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27 Marzo 2017
Federazione Impiegati Operai Metallurgici

52 items tagged "Fiat"

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Per il futuro dei lavoratori in FCA si apra un confronto

Category: Comunicati e volantini
Creato il Martedì, 17 Gennaio 2017 17:15

testata fiominfiat

 

Negli Stati Uniti l'Ente di Protezione Ambientale ha reso pubblico l'avvio di una procedura contro FCA. La ragione? Secondo le scarse informazioni che abbiamo, FCA non avrebbe dichiarato l'installazione di un software su alcuni modelli motorizzati diesel. L'indagine dell'EPA sarebbe concentrata su circa 100mila vetture che monterebbero motori V6, ma ad essere imputati non sarebbero i motori (pluripremiati), ma la mancata dichiarazione dell'esistenza del software. La differenza non sarebbe di poco conto: perché l'impatto economico delle sanzioni rischierebbe di essere di alcuni miliardi.

La sola notizia ha avuto un impatto negativo sul mercato azionario, proprio all'indomani del salone di Detroit, dove l'amministratore delegato era tornato sul tema alleanze con altri gruppi industriali come GM.

Alle difficoltà negli Stati Uniti si è aggiunta in Europa quella del governo tedesco, che ha chiesto verifiche sulle emissioni di alcuni modelli Fca. E' in corso la “guerra del diesel” cominciata con il “dieselgate” della VW e continua in Francia con la magistratura che avrebbe avviato indagini dopo che test indipendenti sulle emissioni avrebbero fatto emergere importanti differenze su quanto dichiarato dalla Renault. Mentre il governo tedesco è tornato a mettere sotto accusa le emissioni di tre modelli Renegade, 500 e Doblò, in un quadro complessivo che vede l'Unione Europea discutere di quali dovranno essere i limiti di emissione e gli obiettivi da raggiungere nei prossimi anni.

La Fiom ritiene fondamentale l'apertura di un confronto: il Comitato Aziendale Europeo che si terrà a Torino nei giorni dal 25 al 27 gennaio, sarà la prima occasione per un incontro informativo tra la direzione aziendale e tutti i sindacati a cui seguirà la convocazione delle assemblee con i lavoratori.

Per la Fiom bisogna mettere in atto tutte le iniziative utili a offrire garanzie ai lavoratori e trasparenza per prevenire impatti sul mercato, visto in particolare il rilancio in corso di alcuni brand e il lancio nuovi modelli.

Per la Fiom il Governo italiano ha la responsabilità di dare vita, come già chiesto precedentemente, a una commissione permanente sull'auto che coinvolga FCA e le aziende dell'automotive, i lavoratori, le università, per una nuova politica industriale che finanzi un piano ecologico del settore utile a implementare l'occupazione.

FCA il futuro è adesso.

In Italia occupazione per l'auto ecologica.

 

17 gennaio 2017

Incontro Fca-Fiom. Ora la parola ai lavoratori

Category: Comunicati e volantini
Creato il Giovedì, 22 Dicembre 2016 10:27

FIOM CGIL

 

Si è tenuto a Roma, presso la sede di Fca, il secondo incontro tra la direzione aziendale e la Fiom per continuare il confronto sulla situazione occupazionale e produttiva degli stabilimenti di Cassino e Pomigliano.

Nell'incontro abbiamo precisato che per la Fiom, data la situazione produttiva dello stabilimento di Pomigliano, dove ancora oggi insiste un contratto di solidarietà per l'assenza di un nuovo modello che garantisca la piena occupazione, e avendo lo stabilimento di Cassino la necessità di garantire con il lancio del nuovo modello “Stelvio” e il pieno regime per la “Giulia” con due turni di lavoro l'inserimento di 1.200 lavoratori di cui circa 700 assunti, la soluzione che preveda lo spostamento temporaneo e volontario dei lavoratori dello stabilimento da Pomigliano a Cassino deve avere precisi criteri: volontarietà, temporaneità e riconoscimento economico.

Ma, nel corso dell'incontro, una condivisione è stata raggiunta solo su alcuni aspetti. Il primo è che la temporaneità viene garantita dal fatto che la durata è vincolata al termine del contratto di solidarietà a Pomigliano (agosto 2018), l'altro è l'incremento di produttività di 3,18 euro per ora lavorata.

Non c'è stato un punto di mediazione sul criterio per lo spostamento dei lavoratori da Pomigliano a Cassino, visto che la richiesta della Fiom era la volontarietà mentre la direzione aziendale terrà conto di tale criterio ma potrebbe procedere anche unilateralmente sulla base delle proprie esigenze.

Al termine dell'incontro la Fiom non ha siglato il testo, che discuterà nelle assemblee a Pomigliano in cui valuterà se ci sono la volontà e le condizioni dei lavoratori di sottoscriverla, assumendone il voto come vincolante sull'ipotesi d'intesa.

Inoltre, l'ipotesi prevede entro marzo un confronto, non più rinviabile, sul futuro occupazionale e produttivo di Pomigliano che solo con nuovi modelli potrà garantire il ritorno anche dei lavoratori temporaneamente a Cassino, salvo per chi dovesse decidere il trasferimento definitivo.

La direzione aziendale ha inoltre comunicato che, per quel che concerne lo stabilimento di Cassino, procederà entro il mese di febbraio alla cessazione del contratto di solidarietà ed al conseguente rientro al lavoro di tutte le maestranze e che per le assunzioni dei primi 700 utilizzerà i contratti di somministrazione che, a stabilizzazione dei volumi, potrebbero essere confermati a tempo indeterminato. In caso di necessità produttive, l'azienda potrebbe incrementare fino a un massimo di altri 600 gli ingressi dopo la stabilizzazione del primo blocco. La Fiom ha chiesto di avviare un confronto sullo stabilimento di Cassino che la direzione aziendale ha convenuto di tenere nel mese di gennaio.

La Fiom valuta che ci sia la necessità di superare i tavoli separati, seppur contemporanei come è accaduto oggi, tra i sindacati firmatari il “contratto Fiat” da una parte e la Fiom dall'altra.

Per la Fiom la democrazia deve essere estesa anche ai lavoratori di Fca.

 

Dichiarazione di Michele De Palma, responsabile auto Fiom nazionale, Donato Gatti, segretario generale Fiom Cassino, Francesco Percuoco, segreteria Fiom Napoli.

 

Fiom-Cgil/Ufficio Stampa

 

Roma, 21 dicembre 2016

Fca/Cnhi. Bonus: buoni, brutti o cattivi?

Category: Comunicati e volantini
Creato il Giovedì, 01 Dicembre 2016 18:10

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Flexible benefit e welfare in FCA e CNHi: Fim, Uilm, Fismic, Uglm, e ACQF non imparano dagli errori

 

Il 29 novembre 2016, a Torino, le direzioni aziendali di Fca e Cnhi, escludendo la Fiom dal confronto sull'applicazione della normativa prevista dalla Legge di stabilità su detassazione e decontribuzione del Premio di Risultato, hanno raggiunto un'intesa con i "sindacati firmatari il contratto Fiat".

Imparare dagli errori fatti con il "Bonus IP" sarebbe stato semplice, visto che la Fiom ha segnalato con appositi comunicati e volantini gli sbagli fatti nell'intesa precedente, che dava molti vantaggi all'azienda e non conveniva ai lavoratori. La maggioranza dei lavoratori, infatti, dimostrandosi più "sindacalista" dei "sindacati firmatari" ha scelto di lasciare la benzina in fabbrica e mettere in tasca i soldi. Il sistema "bonus benzina" aggiungeva sconti a sconti per l'azienda visto che:

a)         il Contratto specifico prevede un criterio di maturazione che penalizza i lavoratori in cassa integrazione o in contratto di solidarietà;

b)         l'azienda, pagando in "bonus", non versava ai lavoratori quanto avrebbe speso pagando il premio.

Il tutto con il meccanismo del "silenzio-assenso" al bonus, mentre questa volta, grazie all'iniziativa della Fiom seppur esclusa dal tavolo, per quel che riguarda i "flexible benefit" e il welfare, chi vorrà ricevere soldi e non prestazioni non dovrà firmare nulla. Un po' di chiarezza l'abbiamo ottenuta, ma purtroppo l'intesa raggiunta non chiarisce e, anzi, consegna nelle mani dell'azienda la possibilità di

decidere se l'offerta del "paniere dei flexible benefit del welfare" sia di servizi o anche dell'ente erogatore. Per esempio, nel caso "bonus carburante", il lavoratore non poteva scegliere in quale stazione di rifornimento spenderlo.

Le novità in materia fiscale introdotte dal governo permettono per la struttura premiante in Fca e Cnhi di poter scegliere la corresponsione del premio in soldi o servizi.

Cosa succede con l'intesa firmata? Intanto che il bonus non è aggiuntivo ma sostitutivo. È utile chiarire che nell'ipotesi di Contratto collettivo nazionale dei metalmeccanici il welfare è aggiuntivo agli aumenti in paga base. Invece in Fca e Cnhi, l'intesa prevede che per il 2017 i lavoratori potranno scegliere se il premio (max erogazione) di 700 euro per le aree professionali 1 e 2 (gruppo professionale 5, 4 e 3) e 800 euro (max erogazione) per l'area professionale 3 (gruppo professionale 2) gli potrà essere erogato in "bonus" o soldi. L'intesa prevede che solo per i lavoratori che dovessero scegliere i benefit ci sarebbe una maggiorazione del 5% su quella parte di premio.

