A+ R A-
25 Febbraio 2017
Federazione Impiegati Operai Metallurgici

17 items tagged "Renzi"

Risultati 1 - 17 di 17

Domenica 20 novembre a "In 1/2 Ora" di Lucia Annunziata su Rai Tre confronto tra Maurizio Landini e Matteo Renzi

Category: Segnalazioni
Creato il Venerdì, 18 Novembre 2016 20:25

RENZI LANDINI

 

Domenica 20 novembre a "In 1/2 Ora" di Lucia Annunziata su Rai Tre confronto tra Maurizio Landini e Matteo Renzi

Renzi fa male alla Costituzione. Digli di smettere

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Giovedì, 28 Aprile 2016 15:30

16 04 28-costituzione

 

La prima cosa da dire ai cittadini chiamati a esprimersi sui referendum, per “le riforme costituzionali” e per l’abrogazione della legge elettorale “Italicum”, è quella di chiedersi: “cui prodest”? A chi giova? In altri termini, all’immaginario collettivo, ottenebrato dalla politica menzognera del “neoliberismo”, pensiero unico dominante, deve essere innanzitutto chiarito che dette riforme, obiettivo ultimo e non rinunciabile di Matteo Renzi, non sono di alcuna utilità per il popolo italiano, ma servono soltanto agli interessi economici della “finanza”, cioè delle banche e delle multinazionali, alle quali Renzi, come in genere l’intera classe politica, si è da tempo asservito.

In proposito è molto importante sottolineare che la “finanza” possiede una “ricchezza fittizia”, costituita da “prodotti finanziari”, ed in particolare da “derivati” ad alto rischio per la Collettività, che ha raggiunto dimensioni stratosferiche.

E’ stato valutato che, nel 2010, il valore dei “derivati” in circolazione nel mondo ammontava a 1,2 quadrilioni di dollari, mentre il prodotto interno lordo di tutti i paesi del mondo arrivava a mala pena a 60 trilioni di dollari. La situazione odierna è certamente molto più grave, ma ciò che è da porre in evidenza è che la “finanza”, avendo in mano, quasi per intero, tutta questa “ricchezza fittizia”, è in grado di determinare, essa sola, il livello dei prezzi delle materie di maggior consumo, il valore delle singole imprese (aziende, industrie, banche, ecc.) e il livello dei tassi di interesse sul debito pubblico e privato. Ne consegue che i destini dei singoli e dei popoli sono finiti nelle loro mani.

Questa “ricchezza fittizia” è stata costruita grazie al “sistema della creazione del danaro dal nulla” da parte delle banche private, le quali sono state autorizzate dalla legge a trasformare i propri diritti di credito (derivanti da prestiti a clienti), in “titoli commerciabili”, cioè in “obbligazioni” il cui valore dipende dal fatto, certamente aleatorio, che il debito sia pagato. Questo “sistema” cosiddetto dei “derivati” si è ben presto esteso a qualsiasi “strumento finanziario” che faccia “derivare il proprio valore” da quello di altre attività, quali merci, valute, crediti, titoli, indici finanziari o addirittura eventi sportivi, corse di cavalli, gare di calcio, ecc. Si tratta in sostanza di “scommesse” sul verificarsi di un determinato evento. Un vero e proprio assurdo.

Le leggi che rendono legittimi questi “strumenti finanziari” sono state emanate, dapprima negli Stati Uniti, e poi man mano in molti Stati dell’Occidente. In Italia, la legge n. 448 del 2001 (finanziaria 2002) autorizza gli enti locali a pareggiare i propri bilanci con i “derivati”, che la legge stessa denomina “swap”. La legge n. 130 del 1999, disciplina precisamente la “cartolarizzazione dei diritti di credito”, cioè di un particolare tipo di derivati che fanno derivare il “valore” economico del titolo stesso dal “pagamento” o dal “mancato pagamento” dei “debiti cartolarizzati”. Ci sono poi numerose leggi dei governi Berlusconi, che riguardano “la cartolarizzazione delle vendite degli immobili pubblici”, il cui valore economico deriva dal fatto che detti immobili “siano venduti” o restino “invenduti”; ci sono ancora leggi che prevedono un’altra forma di “derivati”, i “project bond”, il cui “valore” deriva dal fatto che la costruzione di una determinata opera pubblica “produca” o “non produca” un aumento di valore degli immobili circostanti, e l’elenco, lo si creda, potrebbe continuare a lungo. Questi “titoli commerciabili” sono in sostanza delle obbligazioni, per così dire, “a rischio”, il cui valore, come si è appena detto, deriva dal verificarsi o meno di determinati eventi, e servono per “trasferire” sugli acquirenti” il “rischio” insito nel titolo stesso. Se, poi, con detti titoli si pareggiano i bilanci di una banca che non può fallire, ovvero un ente pubblico territoriale, è chiaro che il rischio viene direttamente trasferito sulla collettività.

Tutto questo avviene a livello mondiale. La situazione, tuttavia, è ancora più grave in Europa, nella quale dirige le operazioni la cd. “troica”, che è formata: dalla BCE, composta da 18 banche centrali “private”, dalla Commissione Europea (completamente asservita ai voleri della finanza) e (non si sa bene a quale titolo) dal Fondo Monetario Internazionale, formato da 12 banche “private” di primaria importanza, tra le quali la Rothschild, la Goldman Sachs, la J. P. Morgan, e da una moltitudine di altre banche private tra loro collegate e in genere dipendenti dalle banche maggiori. Questo organismo, sotto la spinta autoritaria della Bundesbank, che è la più forte delle banche centrali europee, impone agli Stati membri del sud Europa una “politica di austerità”, al fine dichiarato, ma assolutamente menzognero, di diminuire il debito pubblico, che poi, con altra menzogna, viene fatto ritenere come conseguente ai “costi dello stato sociale”, e non, come realmente è, agli alti “tassi di interesse” imposti dai mercati sui titoli del debito pubblico. E si noti al riguardo che i paesi del nord Europa, e specie i paesi scandinavi (che sono portati a modello) spendono per i servizi pubblici essenziali di gran lunga molto più dell’Italia e, in genere, dei Paesi del sud Europa. In effetti, non può sfuggire all’opinione pubblica che l’imposizione della politica di austerità, facendo tagliare le spese e facendo diminuire gli investimenti in attività produttive, comporta una “aumento” e non una “diminuzione” del debito pubblico, visto che si tratta di un rapporto tra debito e PIL. Come se ciò non bastasse, questo Organismo impone agli Stati del sud Europa anche i cd. “compiti a casa”, l’obbligo cioè di attuare riforme che, anziché far crescere l’economia con investimenti produttivi, la fanno andare in recessione aumentando la disoccupazione.

E qui viene in evidenza l’altro strumento che, oltre la “creazione del danaro dal nulla”, utilizza la “finanza”: le “privatizzazioni” dei beni pubblici in proprietà collettiva del popolo, le quali sono presentate come” vantaggiose” per gli interessi degli Italiani, in quanto servono a pareggiare i bilanci pubblici. Si tratta, invece, di strumenti menzogneri e micidiali, poiché recidono il legame tra un’industria, o un altro bene produttivo, ed il territorio, facendo in modo che questo bene, che apparteneva a tutti i cittadini e che è stato venduto a un solo soggetto, di solito straniero, vaga per il mondo come vaga il suo titolare con la conseguente “delocalizzazione” che provoca perdita dei posti di lavoro ed ulteriore miseria.

