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17 Novembre 2018

Disuguaglianza, minaccia della democrazia

Tra il 1986 e il 2016 l'1% dei più ricchi ha catturato il 28% dell'aumento aggregato dei redditi di Usa, Canada ed Europa occidentale, mentre il 50% più povero ne ha “incassato” solo il 9%.

Questi dati eclatanti sono tratti da Worls Inequality Report 2018 recentemente pubblicato da World Inequality Lab, che descrive un quadro articolato tra i diversi paesi, in cui, ad esempio, lo squilibrio tra ricchi e poveri aumenta più negli Usa che in Europa, con la diseguaglianza che non si manifesta ovunque nella stessa dimensione. Pertanto “dal 1980 la disuguaglianza di reddito è cresciuta rapidamente in Nord America e in Asia, è cresciuta moderatamente in Europa e si è stabilizzata a un livello estremamente alto in Medio Oriente e nell'Africa sub-sahariana e in Brasile”.

Il report mostra anche che dopo la seconda guerra mondiale le quote dell'1% più ricco erano relativamente basse per lo meno rispetto agli standard pre-bellici in tutto l'occidente. Ma da allora queste quote sono schizzate in lato nei paesi anglofoni, specie negli Usa, mentre sono creciute poco in Francia in Germania o in Italia.

Walter Scheidel, uno storico del mondo antico autore di The Great Leveler,direbbe che l'aumento della disuguaglianza è quello che ci si dovrebbe aspettare. In questo rimarchevole studio sostiene che dopo l'invenzione dell'agricoltura (e dello stato agrario) le élites ebbero un successo incredibile nell'estrarre tutto il plusvalore che l'economia creava.

Il limite della predazione era posto dalla necessità di sopravvivenza dei produttori. Molte società agricole si avvicinavano a quel limite, tra esse l'impero romano e quello bizantino. In tempi di pace e di tranquillità - sostiene Scheidel – i potenti manipolavano la società a tal punto che aumentavano la loro quota di ricchezza (e quella dei loro discendenti). Qualcosa può fermare questo processo? Si. Sostiene il libro, i quattro cavalieri della catastrofe: la guerra, la rivoluzione, la peste e la carestia.

Qualcuno sosterrà che il passato non era così fosco come suggerisce quel libro. Quando gli stati poggiavano sulla mobilitazione militare – per esempio - dovevano in qualche modo tenere conto della prosperità del popolo. Ma tuttavia la disuguaglianza nelle società pre-moderne era spesso sbalorditiva.

Cosa ha che fare tutto questo con le società odierne post-industriali di gran lungo più ricche? Più – sembra – di quanto ci piacerebbe.

Nel XX° secolo le rivoluzioni (nell'Unione Sovietica e in Cina per esempio) e due guerre mondiali hanno enormemente ridotto la disuguaglianza. Ma quando i regimi rivoluzionari si sonno ammorbiditi (o sono collassati) o la memoria delle esigenze di guerra si è appannata, hanno preso piede processi abbastanza simili a quelli dei vecchi stati agrari. Sono emerse nuove élites enormemente ricche che hanno guadagnato potere e lo hanno nuovamente usato ai loro fini. Chi ne dubita dovrebbe guardare più da vicino alla politica e all'economia della legge fiscale in discussione al Congresso Usa.

Le implicazioni di questo parallelo sono che - a parte qualche catastrofico evento – siamo di nuovo ritornati sulla strada della disuguaglianza in crescita continua. Tuttavia abbiamo tre ragioni cui appellarci per essere relativamente ottimisti: i poveri sono relativamente poveri ma non ai margini della sussistenza; i paesi ad alto reddito non condividono tutti la stessa tendenza verso una disuguaglianza alta e crescente; gli stati ora possiedono una serie di strumenti di policy con cui – se vogliono - far fronte alla disuguaglianza di reddito e di ricchezza.

La grande questione tuttavia è se le pressioni in direzione della disuguaglianza tenderanno a crescere e se la volontà di riequilibrare tenderà generalmente a declinare.

Sul primo punto è difficile essere ottimisti. Sembra molto improbabile che nei paesi ad alto reddito possa crescere il valore di mercato del lavoro delle persone con bassa professionalità. Sul secondo punto si può puntare ottimisticamente al desiderio di godere un qualche livello di armonia sociale e all'abbondanza materiale delle economie moderne come motivo per credere che i ricchi siano pronti a dividere la loro abbondanza. Ciononostante poiché si sono spente la mobilitazione militare della metà del 20esimo secolo e le ideologie egualitarie che hanno accompagnato l'industrializzazione, mentre l'individualismo è diventato sempre più forte, le élites possono risultare più determinate a impadronirsi di tutto quello che possono. Se è così è un cattivo presagio non solo per la pace sociale ma anche per la sopravvivenza delle stabili democrazie a suffragio universale che sono emerse negli attuali paesi ad alto reddito nel 19 e 20esimo secolo.

Uno sviluppo possibile è la sorta di “populismo plutocratico” che è diventato una caratteristica simbolo degli Usa. Il futuro potrebbe riservarci una plutocrazia stabile che cerca di tenere la massa popolare divisa e docile. L'alternativa potrebbe essere l'emergere di un dittatore che va al potere sull'onda di una falsa opposizione tra le élites.

Scheidel suggerisce che la disuguaglianze crescerà. Dovremmo dimostrargli che ha torto. Se non ci riusciremo, l'aumento della disuguaglianza potrebbe alla fine ammazzare anche la democrazia.

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