I sindacati firmatari sostengono che questo sia un ottimo risultato. La Fiom ritiene che lo sia solo per l'azienda. Nelle iniziative di informazione la Fiom aveva già fatto presente che sul "Bonus IP" l'azienda avrebbe risparmiato sulla contribuzione e che quindi il costo aziendale del premio doveva essere corrisposto per intero ai lavoratori.

Le novità introdotte dal governo sulla fiscalità hanno determinato con la contrattazione vantaggi maggiori per i lavoratori a cui si applica il Contratto collettivo nazionale dei metalmeccanici. Perché per loro continua ad aumentare la paga base e il welfare è distinto e aggiuntivo ai premi.

In Fca e Cnhi “sindacati firmatari” e azienda continuano a decidere senza un confronto e senza il voto dei lavoratori. La democrazia non è solo libertà ma anche salario e contrattazione.

Fiom-Cgil nazionale

Roma, 1° dicembre 2016

India: dieci anni dopo la corte suprema dà ragione ai contadini contro Tata-Fiat

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Giovedì, 13 Ottobre 2016 12:00

fiat punto india

 

Sembrava una storia conclusa, archiviata nella memoria dei tanti territori che ci siamo abituati a considerare normalmente destinati a soccombere alle ‘regole’ del peggior sviluppismo - e stiamo parlando della storia di singur, 400 ettari di terra agricola e fertilissima alla periferie di kolkata, che tra il 2006 e il 2008 vide tata motors protagonista di un combattutissimo land grabbing, per lo stabilimento da adibire alla produzione della famosa nano car, pubblicizzata come l'utilitaria meno costosa mai prodotta al mondo e di conseguenza un grande affare.

e invece no. sono tornate le ruspe e i macchinari. plotoni di operai sono al lavoro da settimane. persino nei giorni (prima metà di ottobre) che in tutta l’india e particolarmente in bengala hanno celebrato il durga pooja (equivalente al nostro natale), i lavori sono continuati giorno e notte. e non si tratta dell’ennesima estensione di quel progetto industriale, peraltro mai andato in porto; e neppure della sua conversione in qualcos’altro; bensì dell’integrale smantellamento, diciamo pure sradicamento di quel corpo-fabbrica, addirittura dalle fondamenta, persino a colpi di dinamite, per sbrigarsi prima. motivo di cotanto impegno: un verdetto, fin da subito definito “storico, senza precedenti”, che la corte suprema dellindia ha emesso il 31 agosto scorso, in favore dei contadini espropriati. entrambi i giudici, gopala gowda e arun kunar mishra, hanno scrupolosamente esaminato il voluminoso cartame e hanno riconosciuto che la motivazione per l’esproprio di quelle terre nel 2006 (ovvero la clausola del public purpose, pubblico vantaggio) non poteva considerarsi legittima data la natura privata dell’impresa. e dunque: le terre dovranno essere restituite alle migliaia di contadini che in tutti questi anni, consorziati in varie organizzazioni, non si sono mai arresi - e ricorso dopo ricorso, hanno visto riconosciute le proprie ragioni. e’ stata definita anche una data, entro la quale attuare queste restituzioni: 21 ottobre prossimo, il tempo stringe.

una storia davvero straordinaria, quella di singur, che meriterebbe di essere ricostruita nei più minuti particolari - anche perché, nella sua apparente lontananza, si intreccia in più punti con la nostra storia (e debacle) non solo industriale. ma poiché ciò richiederebbe ben più ampio spazio, limitiamoci a rievocarla nei suoi capitoli principali, anche per mettere a fuoco la complessità (e quindi la sfida, in termini di governance) che le autorità bengalesi dovranno affrontare, di qui in poi.

primi dicembre 2006: per la produzione dell’auto low cost targata tata motors, il governo del bengala occidentale requisisce d’autorità 400 ettari di terre agricole nell’area di singur: un’area nota come ‘culla verde’ dell’intera regione, dai 3 ai 5 raccolti all’anno. le motivazioni di queste requisizioni, da più parti discusse, criticate, persino condannate (e attuate direttamente dalla west bengal industrial development corporation, nel ruolo di facilitator per contro di tata motors) sono perfettamente coerenti con l’impeto di l’industrializzazione, che nella shining india di quegli anni il governo centrale sta cercando di velocizzare con un numero impressionante di sez (zone economiche speciali), sul modello della cina ma ahimè con una densità di popolazione ben maggiore. e il progetto low cost car, o nano-car, pubblicizzato come il “regalo” che ratan tata intende fare a milioni di famigliole indiane normalmente costrette a pericolosi percorsi in motocicletta, sembra un’imperdibile opportunità: la stampa ne favoleggia come modello no frills, che riducendo all’essenziale carrozzeria ed ingranaggi potrà costare non più di 100.000 rupie, $ 2.500, e garantire quindi volumi di vendita enormi. il quadro insomma è così entusiasmante, da persuadere il ministro del bengala, buddhadeb bhattacharjee (detto ‘buddha rosso’), al vertice di un left front al governo da oltre 30 anni, della superiore necessità di sacrificare una pur fiorente economia agricola alla conversione industriale, per posizionare l’intero est dell’india come investment friendly destination.

l’impiego della forza, con l’ausilio dell’esercito, a colpi di spranga, lacrimogeni e non solo, è comunque impressionante, come documentano vari video ripresi nei giorni degli espropri (in particolare girati da ladly mukhopadhaya, rintracciabili su you tube). parecchi contadini, soprattutto mezzadri, piccolissimi proprietari, vengono trascinati via con la forza. nonostante i negoziati ancora in corso, nonostante il rifiuto da parte di molti delle indennità in offerta, tutti i campi vengono recintati d’autorità, impugnando una legge, land acquisition act, che risale al 1894, epoca coloniale solo nel 2013 l’india si è dotata infatti di una legislazione più ‘attuale’ rispetto all’indubbia complessità delle acquisizioni territoriali per progetti di pubblica utilità. da quel momento singur è un campo di battaglia, con non pochi episodi di violenza, stupri punitivi, suicidi per disperazione.

barricata all’interno del muro di cinta tata motors inizia la costruzione della fabbrica. ma sulla rivendicazione di quei 140 ettari requisiti con la forza (su un totale di 400 ettari in negoziato), i contadini non si arrendono. li guida una indomita mamata banerjee, leader del partito trinamool (che significa ‘trifoglio’), con vocazione esplicitamente populista, in opposizione al monopolio delle sinistre in west bengala. particolare non indifferente: dal settembre del 2015, e nella più totale discrezione, la nostra fiat ha avviato con tata motors una serie di accordi che matureranno poi in una ‘joint venture 50-50’ da entrambi i partner definita strategica, a tutto campo. in un’intervista che il corriere della sera pubblicherà poi a firma di danilo taino (7.2.2007) è lo stesso ratan tata a rievocare le battute iniziali di quell’accordo che “risale a quando luca (di montezemolo, ndr) era in india (…) e mi chiese, assieme a john elkann, se potevo aiutarli a far recuperare a fiat le posizioni in india. (…) richiesta strana tra due concorrenti, alla quale di solito si risponde di no (…) dissi di sì per l’antica amicizia che legava mio zio a giovanni agnelli (sic …) e perché fiat era stata responsabile della nascita dell’industria automobilistica in tanti paesi in via di sviluppo, compresa l’india…” titolo dell’articolo a tutta pagina: “partiamo dell’auto low-cost”. nell’occhiello si accenna all’inedita nozione di capitalismo spiritual, secondo il quale “la ricchezza va restituita al popolo…”. nessun accenno al fatto che le terre di singur sono da mesi a ferro e fuoco.

nella profonda crisi in cui si trova la fiat di quegli anni, l’area-india è in effetti una spina nel fianco: pur presente nel sub-continente dagli anni ’50 con le vecchie 1.100 ribattezzate padmini, il marchio non sembra in grado di competere in un mercato in velocissima espansione. ma anche tata motors, se non facesse parte di quella conglomerata tata & sons, forte di 90 aziende nei più diversi comparti, avrebbe il fiato corto: oltre a un paio di decenti fuori-strada l’unico successo nel decennio precedente è stata la indica, city-car carrozzata bertone - che in effetti sembra la copia dalla panda. entrambi i marchi, insomma, non sembrano pronti a reggere la concorrenza delle big dell’auto che stanno arrivando in gran forza, sul mercato indiano.
ed ecco appunto quella opportunità apparentemente splendida per entrambi, la people car : progetto che ratan tata persegue da anni senza venirne a capo, e che per fiat è un’esperienza metabolizzata dai tempi della ‘500 e ancor prima della topolino. il memorandum che i due marchi sottoscrivono il 22.09.2005, e che poi si precisa meglio con il vero e proprio annuncio al motor show di new delhi (gennaio 2006), prospetta proiezioni di vendita colossali non solo per lindia, ma anche per l’america latina, la cina, con qualche aggiustamento e ‘frill’ in più (e a un prezzo ovviamente superiore) anche in europa, us, nell’ambito di un accordo di reciproco impegno di distribuzione in tutti i mercati serviti da entrambi i marchi, che darà a fiat anche la possibilità di assemblare in india i modelli siena e palio.

