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24 Febbraio 2017
Federazione Impiegati Operai Metallurgici

20 items tagged "Europa"

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Giustizia per la Palestina, l'Europa è complice di una politica coloniale

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Giovedì, 09 Febbraio 2017 14:59

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Il voto con cui il parlamento Israeliano ha legalizzato a posteriori la costruzione di migliaia di alloggi su terreni di proprietà palestinese occupati illegalmente da coloni israeliani, viola apertamente ogni principio di legalità internazionale e della stessa costituzione israeliana. Questo atto mostra come ormai la destra israeliana espressione del movimento dei coloni abbia il controllo del Governo e della Knesset e persegua apertamente l'obiettivo della annessione della Cisgiordania, senza più cercare giustificazioni amministrative e/o giuridiche o richiamandosi a motivi di sicurezza nazionale. Non sappiamo se con questo atto da parte di Israele si sia definitivamente persa ogni possibilità di soluzione di pace basata su “due popoli due stati”, di sicuro siamo molto vicini al punto di non ritorno.

Questa aperta rivendicazione della colonizzazione delle terre palestinesi da parte del Parlamento Israeliano, questa sorta di gigantesco “me ne frego” rivolto alle Nazioni Unite, alla Ue e a tutte le diplomazie di quei paesi che ancora parlano di processo di pace e di soluzione “due stati per due popoli” , è la vera novità di questo voto della Knesset.

Nella sostanza si conferma la politica israeliana di sempre, favorire la progressiva occupazione di terre palestinesi e periodicamente approvare la realizzazione di nuovi insediamenti israeliani in territorio palestinese, in spregio dei diritti palestinesi e dei reiterati richiami della comunità internazionale.

Una comunità internazionale la quale ha fino ad oggi tollerato il comportamento israeliano senza mai prendere iniziative efficaci per sanzionare la violazione dei diritti umani e delle risoluzioni Onu, né per chiedere conto a Israele dello stato di aparthaid e discriminazione in cui vive la popolazione palestinese sotto occupazione.

A dimostrare la acquiescenza verso il comportamento israeliano il fatto che la Ue aveva programmato per fine febbraio un incontro del consiglio europeo a livello di ministri degli esteri con Israele per definire un accordo di associazione e per rilanciare le relazioni economiche e culturali fra Ue e Israele. Dopo il voto alla Knesset l'incontro è stato rinviato, anche per l'opposizione di paesi come la Francia, la Svezia, la Finlandia e l'Irlanda, ma dimostra la totale miopia e inadeguatezza della politica europea verso Israele e la Palestina.

Proprio per denunciare questa inadeguatezza e le responsabilità Europee nella situazione di ingiustizia di cui è vittima il popolo palestinese, 250 organizzazioni europee (tra cui la Fiom) hanno messo a punto una dichiarazione/denuncia resa pubblica in questi giorni.

 

In allegato il comunicato stampa che ne illustra i contenuti

No a un’ Europa senza acciaio!

Category: Comunicati di settore
Creato il Venerdì, 14 Ottobre 2016 13:38

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No a un’ Europa senza acciaio! In conformità con la discussione e decisione presa in giugno durante il 2 ° Congresso IndustriAll Europe a Madrid, e’ stata finalmente fissata la data per la Giornata d’Azione Europea a sostegno di un futuro sostenibile della siderurgia nel nostro continente. L’industria siderurgica europea ha attraversato diversi anni di immense difficoltà, mettendo a dura prova l’occupazione nel settore. Oltre 80mila persone hanno perso il lavoro dallo scoppio della crisi economica nel 2008. L’occupazione totale è, di conseguenza, a scendere sotto i 340mila dipendenti.

Importazioni a buon mercato a prezzi di dumping, una legislazione che aumenta i costi di esercizio degli impianti siderurgici in tutta Europa, tra cui quelli dei leader tecnologici che soddisfano i più elevati standard ambientali, stanno aumentando il rischio di una spirale continua verso il disastro.

