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31 Marzo 2017
Federazione Impiegati Operai Metallurgici

40 items tagged "Lavoro"

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Salute e sicurezza sul lavoro: assemblea nazionale Fiom

Category: Stampa e relazioni esterne
Creato il Giovedì, 30 Marzo 2017 11:01

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Domani, venerdì 31 marzo, a Reggio Emilia (presso il Centro Internazionale Loris Malaguzzi, viale Ramazzini 72/a), si tiene l'assemblea nazionale della Fiom-Cgil sulla salute e sicurezza sui posti di lavoro. L'incontro – dal titolo “Senza limiti, senza confini”-, cui parteciperanno i delegati Rls Fiom, sarà l'occasione per illustrare le nuove tutele introdotte dal recente Contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici a proposito dei fattori di rischio, di sicurezza e salute in fabbriche e uffici. L'assemblea inizierà alle 9,30 con la relazione di Maurizio Marcelli (responsabile salute, ambiente e sicurezza della Fiom nazionale) per concludersi nel pomeriggio con l'intervento del segretario generale della Fiom Maurizio Landini.

 

Ufficio Stampa Fiom-Cgil

 

Roma, 30 marzo 2017

Roma, il lavoro a teatro: La notte della Tosca

Category: Segnalazioni
Creato il Giovedì, 16 Marzo 2017 13:56

Locandina tosca

 

Occupare la terrazza di Castel Sant’Angelo per far valere i propri diritti. Lo consiglia un ex delegato sindacale degente in casa di riposo, alle tre infermiere che da anni lo accudiscono quando improvvisamente ricevono una lettera di licenziamento. E' la trama de “La notte della Tosca”, commedia in scena dal 23 marzo al 16 aprile al Teatro Manzoni di Roma.

La clinica sta per essere trasformata in albergo di lusso e le donne si ritrovano da un giorno all’altro senza lavoro: Ivana (Gabriella Silvestri) è sola con due figli da mantenere, Anna (Annachiara Mantovani) ha il marito in cassa integrazione e Linda (Alida Sacoor) è incinta. Vedendole sprofondate nello sconforto, sarà Oscar (Pietro Longhi), ex ferroviere, ora paziente appassionato d’opera lirica, a spronarle nella nuova avventura, a infondere in loro il coraggio di alzare la testa e difendere la propria dignità.

Mercoledì 29 marzo, prima dello spettacolo, alle ore 19, si terrà un incontro tra attori, spettatori e sindacalisti, cui - per la Fiom - parteciperà Roberta Turi della segreteria nazionale (a seguire il programma).

 

TEATRO MANZONI
Via Monte Zebio 14/C (Piazza Mazzini) – 00195 ROMA – Tel. 06/3223634

Cosa sarebbe successo se le tre infermiere licenziate non avessero avuto tra i loro pazienti Oscar,un ex-sindacalista in pensione, deciso e con le idee chiare su cosa fare per contrastare l'ingiustizia della perdita del posto di lavoro e della dignità personale di tre donne improvvisamente senza futuro?

Vivere di lavoro oggi, vivere di lavoro precario, alla mercé dell'incertezza. La speranza di un domani migliore, il rifiuto della rassegnazione, la spinta a lottare per cambiare le cose, per la costruzione del futuro, possono ancora trovare risposte nel Sindacato? Può il Sindacato interpretare questi bisogni?

Ne parliamo prima dello spettacolo

La notte della Tosca”al Teatro Manzoni con tutto il pubblico e con

Roberta Turi Segretaria Nazionale (FIOM-CGIL)

Stefano Lombardi Segretario Generale Roma e Rieti (FIM-CISL)

Gugliemo Loy Segretario Confederale (UIL)

Laura Rita Santoro Responsabile Regionale del Lazio (NURSING UP)

dalle ore 19,00 alle 20,00

Mercoledì 29 Marzo - ingresso libero

Nel foyer un aperitivo offerto dal Teatro e a seguire ore 21,00

 

Regia di Silvio Giordani

Con Pietro Longhi, Gabriella Silvestri,

Annachiara Mantovani, Alida Sacoor e Pierre Bresolin

Lo spettacolo affronta, con toni ironici e divertenti, tematiche attuali che riguardano la precarietà del mondo del lavoro. Vorremmo proporre un confronto generazionale, per verificare insieme come, età differenti, affrontino problemi analoghi. Quanto, ancora oggi, l’esperienza sindacale degli anni ‘70 sia in grado di fornire strumenti validi per risolvere il problema della disoccupazione e quali sono in mezzi, nell’era globale, per trasmettere e condividere le informazioni utili per la difesa dei propri diritti e della propria dignità.

 

Programma della serata:

Ore 19:00 inizio dibattito

Ore 20:00 Aperitivo

Ore 21:00 Spettacolo “La notte della Tosca“

(il costo del biglietto per i partecipanti al dibattito sarà €15,00 anziché 25,00)

 

Ibm: dopo il referendum tra i lavoratori confermata l'ipotesi di accordo al ministero del Lavoro

Category: Ibm
Creato il Giovedì, 23 Febbraio 2017 12:58

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Oggi è stata confermata, presso il ministero del Lavoro, l'ipotesi di accordo sottoscritta in data 2 febbraio 2017 presso la sede di Assolombarda. Nei giorni scorsi si era svolto il referendum tra i lavoratori che aveva visto 2911 votanti, pari al 66,86% degli aventi diritto al voto: di questi 2789, pari al 95,8% dei votanti, hanno votato SI' e 121, pari al 4,1%, hanno votato NO.

A fronte del voto estremamente positivo dei lavoratori Fim Fiom e Uilm hanno sciolto la riserva sull'accordo.

Il passaggio al ministero del Lavoro, che si è concluso con un accordo che richiama l'intesa del 2 febbraio, si è reso necessario in quanto l'ipotesi è stata raggiunta in data successiva alla conclusione dei 45 giorni previsti dalla legge 223/91 per la trattativa in sede sindacale.

Nell'accordo ministeriale è anche prevista la possibilità, per i lavoratori appartenenti alle tabelle C e D, di concordare con l'azienda la loro uscita prima della data del 31 marzo.

Nell'incontro al ministero l'USB, che aveva condiviso l'ipotesi di accordo in Assolombarda e aveva dato indicazione di voto positivo ai lavoratori che si apprestavano ad affrontare la consultazione referendaria, ha dichiarato di aver cambiato idea nei giorni scorsi e di aver ritirato la firma. Al testo dell'accordo del ministero del Lavoro verrà quindi allegata la loro dichiarazione. Fim Fiom e Uilm ritengono che tale atteggiamento, oltreché incoerente, non sia stato rispettoso nei confronti dei lavoratori che hanno appreso del ritiro della loro firma mentre stavano ancora votando.

Fim Fiom e Uilm esprimono un parere positivo rispetto all'esito del referendum e sull'incontro avuto al ministero del Lavoro che ha confermato quanto già convenuto con l'azienda.

Nei prossimi mesi le OOSS incalzeranno l'azienda, con la quale hanno già convenuto un appuntamento ad aprile, affinché intensifichi il lavoro di formazione continua rivolta a quei lavoratori con skills considerati obsoleti. L'Ibm deve investire maggiormente sulle competenze delle lavoratrici e dei lavoratori, il cui know how è l'unico vero fattore di successo.

 

Esecutivo del coordinamento Rsu di Ibm

Fim, Fiom, Uilm nazionali

 

Roma, 22 febbraio 2017

Lavoro e felicità ai tempi del Jobs Act

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Mercoledì, 22 Febbraio 2017 14:40

a jobsact

 

L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. A rileggerlo oggi, il primo articolo della Costituzione italiana fa una certa impressione. Accusati da più parti di anacronismo, la costituzione e il diritto del lavoro italiani sono recentemente diventati i fronti di due battaglie politiche destinate a lanciare un messaggio chiaro al Parlamento. Su uno di questi fronti l’Italia si è già espressa lo scorso 4 dicembre, quando è stata bocciata la riforma costituzionale voluta dal governo Renzi. L’altro fronte su cui sarà chiamata chiamata a esprimersi riguarda proprio il lavoro, con i quesiti referendari formulati dalla Cgil per l’abolizione dei voucher, la reintroduzione della responsabilità sociale delle aziende appaltatrici e di quelle appaltanti in caso di violazioni ai danni dei lavoratori..

In attesa di assistere all’evoluzione degli scenari politici che potrebbero confermare o rinviare l'appuntamento referendario, una certezza può darsi ormai per acquisita: lungi dall’essere disertato o trascurato, il mondo del lavoro e gli annessi diritti e doveri sono al centro delle preoccupazioni della politica italiana. Il problema non è il disinteresse o l’immobilismo, ma la trasformazione in senso regressivo del mondo del lavoro e degli annessi diritti e doveri, come dimostra l’appropriazione indebita di un lemma come quello della “rivoluzione permanente” da parte di forze politiche sedicenti riformiste per giustificare processi quali la deresponsabilizzazione delle aziende nei confronti dei lavoratori, la flessibilizzazione del mercato del lavoro e la precarizzazione esistenziale di chi non può fare a meno di lavorare per vivere.

Descrivere il mondo del lavoro e, per di più, il suo eventuale nesso con la felicità può quindi apparire un’impresa impossibile, soprattutto in tempi di crisi. La difficoltà non è dovuta soltanto al tentativo di far interagire un fenomeno sociale statisticamente misurabile con un sentimento camaleontico e insondabile come la felicità. L’impresa è resa ancora più ardua dall’enigmaticità costitutiva di un fenomeno orfano dello storico compromesso fra capitale e lavoro siglato nei Welfare State democratici tra la fine della seconda guerra mondiale e la fine degli anni Settanta. A conferma della nebulosità che pervade oggi il mondo del lavoro basti citare le guerre dei numeri combattute in Italia ogniqualvolta la pubblicazione di statistiche rischi di confutare le profezie di ottimisti e pessimisti di professione. In un’epoca che sa ricavare le uniche certezze che la riguardano dall’avvenuto superamento di quelle che l’anno preceduta – da qui una serie infinita di neologismi mobilitati per dare un nome al presente e addomesticare l’attuale senso di disorientamento epocale, dalla postdemocrazia al postfordismo, passando attraverso il postindustriale – il lavoro resta il principale asse di rotazione attorno a cui gravitano i desideri e le aspirazioni dei soggetti.

L’infelicità di chi cerca e non trova lavoro

Una conferma indiretta della relazione continuativa tra felicità e lavoro proviene anzitutto dall’infelicità associata alla disoccupazione: una condizione, questa, che investe più di un italiano su dieci e più di un giovane su tre. Nel 2015 in Italia il rischio di esclusione sociale – è questa l’espressione adottata nell’ambito della Strategia Europa 2020 – è rimasto pressoché invariato (28,7%) rispetto ai dati raccolti nell’anno precedente (28,3). Quasi un italiano su tre si trova a rischio di povertà, in una condizione di grave deprivazione materiale o, ancora, vive una bassa intensità di lavoro. A determinare un quadro tanto preoccupante ha contribuito l’aumento delle disuguaglianze economico-sociali: il 20% più ricco delle famiglie percepisce il 37,3% del reddito equivalente totale, mentre il 20% più povero solo il 7, 7%. Dal 2009 al 2014 il reddito in termini reali è calato più per le famiglie appartenenti al 20% più povero, ampliando la distanza dalle famiglie più ricche, il cui reddito passa da 4,6 a 4,9 volte quello delle più povere. In un simile quadro non stupisce che il lavoro continui a essere il principale canale di investimento delle speranze di riscatto di chi vive una condizione di esclusione sociale.

Certo, se l’occupazione è una condizione necessaria per la felicità dei soggetti, non è detto che sia anche un requisito sufficiente. Soprattutto in tempi di crisi, i desideri professionali dei soggetti sembrano assumere derive mimetico-schizofreniche: si desidera altro – se non il contrario – dalla posizione professionale di volta in volta raggiunta. Se chi è disoccupato non può fare a meno di legare la sua felicità al reperimento di un lavoro qualsiasi, chi ha la fortuna relativa di averne uno non necessariamente è felice della sua condizione professionale: condizioni contrattuali precarie e un mercato del lavoro condannato a un’incertezza permanente possono infatti infondere paura nel lavoratore o, nel migliore dei casi, indurlo desiderare un’altra posizione professionale.

Quale che sia il gradiente soggettivo di felicità associato alla professione ricoperta o desiderata, questo sentimento è ancora oggi indissolubilmente legato al mondo del lavoro. A dispetto della crescente flessibilizzazione del mercato del lavoro, della precarizzazione delle condizioni di vita e dell’impoverimento generalizzato delle giovani generazioni, mai come oggi il tema del lavoro è sottoposto a un investimento retorico che trova nella felicità il suo principale capitale discorsivo, dentro e fuori le aziende.

Il lavoro della felicità

Il ruolo pastorale un tempo assunto dalle religioni e dalla politica oggi è stato ereditato da nuove guide spirituali. Nel nuovo spirito del capitalismo la soddisfazione dei dipendenti è stata riconosciuta come uno dei principali indicatori del successo delle organizzazioni aziendali, al punto che è nata recentemente una vera e propria figura professionale – il Chief Happiness Officeraddetta a incrementare la felicità dentro i luoghi di lavoro.

Quello che potrebbe essere ingenuamente salutato come un obiettivo degno di nota altro non è che uno strumento utile a perseguire i fini dell’impresa, fra cui l’aumento di produttività, un maggiore coinvolgimento del lavoratore nella mission aziendale e una maggiore collaborazione fra colleghi. Tra le cause dell’infelicità dei lavoratori diagnosticate da questa nuova corrente di pensiero non rientrano, ovviamente, il salario dei dipendenti, né il differenziale di reddito tra i vertici e la base aziendale. Le sole cause degne di essere menzionate – la deresponsabilizzazione dei lavoratori – sono quelle che, una volta affrontate, possono assecondare l’obiettivo di massimizzare l’utile aziendale.

In attesa che questa nuova tendenza venga importata anche in Italia, un analogo processo di responsabilizzazione del lavoratore può essere riscontrato fuori dai luoghi di lavoro. Accanto alla proletarizzazione crescente del lavoro intellettuale, si assiste oggi alla dilagante “managerizzazione del proletariato” giovanile italiano. Tale espressione purtroppo non si riferisce a un miglioramento delle condizioni materiali degli “ultimi” della scala sociale nel nostro paese, ma alla forzata auto-rappresentazione di un’intera generazione di giovani precari sotto le mentite spoglie di manager e imprenditori di se stessi, a fronte di una mobilità sociale bloccata e di stipendi che in proporzione si attestano al di sotto del salario medio di un operaio non qualificato della metà degli anni Settanta.

Felicità al lavoro

Tra il 2013 e il 2015 è stato registrato un aumento della popolazione degli occupati pari a 274.000. Questo aumento è stato recentemente confermato da un’ulteriore crescita nel primo semestre del 2016 rispetto all’anno precedente. Questo dato, tuttavia, deve essere integrato con il calo deciso delle nuove assunzioni rispetto all’anno precedente (i 330.000 nuovi contratti equivalgono al 27% in meno nei primi quattro mesi del 2016), una volta venute meno le esenzioni fiscali per le aziende che avessero deciso di stipulare i contratti a tutele crescenti. Sono crollati anche e soprattutto i contratti a tempo indeterminato (- 395mila tra gennaio e agosto 2016), che oggi rappresentano il 22% del totale;

Per converso, sono automaticamente aumentati i contratti precari, che tuttavia non corrispondono ad altrettanti nuovi posti di lavoro (uno stesso lavoratore può infatti stipularne più di uno). I contratti a termine hanno raggiunto il 63,1% del totale. L’aumento esponenziale dei voucher (277 milioni di contratti stipulati tra il 2008 e il 2015, 1.380.000 lavoratori coinvolti) non accenna ad arrestarsi: tra gennaio e agosto 2016 sono stati venduti 96,6 milioni di voucher, con un incremento del 36 per cento. “In compenso”, sono aumentati di quasi il 30% i licenziamenti.