il 19.4.2006 la relazione lingotto-tata motors si cementa con l’ingresso di ratan tata nel consiglio di amministrazione fiat. insieme a quella del guru roland berger, convinto assertore della small car per il futuro del settore-auto. un mese dopo il parlamento italiano festeggia l’insediamento del governo prodi. e nell’agosto 2006, ecco di nuovo luca di montezemolo e ratan tata inaugurare un indo-italian ceo forum che avrà scadenza annuale. e’ in quell’occasione che sulla stampa italiana trapela per la prima volta la notizia di una possibile convergenza produttiva sulla low cost car targata tata motors e con know how fiat. e progressivamente questa relazione tata-fiat fa da perno-stampa anche all’intensificarsi della commercial/diplomazia tra il neo-eletto governo prodi e l’india. nel novembre 2006 l’italia ospita 130 businessmen indiani guidati dal ministro per il commercio e industria kamal nath; ancor più colossale, con 450 operatori, sarà la delegazione guidata da prodi-bonino-montezemolo in india nel febbraio 2007, con particolare focus sul west bengala.

negli stessi mesi in cui a singur si viveva un sanguinoso conflitto sociale, il vostro paese spediva in india la più impressionante delegazione commerciale che mai si sia vista in 60 anni di storia post-coloniale (…) un rappresentante della vostra confindustria ha avuto il coraggio di plaudire le favorevoli ‘condizioni di ingresso’, in termini di ‘modesto costo del lavoro e dei terreni’…” fu il duro commento dell’attivista medha patkar, in occasione di un incontro proprio sul caso-singur promosso a torino verso la fine del 2007 dal centro studi sereno regis. “particolarmente triste è stato assistere al totale silenziose della vostra stampa e della stessa fiat, ‘partner’ di tata motors a tutto campo su questo progetto low cost car, sia a livello tecnologico sia di know how, nonché per la commercializzazione su mercati terzi e quindi partecipe dei profitti globali (…) noi, popoli e movimenti indiani, ci opponiamo a questo stile neo-coloniale di partnership e ci domandiamo come possa succedere che una nazione civilizzata e ricca di cultura come l’italia possa associarsi a un simile furto di terre, violento e brutale, in totale contrasto con qualsiasi nozione di sostenibilità e di rispetto per l’ambiente. ci chiediamo inoltre come possa essere successo che coloro che erano al corrente della situazione (i vostri diplomatici in india, i vari funzionari e ministeri che hanno preparata la missione prodi in india) siano rimasti indifferenti alle notizie degli scontri, benché quotidianamente riportati sulla stampa indiana…”.

pochissime, in effetti, le testate che in italia tentarono una qualche contro-informazione. a parte “il manifesto” (che ospitò numerosi articoli di marina forti, patrizia cortellessa, della sottoscritta), qualche sito web, e le testate sindacali, che seguirono con molto attenzione la vicenda - in particolare il bollettino della fiom-cgil notizie internazionali, allora diretto da alessandra mecozzi, che tra l’altro fu protagonista e organizzatrice di numerosi incontri, a roma, bologna, torino, e arrivò a esprimere per lettera, a nome della fiom, “preoccupazione e sconcerto per la situazione di brutalità che da mesi infiamma le campagne del bengala occidentale” direttamente all’ambasciata indiana a roma. il tutto nella più totale indifferenza. per i media main-stream, sicuramente condizionati da un notevole investimento pubblicitario, continuò ad esistere solo quell’unica narrazione: di una fiat finalmente fuori dalla crisi grazie al super-manager (o in alcuni casi ‘compagno’) marchionne, e ulteriormente ‘premiata’ a livello globale da questa jv con tata motors.

ma ben più inspiegabile fu lindifferenza del parlamento italiano, considerate le ben quattro interrogazioni parlamentari, estremamente circostanziate, che in diversi momenti vennero inviate ai vari ministeri più direttamente interessati: a firma dell’allora senatore francesco martone, nonché dei deputati bonelli, migliore, de zulueta (e altri firmatari) man mano che la situazione andava infiammandosi in bengala, per altri casi di land grabbing ad uso industriale, successivi a quelli di singur. (testo delle interrogazioni nel blog news singur: http://nosingur.blogspot.it/2008/02/tutti-gli-articoli.html)

e veniamo alla conclusione (solo apparente, appunto) di questa storia: quando dopo mesi di silenzio, nella primavera del 2008, la protesta dei contadini si risveglia di nuovo, e nell’estate diventa vero e proprio assedio, un picchettaggio articolato su 21 diverse posizioni; e infine culmina nel mese di agosto con lo sciopero della fame ad oltranza della leader mamata banerjee. pur nelle condizioni di continua turbolenza descritte, la fabbrica è ormai pronta per entrare in produzione, i tanti aspiranti a quel migliaio di posti promessi nei ruoli di operai e vari addetti, stanno preparandosi ai colloqui… ma a settembre ecco il colpo di scena: con un secco comunicato tata motors annuncia che se ne va da singur per l’impossibilità di proseguire in condizioni di confitto, e nel giro di qualche mese il progetto low-cost car ripartirà, non senza perdite, dai più tranquilli impianti di sanand, in gujarath - e lo smacco più grande, non solo di immagine, sarò per il governo del left front in bengala occidentale.

e infatti: le elezioni del 2011 premieranno il partito avversario, quel trinamool party che guidato da mamata banerjee si era sempre schierato dalla parte dei contadini. nel suo discorso di investitura mamata banerjee promette che non potrà morire in pace fino a che non vedrà restituite quelle terre acquisite con la forza … ed ecco che cinque anni dopo, con il verdetto che è stato emesso il 31 agosto 2016 alla corte suprema dell’india, la promessa può dirsi vinta. almeno sul piano giuridico, della fondamentale affermazione del diritto. e sicuramente in termini di popolarità: a metà settembre, nello stesso luogo, lungo la durgapur expressway, che nel 2008 l’aveva vista protagonista del famoso sciopero della fame ad oltranza, c’era una folla oceanica a salutare questa vittoria personale di mamata banerjee, mentre parlava da un palco vasto come una piazza d’armi…

e tuttavia, man mano che i giorni passano, diventa evidente anche la complessità di queste restituzioni territoriali, e proprio per lo stesso motivo che rese difficile la loro acquisizione, ovvero per l’eccezionale frammentazione in termini di proprietà. su 13.000 richiedenti, sono stati già accertati (in tempi records, soprattutto per l’india!) circa 9.500 titoli di proprietà certa. il problema resta sui titoli di proprietà incerta, o appunto per i tantissimi contadini bargadars, ovvero lavoranti a mezzadria: i più colpiti dall’inattività di tutti questi anni perché più direttamente dipendenti dal frutto della terra. per loto il governo di mamata banerjee ha predisposto dei punti di consulenza mobile nel territorio di singur, addirittura un servizio porta-a-porta, delle indennità forfettarie (ma sicuramente non sufficienti), preoccupato del rischio di immagine che anche una minoranza di scontenti, tra quei contadini che hanno rappresentato lo zoccolo duro della singur resistance, potrebbe diventare per il trinamool party. ma la regione resta fondamentalmente affetta da alti indici di povertà e disoccupazione - per cui bisognerà al più presto riparlare anche di investimenti industriali… e di come ridiventare attrattivi, dopo tante turbolenze sulla terre di singur, la partita insomma, per la benerjee, non è per niente chiusa.

e la nano-car, è stata davvero quel grande affare? macché, un flop totale, e proprio per il costo: troppo cheap per un target di consumatori cosiddetti aspirational, status conscius, che soprattutto in india, proiettano nell’acquisto di qualsiasi cosa l’immagine del proprio raggiunto successo; e per niente competitivo per le famose famigliole che, per lo stesso prezzo, possono comprare modelli usati, sicuramente più spaziosi, robusti, affidabili, considerate anche le condizioni delle strade in certe zone dell’india. in soldoni, lo stabilimento di sanand in gujarath è da sempre ai minimi della capacità produttiva: progettato per 250.000 pezzi all’anno, ha chiuso lo scorso anno fiscale con 25.000 vendite (e il picco di vendita è stato nel 2011/2012, con ca 75.000 auto vendute). per non dire delle turbolenze di gestione e sul fronte sindacale: a gennaio un incendio (sembra doloso); a marzo, sciopero di un mese per il licenziamento di 25 operai ‘facinorosi’; e frequenti i casi di vetture palesemente danneggiate dagli stessi operai.

quanto alla jv a tutto campo tra fiat e tata-motors, anche quella non è mai veramente decollata. continua… non continua… la stampa italiana non ne parla da tempo e quella india registra una partnership ai minimi termini (meccanica, componenti, condivisione di impianti) e più spesso distratta da ben più significativi progetti fuori dall’india per entrambi i marchi: la fiat di marchionne che è ormai diventata fiat crysler, mentre tata motors continua essenzialmente a guadagnare dall’acquisizione (2008) di jaguar e land rover. archiviato quell’unico, in tutti i sensi modestissimo progetto di small-car, i due marchi si trovano in effetti in competizione sugli stessi segmenti (alti) di mercato - come il buon ratan tata aveva predetto. persino in india, insomma, il signoreggio non funziona: in un mercato in così rapida e dinamica espansione come quello indiano, secondo solo a quello cinese, la fiat auto o fiat crysler di marchionne sostanzialmente si barcamena.

Fiom Torino. Enti centrali Fca: persone non macchine

Category: Fiom Torino [provinciale]
Creato il Lunedì, 16 Maggio 2016 16:59

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COMUNICATO STAMPA

Enti centrali Fca: persone non macchine

 

L’unità è un diritto di chi lavora: democrazia e salario anche in Fiat

Category: Comunicati e volantini
Creato il Mercoledì, 13 Aprile 2016 16:05

testata fiominfiat

 

Il negoziato per il Contratto Nazionale dei metalmeccanici è in stallo: l'indisponibilità della Federmeccanica a erogare aumenti sui minimi tabellari per tutti i lavoratori ha determinato il blocco della trattativa e la decisione unitaria di Fiom, Fim e Uilm di proclamare quattro ore di sciopero nazionale il prossimo 20 aprile. Si è giunti a questo punto perché le imprese hanno messo in discussione un punto cardine della contrattazione nazionale: gli aumenti salariali in paga base.