Altra disastrosa menzogna è quella che riguarda la proclamata bontà delle “liberalizzazioni”, anch’esse volute da questa specie di Europa che Europa non è, le quali sono invece dannosissime per l’Italia, poiché pongono in concorrenza aziende ed industrie dei paesi del sud Europa, e soprattutto italiane, con aziende ed industrie straniere, come quelle tedesche, che godono dei favori del mercato, e quindi godono di una posizione di vantaggio (posizione economica dominante), e agiscono spesso violando impunemente i Trattati internazionali e quelli dell’Unione Europea.

Non può sfuggire a nessuno che, In realtà, le “privatizzazioni” e le “liberalizzazioni” servono per far sì che la finanza possa trasformare in “beni reali” i beni “fittizi” creati dal nulla, possa cioè impunemente esercitare un’opera predatoria di rastrellamento dei beni reali esistenti, annientando la sua originaria funzione che era quella di investire, guadagnare sugli investimenti (il profitto) e aumentare l’occupazione. In altri termini, l’antico percorso “finanza-prodotto-finanza”, si è ora trasformato nel percorso “finanza-finanza”, con l’effetto di produrre ricchezza per pochi e disoccupazione, recessione e miseria per tutti coloro che non fanno parte della ristretta “oligarchia neocapitalistica”.

Si capisce, a questo punto, che l’ultimo ostacolo che la finanza desidera fortemente superare per la realizzazione completa del suo “progetto politico” è costituito dall’esistenza in Europa delle Costituzioni del secondo dopoguerra, che tutelano i diritti fondamentali della persona umana e che impediscono le subdole operazioni delle quali si è detto. D’altro canto è da segnalare che già oggi il Meccanismo Europeo di Stabilità, l’Organo dell’UE che elargisce i prestiti, gettando nella miseria e nella morte milioni di persone (vedi la Grecia), si avvale di taluni provvedimenti normativi che dichiarano i loro componenti “immuni da qualsiasi responsabilità penale, civile e amministrativa, ed immuni i loro archivi”, in modo che nessun giudice nazionale possa leggere i documenti in essi conservati. Questa “immunità” verrà estesa a tutti gli operatori economici e finanziari con la firma, già promessa da Renzi, del Trattato Transatlantico tra Stati Uniti e UE (TTIP), di prossima sottoscrizione.

Eppure, questo “deforme sistema economico finanziario” che è stato creato dal pensiero neoliberista e attuato dall’oligarchia finanziaria, potrebbe essere facilmente smantellato, se si abrogassero le leggi incostituzionali sinora emanate in materia dai singoli Stati e, per quanto ci riguarda, si applicasse il sistema dell’”economia mista” previsto dalla Sezione terza della Parte prima della vigente Costituzione repubblicana. Ma, ovviamente, i governi Europei, ed in particolare i nostri, del tutto asserviti alla finanza, si guardano bene dall’applicare le proprie Costituzioni e fanno di tutto per distruggerle. Infatti, da noi, le modifiche costituzionali oggetto di referendum servono proprio per fare in modo che una ristretta cerchia di elettori, che potrebbero costituire anche solo il 20 o 25 per cento dell’elettorato attivo, possa, mediante il sistema del ballottaggio previsto dall’attuale legge elettorale, detta “Italicum”, avere la stragrande maggioranza dei seggi in Parlamento, e, essendo stato il Senato reso del tutto passivo ed imbelle dalla stessa riforma, attuare agevolmente “ulteriori modifiche” anche della parte prima della Costituzione, cancellando persino i “diritti fondamentali” che più insidiano gli interessi della finanza, come il diritto alla salute, all’istruzione, alla ricerca scientifica e tecnologica e così via dicendo.

E’ opportuno comunque ricordare che tutti i provvedimenti legislativi approvati nel corso del governo Renzi hanno questa incredibile caratteristica: sono a favore della finanza internazionale (soprattutto statunitense e tedesca) e sono contro gli interessi del Popolo italiano, contro la salute dei cittadini e contro l’ambiente. Per esser brevi, citiamo soltanto l’art. 1 del decreto “Sblocca Italia”, nel quale si legge che “in caso di motivato dissenso da parte di un’Amministrazione preposta alla tutela ambientale, paesaggistico territoriale, del patrimonio storico o artistico o alla tutela della salute e della pubblica utilità, la questione, in deroga all’art. 14-quater, comma 3, della legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modifiche e integrazioni, è rimessa alla decisione del Commissario, che si pronuncia entro quindici giorni”. Il che vuol dire che l’interesse all’esecuzione dell’opera (molto spesso inutile o dannosa) prevale sulla tutela del territorio, della salute e dell’incolumità dei cittadini. Si potrebbero peraltro citare una serie interminabile di provvedimenti che vanno in questo senso: si pensi al “Jobs Act”, che ha eliminato con un tratto di penna i diritti dei lavoratori conseguiti dopo decenni di lotta, alla “buona scuola”, che affida tutto a un “manager” e privilegia le scuole dei ricchi al posto di quella pubblica di tutti, alla “riforma della P. A.”, la quale, tra l’altro, ha disposto che il principio del “silenzio assenso” valga anche per le zone vincolate, mentre ha tolto autorità alle Soprintendenze, accorpandole e sottoponendole al Prefetto.

Ciò detto si capisce che Renzi dice il vero quando annuncia che, se perdesse il referendum, lascerebbe la politica: egli, evidentemente, ha assicurato ai suoi sostenitori “finanziari” che avrebbe cancellato la nostra Costituzione Repubblicana. Cosa che, come si è visto, è resa possibile attraverso la modifica costituzionale in esame in rapporto alla nuova legge elettorale detta Italicum. Una combinazione di leggi che consegnerebbe il Parlamento ed il Paese ad una minoranza, divenuta, per la “magia” delle modifiche renziane, una “maggioranza fittizia”, facilmente manovrabile dal Capo del governo.

Ecco allora che si rende necessaria la battaglia referendaria che sta per iniziare: dire chiaramente NO a questa riforma costituzionale ed a questa legge elettorale rappresenta un dovere per ogni cittadino Italiano ed una necessità improrogabile per l’interesse dell’intero nostro Paese.

 

*Vice presidente emerito della Corte costituzionale

Il destino della Costituzione è più importante di quello di Renzi

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Mercoledì, 24 Febbraio 2016 11:30

costituzione

 

La campagna referendaria è partita. Consapevole o meno Renzi, con la sua affermazione che il suo futuro personale è legato all’esito del referendum sulle modifiche costituzionali, contribuisce a destare interesse per un appuntamento politico che molti elettori neppure sapevano ci sarebbe stato. Naturalmente sovrapporre il suo destino all’esito del referendum da parte di Renzi è strumentale, per mettere il merito del referendum in secondo piano, per sfuggire alle accuse di stravolgere la Costituzione nata dalla Resistenza, puntando ad una sorta di Sindaco d'Italia o, come dicono altri, ad un premierato forte mascherato. Renzi lo fa puntando a trasformare questo appuntamento in un referendum su di lui piuttosto che sullo stravolgimento della Costituzione che è il vero oggetto del referendum.

