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24 Febbraio 2017
Federazione Impiegati Operai Metallurgici

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Lavoro e felicità ai tempi del Jobs Act

Category: Zoom. Articoli e commenti (2)
Creato il Mercoledì, 22 Febbraio 2017 14:40

a jobsact

 

L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. A rileggerlo oggi, il primo articolo della Costituzione italiana fa una certa impressione. Accusati da più parti di anacronismo, la costituzione e il diritto del lavoro italiani sono recentemente diventati i fronti di due battaglie politiche destinate a lanciare un messaggio chiaro al Parlamento. Su uno di questi fronti l’Italia si è già espressa lo scorso 4 dicembre, quando è stata bocciata la riforma costituzionale voluta dal governo Renzi. L’altro fronte su cui sarà chiamata chiamata a esprimersi riguarda proprio il lavoro, con i quesiti referendari formulati dalla Cgil per l’abolizione dei voucher, la reintroduzione della responsabilità sociale delle aziende appaltatrici e di quelle appaltanti in caso di violazioni ai danni dei lavoratori..

In attesa di assistere all’evoluzione degli scenari politici che potrebbero confermare o rinviare l'appuntamento referendario, una certezza può darsi ormai per acquisita: lungi dall’essere disertato o trascurato, il mondo del lavoro e gli annessi diritti e doveri sono al centro delle preoccupazioni della politica italiana. Il problema non è il disinteresse o l’immobilismo, ma la trasformazione in senso regressivo del mondo del lavoro e degli annessi diritti e doveri, come dimostra l’appropriazione indebita di un lemma come quello della “rivoluzione permanente” da parte di forze politiche sedicenti riformiste per giustificare processi quali la deresponsabilizzazione delle aziende nei confronti dei lavoratori, la flessibilizzazione del mercato del lavoro e la precarizzazione esistenziale di chi non può fare a meno di lavorare per vivere.

Descrivere il mondo del lavoro e, per di più, il suo eventuale nesso con la felicità può quindi apparire un’impresa impossibile, soprattutto in tempi di crisi. La difficoltà non è dovuta soltanto al tentativo di far interagire un fenomeno sociale statisticamente misurabile con un sentimento camaleontico e insondabile come la felicità. L’impresa è resa ancora più ardua dall’enigmaticità costitutiva di un fenomeno orfano dello storico compromesso fra capitale e lavoro siglato nei Welfare State democratici tra la fine della seconda guerra mondiale e la fine degli anni Settanta. A conferma della nebulosità che pervade oggi il mondo del lavoro basti citare le guerre dei numeri combattute in Italia ogniqualvolta la pubblicazione di statistiche rischi di confutare le profezie di ottimisti e pessimisti di professione. In un’epoca che sa ricavare le uniche certezze che la riguardano dall’avvenuto superamento di quelle che l’anno preceduta – da qui una serie infinita di neologismi mobilitati per dare un nome al presente e addomesticare l’attuale senso di disorientamento epocale, dalla postdemocrazia al postfordismo, passando attraverso il postindustriale – il lavoro resta il principale asse di rotazione attorno a cui gravitano i desideri e le aspirazioni dei soggetti.

L’infelicità di chi cerca e non trova lavoro

Una conferma indiretta della relazione continuativa tra felicità e lavoro proviene anzitutto dall’infelicità associata alla disoccupazione: una condizione, questa, che investe più di un italiano su dieci e più di un giovane su tre. Nel 2015 in Italia il rischio di esclusione sociale – è questa l’espressione adottata nell’ambito della Strategia Europa 2020 – è rimasto pressoché invariato (28,7%) rispetto ai dati raccolti nell’anno precedente (28,3). Quasi un italiano su tre si trova a rischio di povertà, in una condizione di grave deprivazione materiale o, ancora, vive una bassa intensità di lavoro. A determinare un quadro tanto preoccupante ha contribuito l’aumento delle disuguaglianze economico-sociali: il 20% più ricco delle famiglie percepisce il 37,3% del reddito equivalente totale, mentre il 20% più povero solo il 7, 7%. Dal 2009 al 2014 il reddito in termini reali è calato più per le famiglie appartenenti al 20% più povero, ampliando la distanza dalle famiglie più ricche, il cui reddito passa da 4,6 a 4,9 volte quello delle più povere. In un simile quadro non stupisce che il lavoro continui a essere il principale canale di investimento delle speranze di riscatto di chi vive una condizione di esclusione sociale.

Certo, se l’occupazione è una condizione necessaria per la felicità dei soggetti, non è detto che sia anche un requisito sufficiente. Soprattutto in tempi di crisi, i desideri professionali dei soggetti sembrano assumere derive mimetico-schizofreniche: si desidera altro – se non il contrario – dalla posizione professionale di volta in volta raggiunta. Se chi è disoccupato non può fare a meno di legare la sua felicità al reperimento di un lavoro qualsiasi, chi ha la fortuna relativa di averne uno non necessariamente è felice della sua condizione professionale: condizioni contrattuali precarie e un mercato del lavoro condannato a un’incertezza permanente possono infatti infondere paura nel lavoratore o, nel migliore dei casi, indurlo desiderare un’altra posizione professionale.

Quale che sia il gradiente soggettivo di felicità associato alla professione ricoperta o desiderata, questo sentimento è ancora oggi indissolubilmente legato al mondo del lavoro. A dispetto della crescente flessibilizzazione del mercato del lavoro, della precarizzazione delle condizioni di vita e dell’impoverimento generalizzato delle giovani generazioni, mai come oggi il tema del lavoro è sottoposto a un investimento retorico che trova nella felicità il suo principale capitale discorsivo, dentro e fuori le aziende.

Il lavoro della felicità

Il ruolo pastorale un tempo assunto dalle religioni e dalla politica oggi è stato ereditato da nuove guide spirituali. Nel nuovo spirito del capitalismo la soddisfazione dei dipendenti è stata riconosciuta come uno dei principali indicatori del successo delle organizzazioni aziendali, al punto che è nata recentemente una vera e propria figura professionale – il Chief Happiness Officeraddetta a incrementare la felicità dentro i luoghi di lavoro.

Quello che potrebbe essere ingenuamente salutato come un obiettivo degno di nota altro non è che uno strumento utile a perseguire i fini dell’impresa, fra cui l’aumento di produttività, un maggiore coinvolgimento del lavoratore nella mission aziendale e una maggiore collaborazione fra colleghi. Tra le cause dell’infelicità dei lavoratori diagnosticate da questa nuova corrente di pensiero non rientrano, ovviamente, il salario dei dipendenti, né il differenziale di reddito tra i vertici e la base aziendale. Le sole cause degne di essere menzionate – la deresponsabilizzazione dei lavoratori – sono quelle che, una volta affrontate, possono assecondare l’obiettivo di massimizzare l’utile aziendale.

In attesa che questa nuova tendenza venga importata anche in Italia, un analogo processo di responsabilizzazione del lavoratore può essere riscontrato fuori dai luoghi di lavoro. Accanto alla proletarizzazione crescente del lavoro intellettuale, si assiste oggi alla dilagante “managerizzazione del proletariato” giovanile italiano. Tale espressione purtroppo non si riferisce a un miglioramento delle condizioni materiali degli “ultimi” della scala sociale nel nostro paese, ma alla forzata auto-rappresentazione di un’intera generazione di giovani precari sotto le mentite spoglie di manager e imprenditori di se stessi, a fronte di una mobilità sociale bloccata e di stipendi che in proporzione si attestano al di sotto del salario medio di un operaio non qualificato della metà degli anni Settanta.

Felicità al lavoro

Tra il 2013 e il 2015 è stato registrato un aumento della popolazione degli occupati pari a 274.000. Questo aumento è stato recentemente confermato da un’ulteriore crescita nel primo semestre del 2016 rispetto all’anno precedente. Questo dato, tuttavia, deve essere integrato con il calo deciso delle nuove assunzioni rispetto all’anno precedente (i 330.000 nuovi contratti equivalgono al 27% in meno nei primi quattro mesi del 2016), una volta venute meno le esenzioni fiscali per le aziende che avessero deciso di stipulare i contratti a tutele crescenti. Sono crollati anche e soprattutto i contratti a tempo indeterminato (- 395mila tra gennaio e agosto 2016), che oggi rappresentano il 22% del totale;

Per converso, sono automaticamente aumentati i contratti precari, che tuttavia non corrispondono ad altrettanti nuovi posti di lavoro (uno stesso lavoratore può infatti stipularne più di uno). I contratti a termine hanno raggiunto il 63,1% del totale. L’aumento esponenziale dei voucher (277 milioni di contratti stipulati tra il 2008 e il 2015, 1.380.000 lavoratori coinvolti) non accenna ad arrestarsi: tra gennaio e agosto 2016 sono stati venduti 96,6 milioni di voucher, con un incremento del 36 per cento. “In compenso”, sono aumentati di quasi il 30% i licenziamenti.

Secondo l’ultimo rapporto annuale sulla situazione sociale dell’Italia a cura del Censis, staremmo vivendo una “seconda era del sommerso”, non più pre-industriale, ma del post-terziario: scarsi investimenti, vite intrappolate nella morsa del debito. La situazione pare ulteriormente aggravata se si prende in considerazione la fascia della popolazione più giovane: i redditi familiari dei giovani al di sotto dei 35 anni si sono ridotti del 26,5% rispetto a quelli percepiti dai loro coetanei 25 anni fa.

Lungi dall’ispirare riforme più eque, questo conflitto intergenerazionale è stato trasformato in un potente arsenale di giustificazioni finalizzate a intaccare lo statuto dei lavoratori, come dimostrano le parole scelte da Christine Lagarde il 14 dicembre 2014 all’Università Bocconi di Milano per commentare il Jobs Act: “Il mercato del lavoro italiano soffre per il problema che alcuni definiscono dualismo e altri hanno chiamato problema ‘insider-outsider’. Gli insider hanno contratti a tempo indeterminato con un alto livello di tutela; mentre gli outsider, soprattutto giovani, sono assunti con contratti temporanei e ricevono un training ridotto. Questo non solo è ingiusto, ma anche inefficiente. Le imprese hanno pochi incentivi a investire nei giovani. Per questo il Jobs Act, e il suo obiettivo di creare un nuovo contratto di lavoro con una protezione gradualmente crescente, è così importante per combattere questo dualismo generalizzato e migliorare il mercato del lavoro per lavoratori e imprese”. Anziché estendere tutele e diritti ai lavoratori meno garantiti, il Jobs Act aveva tentato di uniformare al ribasso le garanzie a sostegno dei lavoratori a tempo indeterminato, come dimostra l’abolizione dell’articolo 18, peraltro giustificata in nome dei diritti calpestati delle giovani generazioni.

La trasformazione coatta di un’intera generazione di precari in imprenditori di se stessi in un mercato del lavoro sempre più precario ha trasformato la vita stessa in un’impresa epica. In assenza di un welfare familiare in grado di controbilanciare i tagli ai servizi pubblici, l’unica certezza che li attende è la precarietà delle condizioni di vita che incideranno profondamente sulla costruzione di legami sociali stabili e duraturi. L’impoverimento e la precarizzazione della condizione giovanile sembra incidere notevolmente sulla liquefazione delle relazioni affettive: la contrazione dei redditi e la mancanza o la temporaneità del lavoro svolto impediscono di fatto la stabilizzazione delle relazioni, sotto forma di matrimonio o di convivenza. Nell’epoca in cui trionfa l’imperativo al godimento e non restano tabù edonistici da sfatare, l’amore di coppia rischia di diventare un sentimento elitario.

La frustrazione, la rabbia e l’auto-colpevolizzazione che scandiscono il lavoro flessibile e le vite precarie di chi (ancora) ne svolge uno sono fra le principali conseguenze emotive della retorica neoliberista dominante, che punta a responsabilizzare solo ed esclusivamente gli individui delle condizioni materiali e spirituali in cui versano. Al danno procurato da questa iper-responsabilizzazione individuale, in Italia si aggiunge la beffa di una cultura del lavoro in larga parte fondata sulla raccomandazione. Non stupisce, da questo punto di vista, il tasso di crescita delle migrazioni interne ed esterne di italiani e di stranieri in cerca di lavoro.

A relativizzare il quadro a tinte fosche appena tratteggiato intervengono l’impegno e la determinazione di alcune minoranze organizzate, che hanno accettato la sfida di affrontare in maniera cooperativa la sfida di tenere aperto il proprio luogo di lavoro: è il caso della fonderia Zen di Albignasego, rilevata da dirigenti e operai dopo la delocalizzazione dell’azienda francese, o della Rimaflow di Trezzano sul Naviglio, che dopo la chiusura per debiti di 300 milioni di euro nel dicembre 2012 è stata recuperata e riconvertita in automotive per il riuso e il riciclo di apparecchiature elettroniche. Altri esempi riconducibili al variegato fenomeno dei Workers buyout potrebbero essere menzionati e valorizzati. Sono questi tentativi di riscatto collettivo a delineare la possibilità di un connubio tra felicità e lavoro che non sia semplicemente riducibile alla conquista di una posizione professionale qualunque o al raggiungimento di una nuova vetta, al termine dell’ennesima scalata sociale.

 

*Sbilanciamoci.info

[http://www.huffingtonpost.it] Quel fanfarone del Jobs Act

Category: Segnalazioni
Creato il Mercoledì, 19 Ottobre 2016 17:19

Meno assunti e più licenziati: così va il mondo del lavoro in Italia nell'era del Jobs Act. Gli annunci e le promesse del genio di Firenze, alla luce dei dati dell'Inps sul primo semestre del 2016, si rivelano per quel che sono: fanfaronate. Degli imbrogli, prima illusori e poi avvilenti, oltretutto parecchio costosi.

Esaurita la spinta degli incentivi a solo vantaggio delle imprese, le assunzioni sono crollate: con il dimezzamento delle sovvenzioni pubbliche nel 2016, quelle a tempo indeterminato sono diminuite del 32,9%, in generale tutte le forme di assunzione sono scese dell'8,5%, mentre dilagano i voucher, il lavoro che si compra dal tabaccaio, l'ultima trovata del precariato fatto istituzione.

Ricordate il battage pubblicitario renziano del Jobs Act che "dà un futuro ai giovani ponendo fine all'apartheid di un mercato del lavoro che fa pagare ad alcuni le eccessive tutele di altri"? Questo ne è l'esito. O, meglio, una sua parte. L'altra consiste nell'aumento impressionante dei licenziamenti per "giusta causa": senza l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (quello che, sempre secondo la propaganda del governo, bloccava assunzioni e investimenti in Italia) nei primi sei mesi del 2016 sono aumentati del 28,3%.

Ma non basta, perché oltre ad aver peggiorato la vita delle persone che per vivere devono lavorare e averne limitato i diritti e, quindi, la libertà, queste "politiche del lavoro" del governo ci sono costate molto anche in termini puramente economici: tra i 15 e i 22 miliardi - dipenderà dalla durata dei contratti stipulati con questo sistema - nel triennio 2015-2017, circa 50.000 euro annui per ogni assunto. Sono soldi pubblici, che avrebbero potuto finanziare veri investimenti e vera occupazione: quanti posti di lavoro sicuri si sarebbero potuti creare utilizzando questo denaro incentivando - solo per fare un paio d'esempi - una politica industriale in settori ad alto valore aggiunto, o defiscalizzando gli aumenti salariali dei contratti nazionali, o risanando e mettendo in sicurezza un paese rovinato dalle speculazioni edilizie e ambientali? Sono soldi su cui avremmo il diritto di sapere e decidere, perché provengono dalle nostre tasse.