Secondo l’ultimo rapporto annuale sulla situazione sociale dell’Italia a cura del Censis, staremmo vivendo una “seconda era del sommerso”, non più pre-industriale, ma del post-terziario: scarsi investimenti, vite intrappolate nella morsa del debito. La situazione pare ulteriormente aggravata se si prende in considerazione la fascia della popolazione più giovane: i redditi familiari dei giovani al di sotto dei 35 anni si sono ridotti del 26,5% rispetto a quelli percepiti dai loro coetanei 25 anni fa.

Lungi dall’ispirare riforme più eque, questo conflitto intergenerazionale è stato trasformato in un potente arsenale di giustificazioni finalizzate a intaccare lo statuto dei lavoratori, come dimostrano le parole scelte da Christine Lagarde il 14 dicembre 2014 all’Università Bocconi di Milano per commentare il Jobs Act: “Il mercato del lavoro italiano soffre per il problema che alcuni definiscono dualismo e altri hanno chiamato problema ‘insider-outsider’. Gli insider hanno contratti a tempo indeterminato con un alto livello di tutela; mentre gli outsider, soprattutto giovani, sono assunti con contratti temporanei e ricevono un training ridotto. Questo non solo è ingiusto, ma anche inefficiente. Le imprese hanno pochi incentivi a investire nei giovani. Per questo il Jobs Act, e il suo obiettivo di creare un nuovo contratto di lavoro con una protezione gradualmente crescente, è così importante per combattere questo dualismo generalizzato e migliorare il mercato del lavoro per lavoratori e imprese”. Anziché estendere tutele e diritti ai lavoratori meno garantiti, il Jobs Act aveva tentato di uniformare al ribasso le garanzie a sostegno dei lavoratori a tempo indeterminato, come dimostra l’abolizione dell’articolo 18, peraltro giustificata in nome dei diritti calpestati delle giovani generazioni.

La trasformazione coatta di un’intera generazione di precari in imprenditori di se stessi in un mercato del lavoro sempre più precario ha trasformato la vita stessa in un’impresa epica. In assenza di un welfare familiare in grado di controbilanciare i tagli ai servizi pubblici, l’unica certezza che li attende è la precarietà delle condizioni di vita che incideranno profondamente sulla costruzione di legami sociali stabili e duraturi. L’impoverimento e la precarizzazione della condizione giovanile sembra incidere notevolmente sulla liquefazione delle relazioni affettive: la contrazione dei redditi e la mancanza o la temporaneità del lavoro svolto impediscono di fatto la stabilizzazione delle relazioni, sotto forma di matrimonio o di convivenza. Nell’epoca in cui trionfa l’imperativo al godimento e non restano tabù edonistici da sfatare, l’amore di coppia rischia di diventare un sentimento elitario.

La frustrazione, la rabbia e l’auto-colpevolizzazione che scandiscono il lavoro flessibile e le vite precarie di chi (ancora) ne svolge uno sono fra le principali conseguenze emotive della retorica neoliberista dominante, che punta a responsabilizzare solo ed esclusivamente gli individui delle condizioni materiali e spirituali in cui versano. Al danno procurato da questa iper-responsabilizzazione individuale, in Italia si aggiunge la beffa di una cultura del lavoro in larga parte fondata sulla raccomandazione. Non stupisce, da questo punto di vista, il tasso di crescita delle migrazioni interne ed esterne di italiani e di stranieri in cerca di lavoro.

A relativizzare il quadro a tinte fosche appena tratteggiato intervengono l’impegno e la determinazione di alcune minoranze organizzate, che hanno accettato la sfida di affrontare in maniera cooperativa la sfida di tenere aperto il proprio luogo di lavoro: è il caso della fonderia Zen di Albignasego, rilevata da dirigenti e operai dopo la delocalizzazione dell’azienda francese, o della Rimaflow di Trezzano sul Naviglio, che dopo la chiusura per debiti di 300 milioni di euro nel dicembre 2012 è stata recuperata e riconvertita in automotive per il riuso e il riciclo di apparecchiature elettroniche. Altri esempi riconducibili al variegato fenomeno dei Workers buyout potrebbero essere menzionati e valorizzati. Sono questi tentativi di riscatto collettivo a delineare la possibilità di un connubio tra felicità e lavoro che non sia semplicemente riducibile alla conquista di una posizione professionale qualunque o al raggiungimento di una nuova vetta, al termine dell’ennesima scalata sociale.

 

*Sbilanciamoci.info

Lavorare invecchia, soprattutto in Italia

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Lunedì, 07 Novembre 2016 17:17

lavoratore anziano

“Siamo in otto, ai forni. Io, che faccio 60 anni quest’anno. Un collega più grande, ne ha 61 e deve stare altri due anni qui. Poi uno di 58 e un altro di 55”. La squadra dei forni alle fonderie Zen, in Sant’Agostino di Albignasego (provincia di Padova) è fatta per metà da operai sopra i 55 anni. Ce la presenta Diego Panizzolo, che è il secondo per età e precisa: ci sono anche “due ragazzi di 50-51 anni”, e infine due giovani veri, uno di 38 e l’altro di 35.

In letteratura, e nelle direttive sui buoni propositi europei, lo chiamano “age management”, quel fenomeno che richiederebbe di adeguare tutto il nostro universo del lavoro all’invecchiamento dei suoi protagonisti, i lavoratori. In pratica, spesso funziona come nella fonderia di Panizzolo, alle prese da quasi dieci anni con un abbattimento dell’ordine dei due terzi della materia fusa e colata che esce dalla fabbrica e dunque con una crisi che ha quasi chiuso le entrate: i più anziani restano sulle mansioni più dure. “Bisogna caricare i forni, metterci dentro il materiale ferroso, pulirli dalle scorie tutti i giorni: è un lavoro pesante, in tanti lo rifiutano”.

Diego e la sua squadra di tute blu-grigio sono un piccolo avamposto, nella terra di lavoro del nordest, dell’avanzata più grande e crescente che sta cambiando la faccia del mercato dell’impiego. L’allungamento della vita, e della vita lavorativa, non è un fatto solo italiano. Anzi, a guardare i numeri sembra che siamo sotto la media: 48,2 per cento il tasso di occupazione della fascia d’età tra i 55 e i 64 anni in Italia, 53,3 per cento quello della media Ue.

Ma il ritmo di incremento è stato impressionante negli anni della crisi che ha rarefatto gli ingressi e delle riforme pensionistiche che hanno chiuso le uscite: dal 2008 al 2015 l’occupazione di quella fascia d’età è cresciuta in Italia di quasi quattordici punti percentuali, contro gli 11 della media nell’Unione europea. Sale anche l’occupazione della fascia immediatamente successiva, quella tra i 65 e i 69 anni: adesso è all’8,6 per cento in Italia, contro il 6,9 per cento di dieci anni prima. Al contrario di altri paesi europei, in Italia le fasce d’età più avanzate sono le sole nelle quali l’occupazione cresce. È come un esercito senza rimpiazzi. Le sue dimensioni si capiscono meglio se guardiamo ai numeri assoluti: dall’inizio della crisi a oggi, l’Istat registra 625mila occupati in meno; ma ci sono al lavoro centomila ultrasessantacinquenni in più, e ben 1,23 milioni di occupati in più tra i 55 e i 64 anni. Siamo in testa nella classifica dei paesi più “maturi”, quanto a età della sua forza lavoro. Con giganteschi problemi e contraddizioni. Come quelle che emergono, nelle discussioni sulla politica economica, tra opposte rivendicazioni: intere categorie che si battono per avere l’anticipo della pensione (ape social), e altre che lottano per non andarci.

Come i magistrati (che sono al 21º posto su 100 nella classifica per età dei mestieri pubblicata dal “Sole 24 ore”, con età media di 49,9 anni), che seguono in questo l’analoga lotta di qualche anno fa dei professori universitari (primo posto nella stessa classifica, età media 59,6 anni). Lo scontro sulle regole che spostano la soglia dell’età del passaggio alla pensione ha però oscurato quel che succede, al di qua della soglia: come si lavora da anziani? Che succede sui posti di lavoro, nelle teste e nelle braccia? Come sta quell’esercito che volente o nolente resta al fronte mentre i rimpiazzi non arrivano mai? E infine: ma si può, per sempre e per tutti, ritirarsi davvero dal lavoro di una vita e da una vita di lavoro?

Alla cassa e alla linea
“Ho cominciato a desiderare di andare in pensione nel momento esatto in cui hanno allungato l’età pensionabile”. Se non ci fossero state le varie riforme delle pensioni che hanno via via alzato l’asticella, da Dini a Monti-Fornero, Claudio Mattei sarebbe a riposo da un anno. Invece deve lavorare fino al 2020. Alla cassa della libreria Feltrinelli di largo Argentina a Roma non si sta come in fonderia o su una linea di montaggio. Ma Claudio – 63 anni, 38 di contributi – non ce la fa più. Quaranta ore settimanali, in piedi a passare codici, con turni che arrivano a dieci ore. “Non era così quando ho cominciato. Stavo da Ricordi, nel reparto degli strumenti musicali”.

Consigliare, seguire e vendere gli strumenti per suonare non è come far passare innumerevoli bip sotto un lettore, e tenere a bada l’ansia di sbagliare i resti. Alcune svolte arrivano all’improvviso, non previste. “Per me, quando Ricordi è stata assorbita da Feltrinelli è cambiato il mondo”, racconta Mattei, che ha dovuto accettare anni fa una mansione e un lavoro diversi. “Stare alla cassa qui è come starci in un supermercato, non è che il fatto di avere i libri intorno cambia qualcosa”. E mentre si allontanava un lavoro più pieno e soddisfacente, i suoi progetti originali – raggiungere la pensione, vendere l’appartamento di Roma per aiutare i figli, ritirarsi fuori città – andavano in fumo per esigenze macroeconomiche. Ma nel livello micro, sul piccolo posto di lavoro, non c’è stato nessun adeguamento alle novità. Per esempio, al fatto di avere in piedi alla cassa maturi sessantenni invece che elastici ventenni.

A Claudio sembrano fantascienza i racconti della Bmw, che già da qualche anno ha in funzione una “linea pensionati” a Dingolfing, in Baviera, modellata su operai con un’età avanzata, dunque con più esperienza ma anche alcune esigenze fisiche: una catena un po’ più lenta, sedie ergonomiche, mensa ad hoc, luci speciali. “Macché ergonomica. O stai in malattia, e prendi il permesso, o lavori come gli altri”. Ma non sono solo le mansioni o i ritmi a non essere adattati all’età. Quel che è peggio, non lo sono i contratti e le carriere. “Da noi il lavoro è rimasto ‘datato’ in 30 anni, con dieci scatti di anzianità ogni tre anni. Dopo, non hai più nessun incentivo ad andare avanti. Vai al lavoro proprio perché ci devi andare, non hai altre possibilità. Non posso smettere, i miei figli sono grandi ma con lavori saltuari o sottopagati. Per questo vado avanti. Ma è umiliante”.

Tutto in dieci anni
Le chiamano “carriere zippate”. Compresse, come per occupare poco spazio. Retaggio di un mondo del lavoro antico. “Tradizionalmente la carriera si gioca tutta tra i 35 e i 45 anni, dopodiché quel che è stato è stato. Alcune aziende addirittura bloccavano sotto una certa età la possibilità di accesso alla dirigenza”. Laura Innocenti, ricercatrice Luiss, lavora in un laboratorio dell’università di Confindustria chiamato ALlab, che si occupa proprio di “age management”. Del quale, fino a pochi anni fa, le imprese non volevano sentir parlare.

“Abbiamo fatto un’indagine nel 2012, e solo il 14 per cento dei responsabili delle risorse umane ha inserito il tema dell’invecchiamento del personale nell’elenco delle priorità”, racconta Innocenti, dicendosi sicura del fatto che adesso la consapevolezza è cresciuta, insieme all’età media della forza lavoro. Soprattutto in grandi aziende di servizi, agli sportelli delle banche e delle poste, ma anche alle Ferrovie, insomma in tutti i posti dove prima si assumeva molto e da anni si assume poco. In molte organizzazioni quasi la metà dei dipendenti è sopra i 50 anni. Avanti con l’età, ma nel mezzo della vita lavorativa: “Se consideriamo un’età di pensionamento a 67 anni, e che spesso si è entrati al lavoro non prestissimo, questo vuol dire che a 50 anni una persona ha davanti a sé un periodo di lavoro lungo quasi come quello che ha già fatto”.

“Devi continuare a lavorare fino a quasi 70 anni ma a 50 ti dicono che non sei più capace”, conferma Barbara De Micheli, ricercatrice alla fondazione Brodolini, che a sua volta fa consulenza per le (poche) imprese che stanno cercando di gestire l’onda dei lavoratori anziani: un’emergenza nata prima con la rivoluzione tecnologica che ha reso inutili alcune mansioni e poi con le riforme pensionistiche che hanno mantenuto al lavoro i loro titolari; ma che, per il combinato disposto delle due, non accenna a ridursi. E il fatto che spesso il lavoro anziano si svolge in piccole aziende, o anche in proprio, non aiuta ad affrontare l’enormità dei problemi che porta con sé: dalla motivazione all’aggiornamento, dall’organizzazione materiale (la flessibilità degli orari è la richiesta più forte che viene fuori, laddove i lavoratori sono consultati) alla salute.

La strage dei nonni
La prima emergenza, parlando di salute, è quella degli infortuni. Da un po’ i dati dell'Inail segnalano che le fasce dei lavoratori anziani sono in controtendenza: gli infortuni si riducono tra i più giovani, crescono sopra i 60 anni. Tra il 2011 e il 2015 le denunce di infortunio sul lavoro sono calate mediamente del 22,1 per cento, mentre sono salite del 37,7 per cento tra i 60 e i 64 anni, e del 7,2 per cento tra i 65 e i 69. Nell’insieme, l’incidenza della fascia d’età over 60 sul totale degli infortuni è raddoppiata, da 3 al 6 per cento.Un fenomeno speculare a quello dell’andamento dell’occupazione, e in gran parte spiegabile proprio con questo: ci sono più lavoratori anziani, dunque si fanno male di più. L’aumento degli infortuni, spiegano all’Inail, è “coerente con la composizione per età degli occupati”. E porta a un’emergenza drammatica in settori più rischiosi e anche più invecchiati, come quello edile. Nel quale, dal Veneto, la Cgil parla della “strage dei nonni”. “Non si può stare sulle impalcature a 60 anni suonati”, ha denunciato il sindacato edili Fillea-Cgil, riportando i dati di ottobre sull’aumento delle morti sul lavoro in edilizia: più 27 per cento rispetto al 2015, con il raddoppio delle vittime con più di 60 anni.

Il segretario regionale, Leonardo Zucchini, ricorda che con la crisi “sono rimasti al lavoro in maggioranza gli anziani, spesso si sono messi in proprio e sono più esposti al rischio”. Di andare in pensione non se ne parla, neanche con la stabilità 2017: il lavoro edile in sé non è considerato usurante, adesso, dice Zucchini, si è aperta la finestra dell’ape social ma quasi tutti ne restano di fatto fuori, perché i requisiti di reddito (stare sotto i 1.100 euro netti al mese) sono più bassi di quanto, mediamente, si guadagna nei cantieri.

Con le mani e con la testa
Nell’ape social sono rientrate invece le maestre della materna: aiutate ad andare in pensione prima perché dopo una certa età a stare con bambini così piccoli non ce la fai più. Ma quante e quali sono le cose che diventa difficile fare, dopo una certa età? Andiamo a parlare con Cristina Gremita, che per l’Ats di Pavia (azienda provinciale di tutela della salute) ha il compito di verificare, tra le altre cose, l’idoneità al lavoro. “C’è un’emergenza tra gli infermieri. Che con l’età diventano inadatti ad alcune mansioni, come quella di movimentare il carico dei pazienti. Ma spesso, se noi lo certifichiamo, fioccano i ricorsi. Da parte degli ospedali, ma anche degli stessi infermieri, che temono conseguenze per il posto di lavoro”.