Questo tentativo strumentale va respinto. Gli elettori saranno chiamati a votare sulle modifiche della Costituzione che è cosa ben più importante del destino di Renzi.

Lo stravolgimento della Costituzione attuato con queste modifiche, fortemente volute da Renzi, sta arrivando in porto con modalità che stravolgono la prassi e lo spirito della Costituzione, lavorando su proposte del governo per rafforzane il ruolo diminuendo quello del parlamento, fingendo di dimenticare che dovrebbe essere il parlamento a definire il ruolo del governo e non viceversa. Non va infatti dimenticato che la Costituzione stabilisce che l'Italia è una repubblica parlamentare.

Va aggiunto che Renzi dopo avere ricattato numerose volte i parlamentari (o votate la fiducia al governo o tutti a casa) perfino sulla legge elettorale, ora cerca di ricattare gli elettori minacciando il suo ritiro con un sovraccarico che riguarda solo lui e il suo metodo di continuo rilancio della posta in gioco.

Occorre reagire con serenità, mantenendo al centro il merito delle proposte sottoposte a referendum, per convincere gli elettori a respingerle. Se poi qualcuno approfitterà della sfida per altri fini sarà responsabilità anzitutto di chi ha innescato questa spirale perversa, cioè Renzi stesso.

Va sottolineato che in ballo ci sono oltre le pur decisive modifiche della Costituzione anche la legge elettorale. Infatti sul piano degli effetti istituzionali le modifiche costituzionali sono intrecciate fino a fare un tuttuno con la legge elettorale Renzi-Boschi.

La legge elettorale, approvata con un abuso del voto di fiducia, infatti contribuisce a cambiare la sostanza delle regole democratiche e in particolare della rappresentanza politica del nostro paese, con una pesante torsione maggioritaria. Un solo partito avrà un enorme premio di maggioranza (340 deputati) se raggiungerà il 40 % dei voti al primo turno. Altrimenti andrà al ballottaggio con il secondo piazzato e il vincitore nello spareggio avrà un premio di maggioranza ancora maggiore. Inoltre i deputati saranno per almeno i 2/3 nominati dal capo partito (nel caso specifico capo del partito e insieme del governo) il quale si troverà ad avere del tutto asservita l'unica Camera che da' e toglie la fiducia al governo e che ha l'ultima parola sui provvedimenti di legge. Se a questo aggiungiamo la spogliazione di poteri delle regioni, l'accentramento delle decisioni nelle mani del governo perfino sui tempi dei lavori parlamentari, il declassamento del Senato ad una camera dopo-lavoro, visto che sindaci e consiglieri regionali sono eletti per fare altre cose, e quindi non potranno esercitare seriamente neppure i poteri rimasti, con senatori non eletti e che quindi non rispondono agli elettori. Così arriviamo alla chiusura del cerchio di un accentramento mai visto dei poteri nelle mani del capo del governo, con una torsione se non proprio autoritaria certamente molto decisionista. Del resto ne abbiamo avuto gia' numerose anticipazioni, da atteggiamenti di negazione del valore del dialogo sociale e in particolare del ruolo dei sindacati, all'attacco ai diritti di chi lavora rappresentato dalla liberalizzazione del tempo determinato e dalla cancellazione dell'articolo 18 per i nuovi assunti, fino a decisioni su materie ambientali che hanno fatto insorgere le regioni che hanno chiesto un referendum contro i permessi di trivellazione concessi in spregio alle norme ambientali. In futuro per le regioni questo referendum sarebbe molto difficile chiederlo.

Sono solo alcune della anticipazioni che dicono molto della concezione del potere e quindi del significato delle modifcihe della Costituzione, insieme alla legge elettorale.

Non si tratta solo della ricerca di un rafforzamento del potere personale da parte di Renzi, che pure c’è. C'e' qualcosa di più. La cortina fumogena alzata con la polemica con Juncker non serve solo ad ottenere qualche zero virgola di flessibilità in più, dopo avere abbandonato in passato la Grecia al suo destino, ma rivela che il governo Renzi per rispettare i parametri europei (più o meno gli stessi che ha dovuto subire la Grecia) si prepara a manovre pesanti, socialmente indigeribili e che le misure che rafforzano il potere autoritativo del governo sono funzionali a farle passare, costi quel che costi, cioè ad imporle nei prossimi anni.

Il referendum sulle modifiche della Costituzione e la raccolta delle firme per promuovere quelli sulla legge elettorale saranno un’occasione importante per le elettrici e gli elettori per farsi sentire, tanto più che altri referendum saranno in campo a partire dalla scuola e dal lavoro. Ad aprile partirà la raccolta delle firme per ottenere i referendum per abolire premio di maggioranza e ballottaggio e garantire il diritto per i cittadini di eleggere tutti i deputati, senza nominati dai capi partito.

Fincantieri: la trattativa il 19, chiesto un incontro a Renzi sul futuro aziendale

Category: Gruppo Fincantieri
Creato il Martedì, 05 Gennaio 2016 17:50

Il 22 dicembre scorso sono ripresi gli incontri con Fincantieri sul rinnovo del contratto integrativo di gruppo. Il negoziato era stato interrotto nel luglio scorso. Il 3 dicembre, dopo una richiesta d'incontro all’amministratore delegato Giuseppe Bono e per conoscenza al Presidente del consiglio Matteo Renzi dopo il tracollo in borsa e le dimissioni del Direttore generale, si era svolto un incontro con la partecipazione dei tre segretari generali Fim, Fiom,Uilm, seguito il giorno dopo da aumenti unilaterali e selezionati palesemente provocatori, dopo che a marzo Fincantieri aveva smesso di erogare i premi di risultato dei vecchi accordi. Al termine dell’incontro del 22 Dicembre la Fiom nazionale non ha espresso nessuna valutazione per le ragioni che oggi riassumiamo:

1) L’incontro è avvenuto alla vigilia della chiusura dei cantieri per le festività di fine anno e perciò la Fiom ha preferito rinviare una propria presa di posizione al momento del rientro al lavoro dei lavoratori.

2) L’incontro ha visto ribadire posizioni già espresse nove mesi fa, posizioni sempre giudicate inaccettabili e pericolose per il futuro di Fincantieri. Il monologo aziendale è servito solo a fissare tre nuovi incontri, il 19 gennaio e il 2 e 3 febbraio prossimi, eludendo qualsivoglia richiesta di ripristinare i vecchi accordi almeno in via transitoria e chiarendo che Fincantieri non intende sanare dal punto di vista retributivo il 2015 nemmeno in caso di un accordo, rispondendo negativamente alla posizione comunemente espressa dai segretari generali Fim, Fiom, Uilm. Inoltre Fincantieri continua a evitare di discutere i temi di prospettiva, sia dal punto di vista industriale sia sotto il profilo occupazionale, nonostante pubblicamente si parli esplicitamente di un nuovo piano industriale.

