Domenica, 17 Novembre 2019

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Cara Ericsson, non sono una lavoratrice usa e getta

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Sono nata a Marcianise, in una provincia dove il lavoro femminile è sempre stato al limite dell’illusione.

Si può capire quindi la mia felicità quando, nel giugno del 1996, sono stata assunta dalla Marconi Sud, nello stabilimento aperto due anni prima e che produceva apparati elettronici per le telecomunicazioni. La mia prima mansione in azienda è stata quella di riparatrice Ict, ma ben presto in azienda viene impiantato un nuovo reparto – la cosiddetta “camera bianca” – per la realizzazione della fibra ottica, il futuro. Con tanto entusiasmo e tanta volontà imparo il nuovo lavoro.

Ma dopo qualche anno di lavoro a contatto con nichel, stagno e resina e gli altri prodotti di questa lavorazione mi si manifesta una forte reazione allergica alle mani e il medico dell’azienda attesta la mia non idoneità alle lavorazioni in reparti di produzione. Non mi abbatto. Vengo ricollocata all’ufficio acquisti, dove ricomincio, con il mio solito impegno ed entusiasmo, a imparare cose nuove. Il mio lavoro ora è completamente cambiato, imparo a usare il sistema Sap per la pianificazione e la gestione delle risorse e mi viene attribuita la mansione di “buyer” raggiungendo il quinto livello da impiegata. Il mio impegno, nel passaggio da una mansione all’altra, è sempre rimasto immutato, lavorando con volontà dall’inizio alla fine della giornata. E non cambia neanche quando, nel 2008, lo stabilimento dove lavoro viene acquistato dalla grande multinazionale svedese Ericsson, nella quale continuo a fare esattamente quello che facevo prima. Ma a settembre del 2012 qualcosa cambia. Dopo un accordo di “polifunzionalità”, vengo chiamata da quello che da soli due mesi era il mio responsabile diretto il quale mi informa che da lì a qualche settimana sarei dovuta ritornare “in produzione”, nonostante un certificato di esenzione per problemi di salute.

Da quel momento mi è accaduto di tutto. I responsabili non credevano ai miei problemi di allergia e venivo continuamente controllata. Mi hanno dato dei guanti che però mi impedivano una normale attività lavorativa. Dopo 3 mesi, quando hanno capito l’impossibilità nell’andare avanti in quel modo sono stata spostata al reparto “ingegneria e qualità” ma senza avere un’attività da svolgere e facendomi fare il turno di notte, da sola in un ufficio con 22 scrivanie vuote. Ho stretto i denti e sono andata avanti. Dopo 3 mesi mi riportano al turno centrale, ma non avendo nessuna attività da farmi fare mi mettono in cassa integrazione: 25 settimane di cassa straordinaria e due collettive.

Sono stati 16 mesi dolorosi per me, al termine dei quali i responsabili mi invitano a chiedere l’incentivo aziendale e andare via perché la mia attività di lì a poco sarebbe finita, ignorando forse che già da 2 anni io in pratica non lavoravo, subendo tutto questo e soprattutto facendomi mancare quella che sento un mio diritto: la dignità del lavoro. Arriviamo ai nostri giorni. Non accetto l’incentivo, decido di rimanere in azienda. A giugno dell’anno scorso vengo spostata alla logistica, buttando giù il boccone amaro del demansionamento per la paura di perdere il lavoro. E qualche settimana fa arriva la notizia che Ericsson ci vuole vendere, cedendo il “ramo d’azienda” alla Jabil, una multinazionale americana che in Italia ha già comprato stabilimenti che poi ha chiuso e che ha uno stabilimento a Marcianise, di fronte al nostro, dove solo pochi mesi fa ha dichiarato centinaia di esuberi.

Ma noi non accetteremo passivamente, tutti noi 435 dipendenti della Ericsson di Marcianise lotteremo con tutte le nostre forze per continuare a vedere nella nostra terra non quella “dei fuochi”, ma la “terra del lavoro”.

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La Fiom è il sindacato delle lavoratrici e lavoratori metalmeccanici della Cgil

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