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21 Novembre 2018

La crisi di General Electric ai tempi di Trump e di “American First”

Lunedì primo ottobre General Electric ha comunicato il “licenziamento” dell’amministratore delegato  John Flannery. E’ la prima volta nella storia del Gruppo che un Ad viene sostituito dopo appena 14 mesi dalla nomina e, soprattutto, è la prima volta che viene nominato un Ad “esterno”, Lawrence Culp, a dimostrazione di quanto grave e  profonda sia la crisi che attraversa General Electric.
A giugno Ge era uscita dal novero delle imprese quotate in Dow Jones; nelle settimane e nei giorni scorsi i mercati finanziari, complice anche un problema di ossidazione del funzionamento delle turbine a gas, avevano sospinto il prezzo delle azioni fino al minimo dal 2009 per un valore del Gruppo che, anche questo per la prima volta, è sceso sotto i 100 miliardi di dollari. Per avere un termine di paragone basti pensare che General Electric agli inizi degli anni 2000 valeva 460 miliardi di dollari e che, ancora nel 2016, valeva 240 miliardi di dollari: in due anni dimezzata la capitalizzazione di Borsa della più grande impresa manifatturiera al mondo nella produzione di aerei, motori, turbine, apparecchiature sanitarie (240 miliardi è quasi quanto ha perso Enron nel fallimento del 2001, il doppio di quanto hanno perso, insieme, Lehman Brothers e General Motors durante la crisi del 2008). Che cosa è successo in questi anni? La ragione principale della crisi sta nella strategia di progressiva finanziarizzazione di General Electric e dello strumento operativo (Ge Capital) attraverso cui si sono procurati finanziamenti e supporti alle attività industriali del Gruppo.
Se Ge Capital fosse una banca si classificherebbe tra le maggiori in America. Nel 2007 l’utile di Ge Capital rappresentava il 55% del totale realizzato dall’azienda. Un modello di finanziamento che ha lasciato Ge pericolosamente scoperta ed esposta all’interruzione dei flussi di cassa in caso di declino dei mercati finanziari” scrive l’Economist. Cosa che si è puntualmente verificata con la crisi del 2008. Negli ultimi tre anni Ge Capital ha contribuito con un valore negativo di 20 miliardi di dollari che è esattamente l’ammontare dei tagli industriali ed occupazionali che Flannery aveva annunciato nel suo piano di rientro, dopo la disastrosa scelta di acquisire e dismettere in 12 mesi la divisione Power di Alstom (vicenda che è costata la chiusura del sito di Sesto San Giovanni in Italia e tagli ancora più consistenti in Francia e negli altri stabilimenti in Europa).
Alla notizia del “licenziamento” di Flannery i mercati finanziari hanno reagito con un clamoroso rialzo del titolo (fino al 15% per poi chiudere a +7%). Che cosa succederà nelle prossime settimane? E’ ragionevole pensare che per corrispondere alle attese degli investitori il nuovo AD imprimerà una brusca accelerazione delle scelte decise dal suo predecessore e, altrettanto probabilmente, si prospetteranno ulteriori tagli industriali ed occupazionali viste anche le previsioni sugli utili per il 2018 che subiranno una riduzione di 23 miliardi nel settore energetico.
In Italia nei settori dell’HealthCare, dell’energia e dell’oil & gas in BGHE (siti produttivi a Firenze, Massa, Bari, Vibo Valentia, Talamona, Casavatore, Peschiera Borromeo e Cepagatti e cantiere per l’assemblaggio di grandi moduli industriali ad Avenza), dell’aviazione in Ge-Avio (siti di Rivalta, Borgaretto, Sangone, Brindisi, Cameri) sono occupati oltre 11 mila lavoratori. Non ci sono, al momento,  ragioni di un allarmismo che sarebbe, appunto, ingiustificato, ma le preoccupazioni stanno crescendo. Già a maggio si era chiesto di sospendere il piano di ristrutturazione, di ricercare ed adottare una strategia alternativa orientata alla crescita industriale a lungo termine piuttosto che distruggere lavoro e competenze per corrispondere alle attese degli investitori.
Oggi diventa ancora più urgente invertire decisamente quella rotta e rimettere al centro la salvaguardia del profilo industriale, del ruolo strategico che General Electric deve avere dentro la transizione energetica globale, delle competenze e del know-how tecnologico dei lavoratori.
Per questo la Fiom-Cgil è impegnata, insieme all’Industriall Europe e a Industriall Global Union, per arrivare rapidamente a un confronto con il nuovo Ad e valutare il profilo e le implicazioni del nuovo piano industriale.
E’ altrettanto urgente che l’Unione Europea e il Governo italiano chiedano conto a General Electric delle reali intenzioni del Gruppo per evitare che le incognite e i rischi di questa nuova fase si scarichino essenzialmente sulle produzioni e sull’occupazione in Europa ed in Italia ai tempi di Trump e di “american first”.

*Segretario nazionale Fiom
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