Per queste ragioni è molto importante che noi, come lavoratori dell’industria in Europa, ci solleviamo a sostegno dei nostri posti di lavoro e del settore siderurgico in Europa. La produzione di acciaio è una parte importante e cruciale della competitività e sostenibilità della base industriale che costituisce la spina dorsale dell’economia europea. Il 9 novembre 2016 dovremo, quindi, marciare sotto lo slogan “NO a un’Europa senza acciaio”!

In questo giorno, marceremo per difendere un forte settore siderurgico per una forte Europa industriale; per salvaguardare competenze e posti di lavoro; per chiedere un commercio equo, invece di dumping; per spingere sull’uso di strumenti di difesa commerciale efficaci; per uno schema di scambio delle emissioni, che supporti posti di lavoro e innovazione; per gli investimenti in ricerca e sviluppo; per rafforzare le infrastrutture industriali; per un effettivo dialogo sociale; per posti di lavoro dignitosi e salari equi.

A livello europeo si e’ già iniziata l’organizzazione di una manifestazione di massa a Bruxelles, con l’invito a tutti i sindacati affiliati ad unirsi a industriAll Europe nello sforzo di mobilitazione messo in campo. L’obiettivo del sindacato europeo dell’industria e’ quello di garantire la partecipazione di oltre 10mila lavoratori. L’impegno maggiore sarà sostenuto dai sindacati di quei paesi limitrofi al distretto di Bruxelles (Belgio, Francia, Germania e Lussemburgo). Però, affinché l’evento abbia un completo successo, e’ indispensabile anche la presenza e il sostegno degli altri sindacati europei con presenze significative nel settore, specie Turchia, Italia, Romania, Polonia, Spagna, Regno Unito, Svezia, Repubblica Ceca, Austria, Slovacchia ecc.. La nostra partecipazione dall’Italia e’ importante per il peso (secondi nel numero di occupati in Europa dopo la Germania) e per le criticità societarie e/o produttive (Arcelor-Mittal Magona, Beltrame, ILVA, Lucchini, Riva Forni Elettrici, Thyssen-Krupp Ast ecc.) che il settore vive da anni nel nostro paese.

Solidarietà e donazioni dalla Grecia per Amatrice

Category: News Europa
Creato il Lunedì, 03 Ottobre 2016 14:30

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Un ringraziamento speciale al sindacato greco Poem che nella settimana del proprio Congresso ad Atene ha deciso di fare una donazione sul conto corrente predisposto da Cgil, Cisl e Uil  a favore delle popolazioni colpite dal sisma. Sappiamo che i lavoratori e le lavoratrici greche hanno affrontato e stanno ancora affrontando grandi difficoltà e quindi siamo doppiamente colpiti dal loro gesto di solidarietà che ancora una volta ci indica che l’unità dei lavoratori europei e il mutuo aiuto siano la strada maestra per l’uscita dalle logiche di divisione imposte dal regime dell’austerity.

 

Ufficio Europa Fiom-Cgil

 

Roma, 3 ottobre 2016

Landini: Contratto, referendum, Europa. La Fiom alla prova dei 115 anni

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Lunedì, 11 Luglio 2016 15:01

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In occasione del 115° anniversario della fondazione della Fiom - e nel pieno della vertenza per il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici - abbiamo intervistato il segretario generale, Maurizio Landini.

La Fiom nasce a Livorno il 16 giugno 1901. 115 anni di storia che, attraversando tutto il Nocecento, mettono prepotentemente i piedi nel XXI secolo. Una storia lunga e dalle radici ben salde si potrebbe dire…

Beh…Le ragioni che hanno dato vita alla Fiom e al sindacato confederale in Italia – attraverso la nascita delle Camere del Lavoro - sono ancora oggi le radici a cui rifarsi. Di questo non ho dubbi.

La Fiom nasce come sindacato di operai e impiegati metallurgici ma con la precisa idea di riunificare tutto il mondo del lavoro, escludendo perciò di essere solo un sindacato di mestiere e puramente aziendale. Questo l’ha sempre dimostrato in tutta la sua storia, tutelando le condizioni di vita e di lavoro delle persone e contrattando i contenuti della prestazione lavorativa, non solo in una dimensione aziendale e con una precisa idea di trasformazione sociale del paese. La Fiom – proprio in virtù di questo – ha sempre avuto una soggettività non solo sindacale ma anche politica, nel senso di una visione del mondo e di un progetto di società, di trasformazione sociale.

