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24 Febbraio 2017
Federazione Impiegati Operai Metallurgici

17 items tagged "Grecia"

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Solidarietà e donazioni dalla Grecia per Amatrice

Category: News Europa
Creato il Lunedì, 03 Ottobre 2016 14:30

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Un ringraziamento speciale al sindacato greco Poem che nella settimana del proprio Congresso ad Atene ha deciso di fare una donazione sul conto corrente predisposto da Cgil, Cisl e Uil  a favore delle popolazioni colpite dal sisma. Sappiamo che i lavoratori e le lavoratrici greche hanno affrontato e stanno ancora affrontando grandi difficoltà e quindi siamo doppiamente colpiti dal loro gesto di solidarietà che ancora una volta ci indica che l’unità dei lavoratori europei e il mutuo aiuto siano la strada maestra per l’uscita dalle logiche di divisione imposte dal regime dell’austerity.

 

Ufficio Europa Fiom-Cgil

 

Roma, 3 ottobre 2016

Idomeni, viaggio ai confini dell'umanità

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Lunedì, 04 Aprile 2016 14:21

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Una carovana di base. Una marcia “di popolo”. Un viaggio in comune. Un’esperienza letteralmente straordinaria, che parla di alternative possibili e di auto-organizzazione e che insieme dimostra come l’«altra Europa» può solo stare dalla parte dei migranti.

Idomeni, sul limbo fra Grecia e Macedonia, era la mèta della “missione umanitaria” di circa 300 attivisti d’ogni tipo di #overthefortness. Molti erano presenti in estate sulla rotta dei Balcani. Altri parteciperanno alla manifestazione del Brennero davanti al nuovo confine blindato.

Idomeni pochi mesi fa era così. E all’arrivo questo era lo scenario. Nel campo principale – che si snoda dai binari della ferrovia fino al piccolo bosco, dai grandi tendoni di Medici Senza Frontiere fino ai piedi del piccolo paese – le ultime statistiche Unhcr contabilizzano 11.324 persone (su 51.430 presenti in tutte le strutture di accoglienza dell’intera Grecia). Più del 60% sono donne, bambini e minori non sempre insieme al resto della loro famiglia. In sostanza, metà della “popolazione” arriva dalla Siria con una nutrita presenza di migranti curdi e dell’Afghanistan, ma anche in arrivo da Pakistan e Iraq.

Idomeni è un vero e proprio inferno. È la succursale di Damasco o Aleppo, ma anche di Baghdad, Kabul, Kobane. Da lontano, sembrerebbe un enorme, gigantesco e sconfinato camping. Dentro, esplode nel pandemonio quotidiano della sopravvivenza. Di fatto, Idomeni è il lager a cielo aperto del Duemila. L’inferno dell’Europa senza memoria, coscienza, vergogna.

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La carovana italiana ha rappresentato una significativa parentesi, perfino al di là della distribuzione degli aiuti materiali. Idomeni è il binario morto di Bruxelles e lo spettro di un esodo altrettanto biblico che preme alle porte. Buco nero dei diritti umani non negoziabili, missione impossibile di centinaia di volontari internazionali, specchio aggiornato di guerre e terrorismi. Una bolgia maledetta.

Il gorgo di Idomeni restituisce souvenir da scandalo. Poliziotti in assetto di guerra scattano selfies con i profughi ammassati al confine della Macedonia. Disabili in carrozzina, bambini soli, mutilati di guerra con un tubo al posto della protesi che vagano nella tendopoli. Un gruppo assalta il camion con i viveri rimasto isolato; altri uomini con le corde recuperano pigne e spezzano rami dagli alberi; nelle stalle dell’ormai ex centro veterinario si rassetta il tappeto di paglia davanti alla “casa” in poliestere formato igloo.

In campo” #overthefortness ha messo in gioco un po’ di tutto: il team legale con la verifica pratica del corso di formazione di Roma; lo sport antirazzista del Nord Est e la cooperazione del Lazio; solidarietà capitale e nuovo tour dei diritti. Con tante altre tessere di un mosaico solidale che da Brescia a Taranto, da Trieste a Parma, dalla Sicilia a Venezia, dal Nord Europa alle Marche ha dimostrato l’altro modo di essere europei rispetto alla fortezza dei palazzi di potere a Bruxelles o Francoforte.

E fino all’ultimo il gruppo degli “artigiani” della carovana sono rimasti nel cuore del campo profughi di Idomeni. Ha lavorato per illuminare finalmente l’area di fronte ai bagni chimici, garantire un po’ più di elettricità e “saponette” wi fi, regalare un generatore alla tenda infopoint, montare il gazebo anche a beneficio dei bambini. Contemporaneamente davanti alla prefettura di Salonicco sono arrivate le altre pettorine arancioni della carovana. Con la rete studentesca Antarsya e i migranti dell’orfanatrofio occupato di Salonicco hanno richiamato l’attenzione sulle conseguenze del recente accordo fra Unione europea, Grecia e Turchia. Poi in corteo attraverso la città.

È un viaggio che sarà difficile dimenticare, soprattutto perché non si lascia ingabbiare dagli schemi “politici” né liquidare dalla banale disinformazione mainstream. Ciascuno ha riportato in Italia ciò che ha visto di persona, toccato con mano e ascoltato senza guardare uno schermo al plasma.

La carovana #overthefortness è stata anche il “miracolo” di un’organizzazione tutta femminile: Barbara, Stella, Valentina hanno pianificato e gestito quest’esperienza davvero straordinaria.

Ora tutti sono impegnati a testimoniare quel che hanno imparato a Idomeni: un’eco che va amplificata con ogni mezzo.

PS: QUI è disponibile la rassegna stampa multimedia

Il doppio passo della Grecia

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Mercoledì, 03 Febbraio 2016 17:10

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Atene un anno dopo le elezioni e a sei mesi dall’imposizione delle “cure” della Troika in salsa tedesca, appare ancora sotto ricatto costante e il suo sforzo incessante rischia di uscire dagli onori della cronache europee.

La voragine che si è aperta in Grecia negli ultimi anni è molto lontana da una ricomposizione, i tassi di disoccupazione sono ancora altissimi e quello giovanile - attorno al 60% - testimonia come la crisi si sia inghiottita due intere generazioni.

Per le stesse strade percorse un anno fa qualche negozio è tornato ad aprire ma ciò che più colpisce chi arriva da una qualsiasi delle altre capitali europee è l'assenza del clima d'emergenza che attanaglia l'Occidente: niente camionette o pattuglie armate a difesa della sicurezza minacciata dal terrorismo, niente sensazione d'ansia di civiltà assediata dalla barbarie.

Attorno alla lunga strada che porta al Pireo e che attraversa l’aerea industriale di Atene, ancora tutto è fermo e nelle tende davanti al Ministero del lavoro ancora si danno il cambio lavoratori che rivendicano il diritto al lavoro e nel migliore dei casi un diritto a essere pagati per il lavoro che si svolge - con arretrati che in alcuni casi arrivano fino a 40 mesi.

In questi dodici mesi tutti si sono occupati della Grecia, ma pochi hanno capito l'importanza e anche il “peso” del mandato democratico chiesto al poplo greco per ben tre volte in meno di un anno. Chi si trova a governare il Paese oggi sconta la difficoltà principale di un’agenda imposta, di obiettivi inflitti e di un’eredità pesante; si trova sostanzialmente a dover reimpostare il Paese, intrappolato in una posizione in cui muovere un passo è d’obbligo ma allo stesso tempo dove ogni passo mosso rischia di stringere ancora di più i vincoli che strangolano il popolo ellenico.

Non è bastato infatti il Memorandum e la sensazione è che a partire dalla rinegoziazione del debito, così come dall’emergenza migranti, la Grecia si trovi periodicamente a che fare con una ricognizione europea che rimetta in discussione i programmi di lavoro.

Per fare un esempio: in Grecia la contrattazione collettiva è ritenuta incompatibile con il risanamento dello Stato non da parte del governo ma da parte delle istituzioni che hanno imposto il terzo memorandum al Paese; e anche se il sindacato richiede con forza la sua reintroduzione, l’Ilo abbia preso posizione chiara al riguardo e il governo sia concorde, non si scorge ancora il momento in cui sarà ripristinato il diritto alla contrattazione per le lavoratrici e i lavoratori greci.

La scorsa settimana, durante un incontro tra le organizzazioni sindacali dell’Industria del sud, è intervenuto il Segretario generale del Ministro del lavoro. Come sindacati europei presenti ad Atene abbiamo consegnato al Ministero del lavoro una dichiarazione congiunta sulla necessità di reintrodurre la contrattazione, evitare ulteriori tagli alle pensioni e sul ripristino del dialogo sociale tra governo e parti sociali. In risposta il Ministero ha inviato un suo alto rappresentante a spiegare come si stanno comportando riguardo alle priorità d'affrontare e alla riforma delle pensioni. La constatazione è che se avessero avuto la possibilità di scegliere non sarebbe stata quella la prima riforma che avrebbero affrontato, avendo trovato come eredità le casse depredate per 13 miliardi e il 40% del totale delle pensioni tagliato in undici manovre consecutive.

Le imposizioni europee hanno un peso sostanziale su agenda e tempi, lo sforzo creativo tuttavia consiste tutto nel cercare di attuare le misure imposte evitando i tagli lineari e cercando soluzioni che rimettano in sesto il Paese, preservando i cittadini più esposti e cercando quindi di avanzare delle proposte lungimiranti, con una capacità riformatrice basata sul consenso popolare.

Consenso che, al momento, non è al massimo: il sindacato che a luglio si era espresso contro la necessità di un referendum è sul piede di guerra e gli agricoltori hanno bloccato le strade della Grecia. Tuttavia quello che dichiara il rappresentante del Ministro del lavoro è una totale apertura al dialogo e non è trascurabile che abbia voluto confermarlo incontrando un’intera delegazione europea.

Le preoccupazioni principali riguardano anche i rapporti di lavoro: sempre più lavoratori infatti chiedono di poter essere pagati ed è impellente la necessità di dotarli di uno strumento anche giuridico che dia delle risposte; così come combattere contro il 15% di lavoro sommerso e implementare una regolamentazione contro i licenziamenti collettivi. Al Ministero dicono di aver trovato “una macchina per firmare licenziamenti”: “Non è possibile che per aprire un’azienda in Grecia devi dimostrare di essere conforme a tutta una serie di regole e che invece per chiuderla e spostarla in un altro paese dalla mattina alla sera non esistano vincoli. O che si possa tranquillamente chiudere e riaprire per abbassare i salari ai lavoratori”.

Lo sforzo creativo sta, appunto, nel cercare di rispettare i vincoli dando però ossigeno e risposte d'insieme. In questa direzione vanno tutta una serie di iniziative: dalla difficile battaglia contro le privatizzazioni alla sperimentazione sul reddito minino introdotta come test in 13 comuni e che a marzo verrà valutata per capire se sia estendibile, diventando un programma generale; fino alla lotta all'evasione e al lavoro irregolare creando anche una legislazione sperimentale per poter far emergere dall'irregolarità gli stranieri che lavorano in maniera massiccia in agricoltura e riconoscere loro tutele e protezione.Tutti tentativi affiancati da iniziative sociali come i 150 milioni per sussidi per affitti ed elettricità e l’avvio di altri due programmi con sussidi per persone di terza età non

assicurate che hanno più di 67 anni – e che si possono con troppa facilità incontrare anche vicino i cassonetti nelle strade della capitale - cui elargire 350 € in base a criteri precisi che li aiutino a superare la soglia di povertà estrema in cui sono segregati.

Poi sarà la volta del debito, per rinegoziare gli obblighi in modo che siano sostenibili e ridurne quindi il peso sull’economia; e qui, di nuovo, emerge la preoccupazione sulle verifiche imposte in sede europea che peseranno come una spada di Damocle su ogni tentativo di costruire un modello diverso di risposte alla crisi della finanza e del debito sovrano.

La questione dei migranti poi riapre in maniera violenta il peso del ricatto a cui la Grecia è esposta: in cambio della sospensione di Schenghen - e quindi dell’affossamento dell’idea stessa di Europa - sarebbero pronte misure di sostegno alla Grecia, che, esiliata fuori dall’Europa, dovrebbe trasformasi nel campo profughi più grande del continente con il ricatto che se non accetterà di gestire la situazione comunque potrebbero esserle imposte tutta una serie di misure ob torto collo.

La sola responsabilità della Grecia in questo caso è quella di essere collocata in quel punto del Mediterraneo in cui milioni di persone per salvare la vita devono rischiarla. Diversamente da quanto accade alla Turchia, che riceve aiuti europei da destinare all’accoglienza nonostante non offra garanzie né sugli assetti politici dell'area, né sui diritti civili e le tutele del popolo kurdo.

Il problema di fondo è che la Grecia non è inserita in un contesto di solidarietà europeo che sembra anzi diventato soltanto lo spazio di rivendicazione dei nazionalismi. In molti, durante la settimana in cui ho partecipato ai lavori in Grecia, si sono soffermati a chiedere che valore avessero le dichiarazioni di Renzi in Europa, perché l’impressione che molti avevano anche ad Atene è che si stia aprendo una campagna elettorale italiana e che in realtà, pur nelle accuse mosse a Bruxelles, non ci sia spazio per una rivendicazione comune, per qun percorso che apra un discorso collettivo sul funzionamento dell’Unione. Eppure su questo tema i greci rivendicano collettivamente un forte ruolo, sono consapevoli che la loro battaglia non è stata e non è solo una battaglia greca, sono consapevoli che la loro forza nel tenere aperto uno spazio di difesa della democrazia non fosse una necessità nazionale e che l’esito di alcuni cambi di equilibrio in Spagna come in Portogallo siano stati possibili anche grazie alla determinazione con cui il popolo ellenico ha contribuito a denudare

meccanismi di ricatto e d'ingerenza che rendono i piani finanziari dell’Unione incompatibili con delle politiche che perseguano la giustizia sociale.

