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19 Dicembre 2018

Il corpo dei lavoratori


Marx nel I libro del Capitale, distinguendo il concetto di lavoro da forza ‐lavoro (o capacità di lavoro), dice che il valore di quest’ultima è in relazione al “lavoro necessario per la sua produzione”, e corrisponde al “valore dei mezzi di sussistenza necessari per la conservazione del possessore della forza‐lavoro”. Cioè ai suoi bisogni. Questi ultimi  non  sono  necessari  alla  mera  sussistenza  fisiologica  del  lavoratore,  bensì  alla sussistenza socialmente accettabile “dato il grado di incivilimento di un paese”. Ecco, dunque: anche il discorso su salute e sicurezza dei lavoratori pertiene al grado di incivilimento di un paese.
Con  un  numero  di  morti  sul  lavoro  intorno  a  poco  meno  di  mille  all’anno,  circa  650mila  infortuni e oltre 30mila denunce di malattia da lavoro, si consolida un “vero e prioritario” problema della nostra società, comune e più grave di alcuni altri paesi Eu. Inoltre, da diverse ricerche nazionali e europee risulta essere in aumento la prevalenza dei lavoratori che si sentono non essere in grado di fare l’attuale lavoro a 60 anni.
D’altra parte il contesto sociale e politico attuale è sfavorevole alla “cura” delle condizioni lavoro: i rapporti di lavoro precari che si moltiplicano ed il timore di perdita del lavoro che inibisce le iniziative di lotta per migliori condizioni di lavoro, la “cascata” di subappalti e la relativa confusione delle responsabilità che si fa più consistente (il caporalato e il particolarmente degradante sfruttamento di lavoratori stranieri, non è solo nelle colture del pomodoro del mezzogiorno, ma anche nei vigneti del Chianti!), le prospettive pensionistiche - passati i proclami elettorali ‐ rimangono pesanti. Procede l’automazione, accanto ai processi di “uberizzazione” in diversi comparti e i tempi di lavoro (per chi un lavoro ce l’ha) aumentano. L’attuale fase di sviluppo capitalistico contiene forme del lavoro assai disparate. Lavori instabili e scarsa regolazione nell’occupazione sono più la regola che l’eccezione. La diffusione del cosiddetto «capitalismo del subappalto» ha aumentato lo sventagliamento delle condizioni di lavoro rendendo sovente complicata la stessa rappresentazione della condizione lavorativa. L’obiettivo pare essere quello di collocare parti sempre più ampie di forza lavoro ai margini e talvolta anche all’esterno della contrattazione collettiva, rendendo complicati i processi di sindacalizzazione.
Sembra di essere di fronte ad una “crisi del mandato sociale” alla prevenzione; in alcuni momenti  anche  i  lavoratori  vedono con  sospetto  le  attività  di  prevenzione per  paura  di perdere il posto di lavoro e per “adesione” alla filosofia della competitività che giustifica tutto per non soccombere nel mercato globale.
La “produzione” di capitale (prima fase del ciclo del suo ciclo di valorizzazione) consiste nella estrazione  di  plusvalore  (la  quota  di  pluslavoro  “non  pagata”  prodotta  dal  lavoratore, eccedente quella corrispondente alle necessità della propria riproduzione). Si poteva pensare che il processo di estrazione del plusvalore “assoluto” (aumento dei tempi lavoro) fosse caratteristico del “vecchio capitalismo” e “plusvalore relativo” (incremento delle tecnologie e delle  innovazioni organizzative) prevalente  nel  capitalismo  più  ‘moderno’.  Oggi  siamo  di fronte ad un rinnovato mix di questi sistemi di estrazione. In sintesi: vecchi e nuovi tipi e condizioni di lavoro, tra loro diversissimi.
Molti sono i cambiamenti in atto nel mondo del lavoro sia nell’industria manifatturiera che nei servizi: nel modo di produrre, nell’organizzazione del lavoro, nei rapporti di lavoro (e‐commerce, just in time, automazione e informatizzazione, orari flessibili, precariato, aumento dell’età pensionabile, smart working, ecc.). In linea generale, questi cambiamenti comportano anche una mancanza trasmissione informativa e di esperienze tra colleghi di lavoro (aspetto assai rilevante in tema di sicurezza).