Penso siano queste le caratteristiche che hanno permesso alla Fiom di essere una tra le organizzazioni con la storia più lunga. La mutualità, la socialità e la riunificazione del lavoro – cioè i temi di fondo che hanno portato alla nascita del sindacato a fine Ottocento - tornano oggi ad essere centrali più che mai.

Che scenario ha davanti a sé oggi chi fa sindacato e chi per vivere deve lavorare? Non dei migliori direi…

Oggi assistiamo ad una grandissima frammentazione del mondo del lavoro. È stato completamente disatteso il principio costituzionale che a parità di lavoro e di mansione deve corrispondere parità di diritti e retribuzione. La tendenza delle imprese è quella di andare verso il superamento della contrattazione collettiva come mediazione di interessi tra il capitale e il lavoro. Questo significa che non c’è più una sede comune che definisce i diritti che le imprese riconoscono come elemento di mediazione sindacale ma si sta tentando di affermare il fatto che l’impresa è l’unico “luogo” deputato a gestire in maniera unilaterale il rapporto di lavoro. Se passasse questa logica si determinerebbe che ogni azienda è diversa dall’altra, che ognuna ha una sua storia e che i diritti delle persone non sono più uguali ma dipenderebbero dai singoli rapporti di forza.

Insomma, è sotto attacco il concetto stesso di autonomia sindacale, perché una dimensione puramente aziendale porta non solo alla corporazione ma anche al superamento della distinzione tra il lavoro e l’impresa.

Se questo è lo scenario che abbiamo di fronte, ragionare del fatto che un’organizzazione come la Fiom compie 115 anni significa interrogarsi non solo sul perché sia vissuta così a lungo ma, se possibile, lavorare affinché ne possa avere almeno altrettanti davanti a sé. È possibile che il mondo del lavoro ritrovi le ragioni per avere una sua unità, una sua autonomia e una sua indipendenza per affermare una mediazione sociale diversa? Queste sono le domande a cui siamo chiamati a rispondere. A mio parere abbiamo la necessità di riaffermare un progetto di trasformazione sociale e una mediazione tra il capitale e il lavoro. Il lavoro deve continuare ad avere almeno una pari dignità rispetto all’impresa.

Penso di poter affermare, senza essere smentito, che in questi ultimi decenni il lavoro e i lavoratori hanno subito un attacco frontale senza precedenti…

L’attacco non è avvenuto solo sul piano dei rapporti di forza contrattuali ma anche a partire dal fatto che oggi il capitale – sempre più finanziario – sta pesantemente incidendo sul quadro politico; lo sta condizionando al punto che anche la produzione legislativa, su tutte le questioni del lavoro - dai diritti fino al funzionamento dell’impresa - sta rispondendo a una logica di massima libertà d’azione per l’impresa e per i suoi interessi.

Quando si arriva al punto che si decide per legge cosa si può contrattare e cosa no, che se i soldi vengono dati alle imprese in un modo non ci si paga le tasse e se lo si fa attraverso il contratto nazionale c’è una tassazione più alta, vuol dire che l’attacco è al massimo livello. Se poi a tutto questo aggiungiamo i provvedimenti legislativi che, in giro per il mondo, vanno nella direzione di lasciare sempre più spazio all’azione autonoma dell’impresa anche sul piano del diritto a poter licenziare, è evidente che siamo di fronte al tentativo di messa in discussione dell’esistenza stessa del sindacato. Proprio per questo penso – come dicevo poco fa – che sia il momento di ridare vigore alle origini e alle ragioni per cui è nata la Fiom, per cui è nata l’organizzazione sindacale e per cui è stato riconosciuto il diritto di coalizione alle persone.

