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19 Novembre 2017
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“La fabbrica è casa nostra. Lotteremo perché non la distruggano”

17 06 29 ceme

 

di Maria Affé

 

Questa storia la racconto io, ma non è solo la mia storia. E’ anche quella di Sofia, Antonella, Cristina e delle altre lavoratrici della Ceme di Carugate. Sono Maria, oggi ho 46 anni e ne avevo 16 quando ho iniziato a lavorare nello stabilimento di Cologno di questa azienda.

 

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Poi, cinque anni dopo, quando hanno aperto la fabbrica di Carugate, il fondatore della Ceme Spa (era il padrone, certo, ma una brava persona) mi ha proposto di andare lì. All’inizio c’eravamo solo io, un altro lavoratore e una pressa. Con il tempo l’azienda si è ingrandita, sono arrivate Anna, Sabina e le altre.

In quello stabilimento siamo state adolescenti, siamo diventate donne, abbiamo trovato un compagno, un marito, alcune hanno fatto dei bambini. Insomma, questa azienda è un po’ anche nostra anzi, forse è più nostra che di chi oggi la vuole distruggere.

Abbiamo lavorato su turni, notte compresa come i colleghi uomini e insieme ci siamo ritrovate a fare i sabati e le domeniche di straordinario fino alla fine di maggio di quest’anno. Siamo brave nel nostro lavoro, siamo orgogliose di quello che sappiamo fare. E questa azienda è cresciuta, gli ordini sono aumentati grazie a noi, che non ci siamo mai risparmiate, che siamo un bel collettivo, una squadra. Io quando andavo al lavoro, nonostante la fatica, ero felice: quella fabbrica era un po’ casa mia.

Poi, nel 2015 la proprietà dell’azienda è cambiata, è arrivato un nuovo amministratore delegato, uno che neppure ci conosce, non sa che faccia abbiamo e come ci chiamiamo, e il clima è radicalmente cambiato.

Prima è stato chiuso lo stabilimento di Brugherio, anche se l’azienda continuava a guadagnare, ad essere leader nel settore. Abbiamo chiesto spiegazioni: ci hanno raccontato un sacco di storie: “non vi preoccupate, non c’è nessun problema”.

Il 5 giugno è arrivata la doccia fredda, così senza preavviso e senza dialogo: l’azienda ha deciso di chiudere la fabbrica e licenziarci tutte e tutti e 97. All’inizio eravamo stupite, disorientate, poi sono arrivate le lacrime ma anche la rabbia, la voglia di combattere: il lavoro c’è, noi ci siamo, perché mai cessare l’attività e mandarci ad allungare  la fila dei disoccupati?

Così abbiamo deciso di provare a cambiare il finale di questa storia che non ci piace. Io mi sento come se dovessi vigilare su quello che è mio, che è nostro, perché non venga distrutto e sento che è una battaglia giusta, anche se sembra una lotta contro i mulini a vento.

Abbiamo deciso di raccontare la nostra vicenda alla Presidente della Camera, non solo per il ruolo che ricopre, ma anche per la sua sensibilità sul tema dei diritti e della libertà delle donne.

Le abbiamo scritto: “Faremo tutto il possibile per combattere questa ingiustizia, anche per tutti quelli che dopo anni di sacrifici vengono umiliati, per i più giovani che non hanno un futuro e soprattutto per le donne che con la perdita del posto di lavoro rischiano di essere private di un elemento fondamentale di emancipazione.”

E l’onorevole Laura Boldrini ci ha ascoltato, ci ha incontrato.

In questi giorni, oltre alla solidarietà di molti, ci siamo spesso sentire dire: “Ma lasciate perdere, andate a cercarvi un nuovo lavoro”. Ma noi un lavoro ce lo abbiamo. E lo difenderemo.

 

https://www.lauraboldrini.it/news/lavoro-ed-economia/la-fabbrica-e-casa-nostra-lotteremo-perche-non-la-distruggano/#more-13402

 

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