Ma tutto questo a Matteo Renzi interessa poco. Soprattutto in questi giorni di campagna elettorale referendaria, di giri per il mondo alla ricerca di sponsor più o meno illustri del suo operato, di nuove promesse su futuri radiosi o disastrosi a seconda della riuscita o meno dei suoi propositi. Peccato che mentre lui continua la sua opera al servizio di se stesso e di pochi interessi privati la cosa pubblica e la gran parte del paese si specchino in quei dati dell'Inps che ci dicano come il lavoro sia raro, precario e vilipeso. Una condizione da cui vorremmo riscattarlo, a partire dalla difesa di una Costituzione che lo indica come valore fondante della Repubblica, fino ai referendum della prossima primavera quando voteremo contro il Jobs Act, per la cancellazione dei voucher, la messa sotto controllo degli appalti, il ripristino e l'estensione dell'articolo 18.

 

http://www.huffingtonpost.it

Ddl Sacconi-Fucksia, il Jobs Act della sicurezza sul lavoro

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Giovedì, 08 Settembre 2016 15:51

16 09 08-ddl-sicurezza

Da gennaio a giugno 2016 sono 461 le persone che hanno perso la vita sul lavoro in Italia: 341 gli infortuni mortali rilevati in occasione di lavoro e 120 quelli in itinere. Un numero drammatico che si traduce in una tragica media di 77 vittime al mese, ossia 19 alla settimana.

Tra le Regioni l’Emilia Romagna con 44 infortuni mortali rilevati in occasione di lavoro nei primi sei mesi del 2016, si mantiene in prima posizione, superando il Veneto che si localizza al secondo posto (35 vittime). Al terzo posto scende invece la Lombardia che registra 33 infortuni mortali.

Il settore economico che registra il maggior numero di vittime (42 pari al 12,3% del totale dei casi di morte in occasione di lavoro) è rappresentato dalle Attività Manifatturiere. Si posizionano al secondo posto le Costruzioni con 41 decessi (pari al 12 % del totale). Gli stranieri deceduti sul lavoro nel primo semestre 2016 sono 47 (il 13,8 per cento del totale) e le donne 23. La fascia d’età più colpita – che costituisce il 34,9 per cento di tutte le morti rilevate in occasione di lavoro – è sempre quella compresa tra i 45 e i 54 anni. Ma l’incidenza più elevata della mortalità rispetto alla popolazione lavorativa coinvolge come sempre gli ultra-sessantacinquenni.

Sono i lavoratori anziani, in particolare nel settore delle costruzioni a morire per cadute dai ponteggi e gli agricoltori a rimanere schiacciati sotto vecchi trattori senza roll bar. Danno il loro contributo di sangue e di anni di vita perduti i lavoratori stranieri (13,8% del totale dei lavoratori deceduti a causa di incidenti sul lavoro).

Queste tragedie non hanno come causa determinante la mancanza di norme specifiche in materia di valutazione e gestione dei rischi.

 

Disrupting sociale, effetto collaterale delle riforme Foernero e del Jobs Act

Il d.lgs 81/2008 e s.m.i per quanto farraginoso è esauriente e il rispetto delle procedure e delle prescrizioni in esso contenute potrebbe per davvero ridurre il fenomeno infortunistico in misura rilevante.

Il problema di fondo riguarda il contesto normativo che è stato introdotto dopo il 2011. Mi riferisco in particolare alla riforma previdenziale Fornero che ha “bloccato” in attività lavorative pesanti e rischiose migliaia di lavoratori anziani non più in grado di reggere le fatiche del cantiere, i lavori in agricoltura, nella logistica e nei trasporti.

Il combinato disposto riforma Fornero e il successivo Jobs Act stanno producendo un effetto corrosivo sulla capacità di partecipazione attiva dei lavoratori per autotutelarsi.

La facilità con la quale si può essere licenziati e/o le altre pratiche di ritorsione delle direzioni aziendali , divenute legittime come il demansionamento, stanno trasformando i molte realtà i lavoratori e le lavoratrici in soggetti silenti che hanno crescenti difficoltà ad opporsi a condizioni di lavoro insicure o disagiate.

Le norme del Jobs Act hanno prodotto forme di disrupting sociale e ridotto il potere di coalizione dei lavoratori per autotutelarsi.

Il Jobs Act ha in sè un forte potenziale di disrupting sociale che si sta già manifestando con la moltiplicazione dei licenziamenti "economici" dei lavoratori sopra i cinquanta anni, ben lontani dalla pensione, destinati ad entrare nella fitta schiera delle persone che difficilmente potranno trovare un altro lavoro...

Esiste un fenomeno anch'esso non immediatamente visibile che le pratiche dirette di disrupting sociale e le politiche subalterne dei governi ai poteri forti dell'economia stanno producendo a livello profondo nei comportamenti delle persone: quello dell'adattamento passivo all'obbedienza ai forti, alla perdita da parte di molti lavoratori e lavoratrici della cognizione di essere cittadini portatori di diritti fondamentali. Questo è il male oscuro che depotenzia la volontà e la capacità di partecipazione mettendo in grave crisi la democrazia: il crescente astensionismo elettorale è un indicatore palese di questo profondo malessere e sfiducia rispetto al ruolo della politica come strumento di riscatto e di affermazione dei propri diritti.

Tutto questo ha elevatissimi costi sociali: un patrimonio enorme di potenzialità umane viene dissipato, ai giovani viene prospettato non un futuro da cittadini protagonisti ma da precari assistiti, male.

In questo contesto anche i problemi della salute e sicurezza nel lavoro a fronte del rischio di ritorsioni se ci si espone a denunciare situazioni di irregolarità o di mala organizzazione del lavoro, in diverse realtà, vengono posti in secondo piano.

Le aziende strutturate di medie e gradi dimensioni hanno appreso in questi anni ad utilizzare i benefici economici derivanti dalla applicazione delle norme, dalla partecipazione ai click days promossi da Inail e hanno ridotto in modo significativo la frequenza di incidenti gravi e mortali.

I problemi persistono nelle piccole imprese ove la sopravvivenza rispetto alla crisi ha comportato il taglio di molte spese, ivi comprese quelle riguardanti la sicurezza.

Sono le imprese individuali, le cosi dette “false partite iva” che si trovano a competere con l'acquisizione di appalti al massimo ribasso che pagano il prezzo più grande in termini di incidenti sul lavoro. Sempre con maggiore frequenza in questi anni è capitato di leggere nelle cronache che la persona asfissiata mentre saldava all'interno di un serbatoio non bonificato o precipitata dall'alto mentre stava eseguendo una bonifica di un tetto eternit era un lavoratore autonomo.

Nella galassia delle oltre quaranta forme di titolarità dei rapporti di lavoro che il Jobs Act non ha modificato sono molti i lavoratori e le lavoratrici che operano in condizioni di rischio elevato sia per la sicurezza sia per la salute. Nelle filiere produttive l'azienda grande o media esternalizza lavori di manutenzione a micro imprese composte da due o tre lavoratori autonomi che spesso operano in assenza di una programmazione preventiva dei lavori: la valutazione e gestione dei rischi rimane chiusa nei cassetti della stazione appaltante a disposizione di una eventuale ispezione della Asl, ma coloro che operano al fronte in rapporto diretto con il rischio raramente vengono informati con precisione sui rischi per la salute e per la sicurezza cui saranno esposti.

A questa prima trasformazione normativa si aggiunge il disegno governativo che ha come obiettivo l'estinzione dell'istituto del Contratto Nazionale di Lavoro. La fine del Contratto nazionale moltiplicherà ulteriormente le diseguaglianze estendendo le condizioni di lavoro servile: orari di lavoro, diritti contenuti nelle parti normative quali permessi di studio saranno resi subalterni ad una concezione rozza e primitiva del concetto di produttività. La contrattazione di secondo livello deprivata dei riferimenti delle parti normative dei Ccnl farà arretrare le condizioni di lavoro in particolare nelle Pmi.

Queste considerazioni vengono sia da una lunga esperienza personale di rapporto con i lavoratori sia da una analisi delle notizie d'infortunio che si possono trovare sui media, sui siti specialistici, sulle sentenze penali che seguono le indagini sull'evento infortunistico.

 

La territorializzazione dell'informazione sugli infortuni e sulle malattie professionali

Un altro aspetto sul quale riflettere è la scomparsa dalle cronache nazionali dei quotidiani e dai media in genere delle notizie riguardanti gli incidenti sul lavoro.

Gli eventi infortunistici gravi e mortali sono relegati nelle ultime notizie delle pagine locali con la stesso format delle notizie riguardanti gli incidenti stradali. La tecnica della banalizzazione di questi eventi ha fatto scomparire dalla scena delle priorità nazionali la questione salute e sicurezza sul lavoro.

E' verosimile pensare che molti direttori dei quotidiani e dei media abbiano operato un adattamento calcolato dei palinsesti per declassare le questioni del lavoro, del diritto alla salute e alla sicurezza nel lavoro a banali brevi articoli di cronaca locale, per non turbare la fantasiosa narrazione del governo sulle magnifiche sorti progressive del Jobs Act .

A questa scelta di “declassare” rispetto ad altre epoche la questione sicurezza sul lavoro nei media si congiunge lo sbarramento rispetto alla istituzione del Sinp, Servizio Informazione Nazionale sulla Prevenzione che doveva essere istituito dal 2008 , ovvero a 180 giorni dalla data dell'entrata in vigore del d.lgs 81.5

Lo strumento per le informazioni di governo necessarie per gestire da parte delle istituzioni, delle imprese le priorità in materia di prevenzione era il Sinp, la cui attuazione pare rinviata sine die, ovvero a mai.

Non vogliamo affrontare le ragioni per cui il Sinp non è stato attuato: occorrerebbe immergersi nei meandri della burocrazia ministeriale e nei sottosistemi di potere dell'Inail per scoprire le vere ragioni perchè dopo sette anni dall'entrata in vigore del d.lgs. 81/08 il Sinp rimane sulla carta.

Si può affermare con un rischio molto basso di essere smentiti che il Sinp non nascerà mai perchè le Associazioni datoriali non sono interessate all'attività di un Ente che raccogliendo e ordinando le informazioni con la pubblicazione di Report pubblici sullo stato dell'arte potrebbe mettere in luce gravi responsabilità sui ritardi nelle politiche di prevenzione, nella valutazione e gestione dei rischi.

Le stesse organizzazioni sindacali indebolite dalle divisioni e dalla mancanza di una strategia adeguata a fare fronte ai problemi della salute e sicurezza sul lavoro non hanno fatto dell'attuazione del Sinp l'obiettivo di una battaglia sindacale.

 

Il declino delle regioni

Voglio ricordare che quanto si è fatto di positivo nei quattro decenni da quando sono state istituite le Regioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro è stato fondamentale per la costruzione di una rete di Servizi per la prevenzione e di un'esperienza partecipata dagli anni 70 ad oggi molto importante.

Alcune regioni del centro-nord hanno investito molte risorse sia per la formazione degli operatori sia per la messa in opera di servizi che hanno sviluppato reti e pratiche di prevenzione efficace.

Emilia Romagna, Toscana, Veneto, Lombardia Piemonte, Liguria, Marche, Puglia fino al Lazio hanno dato molto fino ai primi anni dopo il 2000 facendo della salute e della sicurezza nel lavoro un tema importante dei governi regionali.

Altre Regioni sono state assenteiste, non hanno costruito la rete dei Servizi territoriali non hanno svolto alcun ruolo guida , sono state un buco nero rispetto a questa tematica, non le nominiamo perchè sono note a chi si occupa da tempo della tematica.

La Riforma del Titolo V° della Costituzione all'inizio degli anni duemila non ha rappresentato uno stimolo per il miglioramento, in diverse realtà invece di utilizzare la legislazione concorrente come competizione per migliorare le norme dello stato centrale si è giocato di rimessa, si è utilizzata la potestà della legislazione concorrente per ridurre vincoli e impegni delle imprese nella gestione della sicurezza o non si è utilizzata affatto questa opportunità per migliorare le norme nazionali.

Voglio ricordare che alcune regioni hanno bene utilizzato la legislazione concorrente per settori particolari esistenti nel loro territorio, ad esempio la Toscana e l'Emilia Romagna hanno predisposto linee guida per i lavori in galleria dell'alta velocità che hanno evitato incidenti e morti. Altre regioni come il Veneto sono intervenute su macchine agricole, uso dei pesticidi, ecc.

La spinta propulsiva del ruolo delle regioni si spegne lentamente con le trasformazioni delle rappresentanze politiche: da quando i lavoratori dipendenti in particolare dei settori manifatturieri non sono più il riferimento importante dell'ultima formazione politica che ha occupato lo spazio politico che prima era del Partito comunista, il Partito democratico, la questione salute e sicurezza nel lavoro scompare dalle agende di molti assessorati alla sanità regionali.

Fino al termine dei governi a guida Berlusconi il ruolo di alcune regioni rispetto alla materia che trattiamo è stato quello di contrastare alcuni tentativi di deregulation dal 2002 in poi fino al contributo importante nella elaborazione del D.lgs 81/08.

Questa attività importante delle regioni che si erano impegnate ad attuare la rete dei servizi si affievolisce mano mano in ragione del cambio di priorità nelle agende politiche per la scelta di dare maggiore ascolto alle richieste delle associazioni datoriali.

In questo ultimi due anni l'attesa del trasferimento delle competenze in materia di salute e sicurezza allo Stato in ragione delle modifiche del Titolo V° della Costituzione e della istituzione di un Ente centralizzato preposto alla vigilanza (l'Agenzia) hanno portato alla passività molte regioni.

La presenza dell'istituzione regione sulla tematica salute e sicurezza nel lavoro è pertanto in progressivo declino da quando è iniziata la crisi.

Le aziende Asl in molte realtà vedono i Servizi di Prevenzione Salute Sicurezza Lavoro come un corpo estraneo e/o generatore di conflitti con il sistema delle imprese, pertanto non esiste da parte dei dirigenti delle Asl una particolare volontà di sviluppare questi servizi.

E' da questo ingorgo istituzionale che occorrerebbe uscire con un disegno serio di riordino dei servizi territoriali di prevenzione per consolidare a livello territoriale i nodi della rete di un sistema di prevenzione integrato nel Ssn.

Diversamente si rischia che una straordinaria esperienza territoriale venga sostituita da un sistema verticale burocratico denominato “agenzia” ingessato e dipendente dalle volontà del ministro del lavoro di turno senza che vi sia un controllo sociale rispetto all'operato di questo entità.

In ogni caso non può continuare ancora per troppo tempo “la sospensione” nella terra di nessuno delle competenze in materia di salute e sicurezza nel lavoro, occorre che si pervenga ad un percorso strutturato che definisca in modo certo il sistema istituzionale, le responsabilità e le competenze.

 

Le trasformazioni del lavoro: profili di rischio e strategie di prevenzione da costruire

Le trasformazioni delle forme organizzative, giuridiche e materiali del lavoro che sono avvenute nel corso degli ultimi dieci anni sono straordinarie.