In Fca e CNHi gli aumenti sui minimi tabellari sono stati sostituiti con bonus e premi che non hanno incidenza su contributi, maggiorazioni, ferie, permessi e tredicesima mensilità. Infatti, il salario dei lavoratori in FCA e CNHi è inferiore rispetto a tutti gli altri metalmeccanici di oltre 70 euro per ogni mensilità a parità di mansione.

Nella trattativa con la Federmeccanica, la Fiom, la Fim e la Uilm pur avendo presentato due piattaforme distinte, quella della Fiom (che prevede per legge la non derogabilità della paga oraria), discussa e votata nelle assemblee da tutti i lavoratori e quella della Fim e della Uilm votata e discussa dagli iscritti alle rispettive organizzazioni, dinnanzi alla chiusura sul salario della controparte hanno deciso di aprire ad un confronto con i lavoratori attraverso assemblee unitarie nei

luoghi di lavoro e ad iniziative di sciopero per riaprire lo spazio contrattuale.

Negli stessi giorni negli stabilimenti FCA e CNHi i lavoratori continuano a non poter esercitare il diritto all'unità negoziale perché permangono tavoli separati a livello nazionale e di stabilimento: la direzione aziendale continua a perseguire un doppio livello di informazione e confronto con i sindacati e i delegati che impedisce un tavolo unico. La Fiom è oggi, stando al voto espresso dai lavoratori nelle elezioni dei Rappresentanti per la Salute e la Sicurezza, la prima organizzazione sindacale scelta con un voto libero e democratico.

In questo momento della vita di FCA e CNHi con molti lavoratori coinvolti dagli ammortizzatori sociali continua una pratica di tavoli separati che impedisce quello che oggi è una positiva novità per tutti gli altri metalmeccanici: unirsi per rivendicare un miglioramento delle proprie condizioni salariali e di lavoro a partire dalla riconquista del Contratto Nazionale.

A livello nazionale Fiom, Fim e Uilm pur avendo alle spalle accordi non firmati da tutti, insieme stanno negoziando e lottando per un nuovo contratto: è venuto il momento anche in FCA, Magneti Marelli e CNHi di farlo. Aprire una nuova fase con i lavoratori e tra le organizzazioni sindacali: per questo proponiamo di continuare sulla strada aperta con le elezioni dei Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza, che hanno dato alle lavoratrici ed ai lavoratori la libertà di poter scegliere il sindacato generale e non aziendale.

Per la Fiom era ed è un diritto fondamentale dei lavoratori quello di mettersi insieme per negoziare e poi decidere sul risultato del negoziato stesso. In FCA e CNHi oggi vi è la necessità che a eleggere

i delegati e a decidere sugli accordi con il voto siano i lavoratori.

 

Fiom-Cgil nazionale

 

Roma, 13 aprile 2016

 

Il vento dell'est dalla Toyota alla Fiat

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Mercoledì, 23 Marzo 2016 15:00

hokusai

 

Il titolo del libro di Mario Sai “Vento dell’Est, toyotismo, lavoro e democrazia” (Ediesse) è a prima vista sorprendente e riecheggia espressioni e titoli degli anni Settanta quando il vento dell’Est veniva associato al pensiero di Mao, alla rivoluzione culturale e quant’altro. Nel libro si parla di un vento che soffia nella stessa direzione ma con contenuti ben diversi, anzi opposti. Si tratta di tutt’altro che un libro sulle speranze dell’avvenire tipo “ L’Oriente è rosso”, in effetti il vento che soffia non solo dalla Cina ma anche dal Giappone è un vento che riguarda la condizione dei lavoratori, l’organizzazione del lavoro e i diritti. Dal Giappone arrivano le forme che partono dal Toyotismo e arrivano all’applicazione nelle fabbriche italiane del Wcm (World class manifacturing), l’organizzazione del lavoro della Fiat di Marchionne.

Ciò che viene anche dalla Cina, con la competitività dei suoi prodotti che ne fanno “l’officina del mondo” è un vento pericoloso per la concorrenza sui mercati delle merci, grazie ai bassi costi di produzione e a loro volta legati alle condizioni di lavoro e di salario: condizioni paragonabili solo a quel che in Occidente si aveva all’epoca della rivoluzione industriale. Ma su questo il libro non si sofferma. Giustamente per Sai, “ciò che ha reso potente il vento dell’Est è stato soprattutto il complesso di idee in ambito gestionale e produttivo sviluppatosi in Giappone attorno alla produzione just in time e al kaizen, lo sforzo per il miglioramento continuo”. E questa tendenza che, nata a Est con il toyotismo, si aggiorna e diventa più aggressiva con l’ideologia del Wcm che recupera anche contenuti, principi e assunti del taylorismo.

Nel libro Sai porta avanti la sua argomentazione muovendosi su diversi filoni di discorso che spesso si incrociano: quello della organizzazione del lavoro in senso stretto, quello delle relazioni industriali, dei diritti e della rappresentanza e quello del cambiamento strutturale del mercato del lavoro e in ultima analisi delle classi sociali. L’analisi si dipana nei diversi capitoli partendo proprio dall’organizzazione del lavoro e delle forme del controllo del lavoro che si sono succedute – dal taylorismo (e successivi intrecci con il fordismo) alle imposizioni della flessibilità, alle implicazioni delle tecnologie della informazione e della comunicazione. Prosegue poi con le implicazioni che queste forme hanno per il sindacato e le relazioni industriali, soffermandosi ovviamente sui cambiamenti e le innovazioni recenti. E conclude nei capitoli finali con una più esplicita analisi e proposta politica e sindacale. Ma non entrerò nel merito di quest’ultimo punto per altro trattato da diversi autori a cominciare da Valentino Parlato sul Manifesto oltre che nelle loro prefazioni anche da Ivan Pedretti (con riferimento più concreto al sindacato) e da Fabrizio Barca.

L’aspetto per me cruciale, proprio in coerenza con il titolo del volume, è quello della organizzazione del lavoro e connesse ideologie (fondamentali per l’esercizio del controllo). Mantenendoci sempre nella metafora del vento, possiamo dire che Il libro parte proprio da un vento che ha a lungo soffiato in direzione opposta: il vento dell’Ovest portatore delle tendenze, affermatesi inizialmente in America a partire dalla fine dell’800 e l’inizio del 900, che hanno caratterizzato l’organizzazione del lavoro e la condizione dei salariati dentro e fuori la fabbrica fino alla prima metà degli anni settanta del secolo scorso. In quel periodo sviluppo industriale e crescita della classe operaia andarono di pari passo mentre progressivamente si affermava il modello produttivo fordista-taylorista, estendendo le esigenze e i tempi della fabbrica progressivamente anche alla società, secondo quanto è ben stato studiato e illustrato sia dalle analisi critiche che da quelle apologetiche di quel modello.

Sai fornisce un breve ed efficace resoconto della storia di quel modello produttivo non tanto per rievocarne l’esistenza o per fissare un punto di partenza quanto per valutare l’eredità e la persistenza del taylorismo anche quando il modello fordista (che al taylorismo univa produzione di massa per il consumo di massa e salari elevati con stabilità occupazionale nel quadro del moderno welfare state) tramonta e con esso tramontano non solo le condizioni materiali di vita e le forme di organizzazione del lavoro e di controllo sul lavoro ma anche le forme di rappresentanza e gli spazi di contro-potere operaio (come contrasto al controllo manageriale).

Il vento dell’Ovest ci aveva regalato la catena di montaggio e la dequalificazione operaia (mai totalmente realizzata comunque ) legata all’ideologia taylorista con la parcellizzazione delle mansioni e l’illusione della one best way. A suo tempo Harry Braverman nel pieno dello sviluppo fordista ( in presenza tuttavia – è bene non dimenticarlo – di un dualismo nel mercato del lavoro) aveva individuato i processi di degrado del lavoro nel XX secolo (come recita il sottotitolo di Lavoro e Capitale Monopolistico). Braverman aveva notato che la dequalificazione e la parcellizzazione del lavoro di stampo taylorista si erano estese, oltre i confini della fabbrica, al lavoro amministrativo e impiegatizio e in generale al lavoro nei servizi. Ma mentre egli, forse esagerandone anche la portata , aveva visto il degrado essenzialmente all’interno del processo lavorativo, ora la tragedia si comincia a consumare nel mercato del lavoro non solo con la disoccupazione vecchia e nuova – vecchia quella dei giovani, nuova quella dei più anziani – ma anche e soprattutto con la mancanza di prospettive per il futuro, dentro e fuori la fabbrica. Su questo, sulla modificazione della composizione di classe del lavoro, si sofferma Sai in più di un capitolo affermando in coerenza con Guy Standing che “dentro la retorica della fine del lavoro cresce la “discordanza di status”: individui con un livello relativamente alto di qualifiche formali sono costretti ad accettare una posizione e una retribuzione considerate inadeguate alle proprie qualifiche” (pag.26).