Perciò non vogliamo solamente celebrare una ricorrenza per i 115 anni della Fiom ma vogliamo ragionare su quella che è stata l’evoluzione della contrattazione collettiva in rapporto alle trasformazioni sociali: attraverso le feste e i momenti pubblici che stiamo costruendo vogliamo riproporre l’idea di un nuovo contratto nazionale, che affermi una mediazione sociale, permetta al lavoro di essere unito e abbia davvero la forza per negoziare e contrattare con le imprese, con la politica e con il governo.

Veniamo alla principale battaglia sulla quale siete impegnati in questi mesi: il rinnovo del contratto collettivo nazionale di lavoro dei metalmeccanici. Che mi dici in merito?

Per prima cosa mi sembra molto significativo che le organizzazioni sindacali dei metalmeccanici (Fim, Fiom e Uilm), pur avendo presentato due diverse piattaforme e pur avendo alle spalle 8 anni di contratti separati e di lacerazioni – pensiamo anche a tutta la vicenda Fiat – abbiano proclamato insieme lo sciopero generale della categoria con manifestazioni regionali, un pacchetto di ore di sciopero e il blocco degli straordinari. Questo perché è evidente a tutti che la posizione di Federmeccanica è quella di andare verso un ridimensionamento del ruolo e della funzione del contratto nazionale e di spostare il baricentro delle relazioni a livello aziendale, fino - di fatto - a considerare la contrattazione aziendale sostituiva e alternativa su molti punti al contratto nazionale stesso.

Pensi all’avanzata del cosiddetto “modello Marchionne” anche in Federmeccanica?

Formalmente siamo in presenza di una proposta che non arriva alla radicalità della Fiat, perché Federmeccanica afferma che nominalmente i minimi salariali potrebbero aumentare. Detto questo però vorrei ricordare che si sta parlando di aumenti salariali che verrebbero dati solo a quelli che hanno un salario individuale inferiore al contratto nazionale, cioè praticamente nessuno! Stiamo parlando del 5% della categoria. Quindi, se è tecnicamente corretto dire che ciò che propone Federmeccanica non è la stessa proposta della Fiat, voglio però sottolineare che la logica sembra essere la stessa. È indubbio che quanto avvenuto in Fiat negli ultimi anni ha condizionato la stessa Fedemeccanica. Se noi oggi accettassimo la proposta di Federmeccanica il contratto nazionale non sarebbe più lo strumento per aumentare il salario per tutti i lavoratori metalmeccanici, almeno nella funzione di tutelarlo dal potere d’acquisto del salario. E questo significherebbe il venir meno di una funzione determinante del Ccnl stesso, perché il contratto nazionale o è lo strumento di tutela del salario e dei diritti di tutti – e sottolineo tutti - i lavoratori o altrimenti se ne perde il senso, divenendo di fatto inutile e antisolidale.

Mi sembra di capire dalle tue parole che sia l’esistenza stessa del contratto nazionale e del ruolo del sindacato ad essere sotto attacco…

Il valore del contratto nazionale di lavoro è proprio quello di essere l’unico strumento che ha permesso fino ad oggi a qualsiasi persona che lavora in un’azienda - sia essa di 3 dipendenti come di 1000 e che si trovi al Sud piuttosto che al Nord - di avere delle tutele e dei diritti comuni. Questa funzione verrebbe messa in discussione perché Federmeccanica ci dice che da qui in avanti è l’azienda il soggetto che decide gli aumenti salariali reali e, di fatto, non si avrebbero più due livelli contrattuali. Nel nostro paese da molti anni, pur con molte difficoltà, avevamo sancito un sistema in cui al contratto nazionale si poteva aggiungere la contrattazione aziendale, che era non sostitutiva ma integrativa sulle prestazioni lavorative. In più, oggi le imprese pensano di utilizzare a pieno tutto il quadro legislativo che il Governo ha messo loro a disposizione, sia sul versante dei licenziamenti, sia sul versante delle riorganizzazioni – penso alla questione degli appalti. La volontà dominante è insomma quella di avere più mano libera possibile nella gestione della prestazione lavorativa.

Confindustria ha da poco eletto il suo nuovo Presidente. Anche la confederazione degli industriali è schierata sulle posizioni di Federmeccanica in merito al ruolo del contratto?

