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17 Ottobre 2018

Ripresa economica: perché tutti ne parlano ma pochi la sentono

 

 

C’è stato un curioso balletto dedicato all’inflazione negli ultimi mesi, che ha visto coinvolte le banche centrali europea e statunitense: la dinamica dei prezzi sarebbe troppo bassa, e questa cosa tocca la sensibilità, così pare almeno, dei banchieri centrali e non solo. Perché mai costoro si danno pensiero per il fatto che l’inflazione segna il passo? Almeno all’apparenza per due motivi. Il primo motivo è che con una bassa dinamica dei prezzi viene meno la motivazione per inasprire le condizioni del credito – cioè per alzare i tassi di interesse - dopo anni di politiche monetarie “espansive”, e siccome i tassi di interesse manovrati dagli istituti di emissione sono già rasoterra vengono a mancare ulteriori possibilità di manovra. Ormai per abbassare i tassi bisognerebbe prima alzarli, sembra essere questo il ragionamento: un po’ contorto.

Il secondo motivo è che o le sacre scritture dell’ortodossia economica non stanno funzionando (ne avevamo il sospetto, per la verità) oppure dalla recessione non siamo ancora usciti e, quindi, l’aumento dei tassi di interesse finirebbe con l’aggiungere il danno alla beffa. Se l’inflazione non riparte è forse segno che la timida crescita occupazionale stimata dagli istituti di statistica è cosa povera, fatta di pochi soldi e di poche ore lavorate, che non riesce a determinare pressioni inflazionistiche sui mercati. Ma che ripresa è allora? Quali certezze assicura sul futuro?

“The United States has a problem: not enough inflation” titolava qualche mese fa il New York Times proponendo una visione secondo la quale un po’ di inflazione serve a dare certezze sulla ripresa, e a fornire qualche segnale di incoraggiamento per il fatto che qualcosa si muove. A ben vedere, sullo stesso giornale il premio Nobel Paul Krugman ironizzava invece sugli “spacciatori di inflazione”, ossia su quanti dal 2008 avevano erroneamente previsto che le politiche monetarie espansive sarebbero state accompagnate da fenomeni inflazionistici. L’estate scorsa Janet Yellen - fino al mese scorso governatrice della Fed (la banca centrale Usa) – aveva definito con un certo fastidio “un mistero” la bassa inflazione Usa, confermando l’intenzione della Fed di rivedere in futuro al rialzo la struttura dei tassi d’interesse. In qualche caso Yellen è stata più chiara ed esplicita: “There is uncertainty about when - and how much - inflation will respond to tightening resource utilization” o, tradotto liberamente, “che cosa succederà alla dinamica dei prezzi quando le cose andranno meglio sul mercato del lavoro tanto da spingere a favore di incrementi salariali?”.

Yellen (donna, democratica e nominata da Obama) è stata sostituita dall’amministrazione Trump - caso raro di mancata conferma per un secondo mandato alla Fed - e chissà quanto ha inciso su questa scelta l’avversione che i mercati finanziari sembrano avere verso un incremento dei tassi di interesse. Non sarà sfuggito in particolare che all’inizio di febbraio è stata sufficiente una spruzzata di dati sulla crescita dei salari negli Usa (peraltro timida e circoscritta) a scatenare il panico dalle parti di Wall Street: timori di un rialzo dei tassi di interesse e timori legati ai salari che ripartono prima dell’inflazione erodendo i profitti. Dunque una roba che può mettere assai in agitazione gli scommettitori. Anche per questo, sembra che i banchieri intendano influenzare le aspettative delle imprese, quasi che ci sia voglia di una inflazione preventiva, che non sia innescata dagli aumenti salariali ma che anzi tenga a freno proprio i salari e gli altri redditi fissi prima che questi reclamino una fetta distributiva più ampia. L’inflazione, in effetti, oltre a non essere affatto una conseguenza automatica della dinamica salariale (se non in particolari circostanze), colpisce più duramente proprio il lavoro salariato e i redditi fissi, vuoi per l’illusione monetaria che genera, vuoi per l’insufficienza e i ritardi dei meccanismi di adeguamento salariale (quando ci sono).