Ma il cuore del discorso riguarda l’organizzazione del lavoro. Dopo aver definito le coordinate generali del toyotismo, Sai afferma che “Nel suo passaggio a Ovest a partire dagli ottanta il toyotismo della forma del World class manifacturing ha messo al centro la competizione sul mercato mondiale quindi il risparmio. Laddove si lavora con il sistema Wcm si mischiano le tecniche di gestione finalizzate ad acquisire coinvolgimento, partecipazione e consenso da parte dei lavoratori con i principi dello scientific management (un neo-taylorismo fatto di standardizzazione di metodi e procedure , intensificazione di ritmi e di carichi di lavoro, crescente controllo)” (pag.35). E tuttavia “la capacità di fondo deve essere rivolta al problem solving.(Ivi) Insomma un mix di richieste di responsabilizzazione e di pretesa di subordinazione al controllo tecnico e burocratico. Su questa contraddizione e sul modo in cui si riflette sulla organizzazione del lavoro e la condizione operaia nelle fabbriche Fiat che stanno applicando il modello Sai insiste sempre con il suo approccio storico con riferimento alle fasi della implementazione del modello giapponese prima con la qualità totale all’Italiana, poi con la versione autoritaria e centralizzata del Wcm con lo stile Marchionne del “Tutto il potere all’ A.D.” (come titola un capitolo) e il tentativo ridurre in qualunque modo – a parte la retorica – la partecipazione dei lavoratori. Sai cita al riguardo diverse inchieste anche di fonte sindacale (Cisl compresa) che documentano il malessere dei lavoratori. Non fa invece riferimento – a meno che mi sia sfuggito – all’ultima nota indagine della Fim Cisl che ha un carattere piuttosto apologetico. Ma su questo basta rimandare all’ultimo numero di Economia e lavoro che presenta un’articolata panoramica delle posizioni più o meno critiche sul Wcm e le sue applicazioni in Italia.

Come si diceva, la ricerca di Sai non si ferma al livello dell’organizzazione del lavoro e del controllo in fabbrica. L’ottica è più generale e fa riferimento ai cambiamenti nella condizione operaia e più in generale dei lavoratori – con un’attenzione particolare a quelli della conoscenza – in rapporto all’affermarsi del modello e in connessione alla diffusione crescente e all’applicazione in fabbrica delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Così in un interessante paragrafo dal titolo Taylor nel web argomenta come “In quello che doveva essere il regno delle nuove libertà si è determinato un processo di centralizzazione che ha interessato proprio i settori trainanti del capitalismo internazionale” (pag.93). E per quel che riguarda i lavoratori della conoscenza – rispetto ai quali Sai segue l’orientamento di Federico Butera – sottolinea che c’è “un conflitto di tipo nuovo tra la capacità crescente di questi lavoratori di usare conoscenze (con le conseguenti richieste di autonomia) e la capacità del sistema aziendale di mantenere il governo dei comportamenti e il controllo dei tempi”(pag.71)

L’ultima e particolarmente importante tematica è l’analisi dei riflessi sindacali di questo processo, il suo impatto sulla forza e la qualità dell’azione sindacale. In questo il libro ha una utilità particolare proprio perché lega l’organizzazione del lavoro e il terremoto nella struttura occupazionale e nel mercato del lavoro all’azione sindacale. Al riguardo è bene ricordare che se l’Italia soffre insieme a tutti i paesi industriali di un calo della densità sindacale, cioè dell’incidenza degli iscritti ai sindacati sul totale dei lavoratori, la sua collocazione nella scala dei livelli di sindacalizzazione non è particolarmente cattiva. Insomma il sindacato italiano , nelle diverse anime e articolazioni, è riuscito a resistere – o quanto meno a non esserne travolto – a un attacco concreto e ideologico che ora con Jobs Act ha assunto anche una veste giuridica.

Sai mostra quali sono state le vicende e i conflitti nei diversi paesi e come la linea vincente padronale sia stata quella di spostare il baricentro delle relazioni industriali verso le aziende. E la centralità della contrattazione di secondo livello, punto fermo della ideologia manageriale dominante, non dà grandi risultati per il sindacato e i lavoratori mentre priva di quegli elementi di indirizzo sociale ed economico (e di difesa dei settori più deboli) che è propria della contrattazione nazionale. Ed è particolarmente la tradizione e la pratica della Cgil, sindacato ‘di classe’ cioè portatore di interessi generali, a essere incompatibile con la linea manageriale che è alla base del Wcm. Di questo ha dichiarato di accorgersi, con una certa sorpresa, Sergio Marchionne in una intervista a Repubblica del 2011 “Ho sottovalutato un sindacato che aveva obiettivi politici e non di rappresentanza di un interesse specifico come invece accade negli USA”. Così soffia il vento dell’Est.

 

*Sbilanciamoci.info

La via Crucis dell'ex Fiat di Termini Imerese

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Lunedì, 21 Settembre 2015 11:01

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Ancora notte fonda per i lavoratori ex Fiat di Termini Imerese. Nonostante gli impegni presi dal governo per la reindustrializzazione dell'area, la situazione non si sblocca e gli incontri di verifica continuano a essere prima indetti e poi rinviati. L'ultimo rinvio è stato quello del 14 settembre, quando doveva tenersi un tavolo che il sottosegretario alla Presidenza del consiglio Claudio DeVincenti aveva annunciato di fronte alle proteste dei lavoratori di Termini arrivati ad agosto a Roma per manifestare davanti alla direzione del Pd. In quell'occasione De Vincenti aveva definito l'appuntamento del 14 settembre “decisivo”. Talmente decisivo che è stato rinviato a data da destinarsi.

Ma questo rinvio è solo l'ultimo atto, in ordine di tempo, di una lunga via Crucis. Iniziata con l'annuncio di disfarsi della fabbrica d'automobili siciliana da parte di Marchionne nel lontano gennaio del 2010, culminata con la chiusura dello stabilimento nel novembre 2011 e proseguita con anni di cassa integrazione, proroghe, annunci più o meno veri di nuovi compratori, fino all'accordo con Blutec per l'acquisizione dell'area, un nuovo progetto industriale e il riassorbimento dei lavoratori.

Quando il 23 dicembre 2014 la Fiat ha trasferito i 700 lavoratori, in Cig, a Blutec Gruppo Stola – con tanto di accordo ministeriale – per Termini Imerese si chiudeva “l’era Fiat”, confidando nell'avvio di una nuova storia industriale. Invece in questi nove mesi Blutec non ha realizzato nessuno degli atti previsti nell'accordo ministeriale, tranne l’avvio dei corsi di formazione finanziati dalla regione Sicilia.

Per questo oggi siamo in una situazione di totale stallo. Il tempo passa, il progetto industriale è fermo, mentre si avvicina la scadenza della cassa integrazione prevista per 30 settembre. Il Ministero del lavoro ha vincolato la proroga della Cig alla presentazione da parte di Blutec di un piano di ricapitalizzazione (18 milioni di euro) che a tutt'oggi non c'è. E i lavoratori vedono sempre più sfumare anche questa soluzione. Drammatica la situazione dei lavoratori dell’indotto, cui scadono le coperture dei vari ammortizzatori sociali rimasti. Sono 700 i lavoratori ex Fiat in Cigs (scadenza 30 settembre); 164 dipendenti di imprese dell'indotto (BnSud, Ssa, Manital, Aica) hanno esaurito la loro cassa integrazione lo scorso 31 maggio, altri 195 (Lear, Clerprem, Pellegrini) sono già stati licenziati e sono in mobilità ordinaria.

Se entro il 30 settembre non si consolida l’accordo con la stessa Blutec (o altri soggetti) il primo ottobre prossimo tutti i lavoratori verranno licenziati e trascinati nel vuoto dal fallimento della reindustrializzazione dell’area Termitana. Pur essendo non più suoi dipendenti diretti, Fca ha una responsabilità non marginale su questa situazione. E non solo per motivi “storici”, ma soprattutto perché le aziende investite della soluzione per Termini Imerese – dalla precedente ipotesi-Grifa all'attuale Blutec - fanno parte dell’enorme galassia dei suoi diretti fornitori e/o controllate.

 

 

Fiat Brasile: a Curitiba (Stato di Paranà) un'audizione pubblica sulle attività antisindacali di Fiat

Category: News internazionali
Creato il Giovedì, 18 Giugno 2015 15:47

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Mercoledì 17 giugno si è tenuta presso l'Assemblea Legislativa dello Stato di Paranà una audizione pubblica sulle attività antisindacali di Fiat in Brasile denunciate dal sindacato Sindimovec affiliato alla Cnm-Cut e presente nello stabilimento Fiat Motori di Campo Largo (Paranà).

 

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Il sindacato ha organizzato inoltre davanti alla sede dell'Assemblea Legislativa un presidio con esibizione di cartelli e slogan contro il comportamento del management Fiat Brasile e chiedendo maggior rispetto per i lavoratori e dei diritti garantiti dalla Costituzione.

 

 

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Manifestanti davanti all'Assemblea legislativa dove si è tenuta l'audizione pubblica

 

 

Ufficio internazionale Fiom

 

Roma, 18 giugno 2015

Gruppo Fenice: no alla gestione unilaterale dell’accordo integrativo. No ai licenziamenti mascherati

Category: Fenice
Creato il Martedì, 21 Aprile 2015 15:13

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Le dichiarazioni della direzione aziendale che accompagnarono la sottoscrizione dell’integrativo del Gruppo Fenice, siglato nel dicembre scorso, sembravano rivelare con chiarezza l’intenzione di far leva su un sistema di relazioni sindacali avanzato per raggiungere gli obiettivi di consolidamento delle attività industriali e di salvaguardia dei livelli occupazionali.