I processi di automazione del trattamento delle informazioni gestionali dei sistemi produttivi, della logistica, nei sistemi finanziari sono stati e sono oggetto di studi raffinati, ragion per cui non intendiamo affrontali in questa sede.

In sintesi si può dire che il lavoro degli umani si è trasformato radicalmente in molti settori e i profili di rischio stanno radicalmente cambiando per molti lavori e nel contempo molti lavori sono destinati a trasformarsi o a scomparire.

Ciò che cambia in profondità per gli umani che per lavorare comunicano e/o si affidano a complessi algoritmi per svolgere il proprio lavoro è la perdita del governo del tempo e, a volte, lo smarrimento del significato del proprio lavoro.

Le forme di assistenza digitale in uso, ad esempio, nel settore finanziario e creditizio rispetto alle decisioni da prendere stanno svuotando il lavoro dei funzionari addetti alla erogazione di crediti o mutui.

Nel settore dei trasporti i sistemi di geo localizzazione satellitare stanno trasformando il lavoro degli autisti che si vedono riprogrammare percorsi, tappe di carico e tempi in tempo reale: il loro governo del tempo viene ridotto ai minimi termini. Sanno quando partono ma non quando ritorneranno in sede..

Questo è il nuovo ambito su cui è necessario che si faccia ricerca per definire i profili di rischio di queste nuove modalità di lavoro.

A fianco del lavoro qualificato sempre più raro, sempre più esigente di competenze professionali che peraltro hanno un ciclo di vita sempre più breve, permangono e in qualche misura si espandono i lavori basati sulla fisicità, sulla fatica fisica sulla esposizione ai classici fattori di rischio tradizionali: rumore, gas fumi, polveri, microclima che procura disagio, movimentazione carichi.

La differenza rispetto al passato riguarda il fatto che questi lavori sono svolti da lavoratori e lavoratrici stranieri in condizioni di precariato, senza tutele e contratti, pagati in parte con voucher e in parte in nero.

Nella galassia dei lavori di servizio della ristorazione,dei servizi alle persone, del pulimento si trovano situazioni diffuse di precariato e di lavoro nero. Sono queste le realtà in cui le persone lavorano assai spesso senza adeguati dispositivi di protezione individuali (Dpi) senza le informazioni e la formazione sull'utilizzo in sicurezza sulle sostanze impiegate ad esempio nei lavori di pulimento.

In buona sostanza chi si occupa professionalmente di prevenzione, salute e sicurezza nel lavoro dovrà fronteggiare profili di rischio derivanti da sovraccarico cognitivo e stress che sono propri e saranno sempre più diffusi in coloro che lavorano nei settori avanzati dell'industria 4.0 e situazioni di lavoro con profili di rischio molto materiali nei settori della ristorazione, del commercio, dei servizi alle persone, pulimento ove operano lavoratori con contratti di lavoro precari e temporanei.

Mentre nelle aziende dei settori pregiati si registra una capacità di valutazione e gestione dei rischi di qualità è desolante invece la situazione delle imprese che producono servizi e prodotti a basso valore aggiunto ove nella maggioranza dei casi le imprese pagano consulenti per costruire un'apparenza di adempimento di quanto prevedono le norme in materia.

L'aggiornamento dei profili di rischio dovrebbe essere una pratica di ricerca continua da parte del Dipartimento Ricerca dell'Inail.

Nei prossimi anni le trasformazioni del mercato del lavoro e le compresenze di settori ad elevata tecnologia organizzative e produttive (industria 4.0) con settori ad elevata intensità di sfruttamento e precarizzati comporterà strategie molto differenziate di prevenzione.

Dalle documentazioni ufficiali non pare siano state prese decisioni di svolgere ricerca e sviluppo in questa direzione.

 

Semplificazioni dal livello europeo fino al DdL Sacconi-Fucksia

Cosa ci attende il prossimo futuro? Per quanto attiene le norme e l'intervento della Pubblica amministrazione nella relazione tra impresa e lavoratori come garante, tramite la vigilanza e le ispezioni, della corretta valutazione e gestione dei rischi siamo a fronte di una regressione che parte dal livello della Commissione europea e arrva alle pratiche correnti in materia svolte dal ministero del lavoro. La parola d'ordine della semplificazione è partita da tempo, già dalla presidenza della Commissione Barroso. La Commissione europea a presidenza Barroso quando lanciò il processo di semplificazione normativa registrò un certo consenso non solo tra le associazioni imprenditoriali: si pensava ad una ragionevole “pulizia” degli aspetti ridondanti e superflui delle direttive. Nel corso degli anni si è visto invece un utilizzo del processo di semplificazione per altri scopi politici: la deregulation delle norme di tutela dell'ambiente e della salute e sicurezza dei lavoratori.

Il processo di semplificazione della legislazione europea è stato preso in ostaggio dagli interessi privati del mondo degli affari. Questo è quanto si afferma nelle conclusioni di un nuovo rapporto pubblicato dall'Istituto sindacale europeo. Dopo dieci anni durante i quali la Ue si è impegnata per la semplificazione della legislazione, da "legiferare meglio", alla "regolazione intelligente" fino al Progetto Refit il vero risultato non è stata la semplificazione "intelligente" peraltro auspicabile , ma una pratica reale di blocco e di mancato aggiornamento delle direttive europee in materia di ambiente, salute e sicurezza sul lavoro.

Un esempio chiaro riguarda la proposta di modifica della Direttiva cancerogeni, parziale eincompleta rispetto alle più recenti conoscenze scientifiche che perviene alla consultazione delle parti sociali dopo anni di ritardo. Il rapporto di Etui (Istituto di Studi e Ricerche della Confederazione dei Sindacati Europei) illustra con chiarezza il percorso in negativo o a ritroso della Commissione europea rispetto ai diritti dei lavoratori che vengono posti nella scala della priorità al terzo posto , dopo le imprese e i consumatori.

Ritardi analoghi nelle proposte di modifica delle Direttive europee in materia di protezione della sicurezza e della salute dei lavoratori ve ne sono molti, ad esempio per quanto attiene la prevenzione dei disturbi muscolo scheletrici nelle lavorazioni seriali.

A moltiplicare gli effetti negativi sulle condizioni di lavoro vi è poi quel corredo di norme che fa riferimento alla Direttiva Bolkenstein che consente alle imprese italiane di aprire presso alcuni paesi della Ue pseudo imprese che sono soltanto recapiti legali , imprese fasulle che non svolgono attività economiche ma che servono a trasformare il contratto di lavoro di un camionista italiano , ad esempio, in un contratto rumeno con orari capestro, salario dimezzato.

L'ideologia neoliberista che sta alla base di queste direttive sta portando su posizioni contrarie al progetto europeo vasti settori di lavoratori dipendenti che ravvisano nelle politiche di austerity e di attacco dei diritti dei lavoratori una minaccia incombente non più tollerabile. Nei fatti la Ue con le norme che afferiscono alla Direttiva Bolkenstein ha introdotto nel mercato del lavoro europeo il dumping sociale, la concorrenza basata sulla eliminazione dei diritti dei lavoratori. A livello nazionale le politiche governative, come abbiamo visto, procedono nella stessa direzione.

Le cosìdette “riforme” non sono altro che allineamenti della legislazione nazionale con quella europea, dal Jobs Act che rende legittima la precarietà a vita al progetto di “superamento” dei Ccnl che vengono individuati come un impedimento alla crescita economica.

Appare evidente che queste strategie che hanno come scopo l'indebolimento delle coalizzazioni (leggi organizzazioni sindacali) degli interessi dei lavoratori dipendenti stanno alimentando un clima di avversione alle istituzioni europee, istituzioni sacrificate agli interessi forti delle grandi compagnie multinazionali e della speculazione finanziaria.

In questo contesto e all'interno di queste dinamiche tese a ridurre i diritti dei lavoratori non poteva mancare l'iniziativa dell'ex ministro del lavoro Sacconi che in collaborazione con la senatrice Fucksia ha elaborato un DdL contenente modifiche al Dlgs 81/2008 che in modo beffardo vengono definite “disposizioni per il miglioramento sostanziale della salute e sicurezza dei lavoratori”.

Il DdL Sacconi Fucksia, per come è scritto e per il pressapochismo che lo distingue non dovrebbe arrivare neppure in Commissione, dovrebbe finire in archivio, utile ai cultori della materia come esempio in negativo di come non si deve fare una norma.

Il DdL consta di 22 articoli e 5 allegati il cui contenuto è in parte ricopiatura di parti della Direttiva quadro 391/89 . L'intento reale del DdL è quello di dare una picconata al Dlgs 81/08 e smi sulle parti più pregiate. Riportiamo in forma sintetica contenuti più negativi del DdL:

1) La definizione di lavoratore vigente viene stravolta per ridurre ancora di più le tutele dei lavoratori “atipici” . La tutela è per la “persona impiegata in modo non episodico per attività di lavoro” . Nella norma attuale la tutela è universale a prescindere dalla durata e dalla tipologia del rapporto di lavoro in essere. Nei fatti Sacconi pare escludere la vasta area dei lavoratori che vengono pagati con i voucher da qualsiasi tutela.

2) Trasferimento delle responsabilità rispetto alla qualità della valutazione e gestione dei rischi dal datore di lavoro demandando a medici del lavoro e altri professionisti di riferimento il compito e l’onere di certificare la regolarità delle condizioni di salute e sicurezza sul lavoro. Il datore di lavoro viene sollevato dalla responsabilità anche penale demandando a medici del lavoro e altri professionisti di riferimento il compito e l’onere di certificare la regolarità delle condizioni di salute e sicurezza sul lavoro. Il ruolo di questi professionisti sarebbe di supporto alla funzione pubblica di vigilanza, che verrebbe attivata solamente in caso di certificazioni fraudolente, rese con colpa grave professionale o sottoscrivendo false dichiarazioni.

Peraltro, gli organismi di vigilanza e la magistratura interverrebbero con “disposizioni” esecutive ai datori di lavoro, comunque impugnabili, e solamente in caso di mancato rispetto della disposizione è prevista la sanzione penale (arresto e ammenda).

3) Responsabilità del datore di lavoro: si va ben oltre l'esimenza prevista all'art. 30 del Dlgs 81/08. Nei fatti il datore di lavoro è sempre non responsabile : la responsabilità del datore di lavoro verrebbe configurata come “colpa di organizzazione” che non sussiste se si dimostra di aver posto in essere tutte le misure organizzative idonee rispetto alle esigenze di tutela dei lavoratori. La responsabilità penale del datore di lavoro viene meno in caso di infortunio che sia derivato da grave negligenza del dirigente, del preposto o del lavoratore. La proiezione della responsabilità viene proiettata verso il basso, verso quadri e preposti e infine verso i lavoratori per i quali vengono incrementate le sanzioni penali.

4) Qualora successivamente alla “certificazione” si dovessero verificare danni per la salute dei lavoratori (infortuni o malattie professionali) a causa di carenze nelle misure di sicurezza, il professionista che ha certificato la idoneità delle condizioni lavorative dovrebbe essere ritenuto corresponsabile dell’evento in sede civile e penale.

Quanti sono gli attuali professionisti in grado di sostenere questa responsabilità a livello economico e assicurativo? E' verosimile immaginare il seguente scenario: i consulenti “responsabilizzati” in solido e in sostituzione del datore di lavoro adotteranno forme di autotutela con le pratiche difensive ben note nel campo della “medicina difensiva”, moltiplicazione delle analisi ambientali, iperprescrizioni di misure preventive superflue, alti costi delle certificazioni....

5) Il DdL prevede anche una discutibile forma di recepimento delle Direttive europee in materia di salute e sicurezza sul lavoro: il DdL prevede che il loro recepimento debba essere limitato al solo rispetto dei lvelli inderogabili di tutela indicati nelle direttive mentre dalla legislazione vigente verranno eliminati tutti i livelli di regolazione ritenuti superflui o sovrabbondanti. Saremo veramente curiosi di vedere quali siano i livelli di regolazione/protezione ritenuti superflui o sovrabbondanti dai Senatori Sacconi e Fucksia.

Mi fermo qui perchè il DdL Sacconi Fucksia richiede una valutazione comparata assai complessa che richiederà le competenze di giuristi delle diverse specializzazioni, tanti sono gli strappi che la sua approvazione introdurrebbe rispetto al Codice Penale e Civile. Ciò che rimane non spiegabile tuttavia rimane la vis destruens che anima i proponenti rispetto ai livelli già scarsi di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori. Non è nostro mestiere scrutare le profondità delle anime, tuttavia tanto zelo contro i lavoratori ci inquieta e al contempo ci incuriosisce.

Ribadisco il concetto tuttavia che questo DdL per le sue incongruenze e superficialità non dovrebbe arrivare neppure in Commissione. Non sappiamo tuttavia se questo elaborato sia il frutto di una iniziativa estemporanea dei Senatori firmatari o sia invece un'azione concertata, un ballon d'essai per attivare l'iniziativa di deregulation del governo sull'insieme della tematica salute e sicurezza nel lavoro.

In questo senso la presentazione di questo DdL diviene immediatamente un banco di prova per il governo Renzi. Le scelte possibili del governo vanno dalla condivisione del DdL Sacconi Fucksia alla decisione di intraprendere un autonomo percorso di manutenzione e aggiustamento del Dlgs 81/08 e s.m.i . Vedremo quale sarà la scelta, in ogni caso “nessun dorma” (mi riferisco al sindacato) poiché la traiettoria rimane la stessa, la riduzione ai minimi termini dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici a tutelare la propria incolumità fisica e la propria salute nel lavoro.

 

*Diario per la Prevenzione

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Licenziamenti senza giusta causa: tre casi esemplari

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Lunedì, 04 Luglio 2016 15:03

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Si è conclusa, con oltre tre milioni di adesioni, la raccolta di firme per i referendum abrogativi del Jobs Act e a sostegno della proposta di legge popolare per un nuovo statuto dei lavoratori. Una volta verificata la validità delle firme, verrà fissata la data dei referendum, presumibilmente per la prossima primavera (salvo elezioni anticipate, che li farebbero slittare di un anno). Qui sotto riportiamo tre storie che raccontano il lavoro ai tempi del jobs act.

 

 


 

“Ho 22 anni, sono nato in Moldavia, ma ormai sono italiano e vivo qui da parecchi anni. Il mio nome non ve lo dico, è meglio così, altrimenti non vi racconto niente. Nel 2014 ho iniziato a lavorare in una piccola fabbrica di Castelfranco Emilia associata a Confindustria con un contratto a tempo determinato. Nel dicembre del 2015 questo contratto è stato trasformato in un'assunzione a tempo indeterminato, un contratto a tutele crescenti. Ma è durata poco, solo due mesi: il 18 gennaio 2016 sono stato licenziato per ristrutturazione aziendale, la motivazione parla di 'un calo delle esigenze produttive'. Per andarmene senza far storie mi hanno offerto 3.100 euro, già nella lettera di licenziamento - così prevede la legge – praticamente due mesi di stipendio. Questo è quanto vale il mio posto di lavoro, meno di quanto prevedeva la tutela del licenziamento nella piccola impresa (da due mensilità e mezzo a sei, ndr). Non avendo nessuna possibilità di essere reintegrato – l'articolo 18 per noi non esiste – ho accettato l'offerta evitando la causa, che mi avrebbe solo provocato delle rogne e magari gettato su di me la cattiva fama del piantagrane. Con il rischio di non trovare più lavoro in zona. Io i principi della solidarietà li condivido, ma con queste leggi meglio prendere i soldi e andarsene senza fare causa. Anche perché, con il Jobs Act, se vinco la causa non vengo reintegrato e prendo qualche soldo; ma se la perdo mi costa tanto, dovrei pagare i danni di un procedimento civile.