Anche dalla Banca centrale europea si mostrano preoccupati per un’inflazione (+1.4% a dicembre nella zona euro) di qualche decimale inferiore all’artefatta soglia teorica del 2%, una dinamica dei prezzi giudicata “troppo bassa” a dispetto dei segnali di ripresa che caratterizzerebbero l’insieme delle euro-economie (ma molto meno l’Italia). La recente nomina dell’attuale ministro dell’economia spagnolo Luis De Guindos alla vicepresidenza della Bce è stata letta da molti commentatori – oltre che come un segnale di debolezza del governo italiano e del ministro Padoan in particolare - come l’avviso che il dopo-Draghi sarà di orientamento monetario restrittivo, quello dei falchi tedeschi alla Schauble (al quale De Guindos, appoggiato anche da Macron, sarebbe vicinissimo). Per altri la prossima governance della banca sarà invece più politica: lo spagnolo ha un incarico nel governo Rajoy, è un conservatore, è dell’Opus dei e – come se non bastasse – viene dalla Lehman Brothers. Un bel curriculum.

Tradotto nel contesto europeo, l’ossimoro dell’”inflazione che cura l’incertezza” ha una dimensione ulteriore. Le fonti governative si sbracciano per dire che la ripresa c’è, illudendosi forse che con un colpo di bacchetta magica tutte le contraddizioni che non vengono affrontate della nostra economia voleranno via. Ma le contraddizioni sono tante e vengono da lontano: il prodotto interno lordo (pil) va comunque molto a rilento, la “nuova” occupazione resta vecchia, poco dinamica e precaria, e poi il lavoro nero, l’evasione, la crescita del disagio sociale e delle diseguaglianze, degli squilibri territoriali, ecc. ecc..

La politica monetaria espansiva, non accompagnata da una azione pubblica volta, per lo meno, a invertire gli squilibri e non a penalizzare proprio il lavoro, è stata un’occasione finora persa. I mal di pancia dei banchieri centrali sull’inflazione appaiono perciò quanto mai lontani e poco opportuni, quasi quanto questa triste e vuota campagna elettorale.

L’inflazione bassa viene perciò letta come una conferma (“misteriosa”?) del fatto che c’è qualcosa che non va, ma è evidente che l’inflazione non è né il problema né la soluzione. Dalla seconda metà degli anni ’90 l’inflazione in Italia è sotto il 5%, dal 2004 è in linea con quella comunitaria e della zona euro, e negli ultimi anni ha conosciuto oscillazioni determinate essenzialmente dal prezzo del petrolio e degli altri beni energetici importati. Dopo aver viaggiato fra il 2014 e il 2016 attorno allo zero, nel 2017 ha conosciuto un nuovo rialzo verso la soglia del 2% per poi ricollocarsi all’1,4% nel mese di dicembre nella zona Euro (1% in Italia): ma anche in questo caso sono gli idrocarburi (e non certo, per via indiretta, i salari!) ad avere svolto un ruolo decisivo nella dinamica inflattiva. Nella Ue, secondo gli ultimi dati, solo un pugno di paesi non euro (fra cui il Regno Unito) oltrepassa – e non di molto - la soglia del 3%. Nella stessa Ue peraltro non vi è relazione evidente in questo momento fra inflazione e dinamica del pil: basse entrambe in Italia e in Grecia, i paesi dove la crescita è la più modesta in ambito comunitario (+1.6% e +1.3% nel quarto trimestre del 2017); forte crescita (+8%) ma inflazione quasi zero in Irlanda, crescita fra il 2 e il 3% con inflazione fra l’1% e il 2% in Germania, Austria e Paesi Bassi.

Il punto è che i disagi dell’economia italiana vengono da lontano, da ben prima della recessione avviatasi nel 2008. Fin dagli anni ’90 il pil italiano è cresciuto molto lentamente, a tassi che erano anche meno della metà della media comunitaria: tanto che fatto 100 il pil del 2000, quello del 2008 (a prezzi costanti) era di 107 nel nostro paese contro il 117 nella media Ue. E questo subito prima dell’inizio ufficiale della Grande recessione. Nel 2014 il pil italiano era di un punto percentuale al di sotto del livello del 2000, mentre era a 118 nella media Ue (a 117 in Germania e in Francia, a 130 in Svezia e nel Regno Unito). Dopo il 2014, considerato anno di svolta dalla crisi, la crescita italiana ha continuato a essere assai modesta, ben al di sotto della media comunitaria e appena sopra quella del 2000. Il dato più recente, riferito all’ultimo trimestre del 2017, vede l’Italia buon fanalino di coda nella Ue (+1,6%) in compagnia del Regno Unito e ben lontano dei maggiori partner comunitari che viaggiano attorno al +3% su base annua. La dinamica dei consumi, sostanzialmente analoga a quella del pil, ha conosciuto dopo il 2014 una leggera ripresa, ma senz’altro più contenuta rispetto agli altri paesi.