Il comportamento tenuto in questi mesi, però, smentisce nei fatti quanto espresso a dicembre: affidamenti non rispettati; gestione unilaterale dei diversi capitoli dell’accordo, nonostante i ripetuti rimandi al ruolo negoziale delle RSU; degrado delle relazioni sindacali al livello delle singole unità operative, fino ai “licenziamenti mascherati”.

Nelle scorse settimane, infatti, dopo aver in più occasioni dichiarato non esserci problemi di esubero nell’Unità operativa di Melfi presso la Sata, e a fronte della precisa richiesta della RSU di avviare un confronto sulla riorganizzazione delle attività in ragione delle ricadute del piano di sviluppo dello stabilimento lucano della FCA, senza nessuna informazione preventiva, la direzione aziendale ha comunicato il trasferimento di una lavoratrice, dirigente territoriale della Fiom, in part time dopo l’aspettativa presa per maternità, presso la sede di Chivasso.

Per la Fiom è chiara la strumentalità e l’insussistenza delle argomentazioni “tecnico-organizzative” addotte a motivazione del trasferimento, che danneggia pregiudizievolmente la specifica condizione di lavoratrice madre, contrapponendo il lavoro all’accudimento dei figli. Così come sono chiare le reali intenzioni che lo ispirano: negare ogni spazio di confronto sindacale sull’organizzazione del lavoro, anche quando determina la messa in discussione dei livelli occupazionali, per affermare la gestione unilaterale dell’utilizzo del personale, sovraccaricandolo in nome della riduzione dei costi; colpire in modo emblematico chi, in ragione dei propri convincimenti, partecipa in modo attivo alla vita sindacale aziendale.

La Fiom ha chiesto il ritiro del provvedimento ed assumerà tutte le iniziative necessarie a sostegno di tale richiesta e a tutela della lavoratrice.

Ma la Fiom ritiene anche che questo atto, in tutta la sua gravità, disveli una questione più generale, quella di una gestione unilaterale e burocratico-autoritaria dei contenuti dell’accordo integrativo, che pregiudica in modo sostanziale il sistema di relazioni sindacali nel Gruppo. Nei prossimi giorni sarà convocato il coordinamento nazionale Fiom del Gruppo Fenice per assumere gli orientamenti necessari e le iniziative sindacali conseguenti.

 

Il coordinamento nazionale Fiom Gruppo Fenice

 

Roma, 21 Aprile 2015

Un premio di competitività non rapportato a un’azienda in forte crescita come Ferrari Auto

Category: Fiom Modena
Creato il Mercoledì, 15 Aprile 2015 12:31

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Il premio di competitività 2014 in Ferrari Auto pari a 4.335 euro annui (di cui l’ultima tranche che sarà pagata ad aprile è pari a 2.355 euro) può sembrare una somma importante, e certamente lo è, ma se lo si rapporta al peso di un’azienda come Ferrari, alla crescita di competitività e ai margini di redditività, certamente non è un aumento proporzionato!

Nel 2008, sette anni fa, l’ultimo contratto unitario, quello firmato da tutti i sindacati, anche dalla Fiom, aveva elargito un premio di competitività pari a 3.350 euro annui. Quindi questo significa che, rispetto a sette anni fa, il contratto collettivo specifico di primo livello CCSL del Gruppo Fiat applicato anche in Ferrari e firmato nel 2012 solo da Fim-Uilm-Fismic e Associazione Quadri, ha portato ad un aumento progressivo di soli 150 euro all’anno del premio di competitività.

Il premio di risultato 2008 non era collegato a nessun indicatore di presenza, e tutti i lavoratori lo hanno percepito, mentre oggi con il nuovo contratto Specifico di Gruppo, chi ha avuto la sfortuna di ammalarsi o di essere assente per altri motivi (infortunio in itinere, lutto, congedo matrimoniale, permessi in legge 104), non riceverà per intero il premio di risultato che sarà appunto rimodulato in base alle presenze.

Inoltre, parte del premio 2014 copre anche la differenza di 750 euro in meno previsti dai minimi tabellari del CCSL Gruppo Fiat applicato in Ferrari, rispetto ai minimi previsti per i metalmeccanici a cui si applica il CCNL Federmeccanica.
Vorrei anche far presente che la contrattazione sviluppata dai sindacati firmatari del CCSL negli ultimi 4 anni, non è stata in grado di coprire tutti gli spazi economici presenti in Ferrari, in quanto non più tardi dell’anno scorso la direzione di Ferrari ha potuto erogare un’elargizione liberale, pari a circa 3.000 euro, senza contrattarla con nessun sindacato, proprio perché la contrattazione ha lasciato in mano alla direzione di Ferrari questi margini.

Considerata l’importanza di un’impresa come Ferrari, considerato che il contratto aziendale è scaduto il 31.12.2014, la Fiom/Cgil ritiene indispensabile che in tempi rapidi tutti i Sindacati si incontrino per la predisposizione di una piattaforma unitaria con cui andare al rinnovo del nuovo contratto aziendale.


Fiom/Cgil Modena

 

Modena, 14 aprile 2015

 

Sevel Atessa, lo sciopero della porchetta umilia la Fiat

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Venerdì, 27 Marzo 2015 19:50

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“E alla fine della bella festa un panino di porchetta a testa”. La direzione della Sevel di Atessa (gruppo Fca) pensava di cavarsela così. Per festeggiare l'uscita del furgone numero 5 milioni era stata organizzata per giovedì 26 una festa in mensa: un panino di porchetta e una fetta di torta per ciascun operaio, magari anche una bella pacca sulla spalla da dirigenti e capi che qualche motivo di soddisfazione in più ce l'hanno visto che a loro i premi di produzione arrivano, dai 1.500 ai 3.000 euro a testa. Per gli operai, invece, solo porchetta, niente soldi. E non solo per il furgone numero 5 milioni: è da qualche anno che il sempre promesso premio di risultato viene distribuito – quasi segretamente – esclusivamente a capi e dirigenti. Per gli operai, 500 euro dal 2005 al 2008, poi più nulla; in uno stabilimento dove 6.000 dipendenti lavorano su tre turni, sfornando 1.000 furgoni al giorno (228.000 nel 2014) con record di produttività – e di fatica - che negli Stati uniti se li sognano ma da fare invidia invidia anche a cinesi, indiani o giapponesi. E con profitti che negli anni della crisi dell'auto hanno fatto cassa per tutto il gruppo.

La festa della porchetta doveva essere un'altra tappa in quest'escalation marchionnana. Perché il supermanager sarà anche mezzo canadese e con residenza svizzera, però i dirigenti della Sevel devono aver pensato che un bel rimando alle sue radici popolar-gastronomiche avrebbe fatto tutti contenti. Invece la cosa non è andata giù proprio ai destinatari della bella festa. Mercoledì la Fiom ha chiesto ai lavoratori, con un volantino, di non aderire all'iniziativa aziendale che i capi peroravano lungo le linee: “Siamo figli di un Dio minore e per addolcirci la bocca amara del tanto lavoro, dei tanti straordinari e dei pochi soldi ci tocca un misero pezzo di torta. Noi gente che suda e che manda avanti questa fabbrica da anni trattati come esseri inferiori. Tutto questo è dovuto anche alle politiche scellerate di Fim, Uilm, Fismic, Uglm e Quadri che hanno concesso tutto per non ottenere nulla, anzi, ci correggiamo: i quadri in questo caso possono dirsi soddisfatti perchè per loro e per i capi il gruzzolo è stato portato a casa. Giovedì preferiamo un bel panino con la mortadella, ma condito con tanta dignità”. Il risultato è stato che giovedì tra il 70 e l'80% dei lavoratori si sono portati da casa il loro panino e non sono andati alla mensa imbandita dall'azienda, rimasta prerogativa esclusiva di una manciata di capi e quadri. Si saranno consolati mangiando la torta e pure la porchetta; sconfitta sul campo dalla mortadella, 80 a 20.

Melfi: tanti in assemblea per cambiare ritmo, la Fiat resta sorda

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Giovedì, 26 Febbraio 2015 16:10

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Ieri, i posti a sedere della sala mensa della Fiat Sata di Melfi non riuscivano a ospitare tutti i lavoratori e le lavoratrici che hanno partecipato alle assemblee convocate dalla Fiom per i tre turni. La tentazione di un selfie da twittare al Presidente del consiglio è stata molto forte, ma abbiamo voluto evitare le polemiche e stare al merito. Nelle tre assemblee abbiamo distribuito un volantino con le nostre proposte per affrontare la salita produttiva che riguarda solo la linea che in tre turni giornalieri produce la 500 X e la Renegade, perché invece sulla linea della “nuova” Punto si lavora solo su due turni.

A Melfi in assemblea c'eravamo già stati il 20 del mese scorso, quando la pausa mensa a fine turno era stata cancellata e c'era tra i lavoratori tensione e stanchezza per una scelta che li vedeva al lavoro per otto ore al giorno senza poter nemmeno fermarsi per mangiare qualcosa. In quella occasione la Fiom ha assunto l'impegno di tornare in assemblea con le proprie proposte per affrontare la salita produttiva e contestualmente un miglioramento delle condizioni di lavoro e salariali. Finita l'assemblea per ottenere un incontro con la direzione aziendale è stata formalizzata una richiesta rimasta senza risposta. In compenso la pausa mensa a fine turno è stata ripristinata dopo qualche giorno.