Interventi  legislativi  fatti  in  questi  ultimi  anni  sul  lavoro  hanno  peggiorato  la  vita  dei lavoratori (aumento delle possibilità di licenziamento e demansionamento) o non sono stati finora efficaci (norme sul caporalato).  In alcuni casi sono stati accompagnati da criteri di valutazione che prescindevano da valutazioni scientifiche (un esempio per tutti la mala gestione del tema lavori usuranti). Il grande cambiamento di fase può essere rappresentato sinteticamente dal fatto che le innovazioni sono vissute passivamente e certamente non governate a tutela dei lavoratori.
Tuttavia non possiamo affermare di essere in grave carenza di norme. Pur con alcune criticità
(che potrebbero essere affrontate se ci fosse un altro quadro politico), lo stesso DLgs 81/2008
‐ impropriamente detto “Testo Unico”ed uno dei pochi atti positivi del governo Prodi II -   offre
basi positive di orientamento per forze sociali, imprese e istituzioni. Il problema è piuttosto la sua attuazione. Ad es., risulta spesso ignorata la   valutazione del rischio ‘vera’ (e le relative proposte di soluzione delle condizioni di rischio) come prevede l’art. 28 del Dlgs 81/2008.
Inoltre, sul piano della ‘partecipazione dei lavoratori’ - cardine teorico del sistema legislativo - non vi sono certo progressi: in un recente convegno promosso dalla Regione Toscana si afferma infatti che ‘a 10 anni dal Dlgs 81 la figura del RLS è debole e incontra ostilità’. E come potrebbe essere altrimenti in un panorama di mercato del lavoro come quello descritto?
La crisi dei servizi di controllo e prevenzione dei dipartimenti di prevenzione ASL può essere vista sotto diversi profili. Segnalo, a questo proposito, l’ultima intervista della presidente della Società Naz. Operatori della Prevenzione. A fronte dei “principi” alla base della nascita di questi  servizi  (“dalla  parte  della  salute  dei  lavoratori”, non semplicemente “di  parte”), si riferisce una diffusa mancanza di risorse, ma anche uno scivolamento progressivo burocratico verso un ruolo pressoché esclusivo di «ispettore» e non anche di «tecnico», da parte di questi servizi di prevenzione, con un’attenzione orientata pressoché esclusivamente alla verifica del rispetto del dettato normativo e non anche alla ricerca condivisa di soluzioni ai problemi di salute e sicurezza individuati. L’essenza di “fare prevenzione” non è completamente corrispondente a quella di “numero di unità locali controllate”. Le attività di igiene ambientale (misurazione diretta degli inquinanti) sono pressoché scomparse. I tagli alle iniziative di formazione e la carenza di figure specialistiche (chimici, ingegneri ...) si registrano praticamente in tutti gli ambiti della pubblica amministrazione. A una nuova solitudine del lavoratore corrisponde oggi una nuova solitudine degli operatori della prevenzione.
Anche il non ancora completamente attuato “ispettorato unico” (che dovrebbe coordinare le funzioni ispettive di INPS, INAIL, Ministero del Lavoro, orientate al controllo delle irregolarità nei rapporti di lavoro) soffre di una grave mancanza di mezzi e operatori. Tutte queste strutture pubbliche – analogamente a quelle di controllo dell’ambiente e ai servizi per la salute in generale – sono stati sottoposti duramente ai principi  “sostenibilità economica” dello “stato leggero” (operatori in numero scarso e attempati o precari, riorganizzate su aree/strutture troppo ampie, necessità impellente di turnover e di professionalità specialistiche insoddisfatte...). Tra i risultati di tutto ciò si registra anche un calo quantitativo dei report di ricerca sulle condizioni di lavoro e sugli impatti che le trasformazioni del lavoro hanno comportato per le persone in carne e ossa che vivono del loro lavoro, connesso ad uno scarso apporto accademico in questa direzione.
Certo, laddove si lavora con serietà sulla sicurezza, gli incidenti e la mortalità possono essere sostanzialmente azzerati; e certamente ci sono anche aziende che si stanno impegnando su questo  tema. Una cosa è certa: per questi accadimenti non possiamo certo invocare la fatalità. La situazione del rapporto salute/lavoro è oggi aggravata dal clima di paura, rancore e divisione diffusa tra i lavoratori, alimentato da una propaganda razzista “scientificamente” promossa sugli immigrati. L’immagine prevalente, in molte realtà, è quella del “lavoratore spaventato”, un lavoratore che sa cento cose più del lavoratore degli anni 70, ma molto più fragile e insicuro rispetto al proprio futuro, molto spesso non in grado, per ragioni oggettive, di sviluppare un progetto di vita di medio periodo.