L’ambito europeo non è stato e non è favorevole, la Grecia si è trovata a dover fare dei passi indietro, ricevendo l’attenzione morbosa di chi ha tentato di dimostrare che doveva essere normalizzata per evitare che il contagio di un’ondata anti-austerità si propagasse per l’Europa e di chi, dall’altro lato, attendeva da questi primi mesi e dalla trattativa greca che il sistema-Europa si riformasse a partire dalla Grecia senza mettere in campo alleanze sociali europee. Oggi questo dibattito sembra affievolito, drogato dalle tempistiche della mediaticità delle vicende. Eppure è ancora qui il nodo principale: la Grecia continua a essere un paese-cavia, in cui si possono imporre

supervisioni continue sulle politiche nazionali, in cui non è consentita la libertà di contrattazione sindacale, in cui l’unico intervento dello stato in economia che si vuol permettere è quello delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni. Più di ogni altra cosa la Grecia è quella parte di Europa che si vorrebbe confinare fuori dall’Europa, la sua frontiera su cui trattenere milioni di persone che stanno interrogando le politiche europee e rimettendo in discussione i principi fondativi dell’Unione.

Il ruolo di chi continua a guardare la Grecia, nonostante il calare dei clamori, è esattamente quello di smettere di guardare. Spetta a tutti coloro che si trovano in paesi con condizioni un minimo più

favorevoli provare ad andare più in là rispetto a dove la Grecia da sola non può andare. Spetta a tutti noi assumere le sfide che i cittadini greci assumono sfidando Fmi, Bce e Commissione Europea quando reclamano il diritto al ripristino della contrattazione collettiva - che è sotto attacco in tutta Europa -, tocca a noi tutti dire che abbiamo bisogno di un’Europa libera, sociale, aperta invece che continuare a reclamare ognuno il proprio pezzetto di Europa nazionale.

Grecia, come riformare le pensioni senza tagliarle

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Venerdì, 08 Gennaio 2016 17:06

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Una riforma delle pensioni senza nuovi tagli, i dodicesimi, sostenibile con maggiore giustizia sociale e solidarietà: è la proposta del governo di Alexis Tsipras – illustrata qui da Andreas Nefeloudis, segretario generale del Ministro del lavoro – per avviare una vera svolta nel paese creando un'occupazione dignitosa e garantista, per riportare l’economia in fase di crescita e liberare il paese dal commissariamento dei creditori. Nefeloudis, ex dirigente di Synaspismos e di Sinistra Democratica - il detenuto più giovane nel carcere infernale nell’isola di Gyaros nel periodo della dittatura - proviene da una famiglia storica del comunismo democratico greco e crede che la riforma delle pensioni debba diventare la madre di tutte le battaglie e permetterà la riforma delle relazioni di lavoro, con il ripristino della contrattazione collettiva e il sostegno dell’occupazione con una politica di creazione di veri e dignitosi posti di lavoro.

Perché avete proposto la riforma del sistema delle pensioni?

La questione delle pensioni in Grecia rappresenta ancora un altro lato oscuro della corruzione e del clientelismo che si sono trasformati in una grande ingiustizia sociale. Ancor oggi abbiamo almeno 230 diversi modi per calcolare le pensioni dei lavoratori e ci sono enormi diseguaglianze che dipendono dal sistemi clientelari di ogni ente assicurativo. Per esempio l’ente per le pensioni dei lavoratori del mare – Nat - paga ogni anno più di un miliardo e incassa solo 60 milioni, anche a causa del lavoro nero e non dichiarato. Il calcolo delle pensioni per esempio sull’ultimo stipendio ha una enorme forbice che va dal 65% al 120%. Per esempio nell’ente dei lavoratori al commercio - l’ex Tebe e oggi Oae - che comprende 200mila commercianti e lavoratori, chi va in pensione, ad esempio, con uno stipendio di 1.000 euro può prendere una pensione di 1.400 euro.

Lasciando da parte le ingiustizie che hanno commesso i governi precedenti è molto difficile fare un piano per il sistema assicurativo. Come si può fare una riforma delle pensioni quando abbiamo 1,2 milioni di disoccupati con la disoccupazione al 25% e il lavoro nero o non dichiarato al 15%? Il 40% dei lavoratori attivi del paese sono fuori da ogni sistema assicurativo e contributivo.

Avete ereditato un sistema assicurativo che crollava. Cosa propone però ora il governo di Tsipras?

Prima di tutto abbiamo fatto alcune constatazioni. Non si può fare nessun nuovo taglio alle pensioni dopo 11 tagli fatti dai governi di Papandreou, Papadimos e Samaras, che hanno prodotto un calo medio del 40%. Samaras e Venizelos avevano accordato e annunciato con i creditori tagli orizzontali sui stipendi e le pensioni e nuove ondate di licenziamenti nel settore pubblico se vincevano le elezioni del 25 gennaio del 2015, ancher se tutti i tagli precedenti delle pensioni non avevano migliorato lo stato del sistema assicurativo, anzi. Ed è ridicolo che oggi l’opposizione in Grecia sia più dura proprio sulla riforma delle pensioni, perché la stessa opposizione quando era al governo chiamava riforma i tagli puri e duri. Noi dobbiamo superare il vecchio sistema e creare le condizioni di avere i fondi per pagare le pensioni, dopo il saccheggio dei fondi prodotta dalla loro entrata nella borsa grazie al governo del socialista Simitis e il taglio del debito greco del socialista Venizelos, che ha provocato un durissimo e disastroso taglio dei Bot dei fondi pensione senza procedere alla loro ricapitalizzazione.

Noi abbiamo pensato di fare una riforma del sistema delle pensioni per garantire gli strati bassi e medi del lavoro, puntando anche sulla stabilità e la sostenibilità del sistema per il futuro. Abbiamo cominciato calcolando una “pensione nazionale” che potranno prendere tutti i lavoratori con almeno 15 anni di contributi, per affrontare i problemi che ha creato la disoccupazione di massa e lunga durate, mentre fino a oggi servono 35 o 40 anni di contributi. Questa pensione di base si calcola a 384 euro, che sono il 60% del reddito medio alla soglia di povertà ed è collegata con una clausola di crescita. Se la nostra economia torna a ritmi positivi di sviluppo la pensione di base nazionale sarà aumentata. Per esempio se fossimo nelle condizioni del 2009 sarebbe di 509 euro. La seconda clausola prevede che in caso di recessione la pensione non potrà comunque diminuire e la garanzia sarà data dallo stato. Questo è il primo gradino.

Il secondo gradino prevede la pensione basata sul sistema di ridistribuzione e ricapitalizzazione che dipende dagli anni di contributi che paga il lavoratore durante tutta la sua vita lavorativa. Per gli impiegati si basa sull’ultimo stipendio e per i liberi professionisti e agricoltori sui loro redditi degli ultimi anni. Il sistema però deve mirare alla giustizia sociale e a una più equa ridistribuzione delle risorse previdenziali. Così chi prende uno stipendio di 1.000 euro potrà prendere il 90% quando arriva alla pensione, mentre chi prende 4.000 euro di stipendio avrà una pensione calcolata con coefficienti più bassi.

Nello stesso momento abbiamo previsto una pensione da un fondo di solidarietà per gli anziani che oggi non hanno nulla. Ogni persona che arriva ai 67 anni, indipendentemente dagli anni dei suoi contributi, prenderà una pensione di 360 euro. Inoltre vogliamo conservare la pensione di solidarietà – Ekas - però sulla base del reddito di ogni persona per correggere anche qui le grandi ingiustizie. Perché uno con 15 anni di contributi e con l'Ekas poteva prendere una pensione anche molto più alta di chi aveva lavorato 40 anni. La pensione di solidarietà Ekas riguarda 80 mila persone e fino al 2020 sarà incorporata nel Sistema nazionale di solidarietà sociale.

Questa è la base della riforma che abbiamo proposto e come governo abbiamo detto che non ci sarà nessun taglio sulle pensioni oggi già in vigore. Se le pensioni devono essere diminuite di 50 o di 100 euro con il nuovo calcolo lo stato garantisce che almeno per i prossimi tre anni - quanto dura il programma di finanziamento - non ci sarà nessuna diminuzione della pensione perché lo stato garantisce la cosiddetta “differenza personale”.

Questa proposta però deve essere negoziata con i creditori del paese…

Si, però per la prima volta la Grecia deposita una proposta tutta sua e non aspetta che siano altri a intervenire nei suoi affari interni. Fino a ieri loro venivano e imponevano le loro proposte e decisioni. Ora siamo noi a far delle proposte sostenibili ai creditori. Credo che alla fine non ci saranno problemi per le pensioni principali e lo scontro si potrà contenere sulle pensioni aggiuntive sussidiarie. Noi proponiamo un sistema assicurativo sostenibile anche grazie all’aumento dei contributi dei datori di lavoro e dei lavoratori. I datori di lavoro hanno accettato un aumento dei loro contributi del 1% e probabilmente accetteranno anche del 1,5%.Abbiamo già trovato i fondi per sostenere il pagamento delle pensioni normali e quelle sussidiarie.

Abbiamo fatto una proposta credibile. Loro fanno una guerra ideologica sostenendo che si devono trovare i fondi per pagar le pensioni da un sistema sostenibile. La proposta che abbiamo presentato anche nei scenari più avversi è completamente sostenibile. Noi abbiamo trovato anche altre risorse per sostenere i fondi pensione, come la tassa sulla transazioni finanziaria e la borsa e una tassa del 1 per mille su transazioni che superano i 1.000 euro. Questo non lo vogliamo fare per finanziare il sistema corrente ma per aumentare i fondi pensione. Inoltre vogliamo unificare tutti gli enti assicurativi in uno solo per potere gestire con maggior trasparenza e giustizia sociale le pensioni. Non possiamo permetterci una guerra tra poveri attraverso le pensioni o ridistribuire ingiustizie.

Che succederà con i nuovi pensionati? Non c'è il rischio di guerra tra generazioni? Come arriveranno a una pensione dignitosa le persone che hanno impieghi precari?

Questo è una problema molto serio e abbiamo fatto tantissimi calcoli per vedere l’andamento delle pensioni dei futuri pensionati. Secondo i nostri calcoli per la pensione nazionale con la clausola di crescita non si prevede nessuna diminuzione delle pensioni. Se ci saranno diminuzioni di 20, 30, 40 euro per le pensioni che superano i 1.000 euro saranno corrette una volta finito il programma di finanziamento, nel 2018. Quando il paese sarà fuori dal commissariamento potremo valutare come migliorare il sistema previdenziale con ancora maggiore giustizia sociale e solidarietà.
Tsipras ha detto che la riforma delle pensioni sarà la madre di tutte le battaglie per il 2016…

La riforma delle pensioni è la prima nostra proposta. Una volta finita vogliamo muoverci su tre altri settori importanti. Prima di tutto vogliamo affrontare la crisi umanitaria e la miglior soluzione è il reddito minimo garantito per tutta la popolazione che non ha redditi. Questo può partire dai 200-250 euro per il momento. Inoltre rimarranno in vigore tutte le misure che abbiamo preso per affrontare la crisi umanitaria, dai pasti gratis alle scuole, l’amministrazione della corrente elettrica e i sussidi per pagare gli affitti, le tessere di trasposto gratuito per i disoccupati, ecc. Verso marzo tutte queste misure sociali e le altre che vogliamo prendere costruiranno un nuovo Sistema di solidarietà sociale.

La seconda grande battaglia riguarda la riforma delle relazioni di lavoro con il ripristino dei diritti dei lavoratori, soprattutto della contrattazione collettiva, e una legislazione nuova per vietare e scoraggiare i licenziamenti individuali o collettivi. Una società progredisce quando la gente ha un lavoro dignitoso e garanzie. Questo momento stiamo preparando un altro “programma parallelo” che riguarda le condizioni di lavoro perché è inammissibile costringere la gente a lavorare in condizioni di servitù. Dobbiamo intervenite su tante e tantissime piccole cose che tutte insieme fanno un sistema mostruoso.

Il nostro obbiettivo è sviluppare politiche d'occupazione dinamiche, perché dobbiamo smettere di parlare di lavori sociali per i disoccupati e di assegno di voucher e di andare direttamente al sostegno dell’occupazione. Non possiamo riciclare in eterno la disoccupazione attraverso i programmi per le centinaia di migliaia di disoccupati ma lavorare per progettare un'economia sana che crea veri posti di lavoro. La nostra sinistra punta sulla crescita ecosostenibile e il lavoro dignitoso, garantito e fisso, il lavoro come diritto. Per questo il nostro scontro con i creditori anche su questa questione sarà duro.

 

 

[14/07 - Il Fatto Quotidiano] Intervista a Maurizio Landini. La socialdemocrazia è finita. Scioperare contro la Merkel

Category: Segnalazioni
Creato il Mercoledì, 15 Luglio 2015 11:37

La socialdemocrazia non esiste più. Completamente allineata alla Germania di Angela Merkel. Servirebbe un'altra idea per contrastare il fanatismo rigorista. Se fossi in Grecia proclamerei uno sciopero contro la Germania e la sua pretesa di far pagare ai più deboli". La posizione di Maurizio Landini, dopo l'accordo dell'Eurogruppo che ha messo alle strette Alexis Tsipras è molto dura con l'attuale sinistra europea. Il segretario della Fiom non accusa Tsipras di nulla, anzi lo considera una "vittima" e chiede al sindacato europeo di svegliarsi.