Non a caso anche gli infermieri sono tra le categorie previste per l’ape social: però sempre con quei requisiti di reddito che è molto difficile trovare, nella categoria. Ma la stessa pressione per entrare nelle finestrelle – piccolissime – dei lavori usuranti fa capire che altre soluzioni, sul posto di lavoro, sono lontane. Perché è raro che le aziende si pongano il problema dell’età dei dipendenti, dalla prevenzione all’organizzazione del lavoro al rischio di malattie. Allargando lo sguardo ai grandi numeri, vediamo che l’aspettativa di vita dei nostri over 65 è maggiore di quella media dell’Ue (22,6 anni per le donne e 18,9 per gli uomini, contro una media Ue, rispettivamente, di 21,3 e 17,9), ma la salute è minore: in Italia una donna a 65 anni ha in media davanti a sé 7,3 anni in buona salute, un uomo 7,8 contro una media europea di 8,6 e 8,5.

Più anziani e più acciaccati. Ma la relazione tra salute e lavoro non è così univoca. La stessa Cristina Gremita da Pavia avverte che ci sono anche “opportunità” nell’allungamento della vita lavorativa, ad alcune condizioni. Che però richiedono sforzi organizzativi che in pochi vogliono o possono fare. “Io sto in linea come vent’anni fa, quando sono entrato qui”, racconta Salvatore Stanca, metalmeccanico in una fabbrica di radiatori di Loreto, nelle Marche. Ha 62 anni e 40 anni e mezzo di contributi. “Mi passa tutto per le mani”, sintetizza, dopo aver spiegato come i pezzi arrivano sulla sua linea, sono presi e saldati, sfilettati e assicurati, e poi escono pronti per essere verniciati. “Sette ore e mezzo, giorno per giorno”. E giorno per giorno Stanca va sul sito dell’Inps a fare la simulazione della sua pensione. “Prima facevo l’impiegato in un’altra azienda, sono venuto qui quando ha chiuso. Ho chiesto di passare ad altra mansione ma la domanda non è stata proprio presa in considerazione”.

Il dottor Luca Cravello, geriatra esperto di demenze senili, traccia una linea di distinzione che non è tanto tra il lavoro manuale e quello intellettuale, ma tra mansioni più o meno ripetitive: se il cervello deve lavorare o no, insomma. La malattia di cui Cravello si occupa, e che riempie il centro in cui lavora – il centro Alzheimer dell’Asst Rhodense di Garbagnate Milanese, uno dei più grandi d’Italia – non fa distinzioni in base agli studi e alla carriera. La malattia è “trasversale”, però, dice, è diverso il suo decorso. “Chi ha svolto un lavoro intellettuale ha una riserva cognitiva maggiore, che può ritardare l’insorgenza della malattia”. Ma dal suo osservatorio dell’hinterland milanese Cravello vede arrivare prima di tutto l’emergenza sociale dei lavoratori anziani come “figli”: schiacciati spesso tra la cura di genitori molto vecchi, i propri figli da mantenere e il lavoro che non si può lasciare. “Spesso non ce la fanno, le spese possono essere molto alte, e ci arrivano istanze e richieste a cui non sappiamo dare risposta”.

Inoltre, le contraddizioni spesso sono anche trasversali e non prevedibili, nell’interrogarsi di ciascuno circa il momento del passaggio dal lavoro al non-lavoro. Diego Panizzolo, che andrà in pensione a giugno dell’anno prossimo solo perché ha cominciato a lavorare a 15 anni e dunque ha maturato i requisiti, chiude con quarantadue anni e dieci mesi passati a lavorare tra magazzini, fabbriche e un bar che ha aperto per una parentesi di lavoro autonomo, poi chiusa. È contento? “Sono contento, però se ci penso… sono diventato vecchio. Qualcosa dovrò trovare, non posso rimanere a casa fermo. Anche se è vero, pure a casa c’è sempre qualcosa da fare”.

Rimettere gli anni in moto
“Ho più di 90 anni e anche io sono andata in pensione”, esordisce Annamaria Galdo, psicoanalista napoletana – ma sarebbe meglio dire: pioniera napoletana, cofondatrice del Centro di psicoanalisi di Napoli negli anni in cui la pratica e la professione psicoanalitica erano sconosciute ai più – che interpelliamo sul difficile passaggio della soglia tra il lavoro e il non lavoro, e sulla sua scelta di non attraversarla. Galdo, classe 1922, nella sua casa luminosa, appollaiata all’ultimo piano di un bell’edificio della riviera di Chiaia, collabora con i colleghi, fa supervisioni, svolge seminari; insomma continua a essere una psicoanalista.

È andata in pensione dall’università a 76 anni, ma per lei “il lavoro intellettuale non si interrompe mai, l’intellettuale ha una sola maniera di andare avanti”. E racconta di aver risentito moltissimo del pensionamento; di aver sofferto dell’uscita dal gruppo di lavoro formato con i suoi ricercatori. Spiega di aver cercato il modo, e impiegato un po’ di tempo, per compiere quel passaggio, per “superare l’angoscia di aver perduto il futuro”. Lo ha fatto, racconta, collaborando con un suo amico in un progetto artistico, recuperando così uno studio e una passione che aveva dovuto abbandonare pur essendosi laureata proprio in storia dell’arte, subito dopo la guerra: “Una parte della mia vita che mi sembrava di non aver vissuto”. Lo dice con altre parole in una poesia – e quella della poesia è un’altra attività scoperta “dopo”, e praticata tra gli ottanta e i novant’anni:

“È stato il tuo dolore a sfrondare il mio
perché gli anni si rimettessero in moto
futuro mio solo tempo tu rendi meraviglia la paura.”

Nelle classifiche dei “mestieri” più anziani, quelli intellettuali stanno ovviamente ai primi posti: docenti universitari, prefetti, quadri ministeriali, notai, altri professionisti. Ma un conto è “godere” del proprio posto di lavoro e di una carriera all’apice, un altro, superata l’età della pensione, è mantenere e coltivare una relazione quotidiana con l’oggetto del proprio lavoro, con il mondo fuori, con i colleghi.

Annamaria Galdo lo fa, anche se ha severi impedimenti fisici tra i quali un abbassamento della vista che le impedisce di leggere. Con semplicità, dice di aver rinunciato da molti anni al suo lavoro di terapeuta infantile “perché non potevo più mettermi a giocare a terra”. Sottolinea il valore della cura, come attenzione continua alla propria attività intellettuale, e non solo: “Ho sette persone che mi aiutano”, da chi fa la spesa a chi legge per lei. Ha organizzato le sue giornate in modo preciso, con la radiolina sempre a portata di mano per restare in contatto con i problemi e i luoghi del mondo che l’hanno sempre interessata. “All’inizio ho pensato che continuavo a lavorare per vivere. Poi ho capito che non è così: io lavoro per mantenere la mia identità personale”. Perché è riuscita a rimettere in moto gli anni.

 

*www.internazionale.it

Viaggio della Carta dei Diritti Univarsali del Lavoro. il video

Category: Segnalazioni
Creato il Venerdì, 21 Ottobre 2016 15:58

Costituzione al lavoro. Roma, 14 ottobre 2016

Category: Eventi
Creato il Venerdì, 14 Ottobre 2016 13:49

COSTITUZIONE AL LAVORO

I lavoratori e la Fiom contro la revisione-truffa della Costituzione

14 ottobre 2016 ore 20.30

Città dell'altra economia | Foro Boario | Testaccio | Roma

Lucia Annunziata intervista

Maurizio Landini, segretario generale della Fiom-Cgil
Domenico Gallo, magistrato

Antonio Di Luca, operaio Fca Pomigliano | video

Francesco Brigati, operaio Ilva di Taranto | video

Barbara Borzi, lavoratrice HP ES Italia | video

Cristian Belloro, lavoratore appalti aeroporto Fiumicino | video

Video integrale

 

2016 10 16 altraeconomia   16 10 14 festacostituzione

Dai metalmeccanici una grande lezione di democrazia

Category: Trattativa Ccnl
Creato il Venerdì, 30 Settembre 2016 10:25

slide ccnl

 

La Commissione elettorale nazionale Fim-Fiom-Uilm alle ore 14,00 del giorno 22 dicembre 2016 comunica i risultati quasi definitivi arrivati dalle Strutture regionali.

Il numero di aziende interessate è 5.986 per un totale di 678.328 dipendenti.

Hanno votato n° 350.749 (pari al 63,27% dei presenti nei giorni di votazione); di questi 276.627 (80,11%) hanno votato SI e 68.695 (19,89%) hanno votato NO.

Le bianche sono state 3.836 e le nulle 1.591.

Pertanto la Commissione certifica che l’esito della consultazione ha dato esito positivo e quindi il CONTRATTO COLLETTIVO NAZIONALE DI LAVORO di Federmeccanica-Assistal è pienamente applicabile per tutti i lavoratori della categoria.

 

 Clicca sulla foto per ingrandire

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La tabella completa in pdf

 

Dichiarazione di Maurizio Landini, segretario generale Fiom-Cgil

“Il referendum sull'ipotesi di rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici è stato prima di tutto una grande prova di democrazia e di ascolto di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori metalmeccanici. La grande partecipazione al voto, più del 63%, e la larghissima prevalenza dei sì, oltre l'80%, sono la prova del valore del contratto nazionale quale strumento di tutela dei diritti e di solidarietà di tutta la categoria.”

“In una situazione di crisi, con una trattativa partita più di un anno fa con diverse piattaforme, una partecipazione e un consenso di questo genere dimostrano l'approvazione da parte dei metalmeccanici dell'impianto innovativo del nuovo contratto.”

“Questo risultato ci impegna ad un lavoro di gestione del contratto e di sviluppo della contrattazione unitaria nei luoghi di lavoro.”

“Ringrazio tutti i metalmeccanici che hanno, in questo anno, scioperato, manifestato e approvato un percorso unitario, una nuova fase sia dei rapporti unitari che di una nuova qualità del sistema di relazioni industriali con Federmeccanica.”

“Con questo voto tutti i metalmeccanici hanno sancito la riconquista del contratto nazionale.”

 


Cronologia della trattativa

Landini (Fiom): “Dai metalmeccanici una grande lezione di democrazia” - 22 dicembre 2016

I lavoratori approvano l'ipotesi di accordo. I dati  - 22 dicembre 2016

Comitato Centrale Fiom-Cgil. I Documenti - 27 novembre 2016

Riconquistato il Contratto di tutti i metalmeccanici - 26 novembre 2016

Riparte la trattativa 'in plenaria', venerdì assemblea dei delegati Fiom - 16 novembre 2016

Passi avanti su formazione e diritto allo studio, irrisolti gli altri temi - 8 novembre 2016

Alcuni passi avanti, c'è ancora molta strada da fare - 20 ottobre 2016

Comitato Centrale Fiom-Cgil. Documento conclusivo presentato dalla Segreteria nazionale - 29 settembre 2016

Landini: le lotte fanno fare a Federmeccanica un passo avanti, ma sul salario non ci siamo ancora. Dal 12 ottobre può iniziare una vera trattativa - 28 settembre 2016

Radio Articolo1. Autunno metalmeccanico. Interviene Maurizio Landini, Fiom.  15 settembre 2016

Il 28 settembre riparte la trattativa. E' un primo risultato della mobilitazione e della tenuta unitaria - 15 settembre 2016

Sciopero degli straordinari e delle flessibilità. Vertice sindacale il 13 settembre - 7 settembre 2016

A Varese il 5 luglio attivo unitario e il 7 sciopero di 4 ore - 4 luglio 2016

Sciopero dello straordinario e delle flessibilità. 4 ore di sciopero territoriale e iniziative di informazione - 28 giugno 2016

1 luglio a Brescia: lavoratori in sciopero, padroni in assemblea - 27 giugno 2016

Conferenza stampa Fim-Fiom-Uilm. Iniziative di mobilitazione e sensibilizzazione - 22 giugno 2016

Calabria, Sicilia e Sardegna: Terza giornata di manifestazioni regionali. Adesione agli scioperi superiore all'80% - 15 giugno 2016

Oggi adesione agli scioperi regionali superiore all'85% - 10 giugno 2016

Massiccia adesione alla nuova tornata di scioperi: Federmeccanica abbandoni rigidità e ascolti ragioni dei lavoratori - Roma, 9 giugno 2016

Date e luoghi dello sciopero - Roma, 7 giugno 2016

Federmeccanica e Assistal ancora al palo: dodici ore di sciopero a maggio e giugno e manifestazioni il 9 e 10 giugno - Roma, 24 maggio 2016

Trattativa Federmeccanica. Documento delle segreterie nazionali Fim, Fiom, Uilm - Roma, 24 maggio 2016

Federmeccanica ferma da 6 mesi, aprire negoziato vero o sarà mobilitazione - Roma, 12 maggio 2016

Nuovo incontro - Roma, 6 maggio 2016

Commissione tecnica inquadramento - Roma, 28 aprile 2016

Sciopero generale Fim, Fiom, Uilm - 20 aprile 2016

Commissione tecnica inquadramento - Roma, 30 marzo 2016

Fim, Fiom, Uilm: Il 20 aprile 2016 sciopero per il contratto - Roma, 29 marzo 2016

Accordo Fim, Fiom, Uilm sulle regole - Roma, 15 marzo 2016

Valutazione Fim, Fiom, Uilm sulla trattativa per il contratto - Roma, 15 marzo 2016

Settimo incontro in ristretta: per ora nessun accordo è possibile - Roma, 11 marzo 2016

Sesto incontro. Mobilitazione se Federmeccanica non modifica le sue posizioni - Roma, 7 marzo 2016

Quinto incontro in “ristretta”: previdenza, sanità integrativa, formazione - Roma, 3 marzo 2016

Terzo e quarto incontro tematico - Roma,  25 febbraio 2016

Secondo incontro tematico - Roma, 10 febbraio 2016

Primo incontro tematico - Roma, 5 febbraio 2016

 


guarda il video su youtube


 

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 Contratto. 4 ore di sciopero territoriale e iniziative di informazione [Volantino]

Gli scioperi di luglio

 


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Date e luoghi dello sciopero

la pagina facebook

Maurizio Landini sarà a Vicenza 9 giugno | Bari 10 giugno | Palermo 15 giugno

 

Metalmeccanici. Calabria, Sicilia e Sardegna: Terza giornata di manifestazioni regionali. Adesione agli scioperi superiore all'80% - 15 giugno 2016

Oggi adesione agli scioperi regionali superiore all'85% - 10 giugno 2016

Bentivogli, Landini, Palombella: No black out informazione su mobilitazione metalmeccanici - 10 giugno 2016

Landini (Fiom): “Le piazze di oggi dimostrano che Federmeccanica deve cambiare posizione” - 9 giugno 2016

 

Radio Artocol1. Diritti, salario e contratti: i metalmeccanici scioperano - ascolta l'audio

Rassegna.it: Landini: «Pronti a intensificare la lotta»

 


 

Dati adesioni allo sciopero nazionale Fim, Fiom, Uilm del 20 aprile 2016

Sciopero 20 aprile: le tante voci di un unico successo

Milano in piazza. Landini: non ci fermeremo

Adesioni oltre il 75% e grandissima partecipazione alle manifestazioni territoriali

 

Solidarietà per lo sciopero unitario dei metalmeccanici

Solidarietà della IndustriAll Global Union per lo sciopero del 20 aprile

Cgt. Lettera di solidarietà allo sciopero del 20 aprile

 

Iniziative territoriali per lo sciopero generale dei metalmeccanici

 20 aprile, con i metalmeccanici scioperano anche i "somministrati"

 

 

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Ddl Sacconi-Fucksia, il Jobs Act della sicurezza sul lavoro

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Giovedì, 08 Settembre 2016 15:51

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Da gennaio a giugno 2016 sono 461 le persone che hanno perso la vita sul lavoro in Italia: 341 gli infortuni mortali rilevati in occasione di lavoro e 120 quelli in itinere. Un numero drammatico che si traduce in una tragica media di 77 vittime al mese, ossia 19 alla settimana.