Non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire: né l'azienda, né gli altri sindacati hanno voluto ascoltare la richiesta dei lavoratori della Sata per l'apertura di un negoziato unitario che affronti i problemi sollevati dai lavoratori in queste settimane. É fisiologica, con il lancio di un nuovo modello, la presenza di problemi organizzativi, ma nella fabbrica dei “21 giorni” c'è una situazione inaccettabile.

In una delle assemblee un lavoratore, prendendo la parola, ha detto “ voglio lavorare, tenermi la mia fabbrica, tornare a casa stanco, ma non spezzato”. L'aumento dei carichi e dei ritmi di lavoro, il comando degli straordinari al sabato e alla domenica stanno pesando molto in fabbrica.

Il bisogno di aprire un negoziato vero, di poter decidere e contrattare le condizioni e il tempo di lavoro e il salario sono emersi negli interventi svolti dai delegati della Fiom.

Il fatto che sulla Sata ci siano investimenti e modelli, come richiesto dalla Fiom per superare la cassa integrazione, è un passo in avanti importante, ma al lavoro debbono accompagnarsi i diritti. Per questa ragione abbiamo condiviso con i lavoratori una proposta in quattro punti che è stata votata all'unanimità con una sola astensione.

La Fiom alla luce del voto conferma la richiesta di un negoziato unitario, sulla base di un mandato dei lavoratori, che si ponga l'obiettivo di far cessare gli straordinari comandati negoziando una nuova turnistica che riduca l'orario di lavoro, rispetti i riposi e le pause. Tale obiettivo può essere raggiunto utilizzando una quarta squadra che garantisca la trasformazione dei contratti di lavoro interinali in stabili e magari di aumentarne il numero oltre quello annunciato. Inoltre, c'è bisogno di una verifica della metrica e delle postazioni insieme al mantenimento della pausa mensa. Infine, il “salto di gamma” deve trovare una compensazione redistributiva sul salario delle lavoratrici e dei lavoratori di Melfi, anche perché oggi in Fiat c'è un salario inferiore all'indotto.

Mentre scriviamo giunge la notizia della scelta della direzione aziendale di tenere incontri separati: è una decisione inaccettabile, perché l'azienda decide d'incontrare in un secondo momento non solo la Fiom ma anche i lavoratori che hanno preso parte alle assemblee di ieri.

Venerdi 27 i cancelli della Fiat Sata si aprono alla Fiom, ma all'incontro ci saranno anche i lavoratori presenti in assemblea con cui abbiamo condiviso le rivendicazioni che porteremo al negoziato con l'azienda.

 

Fca Sata Melfi. Le proposte della Fiom per un negoziato

 

[Basilicata24] Operai Fiat stremati: “Ci stanno schiattando il fegato”

Category: Segnalazioni
Creato il Martedì, 17 Febbraio 2015 12:53

La nuova linea (Renegade+500) corre a ritmi impossibili. Cosa dicono i sindacati?

di Eugenio Bonanata

 

Nessuno canta più “Happy” (felice) sulla catena di montaggio. Alla Fiat-Sata di S.Nicola di Melfi le linee da un paio di mesi viaggiano all'impazzata. Come un treno ad alta velocità che non conosce fermate. Gli operai appaiono come automi stanchi e stremati. 

 

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Pomigliano, la fabbrica modello dove la democrazia fa paura

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Giovedì, 12 Febbraio 2015 11:47

stabilimento Fiat

In questi giorni alla Fiat di Pomigliano, fabbrica simbolo della rivoluzione di Marchionne, si stanno preparando le elezioni dei rappresentanti sindacali aziendali (Rsa).

Qualcuno potrebbe pensare che finalmente anche oltre i cancelli della fabbrica dove si è consumata una delle battaglie più dure degli ultimi anni sia ritornata la democrazia.

Ed invece come troppo spesso è accaduto, in Fiat, la realtà è molto diversa da quella che ci vogliono propinare.

Le organizzazioni sindacali firmatarie del contratto aziendale, da un lato dicono che si andrà alle elezioni in nome della democrazia e per legittimare (dopo quasi cinque anni) una rappresentanza nominata esclusivamente dalle segreterie sindacali,dall’altro negano alla Fiom di presentare le proprie liste affermando che senza la firma del CCSL e l’accettazione delle regole da esso imposte non ci potrà mai essere un percorso unitario.

In pratica si chiede alla Fiom di scomunicare le battaglie degli ultimi anni e d'accettare un sistema di regole che ha prodotto un forte peggioramento delle condizioni di lavoro e un sistema di relazioni sindacali dove non è previsto né conflitto né contrattazione ma solo eseguire ciò che l’azienda comanda.

In questi anni come Fiom abbiamo sempre ribadito che svolgere elezioni libere sarebbe stato un modo anche per poter misurare realmente il consenso fra i lavoratori. Una testa un voto, senza inganni. Ma evidentemente qualcuno teme tutto questo.

Le organizzazioni sindacali firmatari da sempre dicono che grazie a loro la Fiat non solo è rimasta in Italia ma che grazie all’applicazione delle nuove metodologie di lavoro in Fiat si lavora meglio e l’operaio a differenza di prima si sente parte attiva nella vita della fabbrica.

Ma, allora, quale migliore occasione delle elezioni per confrontarci? Quale migliore occasione per far esprimere i lavoratori in merito a quanto fatto da chi ha condiviso il progetto Marchionne e chi no? E pure a sentire i delegati delle organizzazioni firmatarie di ragioni per stravincere le elezioni ce ne sono e dopo le dichiarazioni di Marchionne sulle assunzioni a Melfi stanno facendo una vera e propria gara per accaparrarsene i meriti.

La Fim, per esempio,ha indetto un’assemblea in fabbrica per la presentazione delle proprie liste, e i lavori si sono aperti con un delegato, che in preda a un delirio di onnipotenza , ha detto che “la Fim non ama vantarsi del proprio operato, ma che quel giorno avevano ben 1.500 stellette da appuntarsi sul petto”, mentendo tra l’altro sul fatto che per adesso gli assunti sono 300.

Sulle linee è partita massiccia la campagna elettorale che si gioca a colpi di promesse per andare in trasferta a Melfi e moduli per le assunzioni sempre nello stabilimento lucano. Inevitabilmente è partito anche il reclutamento di operai e impiegati per racimolare qualche voto in più. Lavoratori che mai si sono interessati all'attività sindacale e che vedono oggi in un eventuale elezione un modo per uscire dalla produzione e quindi – son o parole di alcuni di loro - “salvarsi dalla catena di montaggio”. C’è stato persino qualche tentativo d'approccio a qualche delegato o militante della Fiom per chiedere un aiuto alle elezioni, motivando il tutto con il classico “tanto voi non ci siete.. meglio io che un altro”.

La realtà è che queste elezioni, agli altri, stanno creando non poche preoccupazioni. Perché se da parte nostra c’è sempre stata la volontà di confrontarci e farci legittimare dai lavoratori sulle nostre proposte - migliori condizioni in fabbrica, redistribuzione del lavoro, riduzione dell'orario di lavoro - dall’altra parte c’è chi invece in questi anni ha costruito il proprio “consenso” su promesse, paure e preoccupazioni, e ha pensato solo a conservare per sé i privilegi che l’azienda gli ha concesso.

Da anni le assemblee non vengono utilizzate più per discutere di accordi aziendali, rinnovi contrattuali o problemi di ordine generale - come il jobs act - ma solo per scambiarsi gli auguri di fine anno. Solo dopo il nostro rientro si è visto un susseguirsi d'assemblee con il solo intento di non darci la possibilità di farle fare a noi. E quando riusciamo ad avere qualche ora disponibile dove vorremmo avere un confronto di merito con i lavoratori e discutere di come si vive in fabbrica e cosa potremmo fare insieme per cambiare le cose che non vanno, ogni volta siamo sempre costretti a vedere il ripetersi di un tristissimo quanto grave teatrino fatto di delegati sindacali e figure aziendali in presidio fuori ai reparti e capi e team leader in giro per le linee a consigliare ai lavoratori di non andare all’assemblea della Fiom.

Nell'ultima assemblea l'azienda ha addirittura intimato il nostro responsabile nazionale di non andare in saletta sindacale restando in sala mensa, pretendendo di perquisire gli zaini dei dirigenti esterni nel timore che potesse essere introdotto in azienda un megafono. Atteggiamenti denotano un certo nervosismo da parte della dirigenza aziendale in un susseguirsi di atti intimidatori e discriminatori verso i delegati gli iscritti e i dirigenti della Fiom.

Da quando siamo rientrati il nostro obbiettivo principale è stato quello di cercare di ricostruire un rapporto con lavoratrici e lavoratori che negli ultimi anni vedevano il delegato sindacale solo come un esecutore delle volontà dell’azienda, un guardiano di un regolamento, e non più come un rappresentante dei propri interessi.

Grazie anche alla nomina della nostra Rls siamo riusciti a intervenire su problemi anche gravi rimasti irrisolti per anni, e questo ci ha dato comunque la possibilità di dimostrare che la nostra azione è non solo per la difesa del lavoro ma anche e sopratutto alla salvaguardia della salute e della sicurezza di chi sta sulle linee di montaggio. Il consenso non manca e anche se non si tramuta in mobilitazioni reali ci dà la possibilità di godere della fiducia dei lavoratori: questo Fiat e sindacati firmatari lo sanno e lo temono.