 

Come giudica quello che è avvenuto?

Siamo di fronte a un fatto politico preciso: la Grecia ha provato, anche con l'uso del referendum, a negoziare una riduzione del debito e la possibilità di aprire in Europa una fase diversa. Però si è trovata da sola. La piccola Grecia contro Bce, Fmi, Germania, socialdemocrazia. Si è trovata di fronte a un blocco compatto.

 

Che tipo di blocco?

È come se si fosse rifondata l'Europa su un sistema di cambi fissi che come è noto rafforza chi è più ricco. Con il rischio evidente non solo di produrre il brutto accordo per la Grecia ma la fine di un'Europa sociale che non sia fondata solo sulla moneta.

 

In questo blocco mette anche la sinistra?

Il fronte socialdemocratico e progressista si è rivelato inesistente. La socialdemocrazia è di fatto sparita, basti pensare alla Spd che pensa di appoggiare la Merkel alle prossime elezioni. Solo i socialisti francesi hanno provato a giocare un ruolo ma in modo molto timido. Una stagione storica si è conclusa e a rischio vedo la stessa tenuta dell'Europa per come l'abbiamo conosciuta e pensata.

 

Nessuna critica ad Alexis Tsipras?

Tsipras ha cercato in ogni modo di negoziare. Che poteva fare? Nelle trattative servono i rapporti di forza. Mi sembra la vittima di una concezione fanatica del rigore e non ha avuto alcun sostegno come dimostra il governo italiano e la Spd tedesca. Non mi sento di fare una colpa a ciò che il governo greco sta facendo perché nelle condizioni date ha cercato di fare il massimo. Il problema è cosa succede in Europa.

 

E cosa succede?

Che il re è nudo. La miopia di chi in modo fanatico ha umiliato la democrazia in Grecia apre la strada al pericolo di tenuta complessiva della democrazia in Europa. Noi l'abbiamo già vissuta questa fase, con la lettera della Bce e il taglio delle pensioni, il superamento dei contratti nazionali, la messa in discussione dello Statuto.

 

Eppure Renzi dice di aver Il governo greco non ha colpe, che poteva fare?

Ma se fossi in Grecia mi mobiliterei contro chi ha imposto quell'accordo giocato un ruolo positivo. Se voleva giocare un ruolo doveva chiedere agli Usa, alla Cina, al Fmi, una Conferenza internazionale sul debito in Europa. Non possiamo più continuare a pagare interessi oltre le nostre possibilità, il debito va rinegoziato. In questo contesto c'era uno spazio. L'Italia, invece, si vanta di aver già fatto i compiti a casa mentre invece ci stiamo uccidendo con le nostre stesse mani.

 

Come giudica la reazione del sindacato europeo?

Non ha consapevolezza di quello che sta avvenendo, non coglie la conclusione dell'esperienza storica della socialdemocrazia. Ma c'è anche una insufficienza dell'azione sindacale a livello europeo. Serve una iniziativa europea visto che siamo in presenza di 25 milioni di disoccupati.

Cosa farebbe di fronte a un piano come quello che dovrà presentare Tsipras?

Farei uno sciopero contro la Germania e chi ha voluto quel piano perché la Grecia è la vittima di quella trattativa. E nessuno ha mosso un dito.

 

C'è chi dice che Tsipras ha tradito il referendum.

Chi lo dice deve essere onesto nel dire che Tsipras non ha mai chiesto di uscire dall'euro. Non hanno ottenuto il risultato? E vero, ma spetta al popolo greco decidere. Non serve fare i grilli parlanti.

 

Fonte: il Fatto Quotidiano

Grecia, ha vinto il no. Benissimo, ma non c'è tempo per festeggiare

Category: Segnalazioni
Creato il Giovedì, 09 Luglio 2015 16:07

l’Espresso online, 6 luglio 2015

 

«Ha vinto il no: benissimo, ma non c’è tempo per festeggiare». L’economista Emiliano Brancaccio spiega all’Espresso cosa vuol dire ristrutturare il debito greco, se è percorribile la via di una moneta complementare e perché l’euro non è affatto irreversibile. E sulle dimissioni di Varoufakis: «leggerò volentieri il suo prossimo best-seller…»

Intervista di Luca Sappino

L’economista Emiliano Brancaccio non ha dubbi. È un buon lunedì quello che viene dopo il referendum greco. «Nonostante la chiusura forzata delle banche e le mistificazioni di molti organi di informazione», dice all’Espresso, «i greci hanno saputo guardare con freddezza i fatti della crisi e hanno respinto una bozza di accordo che avrebbe solo prolungato l’agonia del paese». Il “no” al referendum era l’unica opzione sensata: «È stata una prova di democrazia e di razionalità politica, un esempio per tutti i popoli europei». Occhio però all’entusiasmo: «non credo che ci sarà il tempo di festeggiare», continua Brancaccio, «le difficoltà che si affacciano all’orizzonte sono grandi, per la Grecia e per tutta l’Unione, e andranno affrontate». Ad esempio, per rendere sostenibile il debito greco – come ora dice anche il Fondo monetario – «non bastano le consuete operazioni di maquillage finanziario, ci vorrebbe una cancellazione di proporzioni storiche». E poi, se lo si cancella alla Grecia, altri – tra cui l’Italia – potrebbero farsi sotto.

A suo avviso i greci sarebbero pronti anche a un’eventuale uscita dall’euro? I sondaggi dicono che il popolo greco vuole restare nella moneta unica.

«Lascerei perdere i sondaggi, che non hanno dato prova di grande affidabilità. Il mandato degli elettori mi pare ormai inequivocabile: costi quel che costi, la Grecia non intende piegarsi alle assurde pretese dei “creditori”».

Tsipras e Syriza hanno però sempre detto di non voler uscire.

«Suppongo che il governo greco insisterà con l’idea di voler tenere il paese dentro l’euro. È una linea che finora si è rivelata vincente, poiché tende a scaricare sui creditori l’eventualità di un’uscita della Grecia dalla moneta unica. Spero solo che non sfoci in un accordo di basso profilo, che si limiterebbe a rinviare i problemi senza risolverli».

Lei ritiene che Tsipras sia tentato ora dalla possibilità di firmare un nuovo accordo con le istituzioni europee?

«A mio avviso le tentazioni dei singoli contano poco, i processi sono più complicati. Le azioni del primo ministro greco sono di volta in volta il prodotto della dialettica interna alla sua maggioranza, i cui prossimi sviluppi sono difficili da prevedere. Inoltre, gli esiti della partita non dipendono solo dalle mosse del governo greco: la vittoria del “no” ha innescato una catena di eventi sistemici, che avrà ripercussioni sul comportamento di tutte le controparti. E sui mercati».

Giovedì scorso il Fondo monetario internazionale ha pubblicato un documento in cui dichiara che il debito della Grecia è insostenibile e che occorre tagliarlo. È possibile immaginare una nuova intesa tra la Grecia e i “creditori” su queste basi?

«Per rendere sostenibile il debito non bastano le consuete operazioni di maquillage finanziario, ci vorrebbe una cancellazione di proporzioni storiche. Inoltre, a ben guardare, l’insostenibilità del debito non è nemmeno un’eccezione greca: in prospettiva tutti i paesi debitori rischiano di trovarsi con una crescita del reddito troppo modesta per far fronte ai rimborsi degli interessi e del capitale ricevuto in prestito. Se dunque il governo greco riuscisse a strappare un significativo taglio del debito, anche gli altri paesi del Sud Europa esigerebbero una ridefinizione degli accordi di prestito. Questo è uno dei motivi per cui, a Berlino e a Francoforte, si sta facendo strada l’opzione di recidere i legami con la Grecia e lasciarla uscire dall’euro. Il punto è che i creditori non hanno intenzione di avviare una rinegoziazione generale: finché ci riescono preferiscono lasciare i debitori nella palude, magari esortandoli a svendere quel che resta del patrimonio nazionale».

Se un accordo non si trovasse e la Bce decidesse di interrompere la liquidità di emergenza a favore delle banche greche, quali sarebbero le conseguenze?

«I problemi di liquidità in Grecia si stanno aggravando, una crisi potrebbe innescarsi anche se la liquidità di emergenza continuasse a fluire al ritmo attuale. Per impedire l’uscita del paese dall’eurozona, la Banca centrale europea dovrebbe accrescere le erogazioni all’aumentare dei tentativi di ritiro e di fuga dei capitali. Cioè dovrebbe agire da vero e proprio “prestatore di ultima istanza”, un ruolo che i trattati continuano a escludere. A meno di un cambiamento statutario, col passare del tempo sarà difficile per Draghi trovare nel direttorio della Bce una maggioranza disposta ad agire in questo senso».

Per fronteggiare la crisi di liquidità il ministro Varoufakis aveva accennato all’adozione di una “moneta complementare”, ma ora si è dimesso. Se lei fosse ministro delle finanze in Grecia, quale rimedio proporrebbe?

«Il problema non è tecnico, dal punto di vista procedurale le soluzioni sono numerose. Solo per citare un esempio, basterebbe ricordare che la stampa fisica degli euro è sempre rimasta di competenza delle banche centrali nazionali. Chiunque può notare che le singole banconote si differenziano in base alle banche nazionali emittenti: quelle emesse dalla Grecia sono contrassegnate dalla lettera “Y” all’inizio di ciascuna serie, quelle stampate in Italia sono indicate con la lettera “S”, per fare due esempi. Nella fase di transizione, il governo di Atene potrebbe imporre alla banca centrale greca di uscire dall’eurosistema e stampare euro in misura superiore rispetto alle erogazioni stabilite dalla Bce. Si verrebbe così a creare un rapporto di cambio tra euro-greci, contrassegnati con la lettera “Y”, e tutti gli altri euro. Per gestire la transizione verso un nuovo regime monetario questa sarebbe una delle soluzioni più rapide, e in linea di principio potrebbe esser concordata con le istituzioni europee. Del resto, acuti interpreti dei lavori preparatori del Trattato dell’Unione hanno suggerito che la scelta di affidare alle banche centrali dei singoli paesi la stampa degli euro e di consentire che questi fossero marcati con sigle nazionali fu decisa anche per favorire una transizione in caso di abbandono della moneta unica. Con buona pace di chi continua a sostenere che l’euro è irreversibile».

Dunque la Grecia potrebbe stampare liberamente moneta per uscire dalla crisi?

«Niente affatto. Una cosa sono i problemi di tipo contabile e procedurale, che si risolvono facilmente. Tutt’altra cosa sono i problemi di ordine macroeconomico, che sono molto più complessi. Con altri colleghi abbiamo sostenuto che la stampa di moneta e la svalutazione del cambio sarebbero del tutto insufficienti. Per gestire una eventuale uscita dalla moneta unica, la Grecia dovrebbe imporre stabilmente controlli sui capitali e forse anche limitazioni delle importazioni, e per un certo periodo dovrebbe anche trovare finanziatori pronti a coprire l’eventuale crescita del disavanzo verso l’estero».

Vuole darci un commento sulle dimissioni di Varoufakis?

«Ne capisce di economia molto più di tanti mandarini dell’Eurogruppo. Ma non commento quest’ultima vicenda. Leggerò volentieri il suo prossimo best-seller…».

Proprio qui sull’Espresso con l’economista Mauro Gallegati, collaboratore del premio Nobel Joe Stiglitz, lei ha sostenuto che durante le trattative il governo italiano ha commesso l’errore di collocarsi dal lato dei creditori. In queste ore però Renzi è molto attivo, sembra volersi attribuire un ruolo di mediazione tra il governo greco e quello tedesco. Che ne pensa?

«Penso che il vero volto di Renzi e del suo partito sia stato rivelato dal rappresentante del Pd presso la Commissione affari economici del Parlamento europeo, che a poche ore dal voto aveva dichiarato: “A questo punto la scelta spetta ai cittadini greci, che sapranno sicuramente dimostrarsi più saggi del loro governo pronunciando un forte sì per l’Europa”. Direi che più improvvidi di così si muore. La mia sensazione è che il Pd e gli altri partiti del socialismo europeo non abbiano più il polso della situazione: mancano di una strategia per affrontare la crisi e rischiano di pagar caro l’appiattimento sulle posizioni dei conservatori. Non si tratta però di un problema che investe solo i socialisti. Tutte le sinistre europee sono chiamate oggi a rivedere la loro concezione delle relazioni economiche internazionali. Servirebbe una nuova visione, potremmo dire un “nuovo internazionalismo del lavoro”, da contrapporre alle ricette liberiste e xenofobe che le destre hanno già pronte da tempo per affrontare la crisi del progetto europeo».

A suo avviso in che modo si potrebbe dare avvio alla costruzione di un “nuovo internazionalismo del lavoro”?

«Dovremmo partire da una constatazione comune: non si possono fare accordi di piena libertà di circolazione dei capitali e delle merci con paesi che tendono sistematicamente a contenere i salari e a deprimere la domanda interna pur di accumulare surplus verso l’estero. Questa politica attiva una devastante competizione internazionale al ribasso, il cui risultato è che tutti cercano di esportare la recessione all’esterno dei confini nazionali. Se l’eurozona imploderà, sarà anche perché il paese egemone, la Germania, ha attuato per lungo tempo questa strategia perniciosa. Leggere la crisi dell’unificazione europea alla luce di questa evidenza sarebbe già un buon inizio per tentare di elaborare un sistema di relazioni internazionali più equo e più robusto di quello attuale».

        

Intervista di Luca Sappino pubblicata su l’Espresso online del 6 luglio 2015 con il titolo “L’euro non è affatto irreversibile e cancellare il debito è complicato”.