Tra le Regioni l’Emilia Romagna con 44 infortuni mortali rilevati in occasione di lavoro nei primi sei mesi del 2016, si mantiene in prima posizione, superando il Veneto che si localizza al secondo posto (35 vittime). Al terzo posto scende invece la Lombardia che registra 33 infortuni mortali.

Il settore economico che registra il maggior numero di vittime (42 pari al 12,3% del totale dei casi di morte in occasione di lavoro) è rappresentato dalle Attività Manifatturiere. Si posizionano al secondo posto le Costruzioni con 41 decessi (pari al 12 % del totale). Gli stranieri deceduti sul lavoro nel primo semestre 2016 sono 47 (il 13,8 per cento del totale) e le donne 23. La fascia d’età più colpita – che costituisce il 34,9 per cento di tutte le morti rilevate in occasione di lavoro – è sempre quella compresa tra i 45 e i 54 anni. Ma l’incidenza più elevata della mortalità rispetto alla popolazione lavorativa coinvolge come sempre gli ultra-sessantacinquenni.

Sono i lavoratori anziani, in particolare nel settore delle costruzioni a morire per cadute dai ponteggi e gli agricoltori a rimanere schiacciati sotto vecchi trattori senza roll bar. Danno il loro contributo di sangue e di anni di vita perduti i lavoratori stranieri (13,8% del totale dei lavoratori deceduti a causa di incidenti sul lavoro).

Queste tragedie non hanno come causa determinante la mancanza di norme specifiche in materia di valutazione e gestione dei rischi.

 

Disrupting sociale, effetto collaterale delle riforme Foernero e del Jobs Act

Il d.lgs 81/2008 e s.m.i per quanto farraginoso è esauriente e il rispetto delle procedure e delle prescrizioni in esso contenute potrebbe per davvero ridurre il fenomeno infortunistico in misura rilevante.

Il problema di fondo riguarda il contesto normativo che è stato introdotto dopo il 2011. Mi riferisco in particolare alla riforma previdenziale Fornero che ha “bloccato” in attività lavorative pesanti e rischiose migliaia di lavoratori anziani non più in grado di reggere le fatiche del cantiere, i lavori in agricoltura, nella logistica e nei trasporti.

Il combinato disposto riforma Fornero e il successivo Jobs Act stanno producendo un effetto corrosivo sulla capacità di partecipazione attiva dei lavoratori per autotutelarsi.

La facilità con la quale si può essere licenziati e/o le altre pratiche di ritorsione delle direzioni aziendali , divenute legittime come il demansionamento, stanno trasformando i molte realtà i lavoratori e le lavoratrici in soggetti silenti che hanno crescenti difficoltà ad opporsi a condizioni di lavoro insicure o disagiate.

Le norme del Jobs Act hanno prodotto forme di disrupting sociale e ridotto il potere di coalizione dei lavoratori per autotutelarsi.

Il Jobs Act ha in sè un forte potenziale di disrupting sociale che si sta già manifestando con la moltiplicazione dei licenziamenti "economici" dei lavoratori sopra i cinquanta anni, ben lontani dalla pensione, destinati ad entrare nella fitta schiera delle persone che difficilmente potranno trovare un altro lavoro...

Esiste un fenomeno anch'esso non immediatamente visibile che le pratiche dirette di disrupting sociale e le politiche subalterne dei governi ai poteri forti dell'economia stanno producendo a livello profondo nei comportamenti delle persone: quello dell'adattamento passivo all'obbedienza ai forti, alla perdita da parte di molti lavoratori e lavoratrici della cognizione di essere cittadini portatori di diritti fondamentali. Questo è il male oscuro che depotenzia la volontà e la capacità di partecipazione mettendo in grave crisi la democrazia: il crescente astensionismo elettorale è un indicatore palese di questo profondo malessere e sfiducia rispetto al ruolo della politica come strumento di riscatto e di affermazione dei propri diritti.

Tutto questo ha elevatissimi costi sociali: un patrimonio enorme di potenzialità umane viene dissipato, ai giovani viene prospettato non un futuro da cittadini protagonisti ma da precari assistiti, male.

In questo contesto anche i problemi della salute e sicurezza nel lavoro a fronte del rischio di ritorsioni se ci si espone a denunciare situazioni di irregolarità o di mala organizzazione del lavoro, in diverse realtà, vengono posti in secondo piano.

Le aziende strutturate di medie e gradi dimensioni hanno appreso in questi anni ad utilizzare i benefici economici derivanti dalla applicazione delle norme, dalla partecipazione ai click days promossi da Inail e hanno ridotto in modo significativo la frequenza di incidenti gravi e mortali.

I problemi persistono nelle piccole imprese ove la sopravvivenza rispetto alla crisi ha comportato il taglio di molte spese, ivi comprese quelle riguardanti la sicurezza.

Sono le imprese individuali, le cosi dette “false partite iva” che si trovano a competere con l'acquisizione di appalti al massimo ribasso che pagano il prezzo più grande in termini di incidenti sul lavoro. Sempre con maggiore frequenza in questi anni è capitato di leggere nelle cronache che la persona asfissiata mentre saldava all'interno di un serbatoio non bonificato o precipitata dall'alto mentre stava eseguendo una bonifica di un tetto eternit era un lavoratore autonomo.

Nella galassia delle oltre quaranta forme di titolarità dei rapporti di lavoro che il Jobs Act non ha modificato sono molti i lavoratori e le lavoratrici che operano in condizioni di rischio elevato sia per la sicurezza sia per la salute. Nelle filiere produttive l'azienda grande o media esternalizza lavori di manutenzione a micro imprese composte da due o tre lavoratori autonomi che spesso operano in assenza di una programmazione preventiva dei lavori: la valutazione e gestione dei rischi rimane chiusa nei cassetti della stazione appaltante a disposizione di una eventuale ispezione della Asl, ma coloro che operano al fronte in rapporto diretto con il rischio raramente vengono informati con precisione sui rischi per la salute e per la sicurezza cui saranno esposti.

A questa prima trasformazione normativa si aggiunge il disegno governativo che ha come obiettivo l'estinzione dell'istituto del Contratto Nazionale di Lavoro. La fine del Contratto nazionale moltiplicherà ulteriormente le diseguaglianze estendendo le condizioni di lavoro servile: orari di lavoro, diritti contenuti nelle parti normative quali permessi di studio saranno resi subalterni ad una concezione rozza e primitiva del concetto di produttività. La contrattazione di secondo livello deprivata dei riferimenti delle parti normative dei Ccnl farà arretrare le condizioni di lavoro in particolare nelle Pmi.

Queste considerazioni vengono sia da una lunga esperienza personale di rapporto con i lavoratori sia da una analisi delle notizie d'infortunio che si possono trovare sui media, sui siti specialistici, sulle sentenze penali che seguono le indagini sull'evento infortunistico.

 

La territorializzazione dell'informazione sugli infortuni e sulle malattie professionali

Un altro aspetto sul quale riflettere è la scomparsa dalle cronache nazionali dei quotidiani e dai media in genere delle notizie riguardanti gli incidenti sul lavoro.

Gli eventi infortunistici gravi e mortali sono relegati nelle ultime notizie delle pagine locali con la stesso format delle notizie riguardanti gli incidenti stradali. La tecnica della banalizzazione di questi eventi ha fatto scomparire dalla scena delle priorità nazionali la questione salute e sicurezza sul lavoro.

E' verosimile pensare che molti direttori dei quotidiani e dei media abbiano operato un adattamento calcolato dei palinsesti per declassare le questioni del lavoro, del diritto alla salute e alla sicurezza nel lavoro a banali brevi articoli di cronaca locale, per non turbare la fantasiosa narrazione del governo sulle magnifiche sorti progressive del Jobs Act .

A questa scelta di “declassare” rispetto ad altre epoche la questione sicurezza sul lavoro nei media si congiunge lo sbarramento rispetto alla istituzione del Sinp, Servizio Informazione Nazionale sulla Prevenzione che doveva essere istituito dal 2008 , ovvero a 180 giorni dalla data dell'entrata in vigore del d.lgs 81.5

Lo strumento per le informazioni di governo necessarie per gestire da parte delle istituzioni, delle imprese le priorità in materia di prevenzione era il Sinp, la cui attuazione pare rinviata sine die, ovvero a mai.

Non vogliamo affrontare le ragioni per cui il Sinp non è stato attuato: occorrerebbe immergersi nei meandri della burocrazia ministeriale e nei sottosistemi di potere dell'Inail per scoprire le vere ragioni perchè dopo sette anni dall'entrata in vigore del d.lgs. 81/08 il Sinp rimane sulla carta.

Si può affermare con un rischio molto basso di essere smentiti che il Sinp non nascerà mai perchè le Associazioni datoriali non sono interessate all'attività di un Ente che raccogliendo e ordinando le informazioni con la pubblicazione di Report pubblici sullo stato dell'arte potrebbe mettere in luce gravi responsabilità sui ritardi nelle politiche di prevenzione, nella valutazione e gestione dei rischi.

Le stesse organizzazioni sindacali indebolite dalle divisioni e dalla mancanza di una strategia adeguata a fare fronte ai problemi della salute e sicurezza sul lavoro non hanno fatto dell'attuazione del Sinp l'obiettivo di una battaglia sindacale.

 

Il declino delle regioni

Voglio ricordare che quanto si è fatto di positivo nei quattro decenni da quando sono state istituite le Regioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro è stato fondamentale per la costruzione di una rete di Servizi per la prevenzione e di un'esperienza partecipata dagli anni 70 ad oggi molto importante.

Alcune regioni del centro-nord hanno investito molte risorse sia per la formazione degli operatori sia per la messa in opera di servizi che hanno sviluppato reti e pratiche di prevenzione efficace.

Emilia Romagna, Toscana, Veneto, Lombardia Piemonte, Liguria, Marche, Puglia fino al Lazio hanno dato molto fino ai primi anni dopo il 2000 facendo della salute e della sicurezza nel lavoro un tema importante dei governi regionali.

Altre Regioni sono state assenteiste, non hanno costruito la rete dei Servizi territoriali non hanno svolto alcun ruolo guida , sono state un buco nero rispetto a questa tematica, non le nominiamo perchè sono note a chi si occupa da tempo della tematica.

La Riforma del Titolo V° della Costituzione all'inizio degli anni duemila non ha rappresentato uno stimolo per il miglioramento, in diverse realtà invece di utilizzare la legislazione concorrente come competizione per migliorare le norme dello stato centrale si è giocato di rimessa, si è utilizzata la potestà della legislazione concorrente per ridurre vincoli e impegni delle imprese nella gestione della sicurezza o non si è utilizzata affatto questa opportunità per migliorare le norme nazionali.

Voglio ricordare che alcune regioni hanno bene utilizzato la legislazione concorrente per settori particolari esistenti nel loro territorio, ad esempio la Toscana e l'Emilia Romagna hanno predisposto linee guida per i lavori in galleria dell'alta velocità che hanno evitato incidenti e morti. Altre regioni come il Veneto sono intervenute su macchine agricole, uso dei pesticidi, ecc.

La spinta propulsiva del ruolo delle regioni si spegne lentamente con le trasformazioni delle rappresentanze politiche: da quando i lavoratori dipendenti in particolare dei settori manifatturieri non sono più il riferimento importante dell'ultima formazione politica che ha occupato lo spazio politico che prima era del Partito comunista, il Partito democratico, la questione salute e sicurezza nel lavoro scompare dalle agende di molti assessorati alla sanità regionali.

Fino al termine dei governi a guida Berlusconi il ruolo di alcune regioni rispetto alla materia che trattiamo è stato quello di contrastare alcuni tentativi di deregulation dal 2002 in poi fino al contributo importante nella elaborazione del D.lgs 81/08.

Questa attività importante delle regioni che si erano impegnate ad attuare la rete dei servizi si affievolisce mano mano in ragione del cambio di priorità nelle agende politiche per la scelta di dare maggiore ascolto alle richieste delle associazioni datoriali.

In questo ultimi due anni l'attesa del trasferimento delle competenze in materia di salute e sicurezza allo Stato in ragione delle modifiche del Titolo V° della Costituzione e della istituzione di un Ente centralizzato preposto alla vigilanza (l'Agenzia) hanno portato alla passività molte regioni.

La presenza dell'istituzione regione sulla tematica salute e sicurezza nel lavoro è pertanto in progressivo declino da quando è iniziata la crisi.

Le aziende Asl in molte realtà vedono i Servizi di Prevenzione Salute Sicurezza Lavoro come un corpo estraneo e/o generatore di conflitti con il sistema delle imprese, pertanto non esiste da parte dei dirigenti delle Asl una particolare volontà di sviluppare questi servizi.

E' da questo ingorgo istituzionale che occorrerebbe uscire con un disegno serio di riordino dei servizi territoriali di prevenzione per consolidare a livello territoriale i nodi della rete di un sistema di prevenzione integrato nel Ssn.

Diversamente si rischia che una straordinaria esperienza territoriale venga sostituita da un sistema verticale burocratico denominato “agenzia” ingessato e dipendente dalle volontà del ministro del lavoro di turno senza che vi sia un controllo sociale rispetto all'operato di questo entità.

In ogni caso non può continuare ancora per troppo tempo “la sospensione” nella terra di nessuno delle competenze in materia di salute e sicurezza nel lavoro, occorre che si pervenga ad un percorso strutturato che definisca in modo certo il sistema istituzionale, le responsabilità e le competenze.

 

Le trasformazioni del lavoro: profili di rischio e strategie di prevenzione da costruire

Le trasformazioni delle forme organizzative, giuridiche e materiali del lavoro che sono avvenute nel corso degli ultimi dieci anni sono straordinarie.

I processi di automazione del trattamento delle informazioni gestionali dei sistemi produttivi, della logistica, nei sistemi finanziari sono stati e sono oggetto di studi raffinati, ragion per cui non intendiamo affrontali in questa sede.

In sintesi si può dire che il lavoro degli umani si è trasformato radicalmente in molti settori e i profili di rischio stanno radicalmente cambiando per molti lavori e nel contempo molti lavori sono destinati a trasformarsi o a scomparire.

Ciò che cambia in profondità per gli umani che per lavorare comunicano e/o si affidano a complessi algoritmi per svolgere il proprio lavoro è la perdita del governo del tempo e, a volte, lo smarrimento del significato del proprio lavoro.

Le forme di assistenza digitale in uso, ad esempio, nel settore finanziario e creditizio rispetto alle decisioni da prendere stanno svuotando il lavoro dei funzionari addetti alla erogazione di crediti o mutui.

Nel settore dei trasporti i sistemi di geo localizzazione satellitare stanno trasformando il lavoro degli autisti che si vedono riprogrammare percorsi, tappe di carico e tempi in tempo reale: il loro governo del tempo viene ridotto ai minimi termini. Sanno quando partono ma non quando ritorneranno in sede..

Questo è il nuovo ambito su cui è necessario che si faccia ricerca per definire i profili di rischio di queste nuove modalità di lavoro.

A fianco del lavoro qualificato sempre più raro, sempre più esigente di competenze professionali che peraltro hanno un ciclo di vita sempre più breve, permangono e in qualche misura si espandono i lavori basati sulla fisicità, sulla fatica fisica sulla esposizione ai classici fattori di rischio tradizionali: rumore, gas fumi, polveri, microclima che procura disagio, movimentazione carichi.