3) Nonostante l’insistenza della Fiom, Fincantieri, anche col consenso di Fim e Uilm, nei prossimi incontri vuole discutere genericamente di struttura del salario e di welfare aziendale, quasi ci fosse bisogno di approfondimenti tecnici dopo nove mesi di incontri e dopo che l'azienda ha penalizzato i lavoratori dal punto di vista salariale negando l’applicazione degli accordi.

4) Il piano industriale finora presentato è stato giudicato inaccettabile perché prevede lo scorporo di tutte le attività di scafo e una palese finzione sulla volontà di intervenire sul lavoro in appalto ormai fuori controllo che genera diseconomie e ritardi, oltre a essere fonte d'illegalità, caporalato, sotto salario, mancanza di sicurezza e di diritti; inoltre manca qualsiasi prospettiva per i cantieri di Palermo, oggi in cassa integrazione guadagni, e di Castellammare di Stabia.

5) La Fiom non si sottrarrà al confronto proposto da Fincantieri per il 19 gennaio e per il 2 e 3 febbraio 2016, tuttavia è preoccupata per la tenuta di Fincantieri che più prende commesse e più perde, mentre si accumulano ritardi clamorosi che avranno costi altissimi su un bilancio che sarà negativo per la miope gestione di chi ha voluto seguire la moda della finanza al posto del lavoro industriale, raccogliendo dopo essersi quotata in borsa risultati disastrosi. Non è chiaro cosa stia succedendo dopo i fatti che hanno portato alle dimissioni del direttore generale se non la sua scandalosa liquidazione di ben 3 milioni di euro per nove mesi di operato, mentre le banche non nascondono una diffidenza in merito ai dati presentati da Fincantieri e il tutto viene tamponato con l’annuncio di un nuovo piano industriale i cui contorni non sono chiari ma tutti interni alle lotte di potere per la conferma o meno degli attuali gruppi dirigenti.

6) Non possiamo dimenticare che il maggiore azionista di Fincantieri è il governo. La Fiom non accetta che tutte le ormai certe ricadute negative attribuibili solo a questo gruppo dirigente siano scaricate sui lavoratori o su interi cantieri anche in termini occupazionali e peggiorando le condizioni di vita e di lavoro. Per queste ragioni congiuntamente a questo comunicato la Fiom ha inviato una richiesta d'incontro al Presidente del Consiglio dei ministri Matteo Renzi e al Ministro per lo sviluppo economico Federica Guidi, da fissare al più presto, vista la vaghezza di Fincantieri su questi temi.

7) Il 19 gennaio, se il confronto risultasse palesemente inconcludente - come purtroppo avviene da nove mesi - la Fiom riprenderà la mobilitazione e fisserà la data di una manifestazione nazionale dei lavoratori Fincantieri che auspichiamo possa esserer unitaria.

L'effetto disgregante del fattore Renzi

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Martedì, 27 Ottobre 2015 18:04

mrmuscolo-zoom

 

Dopo il Jobs act, nella legge di stabilità il governo intende intervenire ancora sul mercato del lavoro; questa volta, contestualmente all’introduzione del salario minimo legale e sostituendosi alle parti sociali (ma trovando consenso in Confindustria), vuole modificare il modello delle relazioni industriali, spostando il baricentro della contrattazione dalla sfera nazionale a quella aziendale (dove dovrebbe svilupparsi anche il welfare integrativo privato).

Il decentramento contrattuale viene motivato sostenendo che le dinamiche salariali dovrebbero essere connesse a quelle della produttività rilevate in ciascun posto di lavoro. Tuttavia, questa proposta non è sorretta da solide argomentazioni analitiche (come invece si vorrebbe), accentuerebbe le ragioni del nostro declino economico, sarebbe socialmente e politicamente pericolosa.

Non v’è dubbio che la crescita del Pil di un paese sia legata alla dinamica della produttività, ma – si badi bene - a quella del suo complessivo sistema produttivo. La crescita della produttività è particolarmente legata al progresso tecnologico; tuttavia: a) esso si diffonde in modo disomogeneo nei diversi settori produttivi e nelle singole aziende; b) i suoi effetti sulla produttività non necessariamente sono rilevabili proprio là dove il progresso si genera; c) essi comunque trascendono l’impegno dei lavoratori di una singola azienda o settore; d) in ogni caso, anche storicamente, le dinamiche salariali dei lavoratori di diversi settori non dipendono molto dall’evoluzione delle produttività misurate in ciascuno di essi.

Ricordando che la produttività è un concetto fisico, cioè il rapporto tra la quantità prodotta e la quantità di lavoro impiegato, le tendenze storiche mostrano che in alcuni settori (specialmente in quelli industriali che maggiormente hanno incorporato il progresso tecnico) la produttività è cresciuta relativamente molto. In altri (specialmente in quelli dei servizi dove prevale l’impegno diretto delle capacità umane) è cresciuta relativamente poco.

Per produrre un chiodo oggi occorre un impiego di lavoro “infinitamente” inferiore rispetto a 2500 anni fa, ma il tempo necessario a un docente per spiegare il teorema di Pitagora a uno studente non è cambiato molto.

Se le dinamiche salariali dei lavoratori nei due settori dipendessero dall’evoluzione relativa delle loro produttività, negli ultimi secoli i metallurgici dovrebbero aver goduto di una crescita delle retribuzioni “infinitamente” superiore a quella dei docenti. Naturalmente non è stato così. D’altra parte, il forte aumento della produttività nella produzione dei chiodi è dipeso anche dal fatto che in altre parti del sistema produttivo (e sociale) continuava a essere insegnato e applicato (anche) il teorema di Pitagora senza aumenti di produttività.

Il ruolo di settori come quelli dove si produce ricerca di base, innovazione, istruzione e formazione è fondamentale per gli incrementi di produttività dell’intero sistema, ma in essi la misurazione della produttività fisica e la sua specifica attribuzione a chi vi lavora per determinarne i salari è anche più problematica.

Dunque, la percezione e la misura degli aumenti della produttività non si rilevano necessariamente nei settori dove vengono generati. Collegare ad essi le dinamiche salariali è problematico anche se la produttività è misurata in termini monetari, ad esempio, in termini di fatturato per addetto. Infatti, così facendo, la produttività viene a dipendere anche dall’evoluzione dei prezzi relativi.

Per il solo fatto che in un settore i prezzi aumentano più che in un altro, il suo fatturato per addetto risulterà maggiormente accresciuto, indipendentemente dalle dinamiche della produttività fisica registrate in entrambi. Ma i prezzi relativi e il valore attribuito alla produzione di ciascun settore e azienda dipendono da numerosi fattori, anche indipendenti dalla produttività.

In primo luogo, i prezzi relativi sono influenzati proprio dalla distribuzione del reddito (cosicché Il nesso causale tra produttività e distribuzione del reddito s’inverte) la quale, a sua volta, dipende dalla forza economica, contrattuale, e politica dei titolari di profitti, rendite e salari. Ma questi fattori socio-politici non agiscono in modo omogeneo nei diversi settori, aziende e territori, anche in uno stesso paese.

In secondo luogo, i prezzi relativi sono influenzati anche da altre circostanze come le condizioni di mercato (più o meno concorrenziali) e anche queste possono essere diverse nei differenti settori e territori di produzione.