Due giorni dopo il mio licenziamento l'azienda ha aperto una procedura di crisi per la cassa integrazione speciale. Ma questo riguarda gli altri lavoratori, quelli che non puo' licenziare su due piedi perché hanno i vecchi diritti, quelli che per noi non sono mai esititi. Il mondo del lavoro va avanti così, anche dopo il Jobs Act: a doppio regime”.

 

 


 

“Alla Tcnogear di Reggio Emilia ci hanno licenziati in tre. Io mi chiamo Fulvio, ho 42 anni, lavoravo lì dal '97, al controllo qualità e rifinitura. Da qualche anno sono delegato Fiom. La fabbrica ha 82 dipendenti, produciamo ingranaggi di precisione. Fino al 2008 c'era un proprietario in carne e ossa, poi siamo finiti nelle mani di un fondo bancario della Credem. Nel 2014 l'amministratore delegato ha iniziato a dire che bisognava tagliare i costi. Abbiamo proclamato un pacchetto di ore di sciopero e le minacce sono rientrate. Poi negli ultimi mesi del 2015 è tornato alla carica chiedendo di ridiscutere il contratto aziendale: lavorare mezz'ora in più e straordinari pagati meno. Contemporaneamente negava che ci fossero problemi occupazionali, anzi: 'l'azienda va bene – diceva – si tratta di migliorare l'efficienza, discutiamo come'. E' iniziata una discussione ma l'amministratore delegato ha annunciato che da febbraio 2016 avrebbe 'comandato' la trasformazione in lavoro di una mezz'ora di pausa. Gli abbiamo risposto che in quel caso avremmo dichiarato mezz'ora di sciopero ogni giorno. Alla fine è stato fissato un appuntamento di trattativa per il 16 febbraio. Il 10 febbraio, alle 10,30 del mattino, mentre ero al lavoro, mi consegnano la lettera di licenziamento, dicendomi di lasciare immediatamente l'azienda: 'non servivo più'. Dovevo svuotare l'armadietto e andarmene subito, insieme agli altri due licenziati. La motivazione ufficiale, 'riassetto organizzativo aziendale', utilizzando la legge Fornero che ha iniziato a smantellare l'articolo 18, il 'lavoro' poi completato da Renzi.

Siamo scesi in sciopero per nove giorni di fila, con un presidio che ha bloccato tutto. Ciascun lavoratore sapeva di essere a rischio - 'oggi a loro, domani a noi' si diceva ai cancelli -, perché si trattava di un messaggio di potere mandato ai lavoratori e al sindacato, in concomitanza con il rinnovo del contratto aziendale, per dire che in fabbrica decidono loro e fanno ciò che vogliono. Il 'riassetto aziendale” non c'entrava nulla, si sarebbero potute trovare altre soluzioni senza cacciarmi, visto che l'azienda andava bene. E' stato un licenziamento politico, un atto per dimostrare chi comanda.

Lo sciopero è andato bene, all'inizio. Poi, dopo qualche giorno, sono iniziati i problemi e le divisioni tra noi. Abbiamo dovuto sospendere la lotta a oltranza, l'azienda non ha voluto accettare nemmeno la mediazione del prefetto. Oggi in fabbrica c'è paura; da quando la proprietà è del fondo bancario la pressione sui lavoratori è aumentata, il dialogo con la direzione è diventato sempre più difficile, anche perché abbiamo a che fare con dirigenti che di produzione ne sanno poco o nulla, che ragionano solo con i numeri dei bilanci. Oggi, dopo i licenziamenti, chiunque può pensare che la prossima volta toccherà a lui – qualcuno pensa di tutelarsi fondando un sindacato autonomo, su ispirazione della direzione - anche perché l'articolo 18 è stato violato dalla legge Fornero. La legge ha cambiato il quadro e addossa l'onere della prova al lavoratore, non è più l'azienda che deve dimostrare che licenzia perché è in crisi o perché la tua mansione non c'è più; per riavere il tuo posto di lavoro sei tu che devi dimostrare che non è vero, altrimenti ci sono solo quattro soldi di risarcimento. E' anche umiliante, ti viene persino un senso di colpa, ti chiedi perché è toccato proprio a te, arrivi a pensare che sia colpa tua, ti vengono in mente vecchie discussioni con i capi sulla produzione e ti chiedi se forse hai perso il lavoro per quelle cose lì.

Io oggi sono disoccupato, in attesa della causa legale per dimostrare che non c'è motivo di licenziamento economico, visto che l'azienda fa utili che poi accantona per ammortare l'investimento. Mi tormento di giorno e non dormo la notte. Mi hanno offerto dodici mensilità per dimettermi, ma non ho accettato. Per dignità. Ho iniziato a cercare un nuovo lavoro, come ho fatto quando sono arrivato qui da ragazzo, dal mio paese del sud; ma allora era più facile, oggi c'è troppa fame di lavoro, alla mia età poi è più difficile, non te lo danno”.

 

 


 

“Mi chiamo Cristiano, lavoro alla Gibentech di Bologna, ho iniziato come operaio e sono arrivato a essere un settimo livello, responsabile di pianificazione, produzione e della certificazione di qualità. Dopo 26 anni di lavoro, lo scorso 4 marzo, mi hanno detto che non gli servivo più e licenziato. In realtà si è trattato di mobbing, quello che colpisce una buona metà degli operai da parte di un capo officina despota, che – per dire – per consegnarti le buste paga te le tira a terra. Io sono stato fisicamente aggredito dal capo dopo una discussione di lavoro. Ho chiesto un chiarimento al padrone, ma lui non mi ha nemmeno risposto, ha chiuso i rapporti con me. A quel punto ho mandato una diffida al capo officina, perché non lo facesse più. Dopo tre mesi – passati i termini per un'eventuale denuncia penale – sono stato chiamato in direzione e mi hanno licenziato in base alla legge Fornero, per motivi economici, per 'crisi' e perché la mia mansione sarebbe stata soppressa. Dicendomi che dovevo uscire subito dall'azienda, fare la scatola con le mie cose e andarmene senza toccare il computer. Ma l'azienda non è in crisi, anzi, e qualche giorno dopo il mio licenziamento hanno fatto un paio di assunzioni. Mi hanno cacciato per dimostrare chi comanda: il capo è andato dal padrone a dirgli di chiarire chi decideva in fabbrica.

In attesa della seduta di conciliazione al Dipartimento territoriale del lavoro, i miei compagni hanno iniziato a scioperare: 4 ore di fermata ogni giorno per un'intera settimana e poi un'ora di sciopero al giorno: per solidarietà con me e per farsi forza di fronte alla paura di nuove prepotenze. E così il 22 marzo l'azienda ha ceduto, ha revocato il licenziamento e mi ha reintegrato con effetto immediato senza aspettare la procedura legale. Hanno voluto dare una prova di forza e l'hanno ricevuta.

La mia vittoria è stata la vittoria di tutti, ottenuta grazie al sindacato e solo grazie allo sciopero, perché non possiamo più contare, come prima, sulle leggi; che dobbiamo riconquistare per ribaltare il brutto clima che si è creato, quella prepotenza insopportabile che si respira in fabbrica. Per questo per me il reintegro era fondamentale, per sconfiggere chi pensa di poter comandare quel che vuole, che usa la paura per governare il mondo. Io sono abituato a reagire alle sberle della vita, ma mica è così per tutti. Quando mi hanno licenziato, la cosa più difficile è stata dirlo a mia madre: per lei – anziana e malata – una cosa simile era spaventosa, una botta più per lei che per me”.

 

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Pour que le jour se leve. Perché il giorno si levi

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Mercoledì, 04 Maggio 2016 15:49

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In sciopero di giorno e in piedi la notte, questo l’auspicio dei molti che si stanno mobilitando in Francia da ormai quasi due mesi, alla rincorsa dell’unione tra il giorno e la notte perché la necessità è quella di mettere un granello di sabbia dappertutto « Il faut mettre des grains de sable partout. », per bloccare tutto, per cambiare tutto.

Dall’annuncio della riforma del lavoro così detta El Khourmi in Francia (che potete leggere qui in pillole) è stata subito risposta d’agitazione, organizzata e spontanea. E’ partito un appello on line- che trovate qui- che ha raccolto più di un milione di firme in due settimane e che ha dato subito al governo il senso del crollo di un’opinione pubblica già non favorevole (a oggi circa il 70% dei francesi si dichiara contro la riforma); sono partiti i sindacati con manifestazioni e scioperi (quello del 28 aprile è stato il quarto), si sono fermate spontaneamente le scuole, le università, i precari, si è creata una frattura non solo tra governo e lavoratori ma soprattutto tra governo e giovani che sono scesi in piazza sotto i cartelli con scritto: “saremo noi i lavoratori precari di domani” “on vaut mieux que ça! vogliamo più di questo”.

Nei mesi precedenti alla riforma François Ruffin ha girato un film dal titolo “Merci Patron!”, ora nelle sale in Francia, che racconta la vertenza positiva condotta contro Bernard Arnault proprietario di LVMH (il “polo” del lusso francese) conclusa con un indennizzo di 40.000€ a un lavoratore ingiustamente licenziato e a seguito della vertenza riassunto a tempo indeterminato.

Il regista vicino a un collettivo che si raccoglie nella pubblicazione di un giornale bimestrale chiamato Fakir (link) si rende conto a ogni presentazione del film alla quale partecipa che la narrazione di una vertenza positiva libera energia tra le persone, che tutti si trovano vicini nella voglia di provare a sfidare l’esistente rinforzati dal fatto che “la lotta paga” e che però se ne vanno tutti dalla sala chiedendosi dove portare quell’energia che si libera. Da lì l’idea di lanciare la sera della manifestazione nazionale del 31 marzo a Parigi a Place de la Republique: una proiezione pubblica del film unita a un appello (qui), “stasera non rientriamo a casa”. La proiezione si trasforma in un’assemblea che decide di prendersi la piazza e di cambiare il corso degli eventi. Dal 31 marzo Place de la Republique è diventa Piazza della Comune, come l’hanno ribattezzata gli attivisti che da allora siedono li tutti i pomeriggi in gruppi di lavoro e tutte le sere in assemblee generali orizzontali dove chiunque è libero di alzarsi e prendere la parola. Dal 31 marzo il corso del tempo ha virato, la piazza ha proclamato infatti che quel marzo non si sarebbe arreso, “non sarebbe mai finito” inaugurando un nuovo calendario: 32 marzo, 33 marzo, 34 marzo.... mentre stiamo scrivendo siamo arrivati al 63 marzo.

Parlare di Nuit Debout non è facile, l’impressione nell’attraversare la piazza e le discussioni che li si tengono è che sia tutto animato da molto spontaneismo: si passa da un gruppo che discute di antispecismo alla radio della piazza, dalla commissione sciopero generale alle femministe, dagli agricoltori, ai gruppi di supporto tecnico a chi riscrive la costituzione a chi discute di Ttip (il contestato – e pessimo - trattato commerciale transatlantico). Le anime in piazza sono molteplici e non necessariamente riconoscibili in realtà organizzate, la piazza è strutturata in maniera orizzontale ognuno prende liberamente parola, un linguaggio di segni comuni per gestire l’assemblea che tutti i giorni si tiene dalle 18h del pomeriggio in poi. Attorno alla piazza gravitano dagli Intermittenti e precari dello spettacolo1 senza esserne parte integrante, il collettivo Fakir, i liceali e gli universitari studenti e professori (tra cui Frédéric Lordon uno dei fondatori degli économistes atterrés).

Oltre lo spontaneismo la piazza sembra però catalizzare energie che arrivano da molto più lontano e che li sono maturate perché a mio parere quello che sta accadendo in Francia, al di là della lodevole resistenza alla riforma, è un fatto molto importante: il rivelarsi la consapevolezza dei giovani, degli studenti che si dichiarano già i lavoratori precari del domani. C’è un’intera generazione - che in realtà non è semplicemente delimitata da un fattore anagrafico - che si fa costituente, che si fa portatrice di un processo di ri-sindacalizzazione della società, che cerca di opporsi a un modello che ha schiacciato tutti, operai, intellettuali, studenti nel precariato selvaggio che il capitalismo utilizza per servire al meglio i propri azionisti.

Nelle giornate precedenti lo sciopero del 28 marzo un’assemblea promossa alla Bourse du Travail spinge la discussione in avanti: come strutturarsi per poter durare, quali obiettivi, quale il passo successivo? Il movimento si trova spinto in avanti in una discussione che guarda al sindacato come principale soggetto con cui realizzare la convergenza delle lotte che capeggia su tutte le assemblee di Nuit Debout.

L’interlocuzione non è facile, da un lato il timore che il sindacato possa mettere sulla piazza un cappello, verticalizzare e ingessare la discussione; dall’altra l’apertura fatta dalla Cgt le viene fatta scontare tutta al congresso di Marsiglia, durante il quale la stampa usa contro il primo sindacato francese il poster che la federazione della comunicazione fa a sostegno degli attivisti e contro la polizia che reprime ad ogni occasione la protesta tra lacrimogeni e cariche.

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Tuttavia in vista del 28 il segretario generale della Cgt incontra il movimento e dopo la manifestazione decide di accettare l'invito ad andare a place de la Republique.

La Fiom in quei giorni ha deciso di esserci inviando una delegazione (qui nota stampa) per incontrare il sindacato francese, prendere parte alla manifestazione e all'assemblea di Nuit Debout.

Una “missione” decisa in primo luogo perché in Francia con grande retorica si sta utilizzando il Jobs Act italiano come metro positivo di paragone della riforma di cui noi invece conosciamo bene gli esiti, perché quello che accade oltralpe è uno dei tanti fronti aperti in Europa sul quale bisognerebbe capire come far si che il sindacato europeo dia una risposta generale e di sistema; e poi perché la composizione di un fronte allargato e di un'alleanza tra lavoratori garantiti e non garantiti e con i giovani ha molto da insegnare a tutti nelle pratiche prima ancora che nella teoria. In questi giorni ho sentito spesso critiche sul fatto che i migranti e le periferie, le banlieu, non fossero centrali nella discussione, tuttavia viene da pensare che per quanto classico sia il binomio che accumuna contemporaneamente (insieme è un'altra cosa) studenti e operai nelle strade, la consapevolezza che ne emerge è quella di una generazione che non vuole continuare a fare da carne da macello e che reclama per stessa, e non solo, un mondo diverso, è proprio quello che mette in discussione il paradigma neoliberista dentro al quale Tina impera (There Is No Alternative non ci sono alternative) e che porta con se l'irrigidimento di tutto il resto.