La differenza rispetto al passato riguarda il fatto che questi lavori sono svolti da lavoratori e lavoratrici stranieri in condizioni di precariato, senza tutele e contratti, pagati in parte con voucher e in parte in nero.

Nella galassia dei lavori di servizio della ristorazione,dei servizi alle persone, del pulimento si trovano situazioni diffuse di precariato e di lavoro nero. Sono queste le realtà in cui le persone lavorano assai spesso senza adeguati dispositivi di protezione individuali (Dpi) senza le informazioni e la formazione sull'utilizzo in sicurezza sulle sostanze impiegate ad esempio nei lavori di pulimento.

In buona sostanza chi si occupa professionalmente di prevenzione, salute e sicurezza nel lavoro dovrà fronteggiare profili di rischio derivanti da sovraccarico cognitivo e stress che sono propri e saranno sempre più diffusi in coloro che lavorano nei settori avanzati dell'industria 4.0 e situazioni di lavoro con profili di rischio molto materiali nei settori della ristorazione, del commercio, dei servizi alle persone, pulimento ove operano lavoratori con contratti di lavoro precari e temporanei.

Mentre nelle aziende dei settori pregiati si registra una capacità di valutazione e gestione dei rischi di qualità è desolante invece la situazione delle imprese che producono servizi e prodotti a basso valore aggiunto ove nella maggioranza dei casi le imprese pagano consulenti per costruire un'apparenza di adempimento di quanto prevedono le norme in materia.

L'aggiornamento dei profili di rischio dovrebbe essere una pratica di ricerca continua da parte del Dipartimento Ricerca dell'Inail.

Nei prossimi anni le trasformazioni del mercato del lavoro e le compresenze di settori ad elevata tecnologia organizzative e produttive (industria 4.0) con settori ad elevata intensità di sfruttamento e precarizzati comporterà strategie molto differenziate di prevenzione.

Dalle documentazioni ufficiali non pare siano state prese decisioni di svolgere ricerca e sviluppo in questa direzione.

 

Semplificazioni dal livello europeo fino al DdL Sacconi-Fucksia

Cosa ci attende il prossimo futuro? Per quanto attiene le norme e l'intervento della Pubblica amministrazione nella relazione tra impresa e lavoratori come garante, tramite la vigilanza e le ispezioni, della corretta valutazione e gestione dei rischi siamo a fronte di una regressione che parte dal livello della Commissione europea e arrva alle pratiche correnti in materia svolte dal ministero del lavoro. La parola d'ordine della semplificazione è partita da tempo, già dalla presidenza della Commissione Barroso. La Commissione europea a presidenza Barroso quando lanciò il processo di semplificazione normativa registrò un certo consenso non solo tra le associazioni imprenditoriali: si pensava ad una ragionevole “pulizia” degli aspetti ridondanti e superflui delle direttive. Nel corso degli anni si è visto invece un utilizzo del processo di semplificazione per altri scopi politici: la deregulation delle norme di tutela dell'ambiente e della salute e sicurezza dei lavoratori.

Il processo di semplificazione della legislazione europea è stato preso in ostaggio dagli interessi privati del mondo degli affari. Questo è quanto si afferma nelle conclusioni di un nuovo rapporto pubblicato dall'Istituto sindacale europeo. Dopo dieci anni durante i quali la Ue si è impegnata per la semplificazione della legislazione, da "legiferare meglio", alla "regolazione intelligente" fino al Progetto Refit il vero risultato non è stata la semplificazione "intelligente" peraltro auspicabile , ma una pratica reale di blocco e di mancato aggiornamento delle direttive europee in materia di ambiente, salute e sicurezza sul lavoro.

Un esempio chiaro riguarda la proposta di modifica della Direttiva cancerogeni, parziale eincompleta rispetto alle più recenti conoscenze scientifiche che perviene alla consultazione delle parti sociali dopo anni di ritardo. Il rapporto di Etui (Istituto di Studi e Ricerche della Confederazione dei Sindacati Europei) illustra con chiarezza il percorso in negativo o a ritroso della Commissione europea rispetto ai diritti dei lavoratori che vengono posti nella scala della priorità al terzo posto , dopo le imprese e i consumatori.

Ritardi analoghi nelle proposte di modifica delle Direttive europee in materia di protezione della sicurezza e della salute dei lavoratori ve ne sono molti, ad esempio per quanto attiene la prevenzione dei disturbi muscolo scheletrici nelle lavorazioni seriali.

A moltiplicare gli effetti negativi sulle condizioni di lavoro vi è poi quel corredo di norme che fa riferimento alla Direttiva Bolkenstein che consente alle imprese italiane di aprire presso alcuni paesi della Ue pseudo imprese che sono soltanto recapiti legali , imprese fasulle che non svolgono attività economiche ma che servono a trasformare il contratto di lavoro di un camionista italiano , ad esempio, in un contratto rumeno con orari capestro, salario dimezzato.

L'ideologia neoliberista che sta alla base di queste direttive sta portando su posizioni contrarie al progetto europeo vasti settori di lavoratori dipendenti che ravvisano nelle politiche di austerity e di attacco dei diritti dei lavoratori una minaccia incombente non più tollerabile. Nei fatti la Ue con le norme che afferiscono alla Direttiva Bolkenstein ha introdotto nel mercato del lavoro europeo il dumping sociale, la concorrenza basata sulla eliminazione dei diritti dei lavoratori. A livello nazionale le politiche governative, come abbiamo visto, procedono nella stessa direzione.

Le cosìdette “riforme” non sono altro che allineamenti della legislazione nazionale con quella europea, dal Jobs Act che rende legittima la precarietà a vita al progetto di “superamento” dei Ccnl che vengono individuati come un impedimento alla crescita economica.

Appare evidente che queste strategie che hanno come scopo l'indebolimento delle coalizzazioni (leggi organizzazioni sindacali) degli interessi dei lavoratori dipendenti stanno alimentando un clima di avversione alle istituzioni europee, istituzioni sacrificate agli interessi forti delle grandi compagnie multinazionali e della speculazione finanziaria.

In questo contesto e all'interno di queste dinamiche tese a ridurre i diritti dei lavoratori non poteva mancare l'iniziativa dell'ex ministro del lavoro Sacconi che in collaborazione con la senatrice Fucksia ha elaborato un DdL contenente modifiche al Dlgs 81/2008 che in modo beffardo vengono definite “disposizioni per il miglioramento sostanziale della salute e sicurezza dei lavoratori”.

Il DdL Sacconi Fucksia, per come è scritto e per il pressapochismo che lo distingue non dovrebbe arrivare neppure in Commissione, dovrebbe finire in archivio, utile ai cultori della materia come esempio in negativo di come non si deve fare una norma.

Il DdL consta di 22 articoli e 5 allegati il cui contenuto è in parte ricopiatura di parti della Direttiva quadro 391/89 . L'intento reale del DdL è quello di dare una picconata al Dlgs 81/08 e smi sulle parti più pregiate. Riportiamo in forma sintetica contenuti più negativi del DdL:

1) La definizione di lavoratore vigente viene stravolta per ridurre ancora di più le tutele dei lavoratori “atipici” . La tutela è per la “persona impiegata in modo non episodico per attività di lavoro” . Nella norma attuale la tutela è universale a prescindere dalla durata e dalla tipologia del rapporto di lavoro in essere. Nei fatti Sacconi pare escludere la vasta area dei lavoratori che vengono pagati con i voucher da qualsiasi tutela.

2) Trasferimento delle responsabilità rispetto alla qualità della valutazione e gestione dei rischi dal datore di lavoro demandando a medici del lavoro e altri professionisti di riferimento il compito e l’onere di certificare la regolarità delle condizioni di salute e sicurezza sul lavoro. Il datore di lavoro viene sollevato dalla responsabilità anche penale demandando a medici del lavoro e altri professionisti di riferimento il compito e l’onere di certificare la regolarità delle condizioni di salute e sicurezza sul lavoro. Il ruolo di questi professionisti sarebbe di supporto alla funzione pubblica di vigilanza, che verrebbe attivata solamente in caso di certificazioni fraudolente, rese con colpa grave professionale o sottoscrivendo false dichiarazioni.

Peraltro, gli organismi di vigilanza e la magistratura interverrebbero con “disposizioni” esecutive ai datori di lavoro, comunque impugnabili, e solamente in caso di mancato rispetto della disposizione è prevista la sanzione penale (arresto e ammenda).

3) Responsabilità del datore di lavoro: si va ben oltre l'esimenza prevista all'art. 30 del Dlgs 81/08. Nei fatti il datore di lavoro è sempre non responsabile : la responsabilità del datore di lavoro verrebbe configurata come “colpa di organizzazione” che non sussiste se si dimostra di aver posto in essere tutte le misure organizzative idonee rispetto alle esigenze di tutela dei lavoratori. La responsabilità penale del datore di lavoro viene meno in caso di infortunio che sia derivato da grave negligenza del dirigente, del preposto o del lavoratore. La proiezione della responsabilità viene proiettata verso il basso, verso quadri e preposti e infine verso i lavoratori per i quali vengono incrementate le sanzioni penali.

4) Qualora successivamente alla “certificazione” si dovessero verificare danni per la salute dei lavoratori (infortuni o malattie professionali) a causa di carenze nelle misure di sicurezza, il professionista che ha certificato la idoneità delle condizioni lavorative dovrebbe essere ritenuto corresponsabile dell’evento in sede civile e penale.

Quanti sono gli attuali professionisti in grado di sostenere questa responsabilità a livello economico e assicurativo? E' verosimile immaginare il seguente scenario: i consulenti “responsabilizzati” in solido e in sostituzione del datore di lavoro adotteranno forme di autotutela con le pratiche difensive ben note nel campo della “medicina difensiva”, moltiplicazione delle analisi ambientali, iperprescrizioni di misure preventive superflue, alti costi delle certificazioni....

5) Il DdL prevede anche una discutibile forma di recepimento delle Direttive europee in materia di salute e sicurezza sul lavoro: il DdL prevede che il loro recepimento debba essere limitato al solo rispetto dei lvelli inderogabili di tutela indicati nelle direttive mentre dalla legislazione vigente verranno eliminati tutti i livelli di regolazione ritenuti superflui o sovrabbondanti. Saremo veramente curiosi di vedere quali siano i livelli di regolazione/protezione ritenuti superflui o sovrabbondanti dai Senatori Sacconi e Fucksia.

Mi fermo qui perchè il DdL Sacconi Fucksia richiede una valutazione comparata assai complessa che richiederà le competenze di giuristi delle diverse specializzazioni, tanti sono gli strappi che la sua approvazione introdurrebbe rispetto al Codice Penale e Civile. Ciò che rimane non spiegabile tuttavia rimane la vis destruens che anima i proponenti rispetto ai livelli già scarsi di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori. Non è nostro mestiere scrutare le profondità delle anime, tuttavia tanto zelo contro i lavoratori ci inquieta e al contempo ci incuriosisce.

Ribadisco il concetto tuttavia che questo DdL per le sue incongruenze e superficialità non dovrebbe arrivare neppure in Commissione. Non sappiamo tuttavia se questo elaborato sia il frutto di una iniziativa estemporanea dei Senatori firmatari o sia invece un'azione concertata, un ballon d'essai per attivare l'iniziativa di deregulation del governo sull'insieme della tematica salute e sicurezza nel lavoro.

In questo senso la presentazione di questo DdL diviene immediatamente un banco di prova per il governo Renzi. Le scelte possibili del governo vanno dalla condivisione del DdL Sacconi Fucksia alla decisione di intraprendere un autonomo percorso di manutenzione e aggiustamento del Dlgs 81/08 e s.m.i . Vedremo quale sarà la scelta, in ogni caso “nessun dorma” (mi riferisco al sindacato) poiché la traiettoria rimane la stessa, la riduzione ai minimi termini dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici a tutelare la propria incolumità fisica e la propria salute nel lavoro.

 

*Diario per la Prevenzione

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I metalmeccanici si mobilitano per l’emergenza terremoto. Un’ora di lavoro, un’ora di solidarietà

Category: Stampa e relazioni esterne
Creato il Venerdì, 26 Agosto 2016 10:58

L’immane tragedia che sta colpendo il Centro Italia merita una immediata reazione di sostegno, solidarietà e rispetto del dolore delle famiglie coinvolte, rispetto che si dimostra con l’aiuto concreto e non certo con speculazioni di vero e proprio sciacallaggio politico, come quelli esternati in modo irresponsabile contro i migranti. Mettere in contrapposizione situazioni e bisogni completamente differenti è il simbolo di una politica neanche degna di questo nome, che lucra sulle tragedie personali, che crea divisioni e conflitti inesistenti.

I metalmeccanici sono invece pronti, come sempre, a fare la loro parte concretamente.

A tal fine, quindi, le segreterie nazionali di FIM, FIOM e UILM promuovono una raccolta di fondi a sostegno delle comunità colpite dal devastante terremoto di queste ore, che consisterà nel devolvere un’ora di lavoro in solidarietà, garantendo che tali risorse vengano destinate – in modo tracciato e trasparente – alla ricostruzione.

Stiamo definendo 7 assieme a CGIL, CISL e UIL – il conto corrente su cui fare convergere tale contributo e vi comunicheremo al più presto le modalità operative.

 

FIM, FIOM, UILM

 

Roma, 25 agosto 2016

Fiom Toscana, Braccini:"Intervento diretto dello Stato sulle banche, ma serve anche per rilanciare l'economia e il lavoro"

Category: Fiom Toscana
Creato il Venerdì, 08 Luglio 2016 15:35

Se serve una terapia d'urto che può provenire soltanto da un intervento diretto dello stato nel capitale delle banche, forse è opportuno ragionare anche su cosa occorre per rilanciare l'economia, l'industria ed il lavoro, perché i temi sono strettamente intrecciati. È nostro intento essere da un lato realisti, e comprendere che il tessuto sociale e imprenditoriale sono strettamente intrecciati con il sistema bancario e non possiamo permetterci il rischio sistemico di un fallimento.

Al tempo stesso e' nostro DOVERE mettere in evidenza che ogni forma di sostegno pubblico dato al mondo bancario proviene dalle tasche dei cittadini e quindi bisogna che il sistema bancario assurga al ruolo sociale e di supporto a famiglie, economia e impresa, che poi sono i pilastri che lo stanno sostenendo dalla crisi del 2008 ad oggi.

Tra il 2008 e il 2010 i governi dell'Unione Europea sembra abbiano speso una cifra intorno ai 5000 miliardi di Euro per salvare le banche, mentre siamo accompagnati da un'economia reale che sempre più si fonda sulla disumanizzazione del lavoro.

Siamo di fronte ad una crisi strutturale e ci vuole una diversa linea politica e vi sono gravi responsabilità politiche, gli squilibri tra gli stati membri della UE sono aumentati, le politiche di austerità si stanno rilevando fallimentari e stanno colpendo profondamente i diritti dei lavoratori e dei cittadini.

Le banche dovrebbero agire a supporto dell'economia reale, ma di quale economia stiamo parlando ? Anche in Toscana una parte rilevante di grande industria ed il suo indotto rischia di non farcela, questo provocherebbe un cambiamento dei connotati della stessa economia regionale se non vi sono interventi.

Senza un progetto nazionale di transizione a un diverso modello produttivo, intrecciato con piani di sviluppo regionale, che prevedano passaggi occupazionali transitori e che necessariamente debbono essere accompagnati da investimenti pubblici e privati, siamo destinati solo ad accompagnare una parte importante del tessuto produttivo al declino.

Massimo Braccini, segretario generale FIOM Toscana  

Firenze, 08.07.2016

Fca-Cnhi. Basta con le attese e il gioco dello scarica barile: a parità di lavoro parità di retribuzione

Category: Comunicati e volantini
Creato il Lunedì, 23 Maggio 2016 13:04

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Le norme europee e nazionali e il contratto delle agenzie prevedono la parità di trattamento tra lavoratori dipendenti e lavoratori in somministrazione. Già da febbraio la Fiom ha sollevato il problema rispetto alle disparità economiche rilevate nelle buste paga dei lavoratori alle dipendenze delle agenzie.