Referendum Grecia. Oggi pomeriggio, a Milano, alle 14.30, conferenza stampa di Maurizio Landini e dei sindacati europei dei metalmeccanici

Category: Stampa e relazioni esterne
Creato il Lunedì, 06 Luglio 2015 12:16

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Si terrà oggi pomeriggio, alle ore 14.30, presso l'Hotel NH di Milano – via Lama 10, angolo viale Edison – la conferenza stampa tenuta da Maurizio Landini, segretario generale della Fiom-Cgil, e dai segretari generali e rappresentanti sindacali delle organizzazioni dei lavoratori metalmeccanici Poem (Grecia), Fiequimetal (Portogallo), Ftm-Cgt (Francia), Comissiones Obreras (Spagna), Birlesik disk (Turchia), Ogbl (Lussemburgo), Mwb (Belgio) e Unite (Inghilterra).

Una conferenza stampa nella quale verrà commentato il voto nel referendum di ieri in Grecia e, alla luce di questo, valutate le prospettive per l'Europa.

 

Fiom-Cgil/Ufficio Stampa

 

Roma, 6 luglio 2015

Venerdì 3 luglio 2015 – Giornata europea di mobilitazione a sostegno del popolo greco

Category: Eventi
Creato il Venerdì, 03 Luglio 2015 15:19

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in tutta Europa venerdì 3 luglio p.v. si svolgeranno manifestazioni di sostegno al popolo greco contro l’austerità, i ricatti economici e per la democrazia.


In Italia la Fiom, insieme ad altre organizzazioni, ha promosso due iniziative:

- A Roma, concentramento alle ore 19 in Piazza Farnese e corteo con fiaccolata per le vie del centro

- A Milano, concentramento alle ore 18.30 alla Darsena (Metro linea verde, uscita Porta Genova)

- A Torino, ore 18 in Piazza Castello, davanti alla Prefettura

- A Firenze, ore 21 da Piazza Santo Spirito (angolo Via Sant'Agostino)

 

#romaconatene

Grecia, un giardino di partecipazione democratica strappato all’austerità

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Lunedì, 04 Maggio 2015 17:17

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All'uscita della metropolitana che arriva dall’aeroporto è subito estate. Piazza Syntagma: il tassista mi indica il Parlamento, io rispondo Syriza, lui grida Tsipras! sorride e non ci capiamo di più per parlare di quello che ne pensa però quando scende mi abbraccia. Faccio un giro di tutte le filiali delle banche greche perché la mia carta apparentemente non è leggibile, quello che invece intuisco dietro alle scritte fatte a mano e a spray su ogni sportello automatico di Atene è che il peso della finanza sulla crisi di un popolo intero è chiaro a chiunque, indipendentemente dalla familiarità con i concetti economici. Arrivo al quartiere che mi ospita, Exarchia, vicino al Politecnico in cui entrarono i carri armati per reprimere la rivolta degli studenti del 1973. E' pieno di gente per strada, in alcuni bar ci sono anche delle bandiere No Tav, qui pochi anni fa gli scontri con la polizia sono stati molto forti, le strade sono diventate campi di battaglia ed è proprio nel centro del quartiere che fu assassinato Alexis Grigoropoulos.

Ero venuta ad Atene due anni fa con la Fiom per una manifestazione di solidarietà ai lavoratori del Pireo che stavano subendo un grave processo dopo la lunga resistenza che avevano fatto nel tentativo disperato di difendere il loro posto di lavoro e i cantieri navali chiusi, con le produzioni delocalizzate per lo più in Corea. I pochi lavoratori rimasti in produzione ricevevano come pasto un panino e un cartoccio di latte. Ricordo ancora che, in quello stesso quartiere, mentre sedevamo per mangiare dei suvlaki in strada, si era avvicinata una signora dignitosissima, che rivolgendosi alla donna più grande al tavolo le chiese in disparte se poteva avere il pane che noi non avevamo consumato. Due anni dopo mi raccontano le persone che una mattina si sono svegliate con il rumore dei martelli pneumatici che stavano facendo saltare il pavimento di un parcheggio nel cuore del quartiere. Al posto della distesa di cemento oggi c’è un piccolo parco autogestito dalle cittadine e dai cittadini, un piccolo orto, panchine, un luogo d’incontro, di ristoro, uno spazio di confronto dove si tengono assemblee. Atene e la Grecia in questo momento mi sembrano esattamente questo: un giardino di partecipazione strappato alla recessione e alla repressione.

Non c’è modo che al di la delle difficoltà linguistiche le persone non provino a farti partecipe delle difficoltà che provano adesso, non tentano, nello spiegare quanto è stato difficile sopravvivere in questi anni di crisi che non si è arrestata, di far leva sulla solidarietà nel senso della comprensione, la difficoltà di cui ti parlano è la pressione collettiva che sentono sui trattati. Dopo una lunga battaglia che ha fatto convergere movimenti e partito (che dovremmo definire una coalizione di partiti) in una proposta di governo, capeggia davanti a tutti che aver conquistato il governo non equivale ad aver conquistato il potere. Il potere è altrove e il ricatto sta tutto lì, nel tentativo di forzare la volontà espressa dai greci in un mandato chiaro: dentro l’Europa e fuori dall’austerità.

La chiamata della Grecia al resto di Europa è altrettanto chiara: la difesa della democrazia europea e la fondazione di un’Europa sociale che abbia al centro delle proprie politiche le persone.

Il giorno prima della manifestazione del Primo maggio la camera del lavoro di Atene convoca una riunione con tutti i sindacalisti arrivati ad Atene. Oltre agli ospiti stranieri ci sono la confederazione, i lavoratori dei settori pubblici, il segretario dei lavoratori del farmaceutico, il presidente e il segretario della camera del lavoro: tra tanti interventi, quello di un insegnante si presenta chiarendo che lui fa parte di un’area che fa riferimento a Syriza e precisa che anche il sindacato deve partire dall’autocritica per come si sono svolte le iniziative di lotta in questi anni (“perché – dice - gli scioperi generali, generali non sono stati vista la scarsa mobilitazione del settore privato”) e come il resto del tavolo (con la Fiom anche francesi, norvegesi, spagnoli, belgi) concorda che un fronte sindacale europeo di resistenza sia necessario quanto auspicabile.

Un primo appuntamento per sentirsi vicini è la mattina successiva per la manifestazione, nella piazza dove sono nate le rivendicazioni operaie del trasporto pubblico, dove si davano appuntamento i lavoratori quando non venivano pagati.

La manifestazione del primo maggio inizia alle 11 e i concentramenti sono tre: quello del sindacato sotto piazza Syntagma, quello dei partiti a piazza Omonia e al Politecnico dei movimenti, degli anarchici e della sinistra radicale. Le varie anime del corteo sfilano nello stesso percorso con la sola differenza che parte del corteo dei movimenti termina sotto l’ambasciata tedesca e l’altro sotto il Parlamento.

In piazza sfilano moltissimi striscioni, la tv di stato, i professori, le associazioni per i diritti dei migranti con un cartello con sopra raffigurato un barcone colmo di persone e sotto: “non lasceremo l’umanità in pasto agli squali, nemmeno a quelli della finanza”, studenti, anarchici, lavoratori, movimenti contro le leggi sul terrorismo, pensionati, le donne delle pulizie del ministero,la compagna di boicottaggio alla Coca-Cola per le politiche lavorative attuate in Grecia e le delocalizzazioni, i custodi delle scuole, le mille anime dei licenziamenti del pubblico impiego dovuti alle politiche del memorandum e una grande assenza di cui mi accorgo solo alla fine della manifestazione: le forze dell’ordine. La polizia è praticamente non c'è, la tensione è calata, le migliaia di manifestanti scorrono indisturbati ed è un pensiero piacevole constatare che non c’è bisogno di controllare quella moltitudine perché quella si è già autodeterminata in maniera chiara e adesso sfila con il tradizionale caffè o cappuccino in mano per le strade assolate della loro capitale.

Il calo della tensione tuttavia non è presente solo per l’assenza delle forze dell’ordine ma anche perché, e questo è uno dei rischi dell’effetto Syriza, l’impressione è da un lato che le persone attendano un po' immobili che il governo scelto in maniera chiara si muova altrettanto chiaramente; e dall’altra che i movimenti che hanno contribuito alla crescita della partecipazione democratica del paese si trovino un po' imbrigliati sotto il grande cappello del partito che con loro ha collaborato.

Il corteo comunque è numeroso, come le tradizionali corone di fiori sulla testa delle persone, e quando arriva sotto il Parlamento, in mezzo ai cori c’è una canzone greca che si leva da un altoparlante e che tradotta suona più o meno così: “ahhhh che Europaaaa..ci mancavi solo tu!”

Quando la manifestazione si scioglie continuano le discussioni, gli appuntamenti, le feste municipali, in attesa dell’incontro internazionale programmato per il giorno successivo con movimenti europei, associazioni, sindacati, reti e forze politiche.

Il fiato è sospeso, sono passati 100 giorni dalle elezioni e da quando con quelle il tema della democrazia europea è esploso con i ricatti dell’eurogruppo, del Fmi e della Bce nei confronti di un popolo che ha deciso di rimettere nell’agenda politica le persone, l’assistenza sanitaria, il reddito, il salario, la contrattazione collettiva; propositi e obiettivi che si scontrano con il ricatto continuo di chi non vuole permettere che in Europa si faccia strada un nuovo paradigma e che la ricetta dell’austerità venga strappata per far spazio a nuove e più efficaci cure. Le contraddizioni sono emerse con la retorica dei mezzi di comunicazione che ci raccontano in tutta Europa di una Grecia impreparata, di un sud scansafatiche, di debiti che non vogliono essere rimborsati a discapito dei popoli europei, con paginate di paradigmi economici volti ad allontanare dal dibattito pubblico un problema centrale: come funzionano le istituzioni europee e la vitale necessità che queste vengano ridiscusse negli interessi dei popoli.

Per questo il Primo maggio è stato importante essere ad Atene, perché la pressione nei prossimi giorni con l’ennesima tornata delle trattative con la Bce e con il Fmi sarà altissima e la posta in palio non è soltanto se il governo guidato da Tsipras sarà o meno in grado di mantenere le promesse elettorali, il tema continuerà a essere quello del potere e delle istituzioni che riguarda tutti noi, non solo i greci, riguarda un’Europa che sa fare politica monetaria ma non sa fare politica fiscale, che si chiude a fortezza mentre nel proprio mare annega l’umanità su cui dovrebbe essere fondata, un’Europa che ha un esercito di disoccupati - 25 milioni circa - ai quali non sa dare risposta se non rendendo ancora più precario e flessibile il lavoro per chi ancora ha un’occupazione, un’Europa che ha attaccato da nord a sud, da est a ovest i diritti dei lavoratori e alla contrattazione collettiva. E' da qui, da Atene, dal centro di questo ricatto che bisogna ripartire per difendere prima di tutto l’importanza dei processi democratici, la centralità del lavoro, per risolvere e dare risposta a una crisi umanitaria che ha colpito con diverse scale d'intensità cittadine e cittadini in Europa.

Prima di ripartire, consapevoli che qui si dovrà tornare, per far convergere le lotte che in Europa si muovono mi fermo a mangiare in un piccolo ristorante, il menù è in greco ma il proprietario, un signore con una bandana annodata al collo, parla un po' d'italiano e ci traduce cosa prepara in cucina, ha trovato rifugio in Italia negli anni 70, come tanti altri studenti greci, dalla dittatura; ci chiede cosa ne pensiamo di quello che sta accadendo, io gli chiedo cosa ne pensi del primo maggio, lui mi risponde: “Nel 1886 combattevamo per avere 8 ore di lavoro, 8 ore di sonno, 8 di vita: oggi ne lavoriamo 12 e ce ne pagano l’equivalente di 3 o 4...” Ha gli occhi lucidi e aggiunge: “E' un momento difficile però in questo paese c’è una tradizione per cui nei momenti più difficili il popolo si unisce, io ho il sogno che in questo momento difficile per tutti, anche i popoli d’Europa si uniscano”. Il miglior modo per spiegare perché bisogna essere al fianco della Grecia per essere al fianco dell’Europa: per chiedere il pane e pure le rose ci serve un'Europa senza più austerità.

Tsipras: "la mia Grecia, la nostra Europa"

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Lunedì, 09 Marzo 2015 12:38

Pubblichiamo la traduzione dell'intervista che Alexis Tsipras ha rilasciato - alla vigilia del varo delle sue proposte all'Ue - al settimanale tedesco Spiegel. 

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"Alex Tsipras si presenta così poco appariscente nel suo enorme ufficio nella Maximos Mansion di Atene, e molto rilassato. Il nuovo quarantetreenne primo ministro di sinistra della Grecia, una spina nel fianco dei leader tedeschi a Berlino, ha una stretta di mano morbida. Sul tavolo della conferenza c’è un blocco di carta con le note scritte ordinatamente in preparazione della nostra intervista.

Tsipras vuole spiegare se stesso e le politiche del suo governo, dice, aggiungendo che spera di rispondere apertamente e onestamente alle domande in modo che la gente in Germania lo capisca meglio. Ora, dice, è il momento ideale per una tale discussione, dopo i negoziati con Bruxelles e poco prima che Atene presenti lunedì i suoi nuovi progetti di riforma ai ministri delle finanze dell'Unione europea.

