Martedì, 22 Ottobre 2019

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La tela di Alexis-2. Piena occupazione, contratti collettivi, solidarietà

grecia-crisi

 

Oltre a Solidarity4all, un’altra organizzazione molto importante, vicina a Syriza ma non iscritta (la loro linea, dopo il voto, è quella dell’ “opposizione propulsiva”), che ha dato corpo e mezzi alla resistenza sociale di questi anni di crisi, è la Rete dei diritti politici e sociali (Diktio). Il loro quartier generale è nel cuore di Exarchia ed è una camera di compensazione tra le ali più radicali del movimento e quelle invece vicine al partito. Di fatto la rete, negli ultimi anni aperta agli immigrati e alla galassia lgbt, e in grado di mobilitare migliaia di persone, è la seconda stampella del “partito sociale”.

Dal punto di vista culturale, invece, il think thank di Syriza è l’Istituto Poulantzas. Intitolato al più noto filosofo marxista greco, allievo di Louis Althusser e morto suicida a Parigi nel 1977, organizza conferenze e seminari e ha fornito a Tsipras il ministro della Cultura: Aristidis Baltas, filosofo della scienza, althusseriano, noto per i suoi studi su Wittngstein, Derrida, Spinoza e Benjamin, e considerato uno dei maggiori pensatori marxisti oggi in Grecia. L’aspetto teorico è fondamentale per Syriza: nei discorsi di Alexis Tsipras riecheggia di continuo il “socialismo democratico” di Nikos Poulantzas, l’obiettivo è stato dall’inizio quello della conquista di un’ “egemonia” gramsciana sulla società, e i riferimenti vanno da Etienne Balibar a Michel Foucault, passando per Cornelius Castoriadis e Giorgio Agamben.

L’ultimo tassello è quello mediatico. Syriza ha un suo quotidiano, Avgì, una radio, Kokkino (che vuol dire “rosso”), un settimanale indipendente di riferimento, Epohi. Ma soprattutto Tsipras ha insistito molto in campagna elettorale sulla volontà di spezzare il “triangolo” media, grandi imprenditori e politica che ha stritolato l’autonomia giornalistica e creato una collusione che ha pochi pari nel mondo occidentale. Nel progetto di riapertura della tv di Stato ci sono spazi di autogestione giornalistica, per garantire proprio la possibilità di un’informazione indipendente.

Vinte le elezioni, per Syriza ora si tratta di trasformare in esperienza di governo la vasta rete di resistenze e sperimentazioni sociali che ne hanno costituito il senso politico e costruito il suo consenso elettorale. Il “programma di Salonicco” ha fatto tesoro di tutte le elaborazioni e delle battaglie degli ultimi quindici anni. Le prime mosse dei ministri vanno in questa direzione: lo stop alle privatizzazioni dei porti del Pireo e di Salonicco, nonché della compagnia elettrica; l’annuncio della chiusura dei centri di detenzione per immigrati e della cancellazione della legge anti-clandestini; il reintegro immediato delle lavoratrici delle pulizie (primo atto del ministro delle Finanze Yannis Varoufakis, l’economista globetrotter che ha modificato la linea economica del partito, che in passato sosteneva il ritorno alla dracma) e degli ausiliari della scuola, insieme ad altri 3.500 dipendenti pubblici.

Proprio sul lavoro, in un Paese dove la disoccupazione tocca il 26 per cento (il doppio di quella italiana) il governo Tsipras si gioca la partita più importante. Oltre al tentativo di costituire un movimento cooperativo di lavoratori recuperati, i provvedimenti più di sostanza del neo ministro del Lavoro Panos Skouletis (ex responsabile della Comunicazione di Syriza) riguarderanno il ripristino della contrattazione collettiva (demolita dal neoliberismo sfrenato della Nea Democratia) e l’innalzamento del salario minimo a 751 euro (dai 450 lordi attuali). Perché la misura sia realmente effettiva è però necessario mettere mano alla giungla contrattuale e risolvere il problema del lavoro sommerso, che già oggi consente agli imprenditori di pagare salari inferiori al minimo, potendo contare su un imponente “esercito di riserva” di disoccupati disposti a tutto pur di lavorare. Non si tratta di casi limitati ad alcuni settori tradizionalmente a rischio (l’agricoltura, ad esempio) o a soggetti più deboli e ricattabili degli altri (gli immigrati): i contratti a termine, oggi in Grecia, sono la normalità. Basti pensare che persino i dipendenti della tv di Stato Nerit, nata dalle macerie della vecchia Ert chiusa d’autorità dal vecchio governo, sono stati assunti in un modo che nel resto d’Europa sarebbe impensabile: a tutti sono stati fatti dei contratti di due mesi, rinnovabili, con salari più che dimezzati rispetto al passato, dai 600 euro per i tecnici ai 1000-1200 per i giornalisti.

Se si vuole indagare più a fondo sulla filosofia ispiratrice del nuovo governo greco bisogna consultare le ricerche svolte per il Levy Institute dalla neo viceministra, con delega specifica alla lotta alla disoccupazione, Mania Antonopolou. Docente alla New York University e al Bard College, consigliere all’Onu sui temi dell’uguaglianza di genere, Antonopoulou è definita “la signora dei 300 mila posti di lavoro”: teorizza infatti un ruolo propulsivo dello Stato, “in ultima istanza”, nel garantire la piena occupazione. L’obiettivo, ha affermato di recente la viceministra, è stimolare l’offerta, in questo momento latitante in un Paese che ha il 26 per cento di disoccupazione (il doppio dell’Italia). Un compito affidato al pubblico, laddove non arriva il mercato.

Di recente la viceministra Antonopolou ha criticato anche i fondi stanziati dall’Europa per la riqualificazione professionale: sono soldi buttati, ha sostenuto, in quanto non servono a creare nemmeno un posto di lavoro. I licenziati in massa degli ultimi anni hanno avuto 350 euro al mese di mobilità per un anno, hanno utilizzato per qualche altro mese i circa 400 euro dei fondi Ue che avrebbero dovuto aiutarli a reinserirsi e infine sono rimasti disoccupati. Quando Tsipras e compagni dicono che bisogna cambiare non solo la Grecia, ma anche l’Europa, parlano pure di questo.

 

(2-fine)

 

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La Fiom è il sindacato delle lavoratrici e lavoratori metalmeccanici della Cgil

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