Dal mio parziale punto di vista che è quello di una sindacalista che segue l'Europa, perché questa grandissima mobilitazione riesca nell’impossibile compito di mettere insieme il giorno e la notte, perché la forza di resistenza diventi dilagante e incessante e travolga la riforma ma sia anche capace di andare oltre - oltre lo stato d’urgenza imposto dopo gli attentati, oltre le politiche di austerità, oltre la crisi della classe politica francese, oltre il nazionalismo redivivo dalle elezioni appena scorse - facendosi forza resistente e costituente, serve un passo ulteriore. Questo passo, che rischia di essere fragile e perciò preziosissimo potrebbe mettere insieme i lavoratori (e il sindacato nei posti di lavoro), i liceali che occupano le scuole (alcune insieme ai migranti), i precari, i lavoratori intermittenti dello spettacolo, gli atenei in blocco e i movimenti sociali. Il 28 aprile con tutto questo ha fatto le prove generali di discussione mettendo molti di questi soggetti davanti a un microfono e seduti in piazza.

Il primo obiettivo è stato almeno nominare i reciproci sospetti e alcune delle domande raccolte a maggioranza e rivolte al sindacato lo dimostrano: “i valori della Cgt sono compatibili con Nuit Debout?”, “ci sono problemi di corruzione nel sindacato?”.

Alla discussione prendono parte la Cgt con numerosi esponenti di varie categorie, Solidaire, Sud Commerce e molti delegati: Air France, i macchinisti, lavoratori del Mac Donald, intermittenti dello spettacolo - che chiedono supporto alla piazza nelle occupazioni dei vari teatri tra cui l'Odeon effettuate a Parigi negli stessi giorni -, tassisti, lavoratori della sanità, e molti altri.

I lavoratori della comunicazione e dell'informatica della Cgt mettono a disposizione le proprie competenze al movimento mentre gli studenti si mettono a disposizione degli scioperi e chiedono aiuto a riattivare la partecipazione dopo le vacanze (in Francia in queste settimane i licei erano in congedo e le Università erano impegnate nella sessione esami).

Dalla piazza ripetutamente in un crescendo che arriva fino all'intervento finale di Philippe Martinez, il segretario generale della Cgt, si leva un coro che interroga il sindacato e lo sfida sullo sciopero generale: “tous ensemble tous ensemble greve general”.

Il sindacato si offre al confronto: “C'è bisogno di voi – dice Martinez - c'è bisogno di movimenti cittadini dappertutto perché la convergenza delle lotte deve portarci a riscrivere la cittadinanza a rivendicare una sua piena applicazione: nei posti di lavoro, in tutto il paese. Dobbiamo allargare lo sciopero e discutere di come, di come possiamo andare tutti insieme anche nelle aziende dove i militanti sono repressi perché scioperano. Noi siamo pronti ad andare avanti, non ci fermeremo fino alla fine senza ambiguità perché siamo per la convergenza delle lotte andando a discutere con i nostri lavoratori, creando fiducia e le condizioni perché la prospettiva al di là di questa legge sia la trasformazione della società e il progresso sociale”.

La piazza li sfida a tornare e sulla riuscita di questo asse si gioca molto della reciproca efficacia.

Due i punti che da sindacalista vedo da Parigi. Il primo, portare a casa l'obiettivo comune: il ritiro della legge El Khourmi per dimostrare che è possibile e che insieme si può andare avanti fino a rimettere in discussione tutto, fino a cambiare paradigma, trasformando la società come dicono in piazza e come dice il segretario confederale, risindacalizzandola anche, dando delle risposte ai lavoratori spremuti dalla crisi e ai giovani che reclamano il diritto all'avvenire. Il secondo, ancora più difficile del primo: estendere il dominio della coalizione, se è vero che la Francia è uno dei fronti aperti allora non resta che mettere insieme una battaglia comune, una rivendicazione comune: Nuit Debout l'ha capito subito e il 7 e l'8 maggio ha già lanciato un appello per un'assemblea internazionale a Place de la Republique. A mio avviso anche il sindacato europeo ha la possibilità e la responsabilità di mettere insieme la mobilitazione francese con quella italiana, finlandese e con i lavoratori greci che chiedono il diritto alla contrattazione collettiva.

 


1 i lavoratori intermittenti dello spettacolo in Francia sono i lavoratori che lavorano nello spettacolo, nella fotografia nel cinema, hanno uno statuto che disciplina il loro trattamento che è rimesso in discussione dalla legge El Khourmi che interviene su questa materia nei suoi annessi; per lavoratori dello spettacolo non sintendono solo gli attori o i registi ma anche tutto ciò che a questo gravita attorno, come per esempio i tecnici luci, suoni etc. Un settore che va da se non può avere un ciclo di produzione continua poiché banalmente la creatività non può essere unattività continua così come tutti coloro che gravitano attorno a questo settore sono legati a tempi intermittenti di chiamata al lavoro. Poiché il lavoro è intermittente ma la vita no, i lavoratori dello spettacolo francesi con lunghe lotte nei decenni scorsi sono riusciti ad ottenere uno statuto che assicura loro - nel caso in cui svolgano almeno 507ore di lavoro in 10 mesi (adesso 12 dopo laccordo sindacale della notte del 27 aprile) un reddito annuale che dia loro la possibilità di sostenere i propri bisogni dignitosamente anche nei periodi appunto dintermittenza.

iMec 3/2016. Dirittamente. No al Jobs Act

Category: Segnalazioni
Creato il Martedì, 19 Aprile 2016 14:10

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Studiato l'inganno, fatta la legge. di Umberto Romagnoli

Tre referendum e una legge per un nuovo diritto del lavoro

Un anno di Jobs Act: pochi occupati, tanti precari

Articolo 18, il capro espiatorio di una battaglia ideologica

La precarietà fatta persona

Jobs Act, quanto ci costi

Uno stimolo al declino

Libertà di licenziamento dalla Fornero a Renzi: tre casi emblematici

- Licenziato dal jobs act

- Reintegrato dagli scioperi

- Vittima della manovra fornero

Jobs Act: cronaca di un fallimento annunciato

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Lunedì, 11 Gennaio 2016 11:51

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Come risposta alla crisi del 2008, le economie della periferia europea hanno adottato politiche deflattive con l’obiettivo di recuperare competitività e far ripartire crescita ed occupazione. Il tutto in completa ottemperanza ai dettami della visione neoliberista che egemonizza l’agenda di politica economia europea. In Italia, la legge 183 del 2014, evocativamente denominata ‘Jobs Act’, ha svolto un ruolo chiave determinando uno storico cambiamento nell’equilibrio delle relazioni industriali. Portando a completamento il percorso di riforma cominciato all’inizio degli anni 90, il Jobs Act ha sancito un definitivo livellamento verso il basso delle tutele dei lavoratori. Le più rilevanti modifiche introdotte dalla legge riguardano: 1) l’introduzione di una nuova tipologia contrattuale a ‘tempo indeterminato’, pensata per divenire la forma prevalente nel sistema italiano, che elimina ogni obbligo di reintegro del lavoratore nel caso di licenziamento privo di giusta causa o giustificato motivo oggettivo (tranne nei casi di dimostrata discriminazione o di licenziamento comunicato oralmente); 2) l’introduzione della videosorveglianza per mezzo di dispositivi elettronici – misura che ha dato adito a forti polemiche circa la violazione della privacy e delle libertà individuali; 3) la completa liberalizzazione dell’uso dei contratti atipici. In particolare, per i contratti a termine viene meno per i lavoratori il diritto all’assunzione a tempo indeterminato e al risarcimento monetario nel caso di superamento da parte dell’azienda del limite del 20% del totale dell’organico a tempo indeterminato. E’ stato inoltre aumentato il tetto al reddito percepibile tramite lavoro accessorio, incentivando di fatto l’uso dei voucher -rapporti di lavoro senza alcuna garanzia e tutela per i lavoratori- da parte delle imprese.

Il tema più dibattuto della legge 183/2014, sia sul piano politico sia su quello sindacale, rimane il ‘contratto a tutele crescenti’ che pone fine alla cosiddetta ‘tutela reale’ (racchiusa nell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, abrogato dal Jobs Act) quale attributo dei contratti “stabili e indeterminati”. I nuovi rapporti di lavoro così definiti, infatti, non possiedono la caratteristica della stabilità dal momento che il licenziamento senza diritto al reintegro è sempre possibile senza una giusta causa e, allo stesso tempo, enormemente meno oneroso per le imprese (l’obbligo è stato ridotto a un indennizzo di due mensilità per anno di lavoro al lavoratore licenziato). Tuttavia, nominalmente il ‘contratto a tutele crescenti’ viene presentato come “indeterminato”. Tuttavia, l’indeterminatezza si risolve in questo: il lavoratore non sa quando esattamente si risolverà il suo rapporto di lavoro, ma sa che ciò può avvenire in qualunque momento se il datore di lavoro decide in questo senso. Inoltre, la Legge di stabilità 2015 ha incentivato l’utilizzo del nuovo contratto attraverso la decontribuzione totale del costo del lavoro per le imprese per tre anni; un incentivo valido sia per le nuove assunzioni che per la trasformazione di contratti a termine (ma non di apprendistato) già in essere.

In un articolo appena pubblicato come working paper (prodotto nell’ambito del progetto europeo Horizon 2020 ISIGrowth), abbiamo proposto una valutazione preliminare degli effetti del Jobs Act. Quest’ultimo viene inquadrato quale tassello finale di un processo di liberalizzazione del mercato del lavoro cominciato a metà degli anni ’90 e assunto come elemento cardine della politica economica italiana. Tale strategia si rifà ad un approccio di tipo neoliberale in nome del quale le ‘rigidità del mercato del lavoro’ – ovvero la presenza di sindacati, del salario minimo, della contrattazione nazionale o delle tutele reali contro il licenziamento – sarebbero le cause principali della disoccupazione persistente, del mancato incontro tra domanda ed offerta nel mercato del lavoro e, più in generale, delle deboli performance competitive delle economie.

I fatti stilizzati messi in luce nel working paper mostrano come la debole dinamica dell’economia italiana – in particolar modo per quel che riguarda occupazione e produttività – non appare invertirsi lungo tutto il periodo di liberalizzazione analizzato.

Tra il 1995 e il 2014, l’economia italiana è stata caratterizzata da esigui investimenti in ricerca e sviluppo, sia pubblici che privati. Tale dinamica ha indebolito la struttura industriale, rendendola sempre meno competitiva e capace di espandersi. La politica economica, piuttosto che affrontare le proprie criticità strutturali, ha scelto invece di inseguire pedissequamente la via della deflazione e della deregolamentazione del mercato del lavoro, senza interrogarsi sulla validità di tale scelta.

Ma il progressivo e costante alleggerimento dei vincoli ed il parallelo rafforzamento degli incentivi alle imprese non ha intaccato nessuna delle problematiche storicamente rilevanti del mercato del lavoro italiano: la relativa minor partecipazione delle donne al lavoro; la persistenza del tasso di disoccupazione giovanile; il forte divario tra nord e sud del paese circa la performance produttiva ed occupazionale. Non fa eccezione il Jobs Act.

Attraverso l’uso di dati, sia di fonte amministrativa che campionaria (Indagine sulle forze di lavoro), viene evidenziata l’inefficacia del Jobs Act nel raggiungere gli obiettivi previsti in termine di espansione dell’occupazione e di riduzione della quota dei contratti a tempo determinato. Lo stesso dicasi per la riduzione di quelli atipici.

I dati mostrano, infatti, come la gran parte dell’incremento occupazionale riguardi i contratti a tempo determinato. Al contrario, l’aumento dei contratti a tempo indeterminato è dovuto principalmente alla trasformazione di contratti a termine preesistenti e non alla creazione di nuova occupazione. In particolare, è importante sottolineare come gli incentivi monetari forniti alle imprese non si siano concretizzati in nuova occupazione a tempo indeterminato, ma abbiano, piuttosto, favorito la trasformazione di contratti temporanei in contratti ‘permanenti’. Questi ultimi, come già argomentato, solo virtualmente permanenti, contrariamente agli sgravi contributivi per le imprese, la cui portata nei bilanci è molto reale e tutt’altro che marginale.

 

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Al netto di trasformazioni e cessazioni, dunque, i contratti a tempo indeterminato rappresentano una quota modesta, il 20% sul totale dei contratti stipulati durante i primi nove mesi del 2015. Inoltre, in termini di ore lavorate, i risultati lasciano emergere che i contratti part-time – per lo più dal carattere involontario – sono più numerosi proprio fra i tempi indeterminati piuttosto che fra i contratti a tempo determinato.

 

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I dati dell’Indagine sulle forze di lavoro confermano come l’incremento dell’occupazione, dopo l’introduzione del binomio Jobs Act-decontribuzione, è sostanzialmente debole e, in gran parte, dovuto a nuovi contratti a tempo determinato. Inoltre, l’aumento più sensibile dei contratti a tempo indeterminato sembrerebbe aver interessato le coorti più anziane (oltre 55 anni) di lavoratori e non le coorti più giovani. L’occupazione giovanile e la variazione del tasso di inattività di questi ultimi sembrerebbe essere principalmente spiegato dalla recente introduzione del programma ‘Garanzia giovani’ e dall’esplosione dei cosiddetti vouchers (come emerge con chiarezza dall’analisi delle fonti di natura amministrativa).

I dati dell’Indagine sulle forze di lavoro mettono ulteriormente in luce l’incapacità del Jobs Act di rispondere ai compiti che era stato chiamato ad assolvere. Da questo punto di vista, il working paper ISIGrowth mostra come tra il primo e il secondo trimestre del 2015, in Italia, il 35% dei disoccupati ha smesso di cercare lavoro, transitando dalla disoccupazione all’inattività. Un’evidenza che spiega, tra le altre cose, la riduzione del tasso di disoccupazione tanto decantata in questi mesi dal governo Renzi. L’insieme di evidenze disponibili e raccolte finora – confermate dalle più recenti rilevazioni Istat- testimonia come il trend di indebolimento della struttura occupazionale italiana non ha mostrato segni di inversione dall’introduzione del Jobs Act in poi. Quest’ultimo sembra invece facilitare lo spostamento di parte della forza lavoro italiana verso il settore dei servizi a scarso contenuto tecnologico (magazzinaggio, ristorazione e turismo), senza nessun incremento occupazionale nell’industria.

Questo elemento risulta di estrema pericolosità se legato agli effetti della crisi sulla struttura dell’economia italiana. In particolare, la significativa riduzione della capacità produttiva osservata fra il 2008 ed il 2013 e la sofferenza del settore manifatturiero segnalano la necessità di politiche industriali e interventi pubblici diretti a stimolare la creazione di produzioni – ed occupazione – stabili, qualificate e ad alta intensità tecnologica. La strada scelta dal governo italiano appare, tuttavia, opposta. L’aver scelto il Jobs Act, ovvero il definitivo smantellamento delle tutele dei lavoratori, quale elemento cardine della propria strategia di politica economica ha un unico significato: invitare le imprese italiane a competere abbattendo i costi (cioè i salari) disincentivando la strada dell’investimento in tecnologia, innovazione e formazione dei lavoratori.

In conclusione, il combinato disposto ‘Jobs Act’-decontribuzione si è rivelato, sin ora, inefficace in termini di quantità, qualità e durata dell’occupazione generata. Il potenziale effetto deflattivo di tali politiche, inoltre, rischia di contribuire ulteriormente all’indebolimento della struttura occupazionale ed industriale italiana, già gracile all’inizio della crisi del 2008 e pesantemente colpita da quest’ultima.