Il primo ministro ci ha dato un'ora per l'intervista. Parla Greco spiegando i suoi piani con una voce profonda, ma tranquilla, anche ridendo di tanto in tanto quando appoggiandosi all'indietro comodamente. La sua fiducia in se stesso non appare arrogante, sembra invece essere radicata nella sua ferma convinzione che la sua posizione è quella giusta. Egli sa, dice, che la vita è piena di compromessi e che i compromessi sono anche di vitale importanza per la cooperazione del suo paese con l'Unione europea. "Dobbiamo lasciare dietro di noi ogni genere di disastri", dice Tsipras. "Anche per questo ho voluto parlare con lei."

SPIEGEL: Signor Primo Ministro, la maggior parte dei partner europei sono indignati. L’accusano di dire una cosa a Bruxelles e poi dire qualcosa di completamente diverso a casa ad Atene. Capisce da dove vengono queste accuse ?

Tsipras: Diciamo le stesse cose in Germania e in Grecia. Ma a volte i problemi possono essere visti in modo diverso, dipende dalla prospettiva. (Indica il bicchiere d'acqua.) Questo bicchiere può essere descritto come mezzo pieno o mezzo vuoto. La realtà è che è un bicchiere riempito di acqua per metà.

SPIEGEL: A Bruxelles avete rinunciato a chiedere un taglio del debito. Ma a casa ad Atene, si continua a parlare di un taglio. Che cosa ha a che fare questo con la prospettiva?

Tsipras: Al vertice, ho usato il linguaggio della realtà. Ho detto: prima del programma di salvataggio, la Grecia aveva un debito sovrano che era il 129 per cento della sua produzione economica. Ora, è 176 per cento. Non importa come si guarda a questo, non è possibile ripagare il debito. Ma ci sono diversi modi per risolvere questo problema: attraverso un taglio del debito, una ristrutturazione del debito o obbligazioni il cui rimborso è legato alla crescita. La cosa più importante, però, è risolvere il vero problema: l'austerità che ha fatto crescere così tanto il debito.

SPIEGEL: Lei è un linguista o un politico? Ha detto ai Greci che si è sbarazzato della troika e l’ha venduto come una vittoria. Ma la Commissione europea, il Fondo monetario internazionale (FMI) e la Banca centrale europea (BCE) stanno ancora controllando le vostre riforme. Ora, essi sono semplicemente chiamati "le istituzioni".

Tsipras: No, non è una questione terminologica. Ha a che fare con il nocciolo del problema. Ogni Paese in Europa deve collaborare con queste istituzioni. Ma questo è qualcosa di molto diverso da una troika che non è indebitata con nessuno. I suoi funzionari sono venuti in Grecia per monitorarci rigorosamente. Ora, stiamo di nuovo parlando direttamente con le istituzioni. L'Europa è diventata più democratica a causa di questo cambiamento.

SPIEGEL: Cosa cambia? Dovete ancora presentare i vostri piani di riforma alle tre "istituzioni" per l'approvazione.

Tsipras: Le riforme non saranno approvate da parte delle istituzioni. Hanno una voce in capitolo nel processo e stabiliscono un quadro di riferimento che si applica a tutti in Europa. In precedenza, la situazione era tale che la troika avrebbe inviato una e-mail dicendo al governo greco che cosa doveva fare. Le riforme che abbiamo pianificato sono necessarie, ma le stiamo decidendo noi. Nessuno ci sta obbligando a realizzarle. Noi vogliamo fermare l'evasione fiscale su larga scala e le frodi fiscali più di chiunque altro. Finora hanno pagato solo i percettori di bassi redditi e non i ricchi. Vogliamo anche a rendere lo stato più efficiente.

SPIEGEL: Ma siamo ancora un po' confusi. La Grecia vuole e ha bisogno di un terzo piano di salvataggio in giugno, quando finiranno i soldi?

Tsipras: non lo chiamerei un piano di salvataggio.

SPIEGEL: Come lo chiamerebbe invece ?

Tsipras: Direi che la Grecia ha necessità di finanziamento. Abbiamo consolidato massicciamente il nostro bilancio negli ultimi anni e ora abbiamo avanzi primari invece di deficit. Ma non possiamo ancora prendere in prestito denaro sul mercato dei capitali. Per fare ciò, dobbiamo riconquistare la fiducia, diventare competitivi e tornare a crescere. Fino a quel momento, dunque, dobbiamo finanziarci in un altro modo.

SPIEGEL: Il che significa che avete bisogno dei soldi degli Europei.

Tsipras: Guardi, non si tratta di filantropia a favore della Grecia. Si tratta di responsabilità comune e solidarietà europea. Se la Grecia non può servire il proprio debito, ciò ha un effetto anche sui nostri partner. Pertanto una rete di sicurezza per la Grecia è necessaria e dobbiamo anche tornare il più rapidamente possibile al mercato dei capitali. Ma questo non può essere combinato con un programma che ha portato ad una situazione di disagio sociale; abbiamo bisogno di un programma che porti alla crescita.

SPIEGEL: Che è probabilmente il contrario di ciò che il governo tedesco vorrebbe sentire.

Tsipras: Alcuni ritengono che gli investimenti possono essere attivati riducendo ulteriormente il costo del lavoro. Ma noi lo abbiamo già ridotto del 40 per cento e questo non ha portato quasi per niente investimenti. Il denaro che è fluito verso la Grecia aveva lo scopo di salvare le banche - non ha risolto il nostro problema di liquidità. Non vogliamo continuare a prendere in prestito denaro per sempre; noi vogliamo uscire da questa situazione difficile. Ma possiamo impegnarci solo a intraprendere misure che siamo anche in grado di attuare.

SPIEGEL: Se capiamo correttamente, volete più prestiti, ma non volete assoggettarvi a ulteriori controlli.

Tsipras: In una società in rovina e un paese con una crisi umanitaria, non è possibile abbattere ulteriormente i salari. Possiamo, però, perseverare con le riforme strutturali. Vogliamo creare finalmente le istituzioni per applicare in modo efficace le tasse. Vogliamo modernizzare il sistema giudiziario in modo che non sarà più necessario aspettare un anno per una sentenza. In futuro, dovrà essere possibile avviare un’impresa rapidamente e senza troppa burocrazia. Svilupperemo anche il registro delle proprietà immobiliari, cosa che è stata promessa dal 1930.

SPIEGEL: Perché pensa che si avrà successo nel fare ciò che i vostri predecessori hanno promesso di fare, ma hanno fallito ?

Tsipras: Perché non siamo parte del vecchio sistema, come erano i nostri predecessori. In particolare, limiteremo le attività incontrollate degli oligarchi. Loro controllano i media e continuano a ricevere enormi prestiti da parte delle banche, al contrario delle aziende normali. Vogliamo anche monitorare le attività dei fornitori dello Stato, che hanno costituito enormi cartelli. Nessuna persona ragionevole può essere contraria a tale intento, e siamo determinati per affrontarlo.

SPIEGEL: E le privatizzazioni?

Tsipras: Su questo abbiamo hanno un approccio diverso. Dobbiamo rendere fruibili i beni dello Stato, ma non dobbiamo vendere tutto. In caso contrario, il ricavato sparirà direttamente nel buco nero del debito. Invece, vogliamo usare i ricavi delle imprese statali per sostenere il benessere sociale.

SPIEGEL: Lunedì, il suo governo presenterà le prime proposte di riforma di Bruxelles, che dovranno poi essere approvate dai ministri delle finanze dell’Eurozona. Qual è il vostro piano?

Tsipras: Noi proporremo sei riforme che sono pronte per l'implementazione. Primo: la lotta contro la crisi umanitaria. Vogliamo creare una Smart Card per i cittadini che può essere utilizzata per accedere ai servizi pubblici per i quali in passato bisognava fare domanda sette diverse autorità. Il bisognoso potrà anche usarla per pagare generi alimentari e energia elettrica. Secondo: la riforma dell'amministrazione necessaria a rendere lo Stato più efficiente. Terzo: l'introduzione di un piano di rateizzazione per i debiti fiscali. La quarta riforma ha a che fare con l'amministrazione fiscale e la quinta è finalizzato alla creazione di un Consiglio fiscale politicamente indipendente. La sesta è la creazione di una task force per la verifiche fiscali mirate al fine di combattere l'evasione fiscale anche nelle classi medie.

SPIEGEL: Il primo punto comporta un incremento di spesa. Come avete intenzione di finanziarlo?

Tsipras: Abbiamo già presentato un progetto di legge in Parlamento. Esso è coerente con la nostra promessa di stabilire la giustizia sociale. La crisi umanitaria è danno collaterale derivante dal programma di salvataggio. Oggi, il 35 per cento dei greci vive al di sotto della soglia di povertà e 600.000 bambini non hanno abbastanza da mangiare, secondo l'UNICEF. Abbiamo già ricevuto finanziamenti comunitari per la lotta contro la crisi umanitaria e parlerò al presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker nei prossimi giorni per verificare se possiamo ricevere fondi supplementari.

SPIEGEL: Nel resto d'Europa, la gente è preoccupata per il vostro piano per consentire greci per ripagare le tasse fino a 100 rate mensili. Non siete preoccupati che un tale piano provocherà il completo prosciugamento delle entrate fiscali ?

Tsipras: Al contrario. Creerà ricavi immediati per lo Stato. Al momento, il debito fiscale dei greci è in aumento di un miliardo di euro al mese. Vogliamo invertire questa tendenza. E, naturalmente, non offriremo questo a persone che sono in grado di pagare, ma vogliono imbrogliare.

SPIEGEL: Che cosa riguarda esattamente la sua proposta di creare un consiglio fiscale ?

Tspiras: Sarà una autorità fiscale indipendente della politica. Sa come era in passato? Le aziende più importanti potevano chiamare il primo ministro qui a Maximos Mansion e i termini cambiavano a loro favore durante la notte. Questo non sarà più possibile.

SPIEGEL: Lei crede davvero che questo vi permetterà di costringere i ricchi a pagare?

Tspiras: Sicuramente sa che ci sono due Grecie. Una è quella Grecia di 4 milioni di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà. Si può vedere l'altra Grecia, se si va in una sera d'estate in una discoteca  di Bouzouki lungo la costa o se si va a Mykonos. E' la Grecia dei evasori fiscali e dei truffatori. Sappiamo bene che molti di questi bar e ristoranti non rilasciano alcuna ricevuta. Saremo molto severi con questa Grecia.

SPIEGEL: E che cosa la rende così sicuro del successo?

Tsipras: Stiamo formando una task force per i controlli mirati e il suo personale sarà cambiato ogni due mesi in modo che non diventi corrotto. Abbiamo un ministro che è responsabile per la lotta contro l'evasione fiscale, un ex pubblico ministero. Alle sue dipendenze sarà istituita un'organizzazione indipendente, non influenzata dal sistema politico.

SPIEGEL: Suona molto ambizioso in un momento in cui i vostri soldi sono già finiti. Nel mese di marzo, dovrete rimborsare poco meno di € 4 miliardi, ma non è ufficialmente in programma di ricevere la prossima tranche del programma di salvataggio fino alla fine di aprile. Riuscirete a superare questo mese?

Tspiras: Purtroppo devo ammettere che, nel corso degli ultimi 30 giorni, ho speso il 90 per cento del mio tempo a negoziare come possiamo rispettare le scadenze, al fine di garantire il nostro finanziamento. Questo non è in alcun modo produttivo o creativo. La riunione dell'Eurogruppo il 20 febbraio, quando è stato esteso il nostro accordo di prestito, è stato un passo importante. La decisione è stata presa per noi darci respiro, ma la BCE ci tiene ancora la corda al collo.

SPIEGEL: E da dove prenderete i 4 miliardi di euro ?

Tsipras: La Grecia potrebbe emettere titoli di Stato a breve termine, i cosiddetti T-Bills ...

SPIEGEL: ... ma per fare questo, avete bisogno dell’accordo con la BCE, che non ha intenzione di consentirvi di farlo.

Tsipras: Se la BCE insiste su questa decisione, che a nostro parere non è quella giusta, allora si prenderà una grande responsabilità. Allora tornerà la tensione che abbiamo visto prima del 20 febbraio. Questo, però, sarebbe una decisione politica che non dovrebbe essere presa da tecnocrati.

SPIEGEL: La BCE è politicamente indipendente.

Tspiras: Sono fiducioso che verranno prese le decisioni necessarie e che colmeremo il gap di finanziamento entro la fine di aprile.

SPIEGEL: Molti esperti ora temono un "Grexident" - uscita accidentale della Grecia dall'euro. Se la BCE non è d'accordo con le vostre T-Bills, questo è esattamente ciò che potrebbe accadere.

Tspiras: Non riesco a immaginarlo. Non si rischierà la disintegrazione dell'Europa per una T-Bill di appena 1.6 miliardi di euro. C'è un detto per questo in Grecia: Un uomo bagnato non teme la pioggia.

SPIEGEL: In seguito, un conflitto ben più fondamentale attende. Volete mettere fine alle politiche di austerità, ma il cancelliere tedesco Angela Merkel non vuole permettere una cosa del genere. Queste posizioni ampiamente divergenti sono stati sorvolate come "ambiguità creativa," come ha sostenuto il suo ministro delle Finanze Yanis Varoufakis. Tuttavia, non sarà più possibile ignorare questo crescente conflitto in giugno.

Tspiras: Ecco perché abbiamo bisogno di mettere a profitto questi quattro mesi. L'Europa sta affrontando un dilemma: o si accettano le richieste del popolo del sud, che ha sofferto molto sotto l'austerità, e si corregge il corso - o si reagisce in maniera arrogante e punitiva. Se ciò dovesse accadere, la Grecia soffocherebbe gradualmente. Questo, però, non sarebbe più solo un pericolo finanziario, ma anche un pericolo politico.

SPIEGEL: Per chi?