Dunque, pensare che i salari pagati in ciascuna azienda debbano dipendere dalla produttività dei rispettivi lavoratori, non solo non corrisponde alla realtà consolidata del modo di funzionamento dei sistemi economici, ma comunque non costituirebbe un legame tra retribuzioni e “meriti” produttivi dei lavoratori. Il valore monetario creato da un’impresa dipende molto parzialmente dalla produttività fisica dei suoi lavoratori, la quale, peraltro, più che dalla loro capacità e disponibilità al lavoro, scaturisce dall’organizzazione produttiva e dalle tecnologie fornite dall’imprenditore e, prima ancora, dalla ricettività verso il progresso tecnico del settore in cui opera l’azienda.

La proposta di legare i salari alla produttività aziendale e di privilegiare la contrattazione decentrata, oltre che carente analiticamente, presenta due gravi controindicazioni per la crescita e gli equilibri sociali, specialmente nel nostro paese.

In primo luogo, il legame tra produttività aziendale e salari accentuerebbe la frammentazione del sistema produttivo: facendo perdere di vista che l’aumento della produttività riguarda l’intero sistema produttivo e non singole sue parti; premiando i settori dove la produttività si rivela ma non quelli dove effettivamente ha origine; comunque differenziando ciò che invece va valutato in modo integrato. La segmentazione contrattuale celerebbe ulteriormente che la competitività che il nostro sistema produttivo deve recuperare riguarda essenzialmente la sua complessiva capacità di esprimere qualità e capacità innovativa, le quali non dipendono dal costo del lavoro sostenuto in ogni singola azienda – che comunque incide relativamente poco sui prezzi - ma dal prevalere di una logica e di un progetto d’assieme, intersettoriale, di società e di lungo periodo che necessariamente deve coinvolgere le tre parti che ne hanno responsabilità: l’insieme delle imprese, i rappresentanti dei lavoratori e il governo.

In secondo luogo, i lavoratori impiegati nei diversi settori produttivi convivono in una stessa società e hanno bisogni simili cosicché, se le dinamiche delle produttività aziendali e settoriali come emergono dalle misurazioni possibili fossero fortemente disomogenee (come è normale che accada) e se le dinamiche retributive fossero corrispondentemente diverse (come si vorrebbe che fosse), si creerebbero maggiori disparità e problemi di coesione sociale, a cominciare da conflitti e divisioni interni agli stessi lavoratori. Alimentare queste tendenze disgreganti non gioverebbe allo sviluppo del Paese; tuttavia, per quanto miope, potrebbe essere proprio questo l’obiettivo politico non secondario associato alla proposta del decentramento contrattuale.

 

 

Il Jobs Act ti cambia la vita... in peggio [volantino]

Category: Comunicati e volantini
Creato il Mercoledì, 21 Gennaio 2015 17:15

LOGOFIOM-180X120

 

Alle lavoratrici e ai lavoratori toglie diritti e tutele, alle imprese regala soldi e libertà di licenziare: contratti incerti per noi, tutele certe per loro.

 

La Fiom ha rivendicato il ripristino del diritto alla reintegra nel lavoro previsto dall'art.18 estendendolo a tutte le lavoratrici e lavoratori, l'estensione della cassa integrazione a tutte le imprese e a tutti i lavoratori, l'introduzione di un reddito minimo come strumento di tutela universale, l'aumento del costo del lavoro atipico e la riduzione delle tipologie contrattuali: un contratto unico a tempo indeterminato a tutele progressive attraverso l'allungamento del periodo di prova, a secondo delle diverse qualifiche professionali, tempo determinato con il ripristino delle causali, apprendistato, part-time, somministrazione solo per le alte professionalità, definire una sola tipologia di lavoro autonomo con parità di diritti.

 

 

Tfr in busta paga: chi ci perde, chi ci guadagna [volantino]

Category: Comunicati e volantini
Creato il Mercoledì, 21 Gennaio 2015 17:10

LOGOFIOM-180X120

 

Il governo, anche quando dice di voler sostenere il reddito e il salario, in realtà ne approfitta per aumentare le tasse ai lavoratori e per ridurre il valore della contribuzione integrativa versata.

Con Jobs Act e Legge di stabilità, utilizza le risorse per garantire alle imprese la libertà di licenziare.

 

 

 

 

iMec - Giornale metalmeccanico: Fiom Act. Renzi copia Confindustria per il Jobs Act e la riforma dei contratti. Le nostre controposte

Category: Comunicazione
Creato il Giovedì, 04 Dicembre 2014 18:40

iMec 7 2014-pag1

 

In questo numero

Renzi copia Confindustria per il Jobs Act e la riforma dei contratti. Le nostre controposte

Come uscire dalla crisi senza rimetterci la pelle

Articolo 18: le proposte di Confindustria (maggio 2014)

Il Jobs Act di Renzi

Prossima puntata: la Confindustria detta al Governo la sua proposta per distruggere la contrattazione

Manifesto Fiom per lo sciopero generale del 12 dicembre 2014

 

Landini: mai pensato - come mi viene attribuito da alcuni mezzi di informazione - che Renzi non ha il consenso degli onesti, ho detto - e ribadisco - che il premier non ha il consenso della maggioranza delle persone che lavorano o che il lavoro lo cercano

Category: Stampa e relazioni esterne
Creato il Venerdì, 21 Novembre 2014 12:10

LOGOFIOM-180X120

 

Landini: mai pensato - come mi viene attribuito da alcuni mezzi di informazione - che Renzi non ha il consenso degli onesti, ho detto - e ribadisco - che il premier non ha il consenso della maggioranza delle persone che lavorano o che il lavoro lo cercano e che sono nella parte onesta del paese che paga le tasse

 

21 novembre 2014

Fiom Brescia. 3 novembre 2014: manifestazione in occasione della visita di Renzi alla Palazzoli

Category: Fiom Brescia
Creato il Lunedì, 03 Novembre 2014 18:10

[la Repubblica] Landini: "Il paese non è con Renzi"

Category: Segnalazioni
Creato il Mercoledì, 08 Ottobre 2014 14:12

[la Repubblica] Landini: "Il paese non è con Renzi"

“Qui c'è la gente che va a lavorare e si fa il culo. Non è vero, come dice Renzi, che il Paese è con lui”. Il segretario generale della Fiom Maurizio Landini parla in occasione della manifestazione in difesa del lavoro e dell'Articolo 18 in corso a Milano. E alla domanda se Renzi sia peggio di Berlusconi, Landini ricorda l'accordo fatto dal presidente del Consiglio con Silvio Berlusconi. “Si difendono i poteri forti e quelli che portano i soldi all'estero”.

