuano infatti a usarli anche l’anno successivo, anzi aumentano le dosi. Come dar loro torto? Furono introdotti nel 2003 proprio con la scusa di fare emergere il lavoro nero, racimolando un po’ di contributi dagli evasori più timorosi e offrendo in cambio coperture, principalmente Inail, e meno diritti per chi lavora. Qualcuno ha idea se questo scambio sia convenuto?

 

PS: Per interessanti analisi della evoluzione normativa e quantitativa dei voucher si vedano fra gli altri:

http://www.inps.it/docallegati/DatiEBilanci/lavoro%20accessorio/Documents/VOUCHER_Presentazione.pdf

http://www.inps.it/docallegati/DatiEBilanci/lavoro%20accessorio/Documents/VOUCHER_Dossier.pdf

http://www.lavoro.gov.it/priorita/Documents/Report%20Voucher%20Lavoro%20Accessorio.pdf

La Fiom è il sindacato delle lavoratrici e lavoratori metalmeccanici della Cgil

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