Tsipras: Il crescente movimento civile per un cambiamento di rotta nel sud diventerebbe una corrente anti-europea. Punendo Syriza in Grecia, non si rallenta la dinamica di Podemos in Spagna - invece la costringi a diventare anti-europea. Così facendo, rafforzi Beppe Grillo in Italia, Marine Le Pen in Francia - e gli avversari dell'Unione europea come Nigel Farage in Gran Bretagna saranno molto, molto contento.

SPIEGEL: Sicuramente c'è il supporto per un allegerimento dell'austerità in alcuni paesi. Ma siete stati isolati nel corso dei negoziati con gli altri Paesi dell’Eurozona. Lei ha perfino attaccato i governi di Spagna e Portogallo nei giorni scorsi, lamentando la loro mancanza di sostegno. Gli europei devono veramente parlare tra di loro in quel modo?

Tsipras: Non si può parlare di un conflitto tra i Paesi. La Grecia non divide gli stati in amici e nemici. Era una critica delle politiche di austerità. L'interpretazione che la Grecia è isolata è del tutto sbagliata. Durante tutto il tempo dei negoziati, abbiamo sperimentato la solidarietà da tutta Europa come non l’avevamo vista dai tempi della dittatura.

SPIEGEL: Ma ci sono tensioni tra la Germania e la Grecia.

Tspiras: L'atmosfera che è stata creata in passato - in Grecia, ma anche in Germania - non era buona. C'è in effetti un clima ingiusto verso la Grecia in Germania. Media come il giornale Bild ritraggono tutti i greci come barboni avidi e truffatori. E qui in Grecia, i tedeschi sono ritratti come persone a muso duro che hanno inimicizia verso di noi. Ma non si tratta di uno scontro tra le persone - è uno scontro tra le forze conservatrici e le forze di sinistra. Un lato spinge per l'austerità e l'altro vuole la crescita.

SPIEGEL: La minaccia di abbandonare l’euro è una leva credibile per cambiare le politiche di austerità ?

Tsipiras: Escludo una Grexit perché amo l'Europa. Io credo che la Eurozona è come un maglione di lana: Quando inizia a sfilare, allora non può più essere fermato.

SPIEGEL: Alcuni in Germania, comprese le persone nel governo federale, ritengono che l'euro sarebbe più forte senza la Grecia. Nel vostro partito, peraltro, c'è una minoranza che vuole tornare alla dracma.

Tsipras: Se dovessimo tenere un referendum di domani con la domanda: "Vuoi la tua dignità o una continuazione di questa politica indegna", allora tutti avrebbero scelto dignità indipendentemente dalla difficoltà che avrebbero accompagnato tale decisione. Ma la minaccia per l'Europa oggi non è Syriza o Podemos, è il Fronte Nazionale in Francia o in Germania AfD.

SPIEGEL: Molti a Berlino non hanno trovato le prestazioni del vostro governo particolarmente ispiratrici di  fiducia. Si sentono provocati dal ministro delle Finanze Varoufakis.

Tsipras: Ognuno ha diritto ad un parere. Inoltre non ci immischiamo nella politica interna tedesca a dettare alla Germania chi diventa ministro delle Finanze o cancelliere. È per questo che preferiremmo che i nostri partner ci lascino decidere che scegliamo come nostri rappresentanti.

SPIEGEL: E 'vero che ha ordinato al signor Varoufakis dare un minor numero di interviste?

Tsipras: Ho chiesto meno parole e più azione a tutti i membri del Consiglio dei ministri (il nome ufficiale del gabinetto di governo), non solo al signor Varoufakis.

SPIEGEL: Nelle ultime settimane, si è incontrato con molti politici di alto livello in Europa. E' solo un caso che non ha ancora visto Angela Merkel?

Tsipras: Non è per caso. Ho ricevuto un invito da François Hollande, da Matteo Renzi, dal cancelliere federale austriaco e dal primo ministro belga e anche da David Cameron, ma non ho ricevuto un invito da Angela Merkel. Se dovessi ricevere un invito dal cancelliere, io accetto subito. Ci siamo sentiti al telefono e abbiamo parlato durante i vertici. Penso che abbiamo un buon rapporto e che ci sia una buona chimica tra di noi.

SPIEGEL: Allora perché non avvia lei una prima visita ?

Tsipras: Finora non ho chiesto un incontro; sono diventato primo ministro solo poco tempo fa. Sono stato aperto a chiunque abbia voluto incontrarsi con me. Quando avevo bisogno di parlare con la signora Merkel, l'ho chiamata. Non vado posti dove non sono stato invitato.

Grecia: questo è solo l'inizio

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Creato il Mercoledì, 25 Febbraio 2015 14:26

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In Grecia non ci sarà un nuovo taglio di salari e pensioni, come aveva accordato il precedente governo del conservatore Samaras e del socialista Venizelos. In Grecia non ci sarà un ulteriore smantellamento dei diritti dei lavoratori come aveva accordato il governo delle grandi alleanze di Nuova Democrazia e Pasok. In Grecia dal 25 di gennaio governa la sinistra di Alexis Tsipras e di Syriza. La nuova Grecia di Tsipras ha chiesto ai ricchi di pagare il costo della loro crisi e non c’è Merkel, Scheauble e Juncker che lo possono fermare.

Questi giorni è stato molto importante il movimento di sostegno al governo di Tsipras in tutta l’Europa. In Italia la Cgil e la Fiom, con Susanna Camusso e Maurizio Landini, hanno sostenuto la Grecia e hanno partecipato alla manifestazione del 14 dicembre a Roma con tanti rappresentanti della società civile italiana.

Il presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem, uno dei falchi e della linea dura tedesca, ha ammesso che le proposte del governo greco vanno bene per estendere il piano di finanziamenti per quattro mesi.

Il presidente della Commissione europea Juncker e il Commissario Moscovici hanno fatto dichiarazioni forti a sostegno del governo di Tsipras. “Non succederà l’uscita della Grecia dall’euro”, ha detto Juncker alla rivista economia tedesca “WirtschaftsWoche”, considerando che fino all’estate ci sarà un accordo per un nuovo programma di riforme e di sviluppo per la Grecia “con il dovuto equilibrio sociale”.

Moscovici considera il piano del governo di Tsipras “ambizioso ma realistico”, mentre sconfessa qualsiasi dibattito su Grexit: “Ho vietato che un piano del genere venisse valutato”, ha detto il Commissario sostenendo che “la Commissione europea si augura che la Grecia resti nell’eurozona. Siamo sulla buona strada”.

Alla fine l’Europa neoliberista i compiti a casa gli dà a chi accetta di applicare le sue politiche. I governi hanno la prima e l’ultima parola per tutto quello che compete i loro popoli. Il governo di Tsipras sta a dimostrarlo. Non a caso i ministri greci e il gruppo parlamentare di Syriza lavorano ininterrottamente per presentare i disegni di legge che smonteranno il neoliberismo selvaggio che hanno imposto la Germania e i poteri forti della finanza creativa con quattro anni di Memorandum, pressioni e sofferenze.

La lotta del governo greco non sarà facile. È molto interessante la giustificazione di Juncker per rifiutare la decisione del governo di Atene di aumentare il salario minimo. “Se la Grecia aumenta il suo salario minimo allora in Europa ci saranno sei paesi che avranno un salario più basso e che dovranno portare i loro parlamenti a convalidare il programma della Grecia. Si deve spiegare al signor Tsipras e ai suo colleghi che non si tratta per un procedimento facile. Il salario minimo in Grecia sarà più alto che in Spagna o in Slovakia”. Di cosa si preoccupa Juncker? Che la Grecia rifiuta questo dumping interno nell’eurozana e nell’Ue? I governi degli altri sei paesi dovrebbero essere contenti e ringraziare Tsipras perché con un aumento del salario minimo in Grecia i loro paesi saranno più... competitivi!

Ancor “meglio” andrebbe per questi paesi che continuano nella loro svalutazione interna cancellando i diritti dei lavoratori. La Grecia vuole ripristinare la contrattazione collettiva e i contratti collettivi di lavoro e abolire le schiavitù dei lavori precari: sarà meno competitiva?

“Tsipras si è arreso”, tuonano i grandi media europei per cercare di convincere gli altri popoli europei. I più aggressivi sono questi tedeschi, spagnoli, portoghesi, italiani. Hanno paura che il messaggio liberatorio di Atene cambi gli equilibri e descrivono una Grecia già in rivolta contro il nuovo governo.

In realtà la popolarità di Tsipras è arrivata al 87%, secondo l’ultimo sondaggio della Pubblic Issue che è stato pubblicato domenica 22 febbraio su “Avgi”. L’80% dei greci sostiene il governo nelle sue trattative con l’Unione Europea. Il 43% della gente che ha votato Nuova Democrazia e persino il 90% di chi ha votato i nazisti criminali di Alba Dorata approva l’operato di Tsipras. Sembra che quando la sinistra fa il suo dovere di sinistra non c’è ideologia conservatore e reazionaria che tenga.

Tsipras ha lasciato fuori dalle trattative gli obblighi assunti dal precedente governo. Sia Tsipras che il suo ministro delle Finanze Varoufakis avevano insistito che nelle proposte di Atene non ci saranno i tagli delle pensioni, i salari e le controriforme delle relazioni di lavoro. “In nessuno modo accetteremo il taglio delle pensioni e dei salari”, hanno ribadito nelle ultime 48 ore Tsipras e Varoufakis.

Le proposte del governo greco sono concentrate sulle riforme per affrontare la evasione fiscale, la corruzione e la pubblica amministrazione. Dopo la luce verde dell’Eurogruppo, la Grecia ha quattro mesi di proroga dei finanziamenti.

Il governo greco insiste che i due disegni di legge per sistemare “i debiti rossi” delle famiglie e delle imprese, che riguardano in primis i mutui per la prima casa, e l’agevolazione per pagare le tasse accumulate in 100 rate continueranno la loro strada per il parlamento, visto che secondo il governo non hanno nessun costo fiscale e la possibilità di promulgare questo tipo di leggi si prevede già dagli accordi di venerdì 20 febbraio nell’Eurogruppo.

In fondo la questione greca non è un problema economico - finanziario per la Germania e i suoi alleati. L’Unione Europea ha già speso 3.000 miliardi per salvare le banche e spenderà almeno altri 1.000 miliardi nei prossimi mesi attraverso la Bce, senza trovare il fondo del pozzo nero.

Il punto è che la sfida della Grecia colpisce direttamente il mostro neoliberista che è stato costruito metodicamente in Europa negli ultimi trent’anni. Tsipras e Syriza osano capovolgere l’Europa dei banchieri e dei speculatori, l’Europa della finanza creativa e improduttiva, la totale deregulation delle relazioni di lavoro, economiche e sociali.

Il governo greco prepara già le leggi e i regolamenti per il ripristino del salario minimo ai 751 euro come era prima della crisi, vuole abolire subito le controriforme che hanno cancellato la contrattazione collettiva e permesso i licenziamenti collettivi, vuole tassare le scommesse e le transazioni bancarie per sostenere i fondi per le pensioni, vuole abolire le forme di lavoro precario e cerca di creare posti di lavoro fissi e garantiti.

Ma il passo più importante riguarda la sanità, visto che la distruzione massiva di posti di lavoro ha gettato fuori dal sistema sanitario nazionale un greco su tre, bambini compressi. La vecchia legislazione greca prevedeva che un lavoratore avesse l’assistenza sanitaria finché durava il suo sussidio di disoccupazione: una volta scaduto lui e la sua famiglia perdevano medici e medicine. Per la Troika questa misura era molto utile perché costringeva i lavoratori ad accettare qualsiasi lavoro per garantire almeno l’assistenza sanitaria alla loro famiglia. Ora Tsipras vuole garantire medici e medicine per tutti, mentre ha già abolito il ticket dei 5 euro agli ospedali e l’euro che pagavano i malati per ogni ricetta.

Inoltre vuole rimettere la tredicesima ai pensionati che ricevono pensioni sotto i 700 euro, facendo imbestialire Schaeuble, che ha “denunciato” che la Grecvia ha già iniziato “a sprecare soldi”.

 

Non è tempo di giochi

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Creato il Venerdì, 20 Febbraio 2015 11:04

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Sto scrivendo questo articolo a margine di un negoziato cruciale con i creditori del mio paese – un negoziato i cui risultati potranno segnare una generazione oltre a rappresentare un possibile punto di svolta per l’esperimento europeo e per quello dell’unione monetaria.

Gli esperti di teoria dei giochi tendono ad analizzare i negoziati trattandoli come giochi in cui i contendenti, proiettati esclusivamente sul proprio interesse individuale, tentano di accaparrarsi la fetta più grande della torta da dividere. Data la mia precedente esperienza accademica come ricercatore in teoria dei giochi, molti commentatori hanno affrettatamente avanzato l’ipotesi che, in qualità di nuovo ministro delle finanze della Grecia, avrei operato per ideare stratagemmi, bluff o opzioni nascoste utili a vincere non avendo nulla in mano.

Nulla può essere più lontano dalla verità di quanto è stato scritto in questi giorni.

Se la mia precedente esperienza con la teoria dei giochi ha avuto un effetto su di me, questo è stato quello di convincermi che sarebbe pura follia considerare l’attuale negoziato tra la Grecia e i suoi partner come un gioco da vincere o perdere grazie a bluff o sotterfugi tattici.

Il problema della teoria dei giochi è, come ho sempre tentato di spiegare ai miei studenti, che essa considera le motivazioni dei giocatori come un dato prestabilito a priori. Se si sta pensando ad una partita di poker o di blackjack questa assunzione non è particolarmente problematica. Ma nell’attuale negoziato tra la Grecia ed i suoi partners il punto centrale è esattamente quello di costruire delle nuove motivazioni. Si tratta di costruire una nuova mentalità che vada oltre le divisioni nazionali, che sostituisca una prospettiva pan-europea alla dicotomia creditore-debitore, in grado di porre il bene comune Europa al di sopra di politiche futili e di dogmi di comprovata tossicità se resi universali e una logica del noi a sostituire quella del loro.