Sul piano istituzionale, oltre alla crisi delle strutture di controllo a livello regionale, si deve registrare che, praticamente, da diversi ultimi anni non si fa più niente “al centro” (governo e parlamento) su  questo tema. Mancano, tra l’altro, numerosi decreti del Dlgs 81/2008. Ha colpito positivamente il fatto che il primo intervento alla Camera del neo Ministro Di Maio (che, tra l’altro, ha accorpato i due ministeri Economia e Lavoro) lo abbia fatto su questo tema. Tuttavia, associandomi a quanto altri hanno già evidenziato, questa “prima” del vicepremier è stata veramente debole e generica.
Anche il quadro europeo attuale su questo tema non è confortante. Cito solo un aspetto che potrebbe apparire secondario, ma non lo è: dalle elaborazioni del sindacato europeo emerge che anche i rischi psicosociali (stress) si appannano a favore di campagne sulla salute mentale che isolano ogni lavoratore rispetto agli interventi sulla organizzazione: promozione della cosiddetta resilienza individuale invece che una spinta a modifiche ambientali, organizzative. D’altra parte, anche nei servizi di prevenzione regionali, si enfatizza la promozione di “corretti stili di vita” sui luoghi di lavoro e il relativo impegno e responsabilità dell’individuo.
La Toscana, con una storia di notevoli esperienze sociali e istituzionali sul tema salute dei lavoratori, attraversa, come tutto il nostro paese, una fase di notevole criticità circa le condizioni lavoro (precarietà e frammentazione del lavoro, difficoltà servizi pubblici di controllo, …). Inoltre, dopo la recente riforma delle “megaASL”, assistiamo ad un’ulteriore difficoltà nei territori specifici: si è allungata la linea di comando nelle aziende sanitarie, è accresciuto il disorientamento tra gli operatori e, per quanto riguarda specificamente i servizi di prevenzione, vi è stata una riduzione dei legami tra gli stessi servizi pubblici e le forze sociali del territorio. Per inciso: che fine ha fatto il piccolo movimento di alcuni anni fa in Toscana, sulla “responsabilità etica dell’impresa”?
Malgrado la gravità del momento, abbiamo visto sensibilità di facciata, ma scarsi interventi concreti (politici e amministrativi), neppure per il mantenimento degli standard attuali di risorse dei servizi pubblici. In periodi di crisi la salute/sicurezza dei lavoratori tende a essere una cosa superflua. Non far passare questo assunto dipende dalla mobilitazione sociale.
Una RLST ha scritto, dopo una sequenza di infortuni particolarmente intensa in un territorio: fra i “dispositivi di protezione individuale” che più mancano direi: art.18, contratti stabili, età pensionabile decente, formazione reale e mirata al proprio lavoro, salute e sicurezza come prevenzione con investimenti certi e mirati, controlli certi e potenziati, medicina sul lavoro competente e appassionata, Asl fortemente collegate su territori e settori produttivi, conoscenza dei ruoli riconosciuti dalla legge, valorizzazione a tutti i livelli (sindacali, organi di controllo e enti) delle figure di rappresentanza come gli Rls.
Dunque, il tema dei danni alla salute e dei morti a causa del lavoro non può essere affrontato solo sul piano “tecnico”, “sanitario” o “giuridico-legislativo”: il contesto politico è fondamentale: dentro una visione neoliberista oppure una sociale, con riferimento al luogo di lavoro, cambia il peso e il significato di termini come benessere, autorealizzazione, alienazione, protezione, produttività.
I piani di azione da considerare sono numerosi. Non ci sono interventi salvifici ne' scorciatoie. C’è davvero bisogno di una discussione per verificare se il “grande cambiamento” rende ancora validi i nostri modi di ‘vedere’ la prevenzione dei danni da lavoro, i nostri intendimenti e strumenti.