Beh, direi proprio di sì. È evidente che quello che sta facendo Federmeccanica ha un valore più generale, perché la stessa Confindustria ha assunto questa posizione come la propria: un nuovo sistema di regole contrattuali deve passare attraverso un ridimensionamento, se non quasi un superamento, dell’idea stessa di contratto nazionale di lavoro. Per questo il tavolo di trattativa dei metalmeccanici ha assunto centralità, perché quello che succede lì – come molte volte è avvenuto nel passato – non riguarderà solo i lavoratori metalmeccanici ma rischia di segnare la totalità del nuovo sistema di relazioni sindacali. Proprio per questa ragione credo che si sia arrivati ad uno sciopero generale unitario perché, al di là di differenze che ancora rimangono tra le organizzazioni sindacali, è evidente il rischio di snaturamento dell’idea stessa di sindacato confederale.

Cosa prevede a tuo avviso questo snaturamento che ha in testa la parte padronale del paese rispetto al ruolo e alle funzione del sindacato per come l’abbiamo conosciuto finora?

C’è l’idea di un sindacato che diventa molto aziendalista, come nel modello americano, ed è chiaro che siamo di fronte ad un arretramento secco della prospettiva e del sistema di relazioni sindacali. Teniamo conto che in tale contesto tutte le politiche fatte dagli ultimi Governi vanno in questa direzione. Pensiamo alla vicenda Fiat e a quanto avvenuto a Pomigliano, che in tanti all’inizio descrivevano come un caso eccezionale e non ripetibile, legato ad una condizione particolare. In realtà lì è iniziata una riscrittura delle relazioni sindacali che oggi sta portando anche l’insieme di Confindustria e del mondo imprenditoriale a motivare, per ragioni di competitività globale, il fatto che non si possono più reggere i due livelli contrattuali.

Come per la vicenda Fiat, pensi che il Governo stia giocando un ruolo da protagonista nel processo di ridimensionamento e snaturamento della funzione del sindacato?

Sul piano legislativo siamo in presenza – unico paese in Europa – di provvedimenti come l’Articolo 8, che permettono alle imprese di derogare non solo ai contratti ma addirittura alle leggi stesse. Se a ciò aggiungiamo le leggi sugli appalti e sul sistema di riorganizzazione delle imprese, la riduzione degli ammortizzatori sociali, la libertà di licenziare attraverso il Jobs Act, il controllo a distanza, la possibilità di demansionare, ci rendiamo conto che l’attacco al contratto nazionale sta dentro un’idea di ridisegno complessivo. E in quest’ottica leggo anche la discussione, già presente informalmente, su come limitare (a partire dai servizi essenziali…così ci dicono) il diritto di sciopero. Il sistema di relazioni sindacali, affermatosi a partire dal dopoguerra e sancito dalla nostra Carta costituzionale, che si fondava sul contratto nazionale e sulla contrattazione collettiva come strumenti di regolazione dei rapporti di lavoro, è radicalmente messo in discussione, a partire proprio dai suoi elementi fondanti: il diritto di associazione delle persone, che tecnicamente vuol dire non essere licenziato, non avere discriminazioni, fino a poter utilizzare anche il diritto di sciopero.

Per questo – come dicevo prima – l’attuale discussione sul rinnovo del contratto dei metalmeccanici non è semplicemente di tipo quantitativo su salario e diritti. Lo scontro in atto, in questo passaggio epocale non solo del sistema di relazioni ma anche del funzionamento delle imprese, riguarda l’esistenza o meno di un sistema di mediazione sociale regolato dai contratti e dalla contrattazione collettiva. Il tema essenziale è se tutto questo debba mettere al centro solo l’impresa, relegando il lavoro ad uno dei tanti fattori della produzione, o se il lavoro e i lavoratori possano avere pari dignità, autonomia e indipendenza rispetto al capitale.

Come pensi andrà a finire la vicenda del rinnovo del Ccnl dei metalmeccanici? Si arriverà a un accordo tra le parti? O magari sarà il governo stesso ad intervenire alla fine?