Come Ministro delle Finanze di un piccolo paese immerso in una crisi fiscale, privo della propria banca centrale e visto dalla maggioranza dei suoi partner come un problematico debitore sono convinto che esista un'unica opzione: respingere qualunque tentazione di usare questo momento cruciale come un opportunità per sperimentare spregiudicate strategie presentando, altresì, in modo onesto, le attuali condizioni socio-economiche della Grecia, mettendo sul tavolo le nostre proposte per riportare la Grecia a crescere, spiegando perché queste sono nell’interesse dell’Europa e rivelando le linee rosse oltre le quali la logica e il dovere ci impediscono di andare.

La grande differenza tra questo governo greco e quelli che lo hanno preceduto è duplice: l’attuale governo è determinato nel volersi scontrare con interessi potenti e consolidati allo scopo di far ripartire la Grecia e riguadagnare la fiducia dei partner; ma è anche determinato nel non voler essere trattato come una colonia debitrice a cui si imponga di patire quel che deve. Il principio dell’austerità più intensa da imporre all’economia più depressa potrebbe apparire bizzarro se non avesse causato tante inutile sofferenze.

Mi viene spesso chiesto: cosa accadrà se l’unica strada per garantire il finanziamento del suo paese sarà quello di oltrepassare quelle linee rosse ed accettare misure che lei considera parte del problema più che della soluzione? Fedele al principio per cui non ho diritto di bluffare, la mia risposta è: le linee che abbiamo detto essere rosse non verranno oltrepassate. Altrimenti, esse non sarebbero delle vere linee rosse ma semplicemente dei bluff.

Ma mi viene anche chiesto: E se questo producesse ulteriori sofferenze per il suo popolo? Chi lo chiede sta implicitamente pensando che non può non esserci un bluff.

Il problema di questa linea di ragionamento è legato alla presunzione, propria anche della teoria dei giochi, che si viva in una sorta di “tirannia delle conseguenze”. Come se non esistessero circostanze per le quali si fa quello che è giusto non perché questo sia il frutto di un ragionamento strategico ma semplicemente perché… è giusto.

Contro questo cinismo, il nuovo governo greco ha intenzione di innovare. Noi dovremo rinunciare, nonostante le possibili conseguenze, ad accordi che siano sbagliati per la Grecia e sbagliati per l’Europa. Il gioco di estendere i termini del debito al prezzo di nuova austerity, cominciato nel 2010 quando il debito pubblico greco è divenuto non più rifinanziabile, finirà. Non più prestiti – non prima di aver definito un piano credibile per far crescere l’economia così da poter ripagare tali debiti, aver aiutato la classe media a rimettersi in piedi sulle proprie gambe e aver risolto l’odiosa crisi umanitaria. Non più “riforme” che si accaniscano contro poveri pensionati o farmacie a conduzione familiare senza scalfire in alcun modo la grande corruzione.

Il nostro governo non sta chiedendo ai suoi partners una via d’uscita per non ripagare i propri debiti. Noi stiamo chiedendo alcuni mesi di stabilità finanziaria che ci consentano di intraprendere il piano di riforme che la maggioranza del popolo greco può condividere e supportare, così da poter tornare a crescere e a essere nuovamente in grado di ripagare i nostri debiti.

Si potrebbe pensare che questo misconoscimento delle regole della teoria dei giochi sia dovuto all’effetto di una linea di sinistra radicale. Non è così. La maggiore influenza qui è quella di Immanuel Kant, il filosofo tedesco che ci ha insegnato come la ragione e la libertà dall’impero degli espedienti sono ottenibili facendo ciò che è giusto.

Come abbiamo capito che il nostro modesto piano di politica economica, che rappresenta la linea rossa che non siamo intenzionati ad oltrepassare, sia giusto in termini kantiani? Lo abbiamo capito guardando negli occhi le persone affamate nelle strade delle nostre città, osservando la nostra classe media sofferente e tenendo a mente tutti coloro che lavorano duro in ogni paese e in ogni città della nostra unione monetaria. Dopotutto, l’Europa riuscirà a ritrovare la sua anima solo quando avrà guadagnato nuovamente la fiducia del suo popolo mettendo gli interessi di quest’ultimo al centro della scena.

 

(Yanis Varoufakis dal New York Times del 16 febbraio 2015, trad. Dario Guarascio)

 

Fonte: Sbilanciamoci.info

La tela di Alexis: le radici sociali della vittoria di Syriza

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Creato il Giovedì, 12 Febbraio 2015 11:43

SYRIZA TSIPRAS

 

Il giorno in cui si deciderà di conteggiare le vittime della crisi, la Grecia risulterà prima anche in questa triste graduatoria. Qualche giorno fa, il quotidiano To Vima ha pubblicato un po’ di cifre, frutto di uno studio condotto dal British Medical Journal: dal giugno 2011, quando hanno cominciato a entrare in vigore le misure di austerità imposte dalla troika, i suicidi sono aumentati del 35,7 per cento. In particolare, a incidere sarebbero state le riduzioni salariali nel settore pubblico e i tagli al welfare. Nel triennio precedente, vale a dire nei primi anni di recessione, il numero di persone che si erano tolte le vita era a sua volta superiore del 35 per cento rispetto agli anni precedenti. Basta farsi un giro ad Atene per dare un volto a queste storie. Dal caso più eclatante, l’uomo che si diede fuoco in piazza Syntagma nell’aprile del 2012, come un Jan Palach dei tempi dell’ordoliberismo, fino al più recente attore finito in disgrazia che qualche settimana fa si è ammazzato perché non sarebbe andato in pensione. Alla Ert Open, la radio-tv autogestita dagli ex giornalisti e tecnici della radiotelevisione di Stato chiusa da un giorno all’altro dal governo Samaras, su una parete sono affissi i volti dei loro caduti: una giornalista volata dal terzo piano della tv a Salonicco, un altro morto d’infarto nel suo ufficio, un altro ancora stramazzato mentre gli confiscavano la casa.

Bisogna tenere in considerazione la gravissima crisi umanitaria che sta stritolando il Paese per comprendere il successo elettorale di Syriza, e prima ancora le esplosioni di rabbia e la diffusione del mutuo soccorso (nella sola Attica, la regione della Grande Atene che ha quasi la metà degli abitanti dell’intera Grecia, si contano 180 tra farmacie e ambulatori autogestiti), e finanche le guerre tra poveri delle quali fanno le spese i paria per eccellenza della società: gli immigrati. Charles Branas, docente dell’Università della Pennsylvania, ha sostenuto che il tasso di suicidi non è influenzato solo dalle politiche finanziarie dei governi ma anche dai “messaggi pubblici” che le accompagnano.

Ecco così spiegati gli slogan elettorali di Syriza, quel “la speranza sta arrivando” contrapposto alla “politica della paura” del governo della troika, una sorta di “no future” disperante al quale questa volta la maggioranza dei greci ha detto no. Con quest’esigenza di fornire vie d’uscite concrete si motiva il pragmatismo del cosiddetto “programma di Salonicco” (così detto perché fu diffuso da Alexis Tsipras nella capitale della Tessalonica), fondato su proposte perfettamente realizzabili e su poche idee di fondo: dare un sollievo immediato a quel terzo della popolazione finito sotto la soglia della povertà, innanzitutto, garantendo loro che non rimarranno senza luce e acqua, che potranno mettere insieme un pranzo e una cena e che avranno un’adeguata assistenza sanitaria; rianimare una classe media dissanguata dalle politiche di austerità, dichiarando impignorabile la prima casa, cancellando una tassa particolarmente contestata fondata su valori catastali assolutamente fittizi e stabilendo che balzelli e debiti si pagano in proporzione non superiore al trenta per cento del reddito di ognuno; infine, colpire l’evasione fiscale e la corruzione, perseguendo chi non paga e tassando i grandi patrimoni. In buona sostanza, un progetto di redistribuzione di redditi e risorse per evitare che i costi della crisi si scarichino solo su una fetta di popolazione.

Il “partito sociale”, radicato nei quartieri operai e del nuovo sottoproletariato sottratto alle sirene neonaziste di Alba Dorata, ha preparato il terreno per la vittoria della coalizione della sinistra radicale, nonostante Syriza abbia ben pochi addentellati nei sindacati, a differenza dei cugini-coltelli del Kke, il partito comunista tuttora avvinto da nostalgie filosovietiche e simbologie da Piazza Rossa, che invece controllano l’unico sindacato realmente non filogovernativo al tempo delle larghe intese: il Pame. E’ quest’ultimo che ha organizzato decine di scioperi generali dal 2008 a oggi, portando in piazza i portuali del Pireo e i lavoratori delle fabbriche che delocalizzavano (in Grecia ricordano in particolare il caso della Siemens e quello della Coca Cola, scappata in Bulgaria). Syriza è stata vicina a molte esperienze di lotta che hanno formato quadri sindacali nuovi: quelle dei comitati nati nei quartieri per impedire sfratti anche solo per poche centinaia di euro e distacchi di energia elettrica o di acqua, dei movimenti contro le privatizzazioni, dei movimenti altermondialisti attivi fin dai tempi del G8 di Genova (dove l’attuale sottosegretario alla Marina Mercantile, Thodoris Dritsas, militante in un piccolo gruppo denominato “Rivoluzione socialista” ai tempi della dittatura militare, pireota doc, assaggiò le manganellate della polizia italiana al porto di Bari, quando la nave dei no global diretti a Genova fu bloccata e respinta in Grecia) e ha sostenuto la resistenza dei lavoratori della tv pubblica Ert chiusa dal governo e delle donne delle pulizie licenziate dal ministero dell’Economia, le due vertenze simbolicamente più forti degli ultimi anni. Non si è tirata indietro quando, nel dicembre del 2008, il quartiere di Exarchia, a un passo dal centro di Atene, esplose per l’uccisione da parte della polizia di un ragazzino di 16 anni, Alexis Grigoropulos. Questo gli ha conquistato i consensi di gran parte dei movimenti sociali e persino degli anarchici, stanchi della repressione.

E’ un percorso che merita di essere raccontato per esteso, quello di questo singolare soggetto politico. Quando Alekos Alavanos, segretario del Synaspismos, la formazione erede del vecchio Partito comunista dell’interno, ebbe l’idea di allargare la sinistra ai movimenti sociali, si trovava a guidare un partitino di ultrasessantenni chiuso e burocratizzato. Riuscì a compiere un mezzo miracolo, aprendo le porte alla generazione di Genova, federandole senza sciogliere il vecchio partito. Nella nascente Syriza non si poteva confluire a titolo individuale, ma solo come organizzazioni. Studiarono molto, i greci dell’ultrasinistra, il modello dei Social forum, a partire da quello di Firenze (che tutti i protagonisti di quella generazione indicano come un momento fondativo), al punto che qualche anno dopo ne organizzarono uno pure ad Atene. Al nuovo partito aderirono undici formazioni che, dopo qualche anno, decisero di sciogliersi, qualcuna di loro rimanendo come corrente organizzata. Di queste, gli appartenenti al vecchio Synaspismos (fuoriusciti dal Kke nel ’91, quando si arrivò alla scissione tra “riformisti” e “ortodossi”), rappresentano circa un terzo. Negli ultimi tempi è accaduto che Alavanos, che era stato il “padrino” di Alexis Tsipras ai tempi del rinnovamento, ha rotto con quest’ultimo ed è uscito dal partito che pure aveva fondato, finendo in una piccola formazione di sinistra anticapitalista, Antarsya, che alle ultime elezioni non è riuscita a entrare in Parlamento. A Syriza si sono avvicinati anche molti ex socialisti del Pasok, e l’apertura è stata più volte rimproverata a Tsipras. Infine, si è assistito alla scissione della Sinistra democratica (Dimar), che prima è finita nel Pasok e poi si è presentata da sola alle elezioni, rimanendo esclusa dal Parlamento.

Nel frattempo Syriza si era radicata nel territorio, la linea politica di scontro con la troika e i governi fantoccio delle larghe intese e la leadership del giovane segretario ne trainavano i consensi, così come la presenza nelle piazze della protesta, le vecchie sedi poco frequentate venivano trasformate in mense sociali e alla mancanza di quadri si sopperiva attingendo a piene mani dalla militanza non organizzata. Il braccio sociale del partito si chiama Solidarity4all e ha una propria sede, vicino all’università di Atene. Ad essa fanno capo le 180 cliniche e mense autogestite nate in tutta l’Attica per dare assistenza sanitaria e cibo a quella fascia di popolazione che ne è rimasta priva. La gran parte di queste strutture di mutuo soccorso non è direttamente riconducibile al partito e funziona grazie a donazioni private di farmaci (da parte di familiari di persone decedute, ad esempio), alle prestazioni volontarie di centinaia di medici, al di fuori del loro orario di lavoro, e alla rete di dottori che si prestano a fare clandestinamente negli ospedali esami altrimenti molto costosi. Solidarity4all, alla quale ogni deputato di Syriza versa il trenta per cento dello stipendio, ci mette il resto e soprattutto mantiene un filo tra queste esperienze. Inoltre, la rete si occupa di incentivare la nascita di cooperative per recuperare le fabbriche chiuse. Il caso che ha fatto il giro del mondo è quello della Vio.Me di Salonicco: produceva prodotti chimici e materiale di costruzione per l’edilizia, quando nel 2011 i padroni ha deciso di chiudere lasciando i lavoratori con diciannove stipendi arretrati. Loro hanno occupato la fabbrica e l’hanno riconvertita a una produzione eco-compatibile: ora fanno saponi e detersivi biologici.