La Fiom ha formalizzato alle direzioni aziendali dei gruppi Fca e Cnhi, e contemporaneamente NIdiL-Cgil alle agenzie di lavoro in somministrazione, la richiesta di procedere all'erogazione delle quantità economiche ancora pendenti in materia di premio, bonus e differenze sulla “retribuzione base” derivante da un diverso inquadramento per gli stabilimenti Fca e Magneti Marelli.

In particolare risultano differenze nell'inquadramento (140€ al mese in meno a partire da luglio 2015), inoltre non è stata erogata ai lavoratori somministrati nessuna quota del “premio efficienza” e neanche di quello per il raggiungimento degli obiettivi del piano industriale.

La legge prevede chiaramente la “parità di trattamento economico e normativo” sia secondo il D.L. 81 del 15 giugno 2015 (c.d. Jobs Act), sia secondo quanto previsto da una direttiva del Parlamento e del Consiglio europeo. Inoltre, questa previsione è contenuta anche nel Ccnl delle agenzie per il lavoro.

Il rispetto della legge e il conseguente pagamento delle spettanze non erogate è quanto chiesto, in via ufficiale, con una lettera dal Nidil-Cgil alle agenzie per il lavoro Gi.Group, Adecco, Manpower e Randstad che hanno fornito nel corso del 2015 (nel caso di personale ora stabilizzato), o che ancora forniscono, il personale in somministrazione ad Fca nei vari stabilimenti.

Le agenzie hanno risposto sostenendo che verificheranno con la Direzione della Fca e della Cnhi e con le organizzazioni sindacali firmatarie il Ccsl se l'interpretazione del contratto stesso includa o meno i lavoratori somministrati nel premio.

Noi riteniamo che la legge sia chiara. La parità di trattamento non è una questione che può essere delegata all'interpretazione, più o meno "autentica", di questo o quell'accordo aziendale. Noi non accettiamo che sindacati firmatari del “contratto Fiat” con l'azienda decidano se i lavoratori hanno o no i propri diritti.

Vigileremo sul rispetto delle norme e sollecitiamo ancora una volta Fca e Cnhi e le agenzie per il lavoro coinvolte a provvedere in tempi brevi al pagamento delle differenze retributive ai lavoratori interessati .

Nel frattempo invitiamo le lavoratrici ed i lavoratori a contattare i delegati Rsa Fiom e le strutture della Fiom e del Nidil per una verifica delle buste paga pregresse.

 

Fiom-Cgil nazionale           Nidil-Cgil nazionale

 

23 maggio 2016

Firenze metalmeccanica. Il valore del lavoro

Category: Eventi
Creato il Venerdì, 20 Maggio 2016 10:47

slide firenze

 

Dal 27 al 30 maggio arriva alla Stazione Leopolda “Firenze metalmeccanica. Il valore del lavoro” la mostra a cura della Fiom Cgil di Firenze, aperta al pubblico dalle ore 10.00 alle ore 18.00 ad ingresso gratuito.

 

Stazione Leopolda
Viale Fratelli Rosselli, 5 - Firenze

dal 27 al 30 maggio 2016
apertura: 10.00 - 18.00 - ingresso gratuito

www.fiomfirenze.it

 

Forse non tutti sanno che la metalmeccanica a Firenze ha una presenza consistente e qualificata.

Il settore conta circa 40.000 addetti, prodotti d'avanguardia ed un apporto all'economia metropolitana che non ha molto da invidiare a quello del settore turistico.

Da qui nasce “Firenze metalmeccanica” con cui la Fiom Cgil di Firenze ha raccolto le eccellenze del lavoro dei metalmeccanici fiorentini per esporle e farle conoscere ma anche per ricordare quanto siano importanti per il presente e il futuro del territorio e dei suoi abitanti. Un patrimonio coerente con la storia e la cultura fiorentina che ancora oggi ne costituisce una delle basi del suo sviluppo e del benessere dei suoi cittadini.

Dall'incudine al satellite, dal Mugello al Chianti, la Fiom - all'interno della storica officina per grandi riparazioni quale fu la Stazione Leopolda - delinea un percorso espositivo che guida il visitatore attraverso mappe del lavoro che presentano luoghi, attività e quantità del produrre e di chi produce.

Crisi economica e processi d'innovazione trasformano continuamente il lavoro, intrecciando le capacità manifatturiere alle competenze ingegneristiche. Perché dietro ad ogni manufatto, macchina o prodotto c'è sempre il valore delle persone che oggi purtroppo viene spesso sottovalutato, tralasciato e calpestato. E mentre il cambiamento ha visto il numero di impiegati metalmeccanici superare quello degli operai, una costante resiste: il saper fare, la maestria e l'ingegno che i lavoratori metalmeccanici fiorentini da secoli regalano al mondo.

 

All'interno dell'esposizione si terranno inoltre i seguenti dibattiti:

 

Sabato 28 maggio ore 10.00 

“Dalla scuola al mondo del lavoro”

intervengono: 

Daniele Calosi - Segretario Generale Fiom Cgil Firenze

Leonardo Bassilichi - Presidente Camera di Commercio Firenze

Paola Pisano - Segretaria Generale Flc Cgil Firenze

Gianfranco Simoncini - Consigliere del Presidente della Regione Toscana

Marco Bellesi - Professore Istituto Tecnico Industriale

Anita Fallani - Coordinatrice Rete degli Studenti Medi Firenze

Iris Karafillidis - Coordinatrice UDU Firenze

coordina il giornalista Marzio Fatucchi

 

Lunedì 30 maggio ore 10.00

“Al lavoro! Un presente senza diritti non ha futuro”

intervengono:

Daniele Calosi - Segretario Generale Fiom Cgil Firenze

Paola Galgani - Segretaria Generale Camera del Lavoro di Firenze

Federico Gianassi - Assessore al lavoro Comune di Firenze

Roberto Negrini - Presidente Legacoop Toscana

Stefano Franchi - Direttore Generale Federmeccanica

Andrea Stramaccia - Avvocato del Lavoro presso Studio Bellotti

Costanza Conti - Presidente Unione Produzione CNA Toscana

coordina il giornalista Gabriele Polo

ore 12.00

“Quale futuro per l'industria del territorio?”

intervengono: 

Massimo Braccini - Segretario Generale Fiom Cgil Toscana

Massimiliano Pescini - Consigliere della Città Metropolitana di Firenze

Mauro Fabbrini - Presidente Coop.va COMEA e Vice Presidente ARCPL

Alfredo Coltelli - Presidente Sezione Metalmeccanica Confindustria Firenze

Massimo Capecchi - Presidente Unione Produzione CNA Firenze

Bernardo Gozzini - A.D. Consorzio Lamma e Ricercatore CNR

coordina il giornalista Gabriele Polo

 

La nuova ideologia contro il lavoro

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Martedì, 19 Aprile 2016 12:34

zoom-lavoro

Che cos'è lavoro e cosa non lo è? Sarebbe interessante fare un censimento di quante volte nella giornata usiamo espressioni come sto lavorando, sto al lavoro, devo lavorare... Molte delle occasioni in cui io pronuncio una frase del genere a qualcuno non segnalano il fatto che mi devo dedicare a un'attività che è regolata da un contratto. Dico sto lavorando quando sono a scuola a insegnare ai ragazzi (contratto), quando sto scrivendo un pezzo per il mio blog (non contratto), quando sto leggendo un libro che forse mi servirà per aggiornarmi (contratto?). Lo stesso riguarda situazioni di lavoro meno definibili, tipo le casalinghe che fanno la spesa, chi fa ripetizioni a suo nipote, lo studente che sta facendo una ricerca di gruppo. L'autorappresentazione dei confini del lavoro è molto labile: è un insieme ovviamente molto più grande di ciò che è contrattualizzato, ma è un insieme che non coincide nemmeno con ciò che può portare reddito. Facciamo un esempio: quando devo spiegare il marxismo ai miei studenti a scuola, gli parlo di Facebook. Quanto vale Facebook in borsa? Mettiamo per approssimazione cento miliardi di dollari. Quanti iscritti ci sono su Facebook? Mettiamo per approssimazione un miliardo. Questo cosa vuol dire? Che ogni iscritto a Facebook produce di media un valore di cento dollari. Se – poniamo caso – metà degli iscritti a Facebook domani decidesse di migrare su un nuovo più strabiliante social network, ecco che di colpo, probabilmente, il valore di Facebook si dimezzerebbe. Questo vuol dire che il tempo che passiamo su Facebook, su Google, su Twitter, eccetera, è un tempo che produce reddito che non ci viene riconosciuto – è plusvalore dato dal nostro pluslavoro, per usare categorie un po' antiche.

Chi volesse mettere mano a una nuova legislazione sul lavoro dovrebbe tenere conto di queste trasformazioni. Dovrebbe capire come redistribuire questo reddito, e come allargare il più possibile a tutte le forme di tutela che oggi non sono appannaggio di tutti. Malattia, maternità, aspettative, eccetera.

Non si può dire che il Jobs Act non si sia confrontato con questo paesaggio così mutato. Il punto è che invece di capire come tutelare quelle forme di lavoro più plastico e meno definibile attraverso delle chiare forme contrattuali, si è scelta la strada opposta: si è pensato di rendere più deboli le tutele che già esistevano – riducendo quello che finora abbiamo considerato lavoro a una specie di “attività”.

Se le riforme del lavoro, da Treu in poi, avevano provato con molti obbrobri concettuali e linguistici a venire incontro a una frammentazione delle forme di lavoro, creando dei mostri come i co.co.pro., il Jobs Act elimina l'articolo 18 e trasforma la possibilità di licenziamento in un inconveniente da gestire con un po' di indennizzo. Di fatto sceglie di liberarsi di un senso di colpa, che almeno aveva mascherato la diminuzione dei diritti in una specie di tentativo rabberciato di difenderne il loro valore quantomeno formale.

Il Jobs Act no, Renzi e Poletti hanno sostenuto senza più pudore che la vecchia normativa era ideologia, e che il sol dell'avvenire che non avevamo voluto inseguire finora è invece sorto senza che ce ne accorgessimo, e si chiama flessibilità in uscita.

Con gli sgravi fiscali, la possibilità di licenziare senza giusta causa e la trovata dei voucher, è facile vedere come non si sia cambiato semplicemente l'aspetto legislativo del lavoro, ma si sia trasformato il contesto in cui si parla di lavoro. Il lavoro è una semplice prestazione – posso fruirne, poi posso smetterne di fruirne: la prospettiva di cui tengo conto non è mai quella del lavoratore, ma quella dell'azienda che si serve di questa prestazione.

Questa concezione che toglie al lavoro l'aspetto identitario (il lavoro non è più ciò che struttura la mia identità di cittadino, ma una prestazione fra le altre, meno di un cottimo) fa sua insomma quella plasticità della definizione di ciò che è lavoro e ciò che non lo è, ma si esime dall'immaginare un mondo diverso in cui pensare tutela e dignità anche per chi non è contrattualizzato, è in formazione, è disoccupato.

Queste sono le gravi responsabilità di chi ha concepito questa legge. Dall'altra però ci sono anche quelle di chi in questi anni ha pensato che tra le reliquie del Novecento ci fosse anche il sindacato. Con un po’ di spietata tenerezza uno alle volte si chiede: perché esiste una generazione di persone che in nome di un fantasma di riconoscimento sociale accetta di scrivere per un giornale a 3 euro a pezzo, insegnare a centinaia di persone all’università per un euro a semestre, si danna l’anima per un dottorato senza borsa, non batte ciglio di fronte alla proposta di pagarsi di tasca propria un tirocinio?

Poi, se alla tenerezza subentra un po’ più di ferocia contro se stessi, ci si può anche chiedere: come campa questa gente? Come va al cinema? Come si compra il cellulare nuovo? Come va in vacanza? L’impressione che si ha, frequentando molti di quei trentenni iperformati di cui l’Istat condanna almeno un 30% alla disoccupazione, è che in Italia esista una sorta di welfare dello status. Una serie di famiglie di pensionati o prepensionati che finanziano finché possono il limbo di questi post-laureati con redditi da fame pur di conservargli una forma in vitro di credibilità. Mamma e papà pagano l’assicurazione per la macchina, la frizione se si rompe, l’Ipad al compleanno, il dentista… alimentando una specie di grande bolla illusoria che le cose andranno meglio, che prima o poi un contratto per loro figlio arriverà, e intanto il loro figlio può non mendicare al lato della strada, chiedendo qualche spiccio per curarsi una carie dolorosa.

È anche questa allucinazione di massa che ha fatto sì che oggi la rivendicazione di diritti, la sindacalizzazione siano considerate pratiche obsolete, se non inimmaginate. Quello che si vuole spesso non sono né soldi né diritti, ma uno status. Il feticcio dello status è ciò che ha compensato l'assenza di una forma di coscienza di classe seppure embrionale. È incredibile come questa generazione di lavoratori precari, iperflessibili, sfruttati e senza futuro, condivida una condizione così comune – una condizione che è quasi un tono emotivo per quanto è specifico: un basso depressivo di rassegnazione – e fatichi così tanto a trovare il modo di organizzarsi politicamente.

L’unità è un diritto di chi lavora: democrazia e salario anche in Fiat

Category: Comunicati e volantini
Creato il Mercoledì, 13 Aprile 2016 16:05

testata fiominfiat

 

Il negoziato per il Contratto Nazionale dei metalmeccanici è in stallo: l'indisponibilità della Federmeccanica a erogare aumenti sui minimi tabellari per tutti i lavoratori ha determinato il blocco della trattativa e la decisione unitaria di Fiom, Fim e Uilm di proclamare quattro ore di sciopero nazionale il prossimo 20 aprile. Si è giunti a questo punto perché le imprese hanno messo in discussione un punto cardine della contrattazione nazionale: gli aumenti salariali in paga base.

In Fca e CNHi gli aumenti sui minimi tabellari sono stati sostituiti con bonus e premi che non hanno incidenza su contributi, maggiorazioni, ferie, permessi e tredicesima mensilità. Infatti, il salario dei lavoratori in FCA e CNHi è inferiore rispetto a tutti gli altri metalmeccanici di oltre 70 euro per ogni mensilità a parità di mansione.

Nella trattativa con la Federmeccanica, la Fiom, la Fim e la Uilm pur avendo presentato due piattaforme distinte, quella della Fiom (che prevede per legge la non derogabilità della paga oraria), discussa e votata nelle assemblee da tutti i lavoratori e quella della Fim e della Uilm votata e discussa dagli iscritti alle rispettive organizzazioni, dinnanzi alla chiusura sul salario della controparte hanno deciso di aprire ad un confronto con i lavoratori attraverso assemblee unitarie nei

luoghi di lavoro e ad iniziative di sciopero per riaprire lo spazio contrattuale.

Negli stessi giorni negli stabilimenti FCA e CNHi i lavoratori continuano a non poter esercitare il diritto all'unità negoziale perché permangono tavoli separati a livello nazionale e di stabilimento: la direzione aziendale continua a perseguire un doppio livello di informazione e confronto con i sindacati e i delegati che impedisce un tavolo unico. La Fiom è oggi, stando al voto espresso dai lavoratori nelle elezioni dei Rappresentanti per la Salute e la Sicurezza, la prima organizzazione sindacale scelta con un voto libero e democratico.

In questo momento della vita di FCA e CNHi con molti lavoratori coinvolti dagli ammortizzatori sociali continua una pratica di tavoli separati che impedisce quello che oggi è una positiva novità per tutti gli altri metalmeccanici: unirsi per rivendicare un miglioramento delle proprie condizioni salariali e di lavoro a partire dalla riconquista del Contratto Nazionale.