Non lo so davvero. È però indubbio che la riuscita delle manifestazioni e degli scioperi, che finora abbiamo messo in campo, siano elementi molto importanti. Vorrei sottolineare anche due aspetti. Il primo - e sarebbe stupido non prenderlo in considerazione - è che c’è di nuovo un’unità delle organizzazioni sindacali, quindi i lavoratori percepiscono, dopo anni di divisioni e di scontri, che la loro compattezza può essere l’unico strumento per impedire la deriva attuale. Il secondo è che le persone si rendono conto che senza contratto nazionale di lavoro anche la loro azione dentro i luoghi è molto più limitata.

Un altro aspetto, che spesso non viene tenuto nella giusta considerazione, è che, in un sistema di piccole e medie imprese come quello italiano, nella maggioranza delle aziende (poco meno del 65%) non si fa la contrattazione aziendale. Di fatto, non avere più il contratto nazionale di lavoro non solo cambierebbe la natura stessa della contrattazione aziendale ma significherebbe regalare più di metà della categoria all’azione unilaterale delle imprese.

Veniamo a un tema che, in vista del referendum in autunno, sta già infiammando il dibattito nel paese: la riforma costituzionale proposta dal governo Renzi. La Fiom si è espressa per il no in maniera molto chiara e netta, ma del resto non è la prima volta che vi trovate a dover difendere la Costituzione contro il rischio di un suo stravolgimento…

Sarebbe utile ricordare un aspetto. La Fiom nello scontro con la Fiat è riuscita a impedire di essere cacciata fuori dagli stabilimenti - nel senso di riaffermare il nostro diritto ad avere rappresentanti, a contrattare, ad avere le libertà sindacali minime - proprio grazie all’intervento della Corte costituzionale, perché la nostra Carta impedisce che siano le imprese a scegliere quali sindacati gli convengono, limitando così la libertà sindacale.

Per quello che ci riguarda, quindi, si tratta di una lotta non solo in difesa della Costituzione – perché sarebbe riduttivo – ma una lotta sociale e politica per far sì che il cambiamento del paese sia fondato sull’applicazione dei principi della Costituzione. Non a caso – tornando alla nostra esperienza - la stessa Corte, per impedire che quanto era successo a noi all’interno della Fiat potesse riguardare anche altre organizzazioni, aveva sollecitato il mondo politico ad intervenire con leggi sulla rappresentanza che regolassero questa materia, a partire da quanto previsto dall’Articolo 39 della Costituzione. In tal senso è evidente che la nostra battaglia, per far sì che la Costituzione si applichi, non è solo generale o politica ma parte anche da un’esperienza diretta.

Anche in questo caso dalle tue parole emerge un giudizio molto negativo sull’operato di questo governo…

Non è un caso che il nostro Presidente del Consiglio trovi il modo ogni settimana di dire che il modello più bello in assoluto è quello di Marchionne e che il problema di questo paese sarebbero la Fiom e il suo Segretario generale. La scorciatoia indicata da Renzi è infatti quella di un modello “autoritario”, sia di gestione delle imprese che di gestione politica e sociale del paese, con una riduzione di fatto degli spazi di democrazia, partecipazione e anche conflitto - inteso come strumento per arrivare a mediazioni sociali accettabili tra i soggetti in campo. La Fiom, nel rispetto della sua storia e nel costante rapporto con i lavoratori, è da anni impegnata in questa battaglia, che è chiaramente di segno opposto rispetto a quanto stanno portando avanti gli ultimi Governi e in particolare quest’ultimo.

Ricordo che già durante il governo Letta si parlava di riforma della Costituzione e la Fiom, insieme ad altri soggetti e personalità – penso a Zagrebelsky, don Ciotti, Carlassare, Rodotà – organizzò una manifestazione a Roma proprio per indicare che la “via maestra” per il paese era l’applicazione dei principi della Costituzione. In virtù di questo percorso e coerentemente con le battaglie che abbiamo fatto negli ultimi anni, consideriamo negativa la riforma Renzi-Boschi, che va a modificare ben 48 punti della nostra Carta costituzionale. Il tutto è poi aggravato dal fatto che questa riforma si lega ad una legge elettorale che mantiene i premi di maggioranza e il peggio delle leggi elettorali del passato, aspetti sui quali la stessa Corte costituzionale si è espressa contro. Penso anche che questa riforma non affronti in realtà i problemi di una vera modifica del Senato.