 

(1-continua)

Dalla parte giusta. La Grecia è vicina. Roma, 14 febbraio 2015

Category: Eventi
Creato il Mercoledì, 11 Febbraio 2015 16:25

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Le ultime decisioni della Bce sul debito greco e le chiusure del governo tedesco sulla richiesta di ridiscussione del debito ellenico, rappresentano dei ricatti con cui si continua a subordinare il bene di una popolazione e le sue scelte democratiche alle logiche finanziarie e speculative.
Alla Grecia e al suo nuovo governo si vuole imporre la solita «cura», quella che ha fatto crescere la povertà, la disoccupazione e lo stesso debito pubblico di quel paese.
Sono ricette dettate dalla medesima logica che ha ispirato le «raccomandazioni» inviate all'Italia nella lettera della Bce del 5 agosto 2011. In quell'occasione la Banca centrale europea ha dettato i pesanti interventi poi messi in pratica dai governi che si sono succeduti da allora a oggi: dall'innalzamento dell'età pensionabile come principale strumento per contenere la spesa pubblica alle privatizzazioni e liberalizzazioni dei servizi pubblici, da una sempre maggior flessibilità del lavoro con la libertà di licenziare e lo smantellamento dello Statuto dei lavoratori fino alla controriforma della contrattazione collettiva per svuotare il contratto nazionale a favore di quelli aziendali.
I governi Monti, Letta e – ora – Renzi si sono incaricati di trasformare in realtà quelle indicazioni, diventando dei meri esecutori di una linea economica e politica decisa altrove, mai votata dai cittadini e perciò priva di qualunque verifica democratica.
Analogamente a quanto successo in Grecia con la Troika, anche da noi – seppur in modo meno traumatico – è stato imposto un risanamento tutto a spese dei lavoratori e dei ceti più deboli della popolazione. E anche noi oggi siamo alle prese con le conseguenze dell'austerity che ha portato a una vera e propria regressione storica, visibile nella povertà che dilaga tra i nostri cittadini, nei lavoratori-poveri con salari sotto la soglia di sussistenza, nella disoccupazione oltre il 12%, nell'insicurezza e nella paura derivanti dai tagli allo stato sociale e alla sanità. Un degrado che ha anche allontanato milioni di cittadini dalla partecipazione alla vita pubblica e che ha fatto crescere i consensi della destra più populista e pericolosa.
Per questo, perché siamo parte in causa di ciò che accade in Europa, perché sentiamo la sorte della Grecia come parte del nostro futuro e siamo solidali con quel popolo, per riconquistare ciò che ci hanno tolto, scenderemo in pazza sabato prossimo. Con le stesse motivazione e le stesse ragioni per cui abbiamo scioperato e manifestato nei mesi scorsi contro il Jobs Act, traduzione italiana delle politiche liberiste e d'austerità imposte in tutta Europa.
È ora di cambiare davvero, per costruire un'Europa fondata sul lavoro e sulla giustizia sociale serve nuova politica anche della Bce: mutualizzare e congelare il debito pubblico, allungare nel tempo la sua scadenza, non prevedere il pagamento degli interessi. Questo è il modo per liberare risorse da destinare agli investimenti, per creare posti di lavoro stabili e un nuovo modello sociale e produttivo.
Su questi contenuti la Fiom partecipa alla manifestazione nazionale del 14 febbraio a Roma «Dalla parte giusta. È cambiata la Grecia, cambiamo l'Europa». Perché tutto questo riguarda il nostro futuro.

 

Concentramento Piazza Indipendenza ore 14

 

Leggi anche:

Grecia. Fiom: “Basta con le politiche dell'austerità. Partecipiamo alla manifestazione di sabato 14 febbraio

La Grecia dopo il voto – Non un pericolo, ma una chance per l’Europa

 

 

La Grecia dopo il voto – Non un pericolo, ma una chance per l’Europa

Category: News Europa
Creato il Mercoledì, 11 Febbraio 2015 15:44

Appello di sindacalisti tedeschi ed esponenti Spd, Linke, Verdi

 

Il terremoto politico in Grecia è una chance non solo per questo paese travagliato dalla crisi, ma anche per un ripensamento e una correzione di fondo delle politiche economico-sociali dell’Unione europea .

Insistiamo di nuovo nella critica già mossa più volte negli ultimi anni da parte dei sindacati: le condizioni poste a garanzia degli aiuti finanziari alla Grecia non si sono meritate fin dal principio la definizione di “riforme”. I miliardi trasferiti in Grecia sono stati utilizzati soprattutto per la stabilizzazione del settore finanziario. Allo stesso tempo, con una brutale politica di tagli, si è gettato il paese nella più acuta recessione e, con questo, tutta l’Ue nel più ingente indebitamento sovrano. Ne è seguita una crisi sociale e umanitaria senza uguali in Europa: un terzo della popolazione vive in povertà, le coperture sociali sono state fortemente ridotte, il salario minimo tagliato del 22 percento, il contratto nazionale e altre tutele per chi è ancora occupato sono stati smantellati, e proprio le fasce di reddito più basse sono state ulteriormente penalizzate dal fisco. Il tasso di disoccupazione è ora pari al 27 percento e tra i giovani addirittura superiore al 50. Sono in molti a non avere mezzi a sufficienza per nutrirsi, riscaldarsi, pagare l’elettricità e l’alloggio. Gran parte della popolazione non usufruisce più di cassa malattia e ha accesso all’assistenza sanitaria solo in casi urgenti. L’esito del voto è una sentenza che stronca queste politiche fallimentari.

Tutto questo non ha a niente a che fare con riforme che affrontano i problemi reali della Grecia. Nemmeno uno dei problemi strutturali del paese è stato risolto, piuttosto se ne sono creati altri. È stata una politica di smantellamento, e non di costruzione. Riforme strutturali vere, che meritino questo nome, aprono la strada alle possibilità di sviluppo del paese invece di costringere alla fuga una generazione di giovani altamente qualificati. Riforme strutturali vere fanno sul serio quando si tratta di combattere l’evasione e l’elusione fiscale. Riforme strutturali vere combattono il clientelismo e la corruzione negli appalti. Il nuovo governo greco è chiamato a cimentarsi con propri progetti di ricostruzione e sviluppo che dovranno far parte di un “piano europeo di investimenti”, come chiedono da tempo i sindacati, e di creare i presupposti affinché tali progetti diano frutti.

Con il nuovo governo greco si deve trattare seriamente e senza tentativi di ricatto per aprire una prospettiva economico-sociale oltre le politiche di austerità. Questo vale soprattutto per quanto riguarda gli impegni devastanti a garanzia dei creditori internazionali e concordati con il precedente governo mandato a casa dal voto popolare. L’Europa non deve, non può insistere sull’ulteriore perseguimento di politiche a danno della popolazione che sono state inequivocabilmente rifiutate dalla maggioranza dell’elettorato. Non si può andare avanti così!

Che i responsabili per le politiche fin qui perseguite in Grecia siano stati mandati a casa è una decisione democratica che a livello europeo deve essere rispettata. C’è bisogno che al nuovo governo sia data una chance equa. Chi ora pretende di continuare sulla rotta cosiddetta riformatrice, nega di fatto alla popolazione greca il diritto di dare al proprio paese un nuovo orientamento legittimato democraticamente. E, se si aggiunge che tale nuovo orientamento sia casomai possibile qualora la Grecia esca dall’euro, si afferma l’inconciliabilità delle istituzioni europee con le decisioni democratiche assunte nei Paesi membri dell’Ue - a vantaggio ulteriore delle correnti nazionalistiche già in crescita.

Il deficit di legittimazione a livello europeo, più volte deplorato e non ancora sanato, non deve essere consolidarsi definitivamente con la limitazione della democrazia negli Stati membri. Si deve piuttosto, come molti di noi lo hanno già sottolineato nell’appello “Rifondare l’Europa” del 2012, rafforzare la democrazia a livello europeo se si vuole dare nuova credibilità al progetto europeo. Questo non si rafforza con i diktat dell’austerità, bensì con l’iniziativa democratica dal basso per la ricostruzione economica e per una maggiore giustizia sociale.

Ora bisogna sostenere questa iniziativa nell’interesse del popolo greco. Allo stesso tempo essa dà impulso al cambiamento di rotta in Europa. Bisogna far sì che la svolta politica in Grecia diventi una chance per un’Europa sociale e democratica!

Grecia. Fiom: “Basta con le politiche dell'austerità. Partecipiamo alla manifestazione di sabato 14 febbraio

Category: Stampa e relazioni esterne
Creato il Venerdì, 06 Febbraio 2015 17:09

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La segreteria nazionale della Fiom ha diffuso oggi la seguente nota.

Le ultime decisioni della Bce sul debito greco, ampiamente annunciate dalle dichiarazioni del cancelliere tedesco Angela Merkel, rappresentano un atto gravissimo che continua a subordinare il bene di una popolazione e le sue scelte democratiche alle logiche finanziarie e speculative.

E' ora di cambiare. Per costruire un'Europa vera fondata sul lavoro e sulla giustizia sociale serve nuova politica anche della Bce. Mutualizzare e congelare il debito pubblico, allungare nel tempo la sua scadenza, non prevedere il pagamento degli interessi: è questa la strada da seguire. Ciò non significa risolvere i problemi della sola Grecia, ma anche quelli dell'Italia e di tutta l'Unione Europea.

Questo è il modo per liberare risorse da destinare agli investimenti, unica strada per creare posti di lavoro stabili e un nuovo modello sociale e produttivo.

Con l'elezione di Alexis Tsipras, si è aperta per la Grecia la possibilità di risollevare le condizioni di vita della sua popolazione e per il resto d'Europa di guardare a nuove ricette per affrontare la crisi.

Condizione necessaria per tutto questo è però superare la linea economica imposta alla Grecia dalla Troika, le rigidità dei vincoli dettati da trattati comunitari tutti da riscrivere, battere le pratiche di chi - per salvare una banca - è disposto a sacrificare un intero popolo. Tutto questo diventa decisivo per il futuro dei nostri Paesi e per la democrazia europea.

Oggi milioni di persone nel nostro continente hanno dovuto subire un arretramento delle loro condizioni di vita andato di pari passo con il degrado dei loro diritti di cittadinanza: una vera e propria regressione storica visibile nella povertà che dilaga tra i nostri cittadini, nei lavoratori-poveri con salari sotto la soglia di sussistenza, nella disoccupazione dilagante, nei milioni di persone prive d'assistenza sanitaria. Un degrado che rischia d'allontanare definitivamente milioni di cittadini dalla partecipazione alla vita pubblica, generando così un pericoloso deficit di cittadinanza, per la gioia delle elite e delle oligarchie. Rimettere la dignità della persona al centro dell'agire pubblico e, con essa, fare del lavoro il principale obiettivo dell'azione politica deve diventare il minimo comune denominatore per tutti coloro che vogliamo risollevare l'Europa dalle macerie in cui l'hanno ridotta gli speculatori e i burocrati.

Su queste basi, la Fiom sostiene lo sforzo del Governo greco e partecipa con le proprie proposte alla manifestazione “Dalla parte giusta. E' cambiata la Grecia, cambiamo l'Europa”, indetta per il 14 febbraio a Roma, invitando tutte le associazioni che hanno a cuore il lavoro e la giustizia sociale ad essere presenti.

 

Fiom-Cgil/Ufficio Stampa

 

Roma, 6 febbraio 2015

Solidarietà con lo sciopero dei dipendenti pubblici greci contro il fascismo e lo squadrismo. La Fiom ad Atene il 30 settembre con il sindacato dell’industria europeo

Category: News Europa
Creato il Giovedì, 19 Settembre 2013 16:39

48 ore di sciopero generale indetto in Grecia dai sindacati contro i tagli di 25.000 dipendenti pubblici entro la fine dell’anno.

E’ questa la risposta dei sindacati greci del pubblico impiego all’ennesima misura antisociale presa in nome dell’austerità e dell’Europa che ce lo chiede.

Al sesto anno di recessione, con una disoccupazione arrivata al 27%, aumento della povertà vertiginoso la Grecia è in ginocchio in conseguenza delle misure della Troika.

In questo scenario è ancora più inquietante l’uccisione di Pavlos Fyssas, un giovane rapper antifascista di 34 anni, per mano di Alba Dorata, il partito neonazista che alle ultime elezioni greche ha ottenuto il 7% di voti ma che è già accreditato al 20%circa.

L’uccisione di Fyssas, ad opera di un gruppo di 30 militanti di Alba Dorata, è l’ultimo degli episodi avvenuti per mano dei neonazisti, sinora concentrati nel picchiare e perseguitare gli immigrati, gli antifascisti, i militanti di sinistra e i Rom. Di questo attacco squadrista abbiamo dovuto purtroppo leggere sui quotidiani esteri (non certo di sinistra), poiché tutti i media italiani hanno omesso la notizia e i pochi trafiletti stravolgono l’accaduto.

La FIOM, nell’esprimere la sua totale solidarietà con i lavoratori in sciopero, ritiene ancora più emblematica l’iniziativa organizzata dal sindacato dell’Industria europeo e la presenza dei suoi affiliati il giorno 30 settembre ed il 1 di ottobre in concomitanza con la sentenza del tribunale contro i lavoratori dei cantieri greci in sciopero.

Una delegazione della Fiom sarà ad Atene per ribadire il suo sostegno alle lotte contro l’austerità contro il fascismo per la democrazia

 

Roma, 19 settembre 2013

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