Decisamente critica è soprattutto la dinamica degli investimenti: sempre ponendo pari a 100 il loro valore nel 2000, il loro ammontare a prezzi costanti nel 2016 era in Italia ancora a quota 84, mentre era pari a 100 in Germania, a 120 in Francia e a oltre 140 in Regno Unito e Svezia. In termini pro capite, poi, il pil italiano a prezzi costanti era nel 2016 ancora al di sotto del livello registrato nel 1998, mentre in Spagna aveva già superato il livello del 2006, e in Francia, in Germania e nel Regno Unito era già ai suoi livelli massimi. Analogamente per i consumi, dove il livello pro capite raggiunto dall’Italia nel 2016 è quasi del 20% inferiore a quello registrato in Germania (alla fine degli anni ’90, per dire, i due valori erano grossomodo equivalenti).Valutazioni analoghe emergono dal confronto con gli altri partner comunitari.

Le difficoltà associate alle magre performance dei valori pro capite si notano chiaramente anche dalle statistiche sulla povertà. Nel 2016 in Italia è stata superata la soglia del 30% di individui esposti al rischio di povertà e di esclusione sociale, caso unico fra i paesi della zona euro (Grecia a parte): l’indicatore è peggiorato di quasi cinque punti percentuali rispetto al 2008 con un trend crescente che altri paesi - fra cui Germania, Francia e Regno Unito (tutti attorno al 20%) - hanno invertito da tempo. Secondo le stime ottenute con le indagini campionarie condotte dagli istituti di statistica europei, metà della popolazione ha avuto nel 2016 un reddito annuale inferiore a 16.200 euro in Italia, contro gli oltre 20 mila euro in Francia, Regno Unito e Germania: inoltre, mentre in questi tre paesi il reddito mediano è cresciuto di circa 2 mila euro dal 2008, in Italia l’aumento è stato solo di 600 euro. Va peggio nelle fasce reddituali più basse. Un quarto della popolazione viveva nel 2016 con meno di 10.700 euro, una soglia sostanzialmente invariata dal 2008, mentre negli altri maggiori paesi Ue questa soglia è cresciuta di circa 2 mila euro fino collocarsi attorno ai 15-16 mila euro.

Si tratta di cifre pesanti, anche se indicative: le indagini campionarie per forza di cose sottostimano assai le diseguaglianze, un po’ perché non riescono a tenere debitamente conto dell’economia sommersa e dell’evasione fiscale (soprattutto da parte del lavoro autonomo), e un po’ perché sottostimano largamente i redditi immobiliari, quasi del tutto quelli finanziari e gli alti redditi in generale. Ma, anche tenuto conto di ciò, sia sotto il profilo della cosiddetta crescita sia prendendo come riferimento i redditi, i problemi dell’Italia sono di natura strutturale, non nascono con la recessione partita nel 2008 la quale ha semmai contribuito ad accentuarli. È una insostenibilità strutturale, nella stessa misura in cui è strutturale il disagio sul fronte dell’occupazione, che è all’origine degli altri disagi di cui si è detto. È un fronte, quello del lavoro, di cui si parla per fortuna più spesso anche perché le informazioni statistiche sono frequenti e dettagliate: la ridotta partecipazione al mercato del lavoro, soprattutto femminile e giovanile e soprattutto nel Mezzogiorno; e nonostante ciò, il peggiore tasso di disoccupazione nella Ue, dopo Spagna e Grecia; la carenza di meccanismi formali di incontro fra domanda e offerta, soprattutto (di nuovo) nel Mezzogiorno; la diffusione del lavoro interamente o parzialmente sommerso; la mala occupaciòn, fatta di contratti a termine e di un ventaglio di forme contrattuali precarie; il falso lavoro autonomo; e via elencando, senza trascurare - minacciosa sullo sfondo - la “bomba pensionistica” prossima ventura.

Diritti di chi lavora, eguaglianza, garanzie di reddito, welfare, recupero dell’evasione ed emersione del lavoro nero. E tempi di lavoro. Secondo le stime dell’Istat, il pil del 2016 è stato generato da circa 42,8 miliardi di ore lavorate, più di tre miliardi di ore in meno rispetto al 2007. Si tratta di circa 1.700 ore all’anno per occupato, contando i “doppi lavori”, circa 150 ore in meno rispetto al 1998, il che vuol dire in media circa tre ore in meno alla settimana. Recuperare questo monte ore non è possibile, ma è possibile distribuirlo. Non c’è alternativa al fatto che per guadagnare un po’ di sostenibilità e di certezze si debba partire anche da qui: e non è difficile nemmeno immaginare come, magari senza ubriacare i prezzi.

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