Pensi insomma che ci troviamo di fronte ad un attacco complessivo alle ragioni di fondo per cui era stata pensata la nostra Costituzione?Poco fa hai parlato dell’emergere di un “modello autoritario”…

Se alla proposta di riforma elettorale sommiamo i provvedimenti sociali che sono stati messi in campo, risulta evidente che la prima parte della Costituzione - quella che in linea teorica definisce i principi fondanti del nostro vivere - viene radicalmente messa in discussione: dal diritto al lavoro, al diritto alla salute, dal riconoscimento ad un’equa retribuzione, all’affermazione del ruolo dello stato rispetto alla rimozione degli ostacoli per la realizzazione personale attraverso il lavoro. A volte ho la sensazione che il Presidente del Consiglio pensi di essere l’amministratore delegato di una multinazionale, che non deve rispondere a nessuno e che considera i vincoli democratici come insopportabili. Credo che questa torsione “autoritaria” sia il vero punto da respingere. Perciò la Fiom, a partire dai vari territori, è parte attiva dei comitati per il no alla riforma costituzionale e si sta impegnando a raccogliere le firme.

Tra l’altro siamo nel bel mezzo di uno sforzo straordinario da parte di tutta la Cgil e non solo per una nuova stagione referendaria. Immagino che anche la Fiom sia molto impegnata in questo percorso?

Sì. In questa fase stiamo lavorando per la raccolta di firme su tutti i referendum! Sia quelli decisi all’interno della Cgil per cancellare i voucher, per modificare la legge sugli appalti, per ripristinare il reintegro contro i licenziamenti ingiusti e per rimettere in discussione il Jobs Act, sia quelli “sociali” (scuola, ambiente e beni comuni), fino ad arrivare – appunto - a quelli sulla Costituzione e sulla legge elettorale. Credo che questa sia una battaglia molto importante da fare. Quando i cittadini possono partecipare e possono esprimersi liberamente questo è sempre fondamentale per la democrazia.

La Cgil nel corso dell’ultimo Comitato direttivo del 24 maggio scorso ha espresso un giudizio critico sull’impianto della riforma costituzionale del governo Renzi. Come valuti questa presa di posizione?

Penso sia molto importante la discussione che è partita in Cgil, perché è stato intanto dato un giudizio negativo da parte della confederazione su tutti gli aspetti della riforma costituzionale. In seguito – in virtù di quella valutazione – sarà possibile fornire anche un’indicazione di voto in merito. Io personalmente penso che un’organizzazione importante come la Cgil non possa esimersi da questo ruolo e, assieme ad altri compagni del Direttivo e come categoria, stiamo lavorando perché tutta la Cgil arrivi - come già successo in passato - a fornire pubblicamente un’indicazione di voto contrario ai propri iscritti e al paese. Del resto è la stessa cosa che facemmo nel 2006, quando Berlusconi tentò di modificare la nostra Carta. Ricordo che in quell’occasione la Cgil era parte integrante del movimento “Salviamo la Costituzione”, tanto che la sede nazionale del comitato referendario era proprio la sede della Cgil nazionale.

La situazione italiana è però indissolubilmente legata a quanto sta avvenendo in Europa, sia dal punto di vista politico che sociale. Pensi che anche a questo livello siamo di fronte a politiche “autoritarie”e che riducono gli spazi di democrazia?

Sì, queste tendenze sono un po’ presenti in tutta Europa. In Italia le riforme sociali, ma anche le riforme istituzionali, hanno subìto un’accelerazione proprio a partire dalla lettera della Bce all’allora Presidente del Consiglio Berlusconi. Non a caso da quel momento si giunge ad una prima modifica della Costituzione, che introduce il pareggio di bilancio e si viene affermando la logica che in nome delle politiche europee di austerità bisogna tagliare le pensioni, superare i contratti nazionali, introdurre i licenziamenti, superare l’articolo 18 laddove ancora c’è, eliminare le province, andare verso una privatizzazione dei servizi.