 

*www.sbilanciamoci.info

Cancelliamo le leggi ingiuste e sbagliate | Volantino referendum

Category: Comunicati e volantini
Creato il Lunedì, 26 Ottobre 2015 12:33

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Dal lavoro alla scuola, dalle istituzioni alla legge elettorale. Da quando è in carica, con decreti e disegni di legge, il governo Renzi è intervenuto su alcune delle principali materie che segnano la vita delle persone. Cambiandola in peggio. Nei prossimi mesi la stessa sorte potrebbe toccare a questioni cruciali come i contratti nazionali di lavoro, il diritto di sciopero e la sanità. Per non parlare delle pensioni che, invece, giacciono abbandonate allo stato cui le ha ridotte la riforma Fornero.
Il governo in carica ha fatto tutto questo senza avere alcun mandato politico esplicito - perché eletto con una manovra di palazzo – e violentando le regole parlamentari ricorrendo più volte al ricatto del voto di fiducia. In questo modo le persone che dovranno fare i conti con queste leggi non hanno mai potuto dire la loro su quelle materie, non sono mai state ascoltate: vale per le lavoratrici e i lavoratori di fronte al Jobs Act che ha distrutto i diritti dello Statuto senza creare occupazione stabile, per gli studenti e gli insegnanti alle prese con una pessima «buona scuola» che fa dell'istruzione e della formazione una corsa ad handicap sociale, per tutti i cittadini di fronte ai cambiamenti istituzionali ed elettorali che violentano la Costituzione e ridisegnano l'edificio statale seguendo un impianto autoritario e castale.
La Fiom si è opposta a tutto questo: con la Cgil ci siamo mobilitati, abbiamo scioperato e manifestato fin dai primi giorni del percorso parlamentare del Jobs Act. Contro tutto questo – e contro quanto si prospetta su contratto, diritti, sanità e pensioni – continueremo a muoverci a partire dai luoghi di lavoro e con la contrattazione, aziendale e nazionale.
Ma ora bisogna fare di più, perché siamo di fronte a leggi sbagliate che chiediamo di non applicare. E che dobbiamo far cambiare.

 

PER QUESTO CHIEDIAMO L'OPINIONE DELLE LAVORATRICI E DEI LAVORATORI METALMECCANICI PER SAPERE SE CONDIVIDONO LA POSSIBILITÀ DI RICORRERE AI REFERENDUM PER CANCELLARE LE LEGGI SBAGLIATE E ANTISOCIALI CHE HANNO COLPITO LA DIGNITÀ E I DIRITTI DEI LAVORATORI E DEI CITTADINI E SE RITENGONO UTILE CHE LA FIOM-CGIL SI IMPEGNI IN QUESTA DIREZIONE.

 

Domenica 20 settembre a “Presa diretta” il lavoro dopo il Jobs Act

Category: Segnalazioni
Creato il Mercoledì, 16 Settembre 2015 14:30

Presa diretta dedica al lavoro e al Jobs Act la puntata del 20 settembre (ore 21,05, Rai3). Gli inviati della trasmissione di Riccardo Iacona partono dalla Sata di Melfi per un'indagine nel mondo del lavoro e del precariato, dopo l'approvazione del Jobs Act. Titolo della trasmissione, “Tutele crescenti”

 

 

L’occupazione e le sue domande

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Venerdì, 04 Settembre 2015 11:32

 

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Il 3 settembre la Bce ha annunciato di essere pronta a immettere ancora liquidità nella zona euro: come risultato l’euro a ricominciato a perdere terreno nei confronti del dollaro e le borse europee si sono messe a correre per qualche ora allettate dal doping valutario e dall’aumento di competitività a buon mercato. Sono queste le notizie (e le promesse) che piacciono ai cosiddetti mercati, e persino al mercatino della Piazzaffari milanese. Quest’ultimo è rimasto pressoché impassibile invece due giorni prima quando sono usciti i dati Istat su pil e occupazione. Evidentemente alle borse interessano poco i dati sulla cosiddetta economia reale, oppure hanno creduto poco agli ansiosi entusiasmi renzian-polettiani. O tutte e due le cose. “Saremo la maglia rosa della Ue” ha del resto subito sparato il capo del governo, dopo che nei giorni precedenti era stato costretto a redarguire il suo ministro per la figuraccia rimediata sui dati taroccati con cui ha cercato di dimostrare quant’è bello il jobs act.

 

Di certo le stime dell’Istat non lasciano troppo spazio agli ottimismi, nemmeno a quelli facili che scambiano una classica stagnazione con una ipotetica ripresa. Registrano una lieve risalita dell’occupazione a luglio, con il solito balletto fra la condizione di disoccupazione e quella di inattività (http://www.istat.it/it/archivio/167287). E registrano un lieve rialzo del pil nel secondo trimestre (http://www.istat.it/it/archivio/167323), ancora molto incerto poiché in buona parte determinato dalla variazione delle scorte e accompagnato da una lieve crescita dei consumi delle famiglie e da una domanda estera netta negativa.

 

Rispetto al mese precedente, l’occupazione cresce un pochino a luglio (+44 mila). Ma più dell’aumento degli occupati rilevano la riduzione dei disoccupati (-143 mila) e il contestuale aumento degli inattivi (+99 mila), al cui interno sono classificati anche i senza lavoro che non cercano attivamente lavoro pur desiderando lavorare. Sono stime mensili, e sono soggette a un errore statistico perché sono basate su un campione ridotto, ossia un terzo di quello usato per le stime trimestrali e un dodicesimo di quello delle stime annuali. E in più sono stime destagionalizzate e non stime effettive, sono cioè trattate per rendere confrontabili direttamente i dati relativi ai singoli mesi. Quando, come promette l’Istat, a partire dal prossimo comunicato verranno diffusi anche gli intervalli di confidenza di queste stime mensili ci si renderà conto della cautela con cui dovranno essere trattate variazioni così lievi prima di lasciarsi andare. E così vedremo se l’ansia da prestazione si trasformerà in analisi più serie e articolate: ma c’è da dubitarne. Nel frattempo vale la pena di sottolineare qualche domanda fra le tante che questi dati da un po’ ci fanno.

 

Un primo quesito che merita per esempio una grande attenzione - e oramai magari anche qualche risposta - è il seguente: perché la crescita dell’occupazione (+180 mila stimati nel secondo trimestre di quest’anno) è tutta concentrata nel segmento degli ultra-cinquantenni mentre continua a scendere al di sotto di quella soglia di età? Non sarà mica “merito” delle riforme pensionistiche che ritardano l’uscita dal lavoro? E quali “nuovi” occupati sono questi, quali storie hanno alle spalle? Se si opera un confronto con gli altri paesi Ue ci si accorge che siamo in presenza di una vera e propria anomalia italiana che data all’indietro a prima della crisi. In Francia e Germania, ad esempio, questa forbice occupazionale è stata di entità molto minore ed è rapidamente rientrata; in Svezia e nel Regno unito non c’è proprio stata.

 

Un altro quesito riguarda il part-time, che continua ad aumentare (+41 mila nel secondo trimestre). Questa cosa di per sé non sarebbe un male se non fosse che è soprattutto involontario: lavoratori costretti ad accettarlo in mancanza di un occupazione a tempo, e soprattutto a salario, pieno. È certo il governo che questa sia una buona occupazione, o non nasconda piuttosto evasione contributiva, perdita di risorse e riduzione di diritti? Vale forse la pena di descrivere, come minimo, in quali settori e regioni questo fenomeno è più acuto. Anche i 77 mila dipendenti a termine in più meritano qualche analisi, soprattutto a fronte della riduzione dei collaboratori: l’aumento dell’occupazione dipendente non è altro che la trasformazione di precari formalmente indipendenti (i cococo appunto) in precari dipendenti, probabilmente delle stesse imprese.

 

Vi è poi la questione delle ore effettivamente lavorate che costituiscono la variabile più importante del mercato del lavoro. In questa fase di stagnazione sarebbe interessante conoscere l’evoluzione del monte ore complessivo e dei valori pro capite, la cui tendenza alla riduzione potrebbe confermare la necessità di redistribuire l’occupazione attraverso riduzioni di orario: la diffusione del part-time potrebbe significare anche questo. Dalla crisi del ’29 si uscì proprio con una grande riduzione di orario.

 

Altro punto importante sono i cosiddetti inattivi, quelli che non sono né occupati né disoccupati secondo le convenzioni della statistica ufficiale: sono 14 milioni nella fascia in età di lavoro e sono diminuiti di 271 mila unità nel secondo trimestre. Sarebbe una buona notizia, ma in realtà non lo è. Al loro interno sta infatti aumentando (+133 mila) la componente costituita da quanti sono disponibili a lavorare o cerca lavoro ma non in maniera assidua. L’osmosi di quest’area con la disoccupazione e con il lavoro sommerso è talmente importante e rilevante che non ha più senso ormai commentare il tasso di disoccupazione o il calo dei disoccupati senza tenerne conto. E allora, dove sono finiti i disoccupati cresciuti a giugno e poi spariti a luglio? Non sarebbe il caso di pubblicare stime mensili anche di queste componenti dell’inattività, la cui stima (vista la loro consistenza) dovrebbe essere piuttosto affidabile? Non dovrebbero le autorità di governo prestare la massima attenzione all’inattività (altra tipica anomalia del mercato del lavoro nostrano) e investire sulle politiche del lavoro, visto che l’inattività è legata proprio alla loro assenza?

 

Infine, due parole sulla questione “maglia rosa”. Nonostante il peso dell’inattività che implicitamente riduce il numero di disoccupati, il tasso di disoccupazione in Italia (12%) è il sesto peggiore dei 28 paesi Ue: stiamo messi meglio solo di Grecia, Spagna, Cipro, Croazia e Portogallo. La Germania sta al 4,7%, il Regno unito al 5,6%, la Svezia al 7,4%. La crescita su base annua del pil italiano nel secondo trimestre (+0,7%) è la più bassa di tutta l’Ue, fanno peggio solo la Finlandia del falco Katainen (profeta in patria) e l’Austria, mentre una decina di paesi stanno oltre il +2%. Serve il doping spacciato da Draghi…

 

Occupazione: la festa non è qui

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Martedì, 09 Giugno 2015 11:43

 

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L’Istat ha stimato nel primo trimestre di quest’anno 133 mila occupati in più, 145 mila disoccupati in meno e 51 mila inattivi in meno rispetto allo stesso periodo del 2014. Il ministro Poletti ne ha ovviamente dedotto che è tutto merito del Jobs Act, e gran parte della stampa si è affrettata a dargli ragione: “l’ulteriore segno che siamo fuori dalla recessione”. Ma queste interpretazioni sono tendenziose perché quei dati raccontano un’altra storia e pongono casomai ulteriori quesiti: basta guardarci dentro.

Va detto anzitutto che quei 133 mila occupati in più stimati dall’Istat sono in maggioranza a termine: poco meno di tre quarti dei 107 mila occupati dipendenti in più sono a termine (72 mila), quasi la metà a part-time (45 mila, per lo più involontari, cioè avrebbero voluto un impiego a tempo pieno), e 27 mila contemporaneamente a termine e part-time. Tuttavia, in pochi si sono chiesti come mai quell’aumento riguarda solo individui - diciamo così - non più giovani.

Quei 133 mila in più derivano in effetti da una maggiore occupazione nelle file degli ultra 45-enni (+377 mila) e anzi è dovuto in massima parte agli occupati con più di 55 anni (+267 mila). Per contro, nelle classi di età centrali e giovanili si è avuta una riduzione di 244 mila occupati. Dunque, è occupazione anziana quella che si sarebbe creata. Ma è più che mai legittimo il sospetto che non si tratti di “creazione” ma casomai di un possibile effetto perverso dell’inasprimento delle regole per andare in pensione: aumentano gli anziani al lavoro perché non viene loro concesso di smettere di lavorare. L’esiguità dei trattamenti pensionistici inoltre costringe questo segmento, anche quando potrebbe lasciare, a rimanere al lavoro, magari al nero se necessario, per integrare il proprio reddito e non mollare definitivamente la ricerca di sostentamento.

Il fenomeno è più eclatante se lo si esamina su un orizzonte più lungo. Rispetto al primo trimestre del 2011 sono stati persi nel complesso 378 mila occupati: questo dato deriva però per un verso da un aumento di quasi un milione di occupati over 55 (1,3 milioni se si estende la platea agli over 45) e per l’altro da una riduzione di 1,7 milioni degli occupati al di sotto della soglia dei 45 anni. Fra questi ad essere maggiormente colpiti sono non solo e non tanto i giovanissimi (i quali comunque registrano 300 mila occupati in meno) quanto piuttosto gli individui nel pieno della loro vita lavorativa (25-44 anni, -1,4 milioni). Vale la pena di rimarcare il fatto che gli andamenti appena descritti sono peraltro comuni al nord e al sud del paese: gli incrementi occupazionali sono concentrati presso gli over 55 (sono aumentati di un terzo in quattro anni) mentre gli occupati sotto i 45 anni diminuiscono ovunque (meno 11%). Viene allora alla mente la retorica del “conflitto fra generazioni” strombazzata fino alla noia dai difensori delle riforme pensionistiche la quale invece non ha fatto altro che inasprire perversamente la condizione occupazionale nelle fasce di età medio basse. Un effetto del tutto prevedibile: se impedisci alla gente di andare in pensione è difficile che crei occupazione.

Questa distorsione nella struttura dell’occupazione la si ritrova peraltro nel segmento degli inattivi, ossia fra gli individui in età di lavoro (15-64 anni) che non sono occupati e che non sono collocati fra i disoccupati poiché non cercano attivamente lavoro o non sono disponibili a lavorare. In totale sono oltre 14 milioni e fra di essi si annidano importanti segmenti di disoccupazione nascosta e, come spesso viene chiamata, scoraggiata. In Italia la sua incidenza è assai elevata, e questo è un problema assai grave fino a diventare una vera e propria emergenza soprattutto al sud e fra le donne. Ebbene, nel primo trimestre di quest’anno il numero totale degli inattivi è sceso di 51 mila unità, proseguendo una tendenza alla riduzione in corso da più di un anno. A prima vista apparirebbe un dato positivo e incoraggiante: un aumento della partecipazione al mercato del lavoro. Ma sembra che non sia proprio così.

Quel numero è infatti figlio di una riduzione degli inattivi concentrata solo fra gli over 55, mentre nelle classi di età più giovani gli inattivi stanno invece aumentando fortemente. Non a caso l’area di inattività più contigua con quella della disoccupazione – dove sono concentrati gli inattivi più giovani - cresce quasi del 10% in un anno (+311 mila nel primo trimestre 2015 rispetto all’analogo periodo del 2014): si tratta di oltre due milioni di persone che non cercano attivamente lavoro anche se vorrebbero lavorare. Al tempo stesso si assottiglia invece l’area delle persone che sono fuori dal mercato del lavoro perché in pensione (-7,6%). Un quadro dunque coerente con quello che emerge dall’esame dell’andamento dell’occupazione. Aumenta solo l’occupazione dei “più anziani” mentre si assottiglia quella dei “più giovani”, si riduce l’inattività ma soprattutto perché diminuisce il numero dei pensionati mentre aumenta vistosamente la zona grigia della disoccupazione, quella nascosta e scoraggiata, concentrata fra gli under 45.