In generale vedo due necessità. Da un lato quella della promozione e sostegno all’impegno sindacale e sociale affinché i medesimi elementi che segmentano la forza lavoro possono costituire la base per veicolare la comunicazione politica tra lavoratori e lavoratrici. Dall’altro, quella di un rinnovato intervento regolatore dello stato per la protezione delle persone.
Questi gli interventi più urgenti:
- garantire che Regioni e Ministero della Salute rendicontino annualmente circa lo stato di attuazione dei rispettivi Piani regionali e nazionale di prevenzione,
- verifica delle risorse disponibili in questo campo e stato del turn over nei servizi pubblici, sia quelli di prevenzione a livello regionale, sia di quelli – centrali addetti al controllo della legalità sul lavoro
- necessario riordino del sistema di incentivi alle imprese connessi a questa materia
- salute pubblica (minacciata sempre più da macrodeterminanti ambientali come la crisi climatica e i “moderni” inquinanti chimici che realizzano i ben noti incrementi di tumori, soprattutto infantili, in certe aree di crisi…) e salute dei lavoratori sono due facce della stessa medaglia; sarebbe opportuna   un’unificazione delle competenze ambientali, sanitarie ed epidemiologiche. A ciò potrebbe contribuire la realizzazione un nuovo sistema organizzativo integrato ambientale‐sanitario che assicuri livelli d’intervento professionale ed etico appropriati ai problemi e ai bisogni territoriali, che susciti una rinnovata partecipazione. L’unificazione dei laboratori analisi dei dipartimenti prevenzione e quelli delle Arpa potrebbe essere un primo passo.
- istituire, nell’ambito del Sistema informativo della prevenzione previsto dal D.Lgs. 81/08 (di cui si attende ancora il concreto avvio), un sistema di registrazione nazionale infortuni e malattie da lavoro indipendente da finalità assicurative, che costituisca la fonte ufficiale di comunicazione periodica dei dati da parte del Ministero della Salute e degli Assessorati Regionali. Ricordiamo che nelle statistiche dell’istituto assicuratore INAIL sono esclusi circa 9‐10 milioni di lavoratori
- investire risorse, anche culturali, per favorire l’inserimento lavorativo di lavoratori disabili o parzialmente idonei, oggi ancor più necessario dato il progressivo invecchiamento della popolazione lavorativa
- completare i decreti attuativi (ad es.: patente a punti, “qualificazione” delle imprese) del DLgs 81/2008 (Testo Unico Sicurezza lavoro)
Per quanto riguarda in particolare i servizi dei dipartimenti di prevenzione:
- verifica della programmazione per priorità dei rischi e delle possibilità di assistenza in fase preventiva da parte servizi pubblici (e non certo in fase di vigilanza), con particolare riguardo alla microimpresa. Selezionare obiettivi per massimizzare l’efficacia.
- ribadire l’utilità di insistere per interventi di sistema, oltre ai controlli puntuali: piani mirati, azioni di promozione
- sfrondare adempimenti scarsamente utili e appesantimenti burocratici
- rafforzare l’alleanza fisiologica dei servizi pubblici con i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (RLS), per ridurre i rischi di pericolosa autoreferenzialità dei servizi di controlli verifica dello stato della formazione delle figure fondamentali per il controllo della salute nei luoghi di lavoro, particolarmente nelle scuole universitarie per tecnici della prevenzione e medici del lavoro
- revisione-rafforzamento del ruolo pubblicistico del medico del lavoro di azienda
- per  quanto  riguarda  i  nuovi  lavori  abbiamo  di  fronte  un  territorio  inesplorato d’interazioni tra umani e macchine che richiederà tempo e risorse per costruire una mappa dei rischi che rappresenti questi nuovi mondi.

Infine, in particolare a livello toscano, sottolineo, oltre a quanto sopra:
- necessità  di  revisione  della  consistenza  e  organizzazione  per  territori  omogenei regionali dopo la creazione delle megaASL
- necessità di revisione attività svolta programmatica per le aziende alto rischio e i porti
- la questione di sistema informativo più chiaro e ‘indicativo’ di priorità ed efficacia degli interventi
- obiettivi  di salute  e sicurezza,  ma  anche  la nuova  essenzialità  ed  importanza  del  ruolo  sociale  odierno  degli  operatori  della prevenzione  come portatori non solo di un bagaglio tecnico e giuridico, ma anche etico.
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