Video di Tiziano Scolari e Elena Peracchi

 

[il Fatto Quotidiano] Lavoro, Landini (Fiom): ‘Per Renzi azienda è centro del mondo che si fa anche leggi’

Category: Segnalazioni
Creato il Martedì, 07 Ottobre 2014 17:59

[il Fatto Quotidiano] Lavoro, Landini (Fiom): ‘Per Renzi azienda è centro del mondo che si fa anche leggi’

 

“Penso che Matteo Renzi abbia scelto di aprire un conflitto per sviare l’attenzione e cambiare radicalmente sia il sistema politico, sia il sistema sociale”. Con queste parole il segretario generale della Fiom Maurizio Landini ha commentato le politiche del governo sul tema del lavoro all’interno del ‘Partecipa’ del Fatto Quotidiano al Teatro Nuovo di Torino. “Per renzi l’azienda è il centro del mondo che si fa anche le leggi, escludendo il lavoratore”. Un attacco frontale al premier che secondo Landini “ha partorito politiche del lavoro peggiori di quelle di Berlusconi”  di Simone Bauducco e Andrea Giambartolomei

 

14 10 07-fatto-landini

[Huffingtonpost] Blocco salari Pa, Maurizio Landini: "E' giusto scioperare, Matteo Renzi non può risolvere la crisi da solo"

Category: Segnalazioni
Creato il Giovedì, 04 Settembre 2014 10:56

Sembra che anche Maurizio Landini sia stato colto di sorpresa dall'annuncio del ministro della Pubblica amministrazione Marianna Madia sull'ennesimo blocco dei salari per i dipendenti pubblici. E, almeno per una volta, si può dire che il leader delle tute blu sia d'accordo con la Cgil: "Capisco l'indignazione degli statali, è giusto scioperare per certe cose". In un colloquio con Repubblica, il segretario della Fiom lancia un messaggio al premier, con cui sembra comunque essere in buoni rapporti: "Con l'autunno che si prepara anche Renzi sa che non può governare la crisi da solo". La retromarcia del governo sul blocco dei salari della Pa ha provocato sconcerto nei sindacati, soprattutto nella Cgil: “E' intollerabile, se il Governo pensa di umiliare ulteriormente i dipendenti pubblici" allora "la nostra risposta non potrà essere che la mobilitazione", ha dichiarato Rossana Dettori, segretario generale Fp-Cgil.

Ma il riferimento di Maurizio Landini all'autunno caldo non è casuale. Come dice lui stesso a Repubblica, "le crisi sul tavolo stanno aumentando a centinaia. Quello che si può fare è provare ad utilizzare meglio i contratti di solidarietà, come abbiamo fatto alla Electrolux". Che Landini abbia un filo diretto con Renzi, è oramai risaputo. L'ultima volta che si sono parlati, dal vivo, è stata a Palazzo Chigi, il 27 agosto. In quell'occasione, il dialogo fu tranquillo, tranne quando si arrivò a parlare dell'articolo 18: "Se volete aprire un conflitto della Madonna mettete mano a quella norma. E' già stata modificata una volta, ma non mi sembra che i risultati siano stati grandiosi". E a chi sottolinea il fatto che Landini sia uscito dal portone principale di Palazzo Chigi, a riprova del buon sangue che corre tra lui e il presidente del Consiglio, il sindacalista risponde: "Non vedo che cosa ci sia di strano. Un anno fa era agosto anche allora, avevo incontrato il premier Letta senza che nessuno si scandalizzasse".

 

Fonte: Huffingtonpost

[il manifesto] Renzi pronto a cancellare l’articolo 18

Category: Segnalazioni
Creato il Giovedì, 04 Settembre 2014 10:49

 

Jobs Act. Il premier al «Sole 24 Ore»: via la reintegra obbligatoria. No di Camusso (Cgil): «Basta slogan». Landini (Fiom) è pronto alla piazza: «Conflitto pesante». Sacconi (Ncd): «La delega sia ampia e senza inibizioni». Damiano (Pd): «Fino a tre anni di prova e poi la tutela piena»

 

di Antonio Sciotto

 

 

Ci siamo. Mat­teo Renzi ha sve­lato i pro­grammi del governo sull’articolo 18, finora coperti da dichia­ra­zioni vaghe o con­trad­dit­to­rie sul Jobs Act. Un’altalena che dura da mesi, sul cosid­detto «con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato a tutele cre­scenti»: una volta pare pre­do­mi­nare la “ver­sione Ichino” (dopo i 3 anni non si matura l’articolo 18 pieno, con la rein­te­gra, ma si ha diritto solo a un inden­nizzo eco­no­mico) e un’altra quella di Boeri-Garibaldi (il per­corso si con­clude con un 18 com­pleto). Il pre­si­dente del con­si­glio pro­pende per la prima ipo­tesi, che can­cella l’articolo 18 così come lo cono­sciamo, per sem­pre e per tutti: e lo ha rive­lato ieri nella “tana del lupo”, in un’intervista al diret­tore del Sole 24 Ore, quo­ti­diano della Confindustria.

 

Ecco le parole di Renzi, pre­ce­dute dalla domanda del diret­tore Roberto Napo­le­tano (l’intervista era ieri in aper­tura del gior­nale, e occu­pava le intere pagine 2 e 3). Domanda: «Con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato fles­si­bile vuol dire anche supe­ra­mento dell’articolo 18 e della rein­te­gra obbli­ga­to­ria?». La rispo­sta del pre­mier: «Quella è la dire­zione di mar­cia, mi sem­bra ovvio. Sarà pos­si­bile solo se si cam­bierà il sistema di tutele».

 

Se il ter­mine «supe­ra­mento» vuol dire tutto e niente, e non avrebbe in sé carat­te­riz­zato la domanda, è invece asso­lu­ta­mente indi­ca­tiva l’espressione «rein­te­gra obbli­ga­to­ria», che rap­pre­senta il “cuore” dell’articolo 18. A meno di una cat­tiva tra­scri­zione del diret­tore del Sole 24 Ore (ma lì Renzi dovrebbe pre­ten­dere una qual­che ret­ti­fica), le inten­zioni del governo sem­brano insomma chiare.

 

Senza stare ad appen­dersi alle sin­gole dichia­ra­zioni (che come inse­gna la neo­nata «annun­cite» pos­sono essere smen­tite dai fatti), emerge però chia­ra­mente che l’attuale ese­cu­tivo minac­cia molto pesan­te­mente la tutela con­tro i licen­zia­menti indi­scri­mi­nati: spinto dalla pres­sione dell’Ncd – certo – ma soste­nuto anche da una grossa fetta di “ren­ziani” a cui que­sta garan­zia non sta a cuore. Diver­sa­mente la vede il campo “ber­sa­niano” – più vicino alla Cgil – ma sap­piamo quanto facil­mente esso possa venire zit­tito dai timo­nieri del partito.

 

Lo stesso pre­mier nelle ultime set­ti­mane ha ripe­tuto che «l’articolo 18 non è il vero pro­blema», e lunedì scorso aveva aggiunto che riguarda «solo 3000 per­sone» in Ita­lia, quasi a fare inten­dere che non sarebbe stato toc­cato (a parte il met­terlo alla fine del nuovo con­tratto trien­nale, accet­tato ormai anche dai più “riot­tosi”, come la Cgil e la Fiom). E lo stesso mini­stro del Lavoro Giu­liano Poletti, poco dopo Fer­ra­go­sto, aveva fatto capire che sì, l’intero Sta­tuto dei lavo­ra­tori sarebbe stato riscritto (come dice anche Renzi), ma senza andare a modi­fi­care in modo trau­ma­tico la “tutela delle tutele”.