Non stupisce a questo punto la riduzione dei disoccupati in senso stretto, quelli che non sono occupati e cercano attivamente lavoro. Sempre nel primo trimestre di quest’anno l’Istat ne stima 145 mila in meno (sono comunque 3,3 milioni), pari a una riduzione percentuale del 4,2% rispetto a un anno prima. Il sospetto, più che fondato a questo punto, è che questa riduzione sia figlia dell’aumento dello scoraggiamento: in tutte le classi di età la riduzione nel numero dei disoccupati è più che compensata dall’incremento della zona grigia della disoccupazione. Non a caso l’unica componente in crescita (+35 mila) è data dalle persone over 55 che si sono messe a cercare un lavoro. E qui siamo alla seconda perversione: l’aumento della disoccupazione nascosta (che coinvolge, è bene ricordarlo, oltre due milioni di individui) mantiene bassa quella in senso stretto, che è l’unica che viene commentata.

Colpisce perciò la superficialità con cui governo e media compiacenti (ci sono o ci fanno?, verrebbe da chiedersi) giudicano positivamente l’attuale evoluzione del mercato del lavoro con un “tutto bene madama la marchesa” che non è comunque un buon segno. Gli strumenti da mettere in campo dovrebbero essere incentrati sul contrasto alla disoccupazione nascosta e al lavoro nero e sulla riduzione dell’orario di lavoro, e non possono essere affidati alla buona sorte né a commenti estemporanei né tanto meno alle forze di un mercato che non c’è.

 

Un Workers Act per cambiare

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Mercoledì, 03 Giugno 2015 17:20

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Quella che segue è l'introduzione al “Workers Act”, le proposte elaborate da “Sbilanciamoci!” come alternativa al Jobs Act del governo.

 

L’insieme di testi presentato dal governo, non per essere discusso ma affidato con una serie di deleghe all’esecutivo, va chiarito a coloro che vi saranno obbligati senza aver potuto contribuire alla sua elaborazione. Dietro le formule nebulose si rivela, non detta, la volontà di rendere la prestazione della manodopera più flessibile in entrata e in uscita, cioè meno garantita per i dipendenti sia nell’assunzione, sia nel licenziamento, che torna a essere possibile a piacimento del padronato con un semplice rimborso, abolendo sia nel licenziamento, che torna a essere possibile a piacimento del padronato con un semplice rimborso, abolendo quel che restava dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori del 1970, dopo il già grave ridimensionamento operato dalla riforma Fornero del 2012.
Il lavoro diventa soggetto a tutte le versioni e forme diverse di precariato; il contratto a tempo indeterminato, definito in modo ingannevole “a tutele crescenti”, allarga tempi e spazi di precariato a cominciare senza remora alcuna dai primi tre anni, quando è perfino esente da imposizione fiscale per l’impresa. La troppo vasta tipologia dei contratti, con regolamenti relativi, non è stata corretta salvo in parte nel contratto a progetto, dov’era diventata scandalosa. In genere la molteplicità delle misure recepisce quella che – quando l’attuale Pd era ancora Pci e il sindacalismo cattolico aveva i suoi anni di gloria – era comunemente definita “giungla contrattuale”. I ripetuti annunci di semplificazione sono brutalmente smentiti da una legislazione il cui arruffamento non è indice di confusione, quanto moltiplicazione delle vie offerte al datore di lavoro di trattare i suoi dipendenti con il metodo “usa e getta”.
Si tratta di un arretramento poderoso dei lavoratori nei rapporti di forza con il capitale, perseguito dal governo nella convinzione – almeno presentata come tale – di agevolare l’imprenditore in un rilancio della crescita dell’economia, come se la sua attuale fluttuazione dallo zero allo zerovirgola si dovesse alle pretese eccessive imposte dai dipendenti, dai “lacci e lacciuoli” da loro messi allo sviluppo. L’assenza di qualsiasi piano di reindustrializzazione e di riduzione della disoccupazione crescente in Italia dimostra la miopia dell’attuale esecutivo nell’operare questa stretta.
Essa non è dovuta alla crisi, ma ne profitta per ridurre le tutele dei lavoratori e l’importo dei salari, insomma per allargare i profitti dell’impresa e indurre una ripresa degli investimenti a spese dei salariati, senza modificare il prodotto o le tecniche di produzione. È una svolta di 180 gradi rispetto alla linea keynesiana che aveva sorretto la crescita del dopoguerra; una svolta che non solo penalizza i dipendenti ma non riesce a vivificare il mercato, che già fa sapere di non contare su più di un punto di crescita come conseguenza dell’applicazione del Jobs act. Il cardine della politica di austerità si rivela non solo socialmente ingiusto, ma inefficace, producendo tensioni sociali e soffocamenti; l’esempio più negativo è quello che Bruxelles insiste ad imporre alla Grecia con filosofia del rimborso totale e in tempi stretti del debito, ma è una politica che pesa su tutti i paesi del sud Europa, mettendone in pericolo l’integrazione. È evidente l’intenzione di dare all’Europa una configurazione squilibrata fra nord e sud, confermando il potere dei primi, mentre si accantona ogni tentativo di definire condizioni uguali per tutti nella fiscalità e nelle strutture produttive.
Il Jobs act ha imposto di forza una diminuzione dei diritti del lavoro che interpella il parlamento e i partiti decisivi in esso, in primis il Pd, sulla svolta culturale avvenuta in questi anni; l’idea che un paese si fa del rapporto di lavoro è infatti fondamentale per la qualità della democrazia e della socialità che si persegue. L’idea del lavoro ha conosciuto una crescita difficoltosa ma costante dalla seconda guerra mondiale e dalla sconfitta del fascismo fino agli anni novanta del secolo scorso, e un’involuzione decisiva nella legificazione dell’attuale governo; è significativo che essa avvenga sotto l’egida di un premier espresso dal più grande partito di sinistra, fino a venti anni fa simbolo del movimento operaio. Non siamo una eccezione, sono chiamati governi di sinistra o di coalizione con la sinistra quelli che trascinano l’Europa sulla via dell’austerità, con la restrizione dei diritti sociali, del welfare e della spesa pubblica.
Questa svolta culturale ha radici lontane. C’è da riflettere sul fatto che il movimento sociale più partecipato e liberatorio, quello del 1968, che esplode alla fine di un decennio di lotte, apre in Italia la strada a due nuove e decisive forme del politico: il movimento delle donne (femminista) e quello ecologico, fra loro disuniti, ma prorompenti su strati e soggetti sociali nuovi rispetto al movimento operaio, e spinti più che a integrarlo a metterlo sotto accusa per la balbuzie con i quali i suoi esponenti politici e sindacali, piuttosto che sposarne gli intenti, vi restano in concreto estranei. Femministe e verdi accusano la già eccessivamente conclamata “fabbrica” di sordità sulla questione delle donne (sordità dovuta al maschilismo dominante sia a destra che a sinistra) e, peggio, di aver appoggiato o addirittura spinto a uno sviluppismo industriale sconsiderato, cieco ai limiti del pianeta e quindi opposto alla sostenibilità della produzione e dei territori.
Sta di fatto che questi grandi filoni di critica del presente investono masse crescenti ma divise e incapaci di parlarsi, ciascuna in contrapposizione alle altre e aspirante all’egemonia. La cosiddetta crisi della politica è stata una porta spalancata al liberismo che pareva espulso dall’orizzonte e vi è trionfalmente rientrato, e con tanto più impatto in quanto che essa si verifica contemporaneamente al precipitare delle società dette comuniste. L’Unione sovietica, la Repubblica popolare cinese e Cuba, rivoluzioni nate in condizioni storiche diverse ma che hanno avuto in comune l’obiettivo della liberazione del lavoro dal capitale sono tutte e tre passate – dopo il 1989 – a forme esplicite di capitalismo di stato, aperto all’iniziativa privata.
È stato il caso più evidente di eterogenesi dei fini di un movimento internazionale giovanile che, mirando a un approfondimento inedito del pensiero politico moderno e delle sue principali istituzioni attraverso uno scavo delle radici dell’autoritarismo ai fini di una più compiuta liberazione della persona, perde di vista la mondializzazione del capitale, e ritenendo impossibile metterla in causa , ha finito con l’offuscare dalle coscienze l’importanza del rapporto di lavoro, un tempo considerato “centrale”.
Certo non da solo; le modifiche dell’organizzazione proprietaria e della produzione, il venir meno della grande fabbrica, già contenitore della parte essenziale della forza lavoro e quindi luogo deputato delle sue elaborazioni politiche e sindacali, ha favorito la presa profonda nella società di alcune realtà e di alcune favole: la fine della figura operaia, proprio mentre essa assumeva proporzioni inedite sul globo, la fine di una identificabile proprietà del mezzo di produzione, il moltiplicarsi delle esternalizzazioni e delle tipologie contrattuali, il dilagare del prodotto immateriale rispetto alla fisicità del prodotto industriale, l’immaterialità delle tecniche del processo produttivo, la crescita, rispetto alle capacità elementari del lavoro parcellizzato, del ricorso a un “intelletto generale” che implicava facoltà e molteplici saperi della vita urbana. Tutto questo ha prodotto e accompagnato la frammentazione della coscienza dei lavoratori e il minore impatto delle loro organizzazioni tradizionali. Sta di fatto che dagli anni ottanta in poi l’aderenza di una “coscienza operaia” alle trasformazioni proprietarie e del processo produttivo è andata sfocandosi e indebolendosi, mentre nel formarsi in misura crescente di movimenti puntuali ma separati, appare perduta un’interpretazione comune dell’avversario capitalistico e del “che fare” degli sfruttati. I gruppi di ricerca infittiscono ma non comunicano, neanche nelle forme razionali: c’è la separatezza dei sindacati anche in Europa, il frantumarsi di un’opinione politica comune, fatta eccezione per Syriza in Grecia e Podemos in Spagna.
Neanche quando il governo lancia un’operazione capitalistica su grande scala, come il Jobs act, essa produce una scossa immediata di percezione da parte del blocco popolare, probabilmente perché di “blocco” non si può più, o non ancora, parlare – e qui si viene alla proposta di coalizione sociale di Maurizio Landini. In Italia occorre molto tempo perché si realizzi una manifestazione nazionale di protesta, mentre l’infiacchirsi dei meccanismi maggioranza/opposizione in democrazia induce reazioni scomposte del governo.
Non va dimenticato infatti che il frutto più velenoso della “crisi della politica”, visibile specialmente negli eventi elettorali, è l’impoverimento della rappresentanza e delle sue regole primarie che dà luogo al confuso emergere di un “partito della nazione” immaginato da Renzi, in cerca di un’investitura popolare, che rinnovi i fasti del 40% ottenuto alle elezioni europee, sul quale si basa l’autorità di cui fa sfoggio per indebolire il patto costituzionale. La ricezione inizialmente senza intoppi – tranne quelli venuti dalla Cgil o, come questo lavoro, da Sbilanciamoci!, nel silenzio del Partito democratico – è significativa di un’ennesima caduta culturale e morale del paese. Di qui l’importanza negativa del Jobs act e di questo tentativo di opporgli una critica e un’alternativa, offerte come materiale di lavoro alla classe operaia e ai suoi gruppi di studio, cui spetta discuterle ed eventualmente modificarle.

Telecontrollo, una mina sul Jobs Act

Category: Segnalazioni
Creato il Lunedì, 04 Maggio 2015 16:28

Monitorare i lavoratori a distanza. Con gps, sensori e smart card. Nella riforma di Renzi è prevista anche questa possibilità. Ma la materia è spinosissimaa e lo steso governo non ha ancora fatto di decreti per renderla concreta

 

L’ultimo caso è scoppiato poche settimane fa in Telecom Italia. Dove i lavoratori dei call center, a larga maggioranza, hanno bocciato un accordo firmato da azienda e sindacati sul trattamento dei dati personali, al grido di “No al Grande Fratello”. In realtà il nome in codice era più benevolo: “cloud delle competenze”. Se lo avessero accettato, nella nuvoletta sarebbero finiti, perfettamente visibili in tempo reale da una sala di regia, i dati di tutte le loro prestazioni, minuto per minuto. La durata delle telefonate di A, il numero dei contatti di B. Obiettivo dell’azienda: gestire meglio i flussi, far fruttare al massimo ogni telefonata, intervenire sui punti deboli. Con alcuni paletti messi dai sindacati: nessun dato preso da quella nuvoletta poteva essere usato per prendere provvedimenti disciplinari o economici (richiami, o premi di produzione o altro). E nessun nome vicino alla trascrizione in testo, anche questa automatica, del contenuto delle telefonate. Ma i paletti non hanno rassicurato affatto gli impiegati dei call center Telecom, che hanno respinto l’accordo sconfessando i sindacati (tutti, dalla Cgil all’Ugl), e deludendo l’azienda che per tutta risposta ha deciso di scorporare i call center con tutti i loro novemila recalcitranti addetti.
 
 
Fonte: l'Espresso

Convegno: Contrasto al Jobs Act, proposte e iniziative per un nuovo statuto dei lavoratori

Category: Stampa e relazioni esterne
Creato il Martedì, 17 Marzo 2015 12:34

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Come ridare tutele a tutte le forme di lavoro, dopo che il Jobs Act ha cancellato i diritti garantiti dallo Statuto dei lavoratori. E' questo il tema di un convegno organizzato dalla Fiom-Cgil e dalla Consulta giuridica della Fiom, cui interverranno giuslavoristi, sindacalisti, rappresentanti di associazioni che si occupano delle nuove forme di lavoro.

L'incontro si terrà a Roma, presso l'Auditorium di via Rieti, mercoledì 18 marzo, dalle ore 14 alle ore 18,30 e avrà per titolo “Contrasto al Jobs Act: proposte e iniziative per un nuovo Statuto dei diritti di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori”.

Il convegno sarà introdotto e coordinato da Elena Poli della Consulta giuridica Fiom nazionale.

Interverranno: Papi Bronzini (Basic Income Network Italia), Andrea Lassandari (giuslavorista, Università di Bologna), gli avvocati Franco Focareta e Alberto Piccinini, il giuslavorista Umberto Romagnoli, il segretario generale della Fiom-Cgil Maurizio Landini, la segretaria nazionale della Cgil Serena Sorrentino, Anna Soru (presidente Associazione consulenti terziario avanzato), Alessandro Torti (Social Strike).

 

Fiom-Cgil/Ufficio Stampa

Roma, 17 marzo 2015

Jobs Act, niente più co.co.pro. Anzi, no

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Venerdì, 13 Marzo 2015 16:34

essere precari

 

Un fantasma si aggira per il mercato del lavoro italiano. Si tratta del lavoro a progetto (c.d. “co.co.pro.”), del quale il governo ha annunciato la scomparsa presentando i decreti attuativi del Jobs Act. A partire dal primo gennaio 2016 non sarà infatti più possibile assumere con questa forma contrattuale, il che – si sostiene- comporterà la fine della precarietà per circa mezzo milione di lavoratori “autonomi”. Certo, al posto del contratto a progetto, ai lavoratori spetterà l’assunzione con il nuovo contratto a tutele crescenti, privo delle tutele in caso di licenziamento illegittimo. Ma si tratta comunque di un sostanziale miglioramento delle loro condizioni di occupazione.