A livello nazionale Fiom, Fim e Uilm pur avendo alle spalle accordi non firmati da tutti, insieme stanno negoziando e lottando per un nuovo contratto: è venuto il momento anche in FCA, Magneti Marelli e CNHi di farlo. Aprire una nuova fase con i lavoratori e tra le organizzazioni sindacali: per questo proponiamo di continuare sulla strada aperta con le elezioni dei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza, che hanno dato alle lavoratrici ed ai lavoratori la libertà di poter scegliere il sindacato generale e non aziendale.

Per la Fiom era ed è un diritto fondamentale dei lavoratori quello di mettersi insieme per negoziare e poi decidere sul risultato del negoziato stesso. In FCA e CNHi oggi vi è la necessità che a eleggere

i delegati e a decidere sugli accordi con il voto siano i lavoratori.

 

Fiom-Cgil nazionale

 

Roma, 13 aprile 2016

 

Referendum: il NoTriv è un si al lavoro

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Martedì, 15 Marzo 2016 12:28
  • Idrocarburi-in-mare-e-lavoro-facciamo-chiarezza

     

    Votare Sì al referendum abrogativo sull’estrazione di idrocarburi in mare interessa anche i lavoratori del settore. Ecco perché.

     

    I sostenitori del “no” al referendum abrogativo sulle estrazioni di idrocarburi in mare utilizzano due argomenti principali: il fabbisogno energetico nazionale e i posti di lavoro. Entrambi gli argomenti, però, costituiscono un falso problema. Le multinazionali che chiedono un permesso per cercare o una concessione per estrarre idrocarburi non lo fanno per corrispondere alle esigenze del fabbisogno energetico nazionale né per creare posti di lavoro. Lo fanno solo per perseguire i propri interessi economici; e questo lo capisce anche un bambino. Non c’è nessun collegamento diretto tra le attività estrattive e il fabbisogno energetico nazionale. Dopo la scoperta del giacimento, le risorse presenti nel sottosuolo appartengono allo Stato, e cioè a tutti noi. A seguito del rilascio della concessione, però, quello che viene estratto diviene di “proprietà” di chi lo estrae. La società petrolifera, in questo caso, è tenuta a versare alle casse dello Stato solo il 10% del valore degli idrocarburi estratti se l’attività riguarda la terraferma e solo il 7% del petrolio e il 10% del gas estratti se l’attività riguarda il mare. Dunque: il 90-93% degli idrocarburi estratti può essere portato via e venduto altrove oppure rivenduto direttamente allo Stato italiano.

    Veniamo alla questione “occupazione”. Oggi, la realizzazione di progetti petroliferi non crea di per sé posti di lavoro significativi. Basti pensare al progetto “Ombrina mare”, il cui procedimento per il rilascio della concessione è stato chiuso solo di recente (ma la norma sulle «durata di vita utile del giacimento», sottoposta ora a referendum, “congela” di fatto il relativo permesso di ricerca). Qualora fosse stato realizzato, il progetto avrebbe dato lavoro solo a ventiquattro persone. Certo, ci sarebbe stato comunque l’indotto da considerare. Ma quel progetto – per le sue caratteristiche proprie (una “grande opera” collocata a soli 6 km dalla costa) – avrebbe potuto compromettere ben altre attività economiche: per esempio il turismo della costa teatina, il quale – diversamente da quello romagnolo (romagnolo, non ravennate, si badi) – non è un turismo di massa e risulta attrattivo per ragioni che non possono prescindere dalle tipicità del territorio: i trabocchi in mare, l’agriturismo, i borghi storici, ecc.

     

    Perché il settore degli idrocarburi in mare non crea lavoro

    Ora, quello che si sta sostenendo – anche da parte del Presidente del Consiglio Renzi – è che se il referendum del 17 aprile dovesse andare a buon fine si metterebbe in ginocchio l’occupazione dell’intero comparto degli idrocarburi. L’affermazione non è corretta. Il referendum spiegherebbe i propri effetti immediati non già sulle attività di estrazione in corso, ma sulla durata “naturale” delle concessioni attualmente vigenti. Non c’è nulla di teorico in questo discorso ed è sufficiente andare a verificare quale sia la data di scadenza delle concessioni. Se ci si attiene ai dati forniti dal Ministero dello sviluppo economico, in mare sarebbero presenti ben 135 piattaforme (tra produttive e non produttive), corrispondenti a venticinque concessioni ricadenti entro le dodici miglia marine (si tratta, in verità, di dati incompleti, in quanto, solo per fare un esempio, nel Canale di Sicilia non risulta attiva – come vorrebbe, invece, il Ministero – solo la concessione Vega A; in ogni caso, i dati diffusi non tengono conto che la norma sulla durata a tempo indeterminato dei titoli minerari incide anche sui permessi di ricerca e non solo sulle concessioni).

    Ebbene, soltanto cinque concessioni scadranno tra 5 anni. Tutte le altre scadranno tra 10-20 anni. E questo vuol dire che prima di quelle date non si perderà un solo posto di lavoro: almeno non per effetto del referendum. Anzi, è semmai vero il contrario: se non si vincerà questo referendum, c’è il rischio che in prospettiva si perdano posti di lavoro senza che si riesca a far fronte tempestivamente al problema. Mi spiego.

     

    Il petrolio in crisi e gli azzardi del governo

    Il comparto degli idrocarburi è già in crisi. Proprio qualche giorno fa «Il Sole 24 Ore» pubblicava un articolo dedicato alle attività di estrazione del gas nel ravennate. Il titolo del pezzo era il seguente: “A rischio il futuro dell’oil&gas. In sei mesi persi 900 posti di lavoro”. Come si vede, la perdita dei posti di lavoro non può essere attribuita al referendum, non essendosi questo ancora tenuto. Il punto, allora, è il seguente: come ha pensato di porre rimedio il Governo alla crisi occupazionale che investe il settore? In nessun modo. La norma sulla durata a tempo indeterminato delle attività di estrazione degli idrocarburi non è stata varata per far fronte al problema occupazionale, ma solo per fare un favore alle multinazionali del petrolio. Mi pare evidente. Se il Governo avesse avuto a cuore i 900 lavoratori del ravennate, sarebbe intervenuto direttamente sulla questione con misure di altra natura e non già con una norma che, di per sé, non aggiunge e non toglie niente al problema. Quella norma, se non sarà abrogata rapidamente, e se non si indurrà il Governo a riflettere sin da ora intorno al reimpiego futuro dei lavoratori del comparto, finirà per scontentare tutti per il seguente motivo: essa è palesemente illegittima, in quanto una durata a tempo indeterminato delle concessioni viola le regole sulla libera concorrenza.

    La norma, in altri termini, si pone in contrasto con il diritto dell’Unione europea e, segnatamente, con la direttiva 94/22/CE (recepita dall’Italia con d.lgs. 25 novembre 1996, n. 625), che, al fine di realizzare taluni obiettivi, tra i quali il rafforzamento della competitività economica e la garanzia dell’accesso non discriminatorio alle attività di prospezione, di ricerca e di coltivazione degli idrocarburi e al loro esercizio, secondo modalità che favoriscono una maggiore concorrenza nel settore, prescrive che “la durata dell’autorizzazione non superi il periodo necessario per portare a buon fine le attività per le quali essa è stata concessa” e che solo in via eccezionale (e non in via generale e a tempo indeterminato!) il legislatore statale possa prevedere proroghe della durata dei titoli abilitativi, “se la durata stabilita non è sufficiente per completare l’attività in questione e se l’attività è stata condotta conformemente all’autorizzazione”. D’altra parte, il caso della direttiva Bolkestein, e cioè della legittimità delle proroghe delle concessioni balneari (sulla quale la Corte di giustizia si pronuncerà a breve), dovrebbe insegnare qualcosa.

     

    Italia a rischio infrazione per i favori ai petrolieri

    Questo vuol dire che, al netto di una procedura di infrazione che l’Unione europea potrebbe aprire nei confronti dell’Italia, qualora la norma sulla durata delle concessioni arrivasse sul tavolo della Corte costituzionale, questa ne dichiarerebbe quasi certamente l’illegittimità per violazione dell’art. 117, primo comma, della Costituzione. Se ciò accadesse, le concessioni tornerebbero di nuovo a scadere secondo la data originariamente prevista. Proprio come si propone ora con il referendum abrogativo. Ma con una differenza di non poco conto: che in questa evenienza, non conoscendosi ancora né l’ora né il giorno, sarebbe troppo tardi per intervenire e salvare quei lavoratori.

     

    Enzo Di Salvatore – Costituzionalista

     

    http://www.rinnovabili.it/ambiente/idrocarburi-in-mare-lavoro-333/

     

“Non ho l'età”. Perdere il lavoro a 50 anni

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Mercoledì, 04 Novembre 2015 16:33

non ho età

“Non ho l'età” di Loris Campetti è un’inchiesta diretta su un aspetto di solito non indagato della disoccupazione in Italia: si tratta questa volta non degli spazi chiusi ai giovani, ingabbiati in generale nel precariato, ma di quel che accade a chi perde il lavoro in età avanzata, dopo anni di mestiere con una professionalità compiuta. Sono figure meno pittoresche dei ragazzi, non portano con sé nuove culture, ma non suscitano minore emozione. È un’inchiesta di questi anni, a crisi ormai settennale se se ne calcola l’inizio a partire da quella dei subprimes nel 2008. In quella tempesta sono scomparsi secolari opifici, antiche ditte, sostituite in genere da imprese nuove e più deboli, rilevate da qualche tardivo acquirente. Insomma la crisi investe la struttura produttiva, “i padroni”, che alla fine cercano di vivere o sopravvivere. Ma nell’uragano volano soprattutto gli stracci, che raramente sono rappresentati dal proprietario delle aziende ia via ammalate e a un certo punto chiuse. È la prima conseguenza e se l’imprenditore è un furbastro magari se la cava, mentre non se la cavano mai i dipendenti che, sbattuti da una proprietà all’altra, alla fine non hanno neppure la forza di galleggiare. Sono generalmente ignoti (chi conosce i proletari?) che la ricerca di Loris Campetti fa emergere per il tempo di questo libro.

Emergono in genere poco volentieri. Quel che li caratterizza, salvo qualche indomito o indomita combattente, è la paura. Hanno già perduto un posto, e non per colpa loro ma perché è svanita o delocalizzata la ditta, potrebbero perdere anche quelli cui si rivolgono speranzosamente offrendosi come forza di lavoro. Sembra quasi scritto che prima o dopo tutti perderanno anche queste nuove possibilità, che al primo licenziamento parevano a portata di mano. Ma poi via via precipitando da un’interruzione di lavoro all’altra,

gli stracci volano più che mai. La paura nel disoccupato si accresce fino a rifiutare di discorrere con il giornalista che gli chiede di parlare di sé: no, assolutamente, grazie. O, al massimo, se lo fa, rimanendo nell’anonimato. Sono uomini e donne che, perduto il primo loro impiego, via via che il tempo passa nell’attesa di qualche impiego successivo, temono di essere in qualche misura riconosciuti, se non schedati, e di perdere quindi anche quello.

La disperazione non solleva, se non in rari casi, la ribellione. Dalla paura passano a una rassegnazione infelice; e questo sia gli uomini che le donne, le prime queste ad essere colpite quando si tratta di tagliare gli impieghi. E tuttavia nell’inchiesta di Campetti è proprio una donna, una single indiana che ha diretto una volta la lotta di quasi duecento connazionali, e quindi è una tosta, a raccontare lungamente di sé, a far nomi, a nulla nascondere: la ultracinquantenne Goghi. La cui vicenda le comprende quasi tutte, come quella di chi ha cominciato – se non sbaglio – in una fungaia, poi licenziata per chiusura dell’azienda e avanti così per altri due licenziamenti da una fabbrica chimica e da una metalmeccanica; o di chi si è presa un diploma di grafica e da allora è saltata da una unità di produzione all’altra, fino a rinunciare alla propria qualifica e offrirsi come tata di un bambinetto - la sola occupazione della quale c’è sempre abbondanza, ed è pagata assai poco.

Chi è da temere? La paura è vaga. Responsabile della tempesta è la famosa crisi, ma in generale i suoi manovratori sono lontani. Più semplice individuare la responsabilità in qualche eletto dalle istituzioni locali o dallo Stato; il personaggio più detestato essendo non il ministro Poletti o il team del governo promotore del Jobs act, ma la malvagia Elsa Fornero, che prima dell’attuale compagine era ministro del lavoro per Mario Monti, e sembra la figura delegata a raccogliere risentimenti e perfino odio. Non è più presente nella scena politica ma ha lasciato una impronta indelebile peggiorando tempi e modi della pensione: e si può capire che chi si trova a non poter raccogliere nulla da una vita di lavoro per una scadenza non potuta rispettare, magari

per soli ventotto giorni, lo trovi inaccettabile e si infuri se appena ha il temperamento per farlo. Ma rare sono le Goghi con un’esperienza di lotta, molti di più i maschi reticenti. Alla paura di segnalarsi come un agitatore e quindi precludersi ogni sbocco lavorativo, nei più si sostituisce il senso di colpa: “Forse avrei dovuto farcela e non ce l’ho fatta, forse dovevo impuntarmi. Dovevo essere io a provvedere ai miei figli mentre non sono stato capace neppure di provvedere a me stesso”. Quelli che parlano sono raramente combattivi, ormai vengono da infinite trafile, e non hanno più animo di tenere. Perché al generale scarso interesse per le disgrazie altrui, alla introiettata abitudine di considerare che la perdita del lavoro, e persino dell’azienda che lo erogava – una specie di sorte necessaria, un destino impossibile da evitare – si aggiunge la fatica personalmente provata nelle lunghe anticamere e nelle speranze deluse nel corso della vita personale. Gli interpellati di questo volume non sono dunque quelli cui è dedicata la maggior parte delle inchieste scritte e televisive, dato che sono persone con più di 45 o 50 anni. Età fatale, perché ti senti dire, quando domandi un impiego, che sei troppo vecchio (e forse anche tu ti senti tale davanti ai figli o ai nipoti, tutti precari); ma anche paradossale, perché se chiedi di accedere alla pensione, ti si obietta che sei troppo giovane. La prima obiezione è scagliata preferibilmente contro le donne: “Ma che vuoi, non ti vedi? Sei vecchia”, settore regolarmente debole della manodopera. La seconda è scagliata contro tutti, maschi e femmine, lasciati per strada sempre per colpa della signora Fornero dalle ditte più o meno temporanee che hanno rilevato la proprietà della prima cui devi il licenziamento. Da 45 anni, o 50, al diritto alla pensione piena ci vuole un tempo enorme, ormai 17 anni, che sembra un periodo infinito, la traversata di un deserto al posto del sogno deluso del disoccupato. La durezza della prima obiezione viene rinviata quasi obbligatoriamente alla necessità propria dell’impresa di avere una manodopera più fresca e meno scafata alle lotte; quella della seconda obiezione è propria dello Stato, cui non mancano mai ragioni per essere in difficoltà a pagare una crescente spesa sociale (va’ a vedere poi chi paga realmente i contributi per un lavoratore che era a tempo indeterminato al primo o secondo impiego, trenta anni fa). La già ricordata Goghi di anni di lavoro ne ha fatti trenta, ma ne valgono solo i quindici coperti dagli oneri sociali pagati in gran parte anche da lei, e quindici non bastano per aver diritto a una pensione. E c’è un’altra donna che si vergogna a confessare che non potrà usufruire dell’opzione donna per ottenere l’agognata pensione, alla figlia che pure è riuscita da sola a fare studiare fino a diventare architetto paesaggista.