 

Ieri, invece, una bella doc­cia fredda, un Ice Buc­ket Chal­lenge rove­sciato sulla testa di Susanna Camusso. Che infatti ha rea­gito, inter­vi­stata dall’Unità on line: «Non è vero che riguarda 3 mila per­sone – ha detto la segre­ta­ria della Cgil – Que­sto è un modo di smi­nuire. Quell’articolo riguarda i diritti fon­da­men­tali dei cit­ta­dini, e dei lavo­ra­tori, diritti che non pos­sono essere sop­pressi». La lea­der sin­da­cale invita quindi Renzi ad «abban­do­nare gli slo­gan», e a pren­dere «dal modello tede­sco gli ele­menti che miglio­rano le con­di­zioni dei lavo­ra­tori, e non quello che precarizza».

 

Duris­sima anche la rea­zione del segre­ta­rio della Fiom Mau­ri­zio Lan­dini, che annun­cia un autunno rovente: se il governo pensa di can­cel­lare l’articolo 18, «si aprirà un con­flitto molto pesante non solo con la Fiom ma con tutti i lavo­ra­tori». «Come dicono a Napoli, accà nisciuno è fesso», ha poi aggiunto.

 

Intanto oggi pro­prio il Jobs Act approda in Senato, nella Com­mis­sione Lavoro pre­sie­duta da Mau­ri­zio Sac­coni, che da anni vor­rebbe abo­lirlo. Ieri Sac­coni ha chie­sto una «delega al governo ampia e senza ini­bi­zioni, tale da con­sen­tire di rifor­mare le tutele».

 

Tenta di fre­narlo Cesare Damiano (Pd), pre­si­dente della Com­mis­sione Lavoro della Camera: «Ser­vono obiet­tivi sele­zio­nati, dele­ghe in bianco non sareb­bero pos­si­bili. C’è una pro­po­sta di legge del Pd pre­sen­tata già nella pas­sata legi­sla­tura: periodo di prova non supe­riore a tre anni, minor costo rispetto a tutti gli altri con­tratti, e matu­ra­zione alla fine dell’articolo 18».

 

Fonte: il manifesto

 

[il Manifesto] Landini-Renzi, quel filo diretto che potrebbe spezzarsi

Category: Segnalazioni
Creato il Giovedì, 28 Agosto 2014 16:54

Palazzo Chigi. Nell'incontro con il premier il leader della Fiom ha lanciato un ultimatum: soluzione delle vertenze o sarà mobilitazione

 

di Massimo Franchi

 

“Quando la con­tro­parte chiama, il dovere di un sin­da­ca­li­sta è di andare”. Mau­ri­zio Lan­dini ha sem­pre rispo­sto in que­sto modo quando qual­cuno – e non pochi suoi metal­mec­ca­nici Fiom – hanno cri­ti­cato la scelta di incon­trare Renzi. E così quando mar­tedì il pre­si­dente del Con­si­glio gli ha tele­fo­nato ha inter­rotto la sua breve vacanza nelle Mar­che per pren­dere il treno il giorno dopo e mer­co­ledì scen­dere a Roma. A palazzo Chigi il segre­ta­rio gene­rale della Fiom era già andato altre volte ed è arri­vato dopo che il pre­si­dente del Con­si­glio aveva chie­sto al vice­mi­ni­stro allo Svi­luppo Clau­dio De Vin­centi di illu­strar­gli lo stato delle tante ver­tenze indu­striali aperte. Con Lan­dini ha discusso di que­ste: da Ter­mini Ime­rese a Ilva, da Luc­chini (ieri un ope­raio di Piom­bino ha ini­ziato lo scio­pero della fame per denun­ciare lo spe­gni­mento anche della coke­ria) a Iri­sbus e tutto il set­tore tra­sporti, da Alcoa a Eni, da Alca­tel a Ast di Terni, vicende che rica­dono nel disa­strato set­tore di com­pe­tenza della Fiom. Di tutte sono con­vo­cati i tavoli al mini­stero di via Molise dalla pros­sima set­ti­mana, senza che alcuna sia in via di soluzione.

Renzi ha ascol­tato il parere e le indi­ca­zioni di Lan­dini, fedele al giu­di­zio espresso pub­bli­ca­mente più volte che “quando lo sento par­lare imparo sem­pre qual­cosa”. D’altra parte la solu­zione della ver­tenza Elec­tro­lux — l’unica risolta finora dal governo — era arri­vata seguendo un ormai vec­chio cavallo di bat­ta­glia della Fiom: finan­ziare i con­tratti di soli­da­rietà (con soli 15 milioni, però), da pre­fe­rire alla cassa inte­gra­zione per­ché distri­bui­scono il lavoro su più per­sone garan­tendo anche un livello sala­riale più alto.

Da parte sua Lan­dini aveva accolto i primi passi del governo Renzi con giu­dizi lusin­ghieri: “Ottanta euro al mese non li abbiamo mai otte­nuti con un rin­novo con­trat­tuale”, ma negli ultimi mesi aveva ini­ziato a cri­ti­care pesan­te­mente l’operato del governo difen­dendo la Cgil sul tema della tra­spa­renza dei bilanci, tirati in ballo da Renzi stesso. Cri­ti­che che però il pre­mier ha messo nel conto, cer­cando comun­que di man­te­nere un rap­porto diretto — sep­pur dia­let­tico — con il lea­der Fiom.

L’incontro di mer­co­ledì però muta il qua­dro della situa­zione. Lan­dini ha man­dato una sorta di ulti­ma­tum a Renzi: se nelle prime set­ti­mane di set­tem­bre que­ste crisi – a par­tire da Ter­mini Ime­rese che il pre­mier ha visi­tato “met­ten­doci la fac­cia” davanti al migliaio di lavo­ra­tori dello sta­bi­li­mento i cui can­celli sono chiusi da tre anni – non ver­ranno risolte, la Fiom è pronta alla mobi­li­ta­zione. Lan­dini aveva già annun­ciato la volontà di scio­pe­rare a otto­bre, mobi­li­tando i metal­mec­ca­nici pro­prio per dar forza alle pro­po­ste della Fiom: inve­sti­menti pub­blici per rilan­ciare il set­tore indu­striale in primis.

Natu­ral­mente l’incontro di mer­co­ledì ha fatto molto rumore. Innanzi tutto per la solita volontà di Renzi di voler sca­val­care e non con­si­de­rare Susanna Camusso — la segre­ta­ria della Cgil in que­sti giorni si trova comun­que in dele­ga­zione in Giap­pone — mirando ad acuire la con­trap­po­si­zione fra lei e Lan­dini. Ma la palma di più arrab­biato di tutti per la “spe­cial rela­tion­ship” tra Renzi e Lan­dini va cer­ta­mente a Raf­faele Bonanni. Ieri il segre­ta­rio della Cisl ha usato parole al vetriolo per i due: “A me inte­ressa una discus­sione vera con il governo, se non c’è una discus­sione vera è bene che Renzi discuta con Lan­dini”.
Molto cri­tico anche Gior­gio Cre­ma­schi, sto­rico lea­der della sini­stra Fiom ora in pen­sione, che ha cri­ti­cato Lan­dini “che ignora le ripe­tute affer­ma­zioni di Renzi a favore dei vin­coli euro­pei di auste­rità, prima causa asso­luta della recessione”.