In tutto ciò poi non bisogna dimenticare che dovrebbero votare anche i circa 1.500 lavoratori in contratto di solidarietà che aspettano ancora che le promesse fatte nel 2010 sul rientro di tutti vengano mantenute. Contratto di solidarietà che tra l’altro è stato fatto a Pomigliano solo grazie alla caparbietà della nostra azione e che ha comunque dato un sollievo,seppur principalmente economico, a migliaia di lavoratori fino a oggi dimenticati da tutti a eccezione di chi come noi si è sempre battuto per superare le divisioni che azienda e sindacati firmatari hanno creato con il solo intento di rendere più deboli i lavoratori e poterli “gestire” meglio.

In questo contesto la possibilità di vedere la Fiom competere ad armi pari appariva come un pericolo troppo grande,meglio escluderla e dire ai lavoratori che chi vuol votare la Fiom dovrà farlo in un giorno diverso e in un urna diversa con il rischio concreto che sia chi esce dalle linee o chi viene da fuori perché in contratto di solidarietà venga individuato dall’azienda e rischiare provvedimenti.

Alla luce di tutto questo l’unica notizia positiva è che le elezioni dei responsabili per la sicurezza dovranno svolgersi unitariamente, perché non soggette ad alcun accordo aziendale. Quello per noi sarà il vero banco di prova, perché in quella sede i lavoratori potranno scegliere di votare la lista della Fiom senza paura di subire poi ripercussioni. Perciò a breve partiremo con una massiccia campagna di informazione all’interno della fabbrica, pur sapendo che ci troveremo di fronte ostacoli enormi.

Se qualcosa abbiamo imparato in questi anni è che la Fiat e chi gli fa da spalla temono sopra ogni altra cosa le nostre proposte; noi proprio su quelle punteremo. Chiederemo ai lavoratori di votare la lista della Fiom per cambiare la fabbrica partendo dalla sicurezza sulle linee di montaggio. Ci batteremo per una fabbrica dove la sicurezza non venga in nessun modo barattata con la produttività. Una fabbrica dove si agisca per tempo sulle criticità e non si accetti che l’unico intervento dell’azienda sia sul lavoratore per persuaderlo alnon denunciare un infortunio.

Come sempre siamo pronti a batterci per quello in cui crediamo giusto. Così come sta accadendo da altre parti, anche a Pomigliano verrà il momento che gli operai non ascolteranno più il bisbiglio di chi cerca di intimorirli ma ascolteranno le grida di chi dice da sempre che un'altra fabbrica è possibile- E quando questo accadrà noi saremo lì pronti insieme a loro a riportare diritti democrazia e lavoro anche dentro i cancelli della Fiat.

[13/01] Michele De Palma ospite alle 18:30 a Sky Tg24 Economia

Category: Segnalazioni
Creato il Martedì, 13 Gennaio 2015 16:43

Questa sera alle 18:30 Michele De Palma, coordinatore nazionale Fiom del settore auto e componentistica, sarà ospite nella trasmissione di approfondimento economico Sky Tg24 Economia. 

Fiom in Fiat. È il momento di cambiare le nostre proposte per fare sindacato.

Category: Comunicati e volantini
Creato il Giovedì, 08 Gennaio 2015 11:16

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Assemblee, Rls, Rsu/Rsa, sono diritti delle lavoratrici e dei lavoratori

 

La Fiom rinnova l'invito a tutte le Organizzazioni Sindacali presenti in FCA e CNH a procedere ad una elezione a suffragio universale dei delegati. Delegati che con pari diritti possano, sulla base di un mandato delle assemblee, negoziare nei confronti della direzione aziendale. Questo passo in avanti sarebbe nel solo interesse dei lavoratori che da tempo lamentano l'assenza di una azione sindacale tesa a raggiungere obiettivi concreti.

 

 

 

RadiograFiat: l'indagine Fiom sugli stabilimenti italiani di FGA e Cnh Industrial

Category: Comunicati e volantini
Creato il Mercoledì, 17 Dicembre 2014 16:30

 

 

 

 

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RadiograFiat

L'indagine Fiom sugli stabilimenti italiani di FGA e Cnh Industrial

 

Martedì 16 dicembre si è tenuta presso la Fiom nazionale la presentazione di “Radiografiat”, indagine Fiom sugli stabilimenti italiani di FGA e Cnh Industrial.

Scarica il podcast da Radio Articolo1 della conferenza stampa tenuta da Maurizio Landini e Davide Bubbico

 

Pubblichiamo in allegato il pdf integrale del libro.

 

Per chi volesse la copia cartacea, Il libro è disponibile presso la Fiom nazionale, (500 copie totali)

Gli ordini e la copia del versamento del bonifico, debbono pervenire a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., ogni copia potrà essere acquistata al prezzo di 20 euro come contributo alle spese di realizzazione.

Fiom-Cgil Nazionale

codice Iban IT 62 O01030 03201 000000870360

CAUSALE:sottoscrizione per acquisto numero ...... copie Radiografiat

 

radiografiat-cover

 

Copertina a colori lucida

160 pagine interne A4 in 2 colori rilegata

a cura di Davide Bubbico

Con presentazione di Maurizio Landini e Michele De Palma

 

Il link al numero di iMec dedicato alla situazione del Gruppo Fiat con una sintesi dell'indagine RadiograFiat e con contributi e approfondimenti dei delegati dagli stabilimenti e un bilancio di tre anni di battaglie giudiziarie  

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Fiom in Fiat. Chi ha paura del voto dei metalmeccanici in Fca e Cnh.

Category: Comunicati e volantini
Creato il Martedì, 16 Dicembre 2014 18:26

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Fim, Uilm, Fismic, Uglm, Aqcf verso una nuova esclusione della Fiom dal voto.

 

Fim, Uilm, Fismic, Uglm, ACQF perdono il pelo ma non il vizio: non contenti di aver firmato il CCSL con la direzione aziendale per impedire ai lavoratori di poter essere iscritti, votare ed eleggere delegati della Fiom, oggi continuano a lavorare ad una ennesima esclusione della Fiom da una rappresentanza liberamente eletta in FCA e CNH.

 

Fca-Cnh: i privilegi li pagano i lavoratori

Category: Il gruppo
Creato il Venerdì, 03 Ottobre 2014 16:07

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Il 1° ottobre a Torino FCA e CNH Industrial hanno incontrato Fim, Uilm, Fismic e AQ per discutere del salario e delle norme che regolamentano la vita in fabbrica. A nome di chi parlano i sindacati presenti al tavolo visto che nessuno in fabbrica ha discusso e deciso una piattaforma e ha dato mandato a negoziare?

 

Fim, Uilm, Fismic e AQ non parlano in nome e per conto dei propri iscritti, ma in nome e per conto di tutti: sei iscritto alla Fiom o ad altro sindacato, non sei iscritto a nessun sindacato (la maggioranza dei lavoratori in FCA e CNH) loro vorrebbero continuare a decidere per te.

 

Cosa è successo negli ultimi anni sul salario? Quanto si è perso? Ed ora che siedono al tavolo: quanto chiedono i sindacati firmatari? Con chi hanno discusso, han fatto le assemblee? Anche per il prossimo anno l'azienda pagherà premi una tantum come i 260 euro dello scorso anno? Rischia addirittura di andare peggio perché FCA e CNH non intendono pagare più aumenti fissi uguali per tutti in paga base?

 

Chiediamo si tengano assemblee unitarie che restituiscano il diritto dei lavoratori a discutere e votare un mandato negoziale. Ad oggi alla Fiom viene costantemente negato il diritto a incontrare i lavoratori in fabbrica perché ci viene risposto che le ore di assemblea sono state prenotate, ma alla domanda di avere il calendario questo viene negato.

 

C'è bisogno di tavoli unitari per contrattare con l'azienda. I tavoli separati convocati da FCA e CNH sono un'arma fondamentale della multinazionale che alimenta divisioni tra i lavoratori

tra gli stabilimenti e negli stabilimenti. I sindacati firmatari continuando ad alimentare questo sistema pensano di tenere fuori la Fiom, non rendendosi conto dei danni che stanno producendo nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori. La verità è che FCA e CNH vogliono dimostrare che il sindacato non serve a nulla e Fim, Uilm, Fismic e Uglm stanno accompagnando questa operazione. In questo modo viene annullato qualsiasi ruolo negoziale delle organizzazioni sindacali sancendo il totale comando dell’azienda sulle condizioni di lavoro delle lavoratrici e dei lavoratori.

 

Per interrompere questo disastro proponiamo:

  • - l'apertura di una discussione comune con l'azienda sui volumi produttivi, la condizione di lavoro negli stabilimenti ed il salario;

  • - la condivisione della calendarizzazione delle ore di assemblee rimanenti in tutti gli stabilimenti a cui possano partecipare tutte le organizzazioni sindacali;

  • - eleggere i Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza e i delegati.

 

A Detroit l'amministratore delegato della FCA e CNH ha tenuto una conferenza stampa con il Presidente del consiglio i quali hanno sostenuto che per rendere più moderno il Paese bisogna che gli imprenditori possano licenziare liberamente, videosorvegliare, demansionare, pagare in modo variabile.

 

Il Presidente del consiglio sostiene che in Italia c'è l'apartheid, che operai e impiegati sono privilegiati. Noi non siamo d'accordo.

 

Oggi in FCA e CNH i lavoratori e le lavoratrici non hanno gli stessi diritti: perché se sono iscritti alla Fiom oppure non sono iscritti a nessuna organizzazione sindacale non gli viene riconosciuta la possibilità di poter contrattare liberamente e collettivamente.

 

3 ottobre 2014

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