Questa narrazione della riforma in atto è sorprendentemente presa per buona dagli organi di informazione e da tutti gli attori politici e sociali. Perfino i sindacati non ne mettono in dubbio la fondatezza ed appuntano le loro critiche sul fatto che la fine delle collaborazioni a progetto non riguarderà tutti i lavoratori, non toccando - ad esempio- quelli pubblici.

Nessuno sembra essersi accorto che proprio intorno a questa tipologia di lavoratori si sta realizzando una clamorosa opera di mistificazione della realtà, superiore persino a quella sottesa alla messa a regime delle tutele crescenti. Il che rende il dibattito in corso vagamente surreale.

E’ vero infatti che il Jobs Act - una volta pienamente attuato - cancellerà il lavoro a progetto. Gli effetti di tale operazione saranno però ben diversi da quelli raccontati dal governo, per la semplice ragione che la sua scomparsa non impedirà il ricorso alle collaborazioni coordinate e continuative (c.d. co.co.co), che così rinasceranno a nuova vita.

La beffa sta nella norma con la quale si intenderebbe stabilizzare come lavoratori subordinati i lavoratori autonomi (“collaboratori”) sino ad oggi assunti a progetto. Si legge infatti nell’art.47 del decreto attuativo che i futuri collaboratori avranno diritto ad essere assunti come lavoratori subordinati se svolgono “prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative, di contenuto ripetitivo e le cui modalità di esecuzione siano organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro”. Ora, una simile norma non fa che dire una cosa ovvia, ripetendo –male- quanto i giudici del lavoro affermano da decenni sulla base del codice civile: e cioè che un lavoratore autonomo (co.co.co, co.co.pro. o partita iva, nulla cambia) non è tale se si trova a prestare la propria attività senza alcuna autonomia. E nessuno ha mai dubitato del fatto che debba considerarsi subordinato un lavoratore che svolge prestazioni di “contenuto ripetitivo”, con “tempi” ed in “luoghi” determinati dal committente. Il problema è che questo pacifico principio di diritto - a causa della sua vaghezza e difficoltà applicativa - non ha impedito il proliferare dei “finti” lavoratori autonomi e non garantisce alcun diritto a quelli “veri”.

Ma c’è di più. Le vigenti norme che regolano il lavoro a progetto impongono vincoli formali al committente che utilizza un co.co.co. (la redazione di un progetto scritto, appunto) e attribuiscono un minimo di tutele al lavoratore (malattia, maternità e retribuzione, in primo luogo). Da questo punto di vista si tratta dell’unica parte della legge Biagi ispirata a una finalità protettiva e di tutela del lavoratore; per quanto deboli possano essere considerate le tutele previste, è un fatto che prima del 2003 i co.co.co non avevano neppure quelle. Cancellando questa parte della legge Biagi dunque, non si contrasta la precarietà ma, al contrario, si eliminano i (pochi) limiti che negli ultimi anni hanno arginato le forme più estreme di sfruttamento del lavoro autonomo “economicamente dipendente”.

Insomma con il Jobs Act, i co.co.co, lungi dallo scomparire, potranno tornare a moltiplicarsi e a lavorare senza regole e senza neppure quei pochi diritti benevolmente concessi dal governo Berlusconi. Così va il mondo del lavoro nell’era della sinistra moderna e post-ideologica.

 

Giovanni Orlandini. Professore associato di diritto del lavoro presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Siena.

Post Jobs Act: come ricostruire i diritti del lavoro

Category: Eventi
Creato il Mercoledì, 11 Marzo 2015 19:04

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Come ridare tutele a tutte le forme di lavoro, dopo che il Jobs Act ha cancellato i diritti garantiti dallo Statuto dei lavoratori. E' questo il tema di un convegno organizzato dalla Fiom-Cgil e dalla Consulta giuridica della Fiom, cui interverranno giuslavoristi, sindacalisti, rappresentanti di associazioni che si occupano delle nuove forme di lavoro.

L'incontro si terrà a Roma, presso l'Auditorium di via Rieti, mercoledì 18 marzo, dalle ore 14 alle ore 18,30 e avrà per titolo “Contrasto al Jobs Act: proposte e iniziative per un nuovo Statuto dei diritti di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori”.

Il convegno sarà introdotto e coordinato da Elena Poli della Consulta giuridica Fiom nazionale.

Interverranno: Papi Bronzini (Basic Income Network Italia), Andrea Lassandari (giuslavorista, Università di Bologna), gli avvocati Franco Focareta e Alberto Piccinini, il giuslavorista Umberto Romagnoli, la segretaria nazionale della Cgil Serena Sorrentino, Anna Soru (presidente Associazione consulenti terziario avanzato), Alessandro Torti (Social Strike).

Concluderà Maurizio Landini, segretario generale della Fiom-Cgil.

 

Jobs Act, un pericolo per la salute e la sicurezza

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Giovedì, 05 Marzo 2015 11:15

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Cosa cambiano le nuove norme in materia di diritto del lavoro per quanto riguarda la qualità della gestione dei rischi per la salute e la sicurezza nel lavoro? Dal punto di vista formale, per il momento, al di là della complessa vicenda dell'istituzione dell'Agenzia unica delle ispezioni sembrerebbe non cambiare nulla.

Ma non è vero. Jobs Act nei fatti ridisegnerà nei prossimi mesi e più in profondità nei prossimi anni i sistemi di relazione e potere tra lavoratori e impresa, tra lavoratori e lavoratori e tra lavoratori e rappresentanza sindacale (Rsu e Rsa) e di scopo (Rls).

Il primo aspetto che subirà una trasformazione profonda e radicale sarà la possibilità e agibilità dei lavoratori e delle lavoratrici di esprimere con la partecipazione il proprio punto di vista su aspetti critici della gestione della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro.

La storia della crescita della partecipazione dei lavoratori nei luoghi di lavoro, dagli anni '70 in poi, ha coinciso con un feed back continuo tra lavoratori e impresa che è servito in molte imprese per migliorare le modalità di gestione della sicurezza e delle condizioni di lavoro. La partecipazione dei lavoratori nelle imprese più illuminate è stata favorita dalla continuità dei rapporti di lavoro, dalla consapevolezza dei lavoratori che con il loro contributo di conoscenza sul campo aiutavano l'impresa a migliorare il lavoro e le condizioni di lavoro.

I lavoratori hanno fatto esperienze di partecipazione e hanno contribuito a migliorare la qualità del lavoro e della gestione degli aspetti critici riguardanti anche salute e sicurezza.

Le persone partecipano quando sanno di essere ascoltate e che in qualche misura il loro contributo di partecipazione conta e serve a migliorare la condizione complessiva del lavoro.

Tutto questo sarà ancora possibile dopo la ventata di cultura autoritaria e dirigista contenuta in filigrana nel dispositivo del Jobs Act ? I fattori negativi che taglieranno le gambe a qualsivoglia processo partecipativo sono intrinseci alla filosofia della norma.

Immaginiamo il vissuto non detto che passa per la testa di tante persone in queste ore. Sei un lavoratore anziano con esperienza e con qualità nel lavoro ma sei fuori "moda" in tempi della "rottamazione", non sei più un target sul quale l'azienda investirà. Eccoti pronto, se rompi le scatole, una bella procedura legale di autentico mobbing: il demansionamento con relativa riduzione del salario...
Il demansionamento è una delle esperienze più devastanti l'identità e l'autostima della persona.
Se poi si vuole andare oltre c'è sempre il licenziamento per ragioni economiche ....

Questo potrebbe essere, purtroppo, il Jobs Act per voi, cari ragazzi e ragazze nati negli anni '50 ...

Questo vale anche per i quarantenni e cinquantenni. Se questo sarà il clima in molte aziende nei prossimi mesi, speriamo di sbagliare, si accrescerà nel silenzio la sofferenza e il rancore sociale che in genere non ha mai prodotto lavoro in qualità nè nulla di buono, neanche per i padroni.

Il peggio sarà la competizione silente tra colleghi nella triste gara di compiacere chi ha un pò più di potere sul tuo futuro di lavoratore, sul permesso per assistere il genitore anziano, sulla miriade di piccole cose della vita quotidiana nel lavoro e oltre. Chi conosce gli ambienti di lavoro sa di cosa parlo.

Sei un lavoratore giovane o una ragazza new entry, assunta con l'incentivo degli sgravi fiscali, ti faranno assaggiare per un pò un lavoro a tempo indeterminato ... in alcuni casi soltanto fino all'esaurimento del beneficio fiscale... Il rinnovo del contratto, il passaggio concreto alle "tutele crescenti" sarà collegato alla sottomissione e adattamento passivo a ogni richiesta della gerarchia di prossimità, il team leader, il caporeparto. Sfortunati coloro che capiteranno sotto un team leader o caporeparto cattivello e un pò sadico.

La speranza per ciascuno di questi giovani e ragazze è quella di capitare in un'azienda eticamente corretta che non intenda abusare dell'eccesso di potere che il Jobs Act ha attribuito all'impresa togliendo molti paletti rispetto agli abusi possibili da parte delle gerarchie intermedie e di prossimità.

Tutto questo rende molto più complessa la gestione dei rischi per la salute e la sicurezza: la partecipazione dei lavoratori in molte realtà sarà debole o totalmente subalterna. I rischi "psico-sociali" verosimilmente non saranno visualizzati e affrontati. Le nuove patologie da lavoro attese, oltre a quelle tradizionali saranno quelle "psicosociali".

Ci sarà un clima diverso nelle aziende, con più silenzio, il non detto da parte dei lavoratori sarà la "comunicazione" prevalente, la prevenzione e la tutela della salute saranno più difficili in mancanza della partecipazione attiva dei oggetti interessati.

Questo scenario che prospetto è anche un'ipotesi di ricerca : sarei felice di essere smentito, tra qualche tempo, come incorreggibile pessimista. In ogni caso i sindacati dei lavoratori si trovano di fronte ad una formidabile sfida su come, con la ricerca, riapprendere ad essere animatori di partecipazione in un contesto ancora sconosciuto come lo fu per qualche tempo il sistema produttivo dopo la ristrutturazione degli anni '60. Allora le organizzazioni sindacali riuscirono a individuare il nuovo soggetto trainante la partecipazione che animò straordinarie lotte per il miglioramento della salute e della sicurezza e delle condizioni di lavoro, l'operaio della linea di montaggio. Ora quel soggetto non è più trainante e le nuove serialità innovative sono tutte da scoprire. Senza ricerca per una adeguata conoscenza del lavoro di oggi non c'è la speranza d'innovare il modo di lavorare del sindacato e il sindacato e migliorare le condizioni di lavoro, in salute e sicurezza.

 

(Tratto da “newsletter diario prevenzione”)

Fiom Toscana. Braccini: "Con il Jobs Act si creano ulteriori disuguaglianze"

Category: Fiom Toscana
Creato il Venerdì, 20 Febbraio 2015 17:39

Massimo Braccini, segretario generale Fiom-Cgil Toscana, ha rilasciato oggi la seguente dichiarazione.

 

Il Jobs Act determina un doppio binario nella gestione dei licenziamenti sia collettivi che individuali, trattamenti diversificati, non ragionevoli e che tendono a creare ulteriori disparità e disuguaglianze nel mondo del lavoro.

I principi costituzionali in quella legge di fatto vengono stravolti visto che viene messo in discussione il principio di uguaglianza.

Invece organismi che nessuno ha mai eletto come l'OCSE e che negli ultimi anni non hanno indovinato nessuna previsione, plaudono a questa riforma e incoraggiano il Governo Renzi ad andare avanti su questa strada. Ma quale sarebbe questa via maestra?

I dati purtroppo sono allarmanti riguardo la disoccupazione, la perdita di potere d'acquisto e l'impoverimento collettivo e tutte le riforme come quelle portate avanti fino ad oggi non solo non hanno dato risultati, ma hanno aggravato la situazione.

Con la riforma Fornero e quindi la possibilità di poter licenziare meglio e lo scempio sulle pensioni ci raccontavano che saremmo arrivati in breve tempo alla ripresa, invece siamo all'esatto contrario.

Riforme che hanno prodotto danni e che vanno rimesse in discussione provando a far riformare da un'altra parte, dal capitale, altrimenti la svalorizzazione del lavoro non avrà fine.

Questa crisi e il debito pubblico che continua a crescere inesorabilmente, ma che probabilmente serve anche come spettro per legittimare qualsiasi scelta politica a favore dell'impresa e del rapporto capitale/ lavoro, creerà una ingiustizia sociale così profonda che trasformerà l'intera società in un qualcosa che ci riporterà verso un nuovo Evo.

I fondamentali delle politiche su cui si è costruita l'europa sono fallimentari, certo non per tutti, alcuni stanno facendo profitti come mai si sono visti, ma la gran massa dei lavoratori e delle persone si stanno impoverendo.

La conquista di un nuovo Contratto collettivo nazionale di lavoro e la redistribuzione della ricchezza diventano una priorità se vogliamo ritornare a discutere di diritti collettivi e del sociale, altrimenti tutto sarò affidato al mercato. Certo i bisogni e le società sono cambiate, la perdita di produttività in Italia è in scesa vertiginosa e questo ci deve far riflettere sulla costruzione di un progetto di società alternativo anche in rapporto all'ecologia.

Provvedimenti però come il Jobs Act che mettono al centro la libertà d'impresa e scardinano il diritto del lavoro vanno messi in discussione e va preparata una lotta sindacale di lungo respiro, non escludendo di ricorrerere ad un apposito referendum abrogativo che metta in discussione anche tutta la riforma Fornero e per il ritorno alle pensioni di anzianità quale DIRITTO in una società civile.

 

Massimo Braccini

Segretario generale Fiom Toscana  

Firenze, 20 febbraio 2015

Il Jobs Act ti cambia la vita... in peggio [volantino]

Category: Comunicati e volantini
Creato il Mercoledì, 21 Gennaio 2015 17:15

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Alle lavoratrici e ai lavoratori toglie diritti e tutele, alle imprese regala soldi e libertà di licenziare: contratti incerti per noi, tutele certe per loro.

 

La Fiom ha rivendicato il ripristino del diritto alla reintegra nel lavoro previsto dall'art.18 estendendolo a tutte le lavoratrici e lavoratori, l'estensione della cassa integrazione a tutte le imprese e a tutti i lavoratori, l'introduzione di un reddito minimo come strumento di tutela universale, l'aumento del costo del lavoro atipico e la riduzione delle tipologie contrattuali: un contratto unico a tempo indeterminato a tutele progressive attraverso l'allungamento del periodo di prova, a secondo delle diverse qualifiche professionali, tempo determinato con il ripristino delle causali, apprendistato, part-time, somministrazione solo per le alte professionalità, definire una sola tipologia di lavoro autonomo con parità di diritti.

 

 

Tfr in busta paga: chi ci perde, chi ci guadagna [volantino]

Category: Comunicati e volantini
Creato il Mercoledì, 21 Gennaio 2015 17:10

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Il governo, anche quando dice di voler sostenere il reddito e il salario, in realtà ne approfitta per aumentare le tasse ai lavoratori e per ridurre il valore della contribuzione integrativa versata.

Con Jobs Act e Legge di stabilità, utilizza le risorse per garantire alle imprese la libertà di licenziare.

 

 

 

 

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