Che ci sia molto di stru­men­tale in que­sto rap­porto è lam­pante. Renzi “usa” Lan­dini per coprirsi a sini­stra e in chiave anti Cgil-Cisl-Uil, cer­cando di farlo per­ce­pire come il rot­ta­ma­tore del sin­da­cato. D’altra parte Lan­dini ha tutto l’interesse a man­te­nere un rap­porto diretto con il pre­si­dente del con­si­glio nel ten­ta­tivo di por­tare a casa quella legge sulla rap­pre­sen­tanza sin­da­cale che sor­pas­se­rebbe l’accordo inter­con­fe­de­rale in mate­ria, osteg­giato dalla Fiom e che alla sua prima prova — la ver­tenza Ali­ta­lia — ha subito mostrato molti pro­blemi di appli­ca­zione por­tando a una divi­sione fra sin­da­cati invece che alla pro­messa uni­ta­rietà vincolante.

Le pros­sime set­ti­mane saranno dun­que deci­sive: o Renzi deci­derà vera­mente di seguire la linea Lan­dini, svol­tando in fatto di poli­tica indu­striale, oppure anche Lan­dini entrerà a far parte dei “gufi” dell’autunno caldo che Renzi — a parole — dice di non temere.

[Repubblica.it] Landini: "Sindacato inutile? Anche Renzi sa che da solo non cambia il Paese"

Category: Segnalazioni
Creato il Lunedì, 25 Agosto 2014 16:50

Il leader della Fiom-Cgil: "Non è il sindacato a bloccare l'economia, gli accordi per salvare le aziende li firmiamo, piuttosto vedo gli eredi delle famiglie capitalistiche che scappano, in Germania lo Stato è presente"
di PAOLO GRISERI

 

I PROSSIMI mesi saranno molto difficili: "Se il governo e la politica non dimostrano di aver capito qual è la gravità dei problemi, rischiamo di trovarci in una situazione esplosiva", dice Maurizio Landini, leader della Fiom-Cgil. E promette "una mobilitazione per proporre al governo interventi concreti a sostegno del lavoro e gli investimenti".

 

Landini, perché la situazione rischia di esplodere?
"Perché sono ormai entrati in crisi tutti i settori strategici dell'industria di questo paese. Dall'auto alla siderurgia, dagli elettrodomestici alle Tlc, l'elenco delle aziende in crisi è un campo di battaglia. Tutti i nodi stanno venendo al pettine".

 

Che cosa proponete per evitare l'esplosione?
"Un cambiamento radicale che faccia tornare gli investimenti. Senza investimenti non c'è lavoro, questo è il vero nodo".
Eppure proprio voi siete accusati di aver contribuito a far fuggire gli investitori potenziali con una linea troppo intransigente...
"Questa è una pura sciocchezza. In questo Paese non si investe o si investe molto poco perché il capitalismo familiare italiano è giunto al capolinea. Sono gli eredi delle grandi famiglie che vanno via o falliscono. Tre nomi per tutti: Agnelli, Merloni, Riva".

 

Al netto del capitalismo familiare, voi siete comunque accusati di non firmare mai gli accordi. Come risponde?
"Seconda sciocchezza. Noi firmiamo accordi eccome. Lo abbiamo fatto alla Electrolux, scongiurando il trasferimento della produzione e accettando un accordo che scambiava riduzioni di orario con il mantenimento dell'occupazione. Lo abbiamo fatto nell'auto alla Lamborghini e alla Ducati, società del gruppo Volkswagen, accettando, in cambio di nuove assunzioni e orari settimanali ridotti, anche un aumento dell'utilizzo degli impianti su sei o sette giorni lavorativi".

 

Lei parla di cambiamento radicale. A che cosa si riferisce?
"Le crisi possono diventare l'occasione per cambiare finalmente verso nella politica industriale. Penso a una riconversione ecologica delle nostre produzioni industriali. Penso a un piano per tre settori strategici: la siderurgia, i trasporti, la logistica. Con governo, aziende e sindacati che si danno degli obiettivi e un arco di tempo entro cui realizzarli".

 

La politica industriale non piace alle aziende. Dicono che così si mina la libertà d'impresa. Come rispondete?
"In Germania c'è un piano per l'automobile concordato da governo, aziende e sindacati. Da noi non c'è mai stato nulla di simile. In Germania l'economia va. Noi invece con l'iperliberismo siamo arrivati al punto che vivono sotto la soglia di povertà anche quelli che il lavoro ce l'hanno".

 

Questo governo è un interlocutore credibile per il piano che voi proponete?
"Sì, se lo vuole. Questo governo ha ottenuto una importante legittimazione alle ultime elezioni. E' buona regola fare i conti con i governi che ci sono. Noi non ci sottraiamo".

 

Ma forse si sottrae il governo. Che ha mostrato di non avere grande voglia di incontrare i sindacati in questi mesi. Vi considera un po' una zavorra del sistema..
"Anche Renzi saprà, mi immagino, che uno da solo non cambia un Paese. Soprattutto se vuole mettere in campo la riforma della Pubblica amministrazione e quella del mercato del lavoro".

 

Voi siete d'accordo a riscrivere lo Statuto dei lavoratori?
"Se riscrivere lo Statuto significa allargare anche ai precari i diritti che oggi riconosce ai lavoratori dipendenti, certo che sono d'accordo. Se riscrivere significa tagliare drasticamente i 46 tipi di contratti diversi, quasi tutti precari, che ci sono oggi, sono ovviamente d'accordo. Se significa che tutti i lavoratori, anche quelli delle piccole aziende, possono avere la cassa integrazione e che la cassa è pagata da tutte le aziende, anche quelle piccole, certo che sono d'accordo".

 

E se vuol dire abolire l'articolo 18 sulla libertà di licenziamento?
"Non sono d'accordo perché questo non allarga diritti, ne toglie".

 

Le aziende dicono che l'articolo 18 è un freno alle assunzioni. Sostengono che nel mondo di oggi ormai nulla è per sempre. Non si vede perché deve essere per sempre un'assunzione...
"Ecco un'altra sciocchezza. I soloni che teorizzano questo provino ad andare in banca a chiedere un mutuo dicendo: 'Oggi sono assunto a tempo indeterminato. Ma domani chissà? Del resto nulla è per sempre'. Secondo lei che cosa risponde la banca?".

 

Autunno caldo dunque. Scioperi contro il governo?
"Nelle condizioni di oggi non credo che si tratti di scioperare contro ma di mobilitarsi per un pacchetto di proposte. Noi come metalmeccanici lo faremo. Altre categorie lo faranno a loro volta. Questo è il modo per cambiare verso nelle fabbriche e negli uffici. E forse evitare l'esplosione sociale".

 

Fonte: Repubblica.it

[il manifesto] Landini: “Caro Renzi, ora tu devi cambiare verso”

Category: Segnalazioni
Creato il Venerdì, 08 Agosto 2014 23:13

http://ilmanifesto.info/landini-caro-renzi-ora-tu-devi-cambiare-verso

 

 

Di Antonio Sciotto

 

Il segretario Fiom. Il ritorno dell’Italia in recessione dimostra che il premier sbaglia strategia. Gli 80 euro vanno estesi, puntare sugli investimenti più che sulle riforme. E la Cgil? Irrisolti i nodi con Camusso

 

 

Leggi anche