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22 Agosto 2018

We shall overcome... sì, ma quando?

Nel 1967 in molte città degli Usa, da Newark a Detroit a Minneapolis, scoppiarono forti tumulti.. Il presidente Johnson nominò una commissione per investigarne le cause e per proporre le misure per affrontarle. Il risultato fu il rapporto della National Advisory Commission on Civil Disorders, che fornì un severo rendiconto sulle condizioni di vita che avevano portato a quei disordini.

La Commissione descrisse un paese in cui gli afro-americani subivano una sistematica discriminazione, soffrivano di istruzione e abitazioni inadeguate ed erano esclusi dalle opportunità economiche. Per loro non c'era alcun “sogno americano”. “La causa principale – recitava il rapporto – è l'attitudine razziale e il comportamento degli americani bianchi verso gli americani neri. Il pregiudizio razziale ha decisamente plasmato la nostra storia; minaccia ora di colpire il nostro futuro".

Ho fatto parte parte di un gruppo riunito dalla Eisenhower Foundation per valutare quale progresso era stato compiuto nel successivo mezzo secolo. Tristemente, il rigo più famoso del rapporto della Commissione Kerner - "la nostra nazione si sta muovendo verso due società, una bianca e una nera, separate e disuguali” - corrisponde ancora alla realtà.

Il libro basato sul nostro lavoro - "Guarire la nostra divisa società: investire nell'America 50 anni dopo il Kerner Report" - costituisce una lettura cupa. Ho scritto nel mio capitolo: "Alcune aree problematiche identificate nel Kerner Report sono migliorate (la partecipazione alla politica e al governo da parte degli americani neri - simboleggiata dall'elezione di un presidente nero), alcune sono rimaste tali e quali (le disuguaglianze nell'istruzione e nell'occupazione) e alcune sono peggiorate (salute e disuguaglianza di reddito)". Altri capitoli affrontano alcuni degli aspetti più inquietanti della disuguaglianza razziale in America, come la disuguaglianza di fronte alla giustizia, rafforzata da un sistema di incarcerazione di massa ampiamente centrata sugli afro-americani.

Non c'è dubbio che il movimento sui diritti civili di mezzo secolo fa abbia fatto la differenza. Una varietà di forme di discriminazioni allora tollerate sono diventate illegali. Ma sradicare il razzismo inveterato e istituzionale si è rivelato difficile. Peggio. Il presidente Trump ha sfruttato questo razzismo e alimentato le fiamme del bigottismo. Il messaggio centrale del nostro rapporto riflette la grande intuizione del leader dei diritti civili, Martin Luther King: la conquista della giustizia economica per gli afroamericani non può essere separata dalla conquista delle opportunità economiche per tutti gli americani. King organizzò la sua marcia del 1963 su Washington - cui indirizzò il suo indimenticabile "I have a dream" – come una

marcia per il lavoro e la libertà. E tuttavia il divario economico negli Usa da allora è aumentato molto di più, con effetti devastanti su chi non ha una formazione universitaria, categoria composta in grande maggioranza da afro-americani.

Il settore finanziario americano ha preso di mira per sfruttarli gli afro-americani, specie negli anni precedenti a crisi finanziaria, vendendo loro prodotti volatili con alte tariffe che potevano esplodere, come è successo, facendo perdere a migliaia la propria casa e aumentando ulteriormente la diseguaglianza. Una banca leader, Wells Fargo, ha pagato multe enormi per avere imposto tassi di interesse più alti agli afro-americani e ai latino-americani che chiedevano prestiti; ma nessuno è stato realmente ritenuto responsabile dei molti altri abusi.

Quasi mezzo secolo dopo il varo di leggi antidiscriminatorie, il razzismo, l'avidità e il potere del mercato ancora lavorano insieme a svantaggio degli afro-americani.

Ci sono tuttavia diverse ragioni di speranza. Primo, la nostra comprensione delle

discriminazioni è di gran lunga migliorata. A quel tempo, il premio nobel per l'economia Gary Becker poteva scrivere che in un mercato competitivo la discriminazione era impossibile; il mercato avrebbe rilanciato la retribuzione di chi era sottopagato. Oggi, noi sappiamo che il mercato offre un'ampia opportunità di discriminazione e di sfruttamento. Per di più, riconosciamo che gli Usa stanno pagando un prezzo alto alla disuguaglianza; e particolarmente alto per la disuguaglianza razziale. Una società segnata da tali divisioni non sarà mai un faro per il mondo e la sua economia non fiorirà. La forza reale degli Usa non è la sua potenza militare ma il suo soft power (“capacità di convincimento”, ndt), che è stato fortemente eroso non solo da Trump ma anche dalla persistente discriminazione razziale. Tutti perderanno se non verrà affrontata.

Il segno più promettente in assoluto è l'emergere dell'attivismo, specie dei giovani, che si rendono conto che è giunto il momento che gli Usa vivano all'altezza dei propri ideali espressi nella Dichiarazione d'Indipendenza e cioè che "tutti gli uomini sono creati uguali".

150 anni dopo l'abolizione della schiavitù, l'eredità di quel sistema ancore resiste. Ci sono voluti 100 anni per mettere in atto una legge che assicuri uguali diritti; ma oggi i tribunali controllati dai repubblicani e i politici spesso rinnegano quell'impegno. Come ho concluso il mio capitolo, "un altro mondo è possibile. Ma 50 anni di lotta ci hanno dimostrato quanto sia difficile realizzare questa visione alternativa". Per progredire ancora servirà determinazione sostenuta dalla fede espressa nelle parole immortali dello spiritual che divenne l'inno del movimento dei diritti civili: "We shall overcome".

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