Alla frustrazione economica che non è da poco, specie trovandosi sulla soglia della vecchiaia e spesso non in buone condizioni di salute come chi ha lavorato immerso nell’amianto, se ne aggiungono altre: non hai solo perduto dei soldi su cui contavi, ma hai perduto di fronte a te stesso e agli altri “identità e dignità”. Almeno fin qualche tempo fa chi aveva lavoro aveva una figura sociale riconosciuta. Era pesante svegliarsi al mattino presto e lavorare alla catena fino a sera, ma si era una delle figure sociali protagoniste e come tale si era riconosciuti. Il disoccupato, malgrado alcuni sforzi di qualche parte della sinistra, non lo è o non lo è ancora, è un perdente, e chi vuole identificarsi con un perdente? Nessuno. Si perde di ruolo e di identità non solo davanti agli altri ma, più amaramente, di fronte a se stesso.

C’è poco da obiettare: un’identità sociale te la dà chi ti circonda, ma se sei fuori dal giro “produttivo”, non sei neppure visto. Quindi non ti vedi; disoccupazione, perdita dell’impiego, vuol dire anche perdita di sé, certamente perdita della sfera nella quale ti trovavi e identificavi; dai colloqui raccolti da Campetti traspare una malinconia profonda, una solitudine. Sarà anche una incapacità dei soggetti a darsi una fisionomia

più solida del mestiere o dell’impiego cui hanno dovuto rinunciare, ma è cosi. “Alla catena diventavo matta di fatica, anche perché se un tempo ogni tanto si fermava, adesso non si ferma più, devi correrle dietro. E poi negli intervalli il lavoro ti rimandava la percezione dei compagni della tua stessa condizione, con loro potevi parlare, mentre adesso non hai più nessuno con cui condividere le chiacchiere che in fabbrica ti venivano naturali. Chiacchiere che non riguardavano l’azienda se non quando era proprio obbligatorio, ma la giornata qualsiasi di ognuno di noi. La fabbrica era il mio mondo e per quanto faticoso fosse, mi dava un orizzonte che come disoccupata, e non più giovanissima, non ho”. Goghi non dice che le manca quel senso comune diffuso che era una certa idea della politica, il vederti dentro una vicenda ingiusta più grande di te, e non un insignificante straccio che vola; non lo dice perché ha perso il lavoro ma non la socialità; per recuperare il senso di un collettivo alcuni di loro provano qualsiasi cosa che permetta di lavorare in comune, per esempio chiedere a qualche proprietario di terreni alla periferia di Roma di averne o affittarne una fetta per renderlo fecondo – di nuovo con la schiena curva. Prima era il bancone su cui viaggiava la catena, adesso sulla terra già abbandonata, dal mattino alla sera – per rifarla vivere, trarne insalata e magari pomodori da vendere da qualche parte.

“Il lavoro nell’orto vuole l’uomo morto” è la battuta popolare dei romani, che nei loro anfratti profondi conservano un pessimismo glaciale. “Comunque muori sentendoti assieme ad altri e utile a qualcosa”, protesta l’ex lavoratrice. Finché non si stufa di rompersi la schiena per tirar su dalla terra “quattro cavoli”,

che spesso non riuscirà a vendere e dovrà finire col mettere in tavola per sé. L’ascolto di Campetti non ci rimanda alla già troppo elogiata, dai cattolici e dalla borghesia, qualità morale che il lavoro in sé produrrebbe e che il movimento operaio, non riformista, gli nega; nessuno di questi interlocutori affaticati glielo regalerebbe, il lavoro, riconoscerebbe soltanto che lavorare assieme, in uguali condizioni e facendosi reciprocamente coraggio, è infinitamente meglio di un invecchiare solitario. Anche di questo si potrebbe dubitare, almeno quando lo si esamina dal di fuori. Non erano senza motivo le battaglie del Sessantotto e seguenti contro il “lavorismo”. Ma non è un caso che si siano formate in anni in cui “il lavoro non mancava”. Adesso si sperimenta la sua mancanza, che non si sa più a chi imputare, mentre appare più distante la ripetitività e la noia quando non è dura fatica, della mansione scandita dalle lunghe giornate in fabbrica. Sarà questo o sarà altro, ma non è che al lavoro salariato si sia opposto il “lavoro libero” e neppure “un tempo libero” realmente bonificato. Di libero c’era soltanto la dimensione politica, ed essa viene negata come una favola di altri tempi. Ci sono diversi livelli di malessere nello stare in un mondo che ha smesso di interrogarsi sul suo meccanismo di fondo come faceva nelle generazioni scorse. Incastrati in una fatica alienante e doppiamente incastrati se vengono esclusi, ad opera dei famosi meccanismi del mercato su scala mondiale, dal solo modo di accedere a un reddito, i disoccupati penano a difendersi e ancor più ad accettare le folle che le guerre o la povertà gettano in Europa, continente che sembra più ricco; e possono essere preda del primo Salvini che passa: “Perché vengono ascoltati loro e noi no?” La trappola neoliberista scatta sempre a favore dei padroni, che nel campo del lavoro hanno vinto grazie alla complicità del Pd.

 

*Introduzione al libro “Non ho l'età”, di Loris Campetti

(ed. Manni, pp. 198, euro 15), in libreria dal 12 novembre

L'effetto disgregante del fattore Renzi

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Martedì, 27 Ottobre 2015 18:04

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Dopo il Jobs act, nella legge di stabilità il governo intende intervenire ancora sul mercato del lavoro; questa volta, contestualmente all’introduzione del salario minimo legale e sostituendosi alle parti sociali (ma trovando consenso in Confindustria), vuole modificare il modello delle relazioni industriali, spostando il baricentro della contrattazione dalla sfera nazionale a quella aziendale (dove dovrebbe svilupparsi anche il welfare integrativo privato).

Il decentramento contrattuale viene motivato sostenendo che le dinamiche salariali dovrebbero essere connesse a quelle della produttività rilevate in ciascun posto di lavoro. Tuttavia, questa proposta non è sorretta da solide argomentazioni analitiche (come invece si vorrebbe), accentuerebbe le ragioni del nostro declino economico, sarebbe socialmente e politicamente pericolosa.

Non v’è dubbio che la crescita del Pil di un paese sia legata alla dinamica della produttività, ma – si badi bene - a quella del suo complessivo sistema produttivo. La crescita della produttività è particolarmente legata al progresso tecnologico; tuttavia: a) esso si diffonde in modo disomogeneo nei diversi settori produttivi e nelle singole aziende; b) i suoi effetti sulla produttività non necessariamente sono rilevabili proprio là dove il progresso si genera; c) essi comunque trascendono l’impegno dei lavoratori di una singola azienda o settore; d) in ogni caso, anche storicamente, le dinamiche salariali dei lavoratori di diversi settori non dipendono molto dall’evoluzione delle produttività misurate in ciascuno di essi.

Ricordando che la produttività è un concetto fisico, cioè il rapporto tra la quantità prodotta e la quantità di lavoro impiegato, le tendenze storiche mostrano che in alcuni settori (specialmente in quelli industriali che maggiormente hanno incorporato il progresso tecnico) la produttività è cresciuta relativamente molto. In altri (specialmente in quelli dei servizi dove prevale l’impegno diretto delle capacità umane) è cresciuta relativamente poco.

Per produrre un chiodo oggi occorre un impiego di lavoro “infinitamente” inferiore rispetto a 2500 anni fa, ma il tempo necessario a un docente per spiegare il teorema di Pitagora a uno studente non è cambiato molto.

Se le dinamiche salariali dei lavoratori nei due settori dipendessero dall’evoluzione relativa delle loro produttività, negli ultimi secoli i metallurgici dovrebbero aver goduto di una crescita delle retribuzioni “infinitamente” superiore a quella dei docenti. Naturalmente non è stato così. D’altra parte, il forte aumento della produttività nella produzione dei chiodi è dipeso anche dal fatto che in altre parti del sistema produttivo (e sociale) continuava a essere insegnato e applicato (anche) il teorema di Pitagora senza aumenti di produttività.

Il ruolo di settori come quelli dove si produce ricerca di base, innovazione, istruzione e formazione è fondamentale per gli incrementi di produttività dell’intero sistema, ma in essi la misurazione della produttività fisica e la sua specifica attribuzione a chi vi lavora per determinarne i salari è anche più problematica.

Dunque, la percezione e la misura degli aumenti della produttività non si rilevano necessariamente nei settori dove vengono generati. Collegare ad essi le dinamiche salariali è problematico anche se la produttività è misurata in termini monetari, ad esempio, in termini di fatturato per addetto. Infatti, così facendo, la produttività viene a dipendere anche dall’evoluzione dei prezzi relativi.

Per il solo fatto che in un settore i prezzi aumentano più che in un altro, il suo fatturato per addetto risulterà maggiormente accresciuto, indipendentemente dalle dinamiche della produttività fisica registrate in entrambi. Ma i prezzi relativi e il valore attribuito alla produzione di ciascun settore e azienda dipendono da numerosi fattori, anche indipendenti dalla produttività.

In primo luogo, i prezzi relativi sono influenzati proprio dalla distribuzione del reddito (cosicché Il nesso causale tra produttività e distribuzione del reddito s’inverte) la quale, a sua volta, dipende dalla forza economica, contrattuale, e politica dei titolari di profitti, rendite e salari. Ma questi fattori socio-politici non agiscono in modo omogeneo nei diversi settori, aziende e territori, anche in uno stesso paese.

In secondo luogo, i prezzi relativi sono influenzati anche da altre circostanze come le condizioni di mercato (più o meno concorrenziali) e anche queste possono essere diverse nei differenti settori e territori di produzione.

Dunque, pensare che i salari pagati in ciascuna azienda debbano dipendere dalla produttività dei rispettivi lavoratori, non solo non corrisponde alla realtà consolidata del modo di funzionamento dei sistemi economici, ma comunque non costituirebbe un legame tra retribuzioni e “meriti” produttivi dei lavoratori. Il valore monetario creato da un’impresa dipende molto parzialmente dalla produttività fisica dei suoi lavoratori, la quale, peraltro, più che dalla loro capacità e disponibilità al lavoro, scaturisce dall’organizzazione produttiva e dalle tecnologie fornite dall’imprenditore e, prima ancora, dalla ricettività verso il progresso tecnico del settore in cui opera l’azienda.

La proposta di legare i salari alla produttività aziendale e di privilegiare la contrattazione decentrata, oltre che carente analiticamente, presenta due gravi controindicazioni per la crescita e gli equilibri sociali, specialmente nel nostro paese.

In primo luogo, il legame tra produttività aziendale e salari accentuerebbe la frammentazione del sistema produttivo: facendo perdere di vista che l’aumento della produttività riguarda l’intero sistema produttivo e non singole sue parti; premiando i settori dove la produttività si rivela ma non quelli dove effettivamente ha origine; comunque differenziando ciò che invece va valutato in modo integrato. La segmentazione contrattuale celerebbe ulteriormente che la competitività che il nostro sistema produttivo deve recuperare riguarda essenzialmente la sua complessiva capacità di esprimere qualità e capacità innovativa, le quali non dipendono dal costo del lavoro sostenuto in ogni singola azienda – che comunque incide relativamente poco sui prezzi - ma dal prevalere di una logica e di un progetto d’assieme, intersettoriale, di società e di lungo periodo che necessariamente deve coinvolgere le tre parti che ne hanno responsabilità: l’insieme delle imprese, i rappresentanti dei lavoratori e il governo.

In secondo luogo, i lavoratori impiegati nei diversi settori produttivi convivono in una stessa società e hanno bisogni simili cosicché, se le dinamiche delle produttività aziendali e settoriali come emergono dalle misurazioni possibili fossero fortemente disomogenee (come è normale che accada) e se le dinamiche retributive fossero corrispondentemente diverse (come si vorrebbe che fosse), si creerebbero maggiori disparità e problemi di coesione sociale, a cominciare da conflitti e divisioni interni agli stessi lavoratori. Alimentare queste tendenze disgreganti non gioverebbe allo sviluppo del Paese; tuttavia, per quanto miope, potrebbe essere proprio questo l’obiettivo politico non secondario associato alla proposta del decentramento contrattuale.

 

 

Fondazione Claudio Sabattini. Lavoro: Diritti, conflitto sociale, democrazia

Category: Eventi
Creato il Giovedì, 08 Ottobre 2015 18:28

 

logo-fondazionesabattini

 

9 ottobre 2015

 

presso ESC, via dei Volsci 159 (San Lorenzo) – Roma

 

CONVEGNO

 

Lavoro: Diritti, conflitto sociale, democrazia

 

2015 10 09-fondazione

 

www.fondazionesabattini.it

Ore 10:

Gabriele Polo - Fondazione Claudio Sabattini

"Avvio lavori e presidenza del convegno"

Gianni Rinaldini - Presidente della Fondazione Claudio Sabattini

"Lavoro: diritti, conflitto sociale, democrazia oggi"

Francesco Garibaldo - Direttore della Fondazione Claudio Sabattini

"Piano di lavoro della Fondazione"

Interventi monotematici:

  • Antonio Lettieri - Presidente del Centro Internazionale di Studi Sociali

"Quadro europeo e internazionale"

  • Francesca Re David - Segretaria generale Fiom-Cgil Roma e Lazio

"Contrattazione, democrazia, coalizione sociale"

  • Umberto Romagnoli - Giuslavorista

"Diritto del Lavoro"

 

Ore 14.30:

Dibattito e conclusioni 

 

 

Morire di lavoro: la crescita senza audience

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Mercoledì, 30 Settembre 2015 14:44

morti-sul-lavoro

 

La crisi è finita. Dicono. E snocciolano dati da zerovirgolaqualcosa che segnalerebbero un rilancio italiano, con annessa spiegazione più che ovvia: “Le riforme iniziano a dare i loro frutti, Jobs Act in testa”. Così dicono.

Dicono meno di altri numeri. Del numero di disoccupati che rimane sostanzialmente invariato (più di tre milioni); del sesto posto tra i 28 paesi dell'Ue per tasso di disoccupazione (12%, peggio – o “meglio” - di noi solo Grecia, Spagna, Cipro, Croazia e Portogallo); del fatto che l'aumento dell'occupazione sia tutto degli ultracinquantenni “grazie” a un'età pensionistica tra le più alte del mondo (mentre un giovane su due continua a essere senza lavoro). Non dicono, poi, quasi nulla di quel che c'è tra le pieghe di questa “ripresa”. Di come si lavora nell'era del dopo articolo 18, della precarietà fatta legge, del “lavoro qualsiasi” accettato purché ci sia, dei voucher che dilagano in ogni settore, del ciclo continuo dai ritmi massacranti di centre fabbriche-miracolose, del neo-schiavismo in agricoltura. Di come si lavora e si vive, dicono poco. Pochissimo – quasi niente – di come si muore. Se non per qualche riga in cronaca nera con seguito di parole rituali.

Nell'ultima estate – dalla Puglia al Veneto – abbiamo saputo delle morti nei campi gestiti dai caporali; negli ultimi giorni – da Priolo a Torino – abbiamo letto di delitti atroci, in raffinerie o in fabbriche metalmeccaniche: morti soffocati o schiacciati. Anche per questo, volendo, ci sono numeri e statistiche. Nei primi sette mesi del 2015, in Italia, 643 persone sono morte sul lavoro, per incidenti o per fatica, per incuria delle norme o perché non c'era tempo per rispettarle. Magari per sfruttamento. Il numero degli “incidenti” è cresciuto moltissimo negli ultimi mesi e queste morti hanno anche una loro geografia, molto legata alla realtà industriale del paese: il primato è della Lombardia (70 morti), seguita dalla Toscana (46) e dal Veneto (42), mentre per quanto concerne il rischio di mortalità rispetto alla popolazione lavorativa, il record è del Nordest con un indice di 32,7 contro una media nazionale di 21,1.

Anche questi dati sono il frutto delle riforme? C'è una relazione tra le cifre esaltate e quelle nascoste? Giudicate voi, il guaio dei numeri è che si lasciano interpretare a piacere. Ma anche confrontare: nel primo semestre 2015 gli occupati sono cresciuti dello 0,7% rispetto allo stesso periodo del 2014; contemporaneamente i morti sul lavoro sono aumentati del 9,5%. Altri numeri. Altra crescita.

 

 

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