Stiamo assistendo alla crisi del modello sociale europeo in conseguenza delle politiche di austerità che in tutta Europa sono state messe in campo.

Anche in questo caso emerge dalle tue parole quel ruolo “politico” - nel senso di autonoma e indipendente visione del mondo - a cui la Fiom non ha mai rinunciato…

La battaglia per costruire un’Europa sociale - che oggi di fatto non esiste – non può che passare non solo per la difesa della nostra Costituzione ma anche portando la nostra Carta costituzionale in Europa. Va riaffermata una mediazione tra il lavoro e l’impresa e va combattuta invece la centralità assoluta del mercato, che di fatto cancella le persone e aumenta la competizione. Penso alla Grecia e alla Spagna, penso a quanto sta avvenendo in Francia in questi giorni, ma anche ai preoccupanti risultati elettorali in Austria, Ungheria e Inghilterra e mi rendo conto che se non riusciamo ad affermare un profilo democratico - nel senso di estensione vera della democrazia e della partecipazione - noi rischiamo sempre più una logica di frammentazione europea e di ritorno ad un passato che speravamo superato, fatto di nazionalismi, muri e contrapposizioni molto pericolose anche sul piano sociale e dei valori.

È indubbio che il sindacato confederale a livello europeo sia stato drammaticamente assente in questi anni di crisi. Condividi il bisogno di una maggiore presenza e presa di parola in tal senso?

Quest’anno è l’anno dei congressi: a giugno, a Madrid, si terrà il congresso dei metalmeccanici europei (Industry All Europe) e in ottobre, a Rio de Janeiro, si terrà il congresso della Federazione dei sindacati industriali mondiali (Industry All Global). La discussione non è certamente semplice, perché prevale sempre di più un tentativo di difendere ognuno la propria dimensione nazionale. È indubbio che la forza che oggi hanno le multinazionali nel poter spostare soldi dove vogliono e nel poter mettere in competizione i lavoratori tra di loro - anche grazie a provvedimenti legislativi che li aiutano in tal senso - è un elemento che sta rendendo difficile la costruzione di un’azione unitaria europea o internazionale da parte delle organizzazioni sindacali. Se a ciò aggiungiamo i livelli di disoccupazione europei, ci rendiamo conto che la strada da compiere per giungere ad una comune azione sindacale è ancora molto lunga e difficile.

Credo comunque che l’occasione che abbiamo con questi congressi sia da cogliere a pieno, perché si sta aprendo una discussione su quali debbano essere i diritti comuni, si sta ragionando di come rilanciare una politica di investimenti che rimetta al centro l’occupazione, si sta ragionando anche (con timidezza) di come si possa intervenire sugli orari di lavoro come elemento di redistribuzione. È un cammino non semplice ma non vedo alternative.

Che ruolo può avere il sindacato nella costruzione di un’Europa più inclusiva e solidale? Cosa può fare concretamente la Fiom e il movimento sindacale per rimettere al centro il lavoro?

È indubbio – per tornare all’inizio della nostra chiacchierata – che per arrivare a definire diritti comuni in Europa è necessario difendere i contratti collettivi nazionali. È da lì che si parte per estenderli a livello europeo. Al contrario – come è accaduto in Italia e come sta accadendo in questi giorni in Francia – la limitazione della contrattazione collettiva o la cancellazione dei contratti rende impossibile questo allargamento.

Da questo punto di vista, la battaglia che stiamo facendo per la difesa e la ridefinizione di un contratto nazionale di lavoro e di un suo allargamento diventa decisiva. Oggi ci sono milioni di lavoratori che sono senza contratto – oltre ai metalmeccanici penso al commercio e al pubblico impiego – e credo che si renda necessario, anche in Italia, arrivare ad un momento di riunificazione delle lotte di tutti i lavoratori per il rinnovo dei rispettivi contratti nazionali di categoria. Come Fiom lavoreremo certamente affinché le confederazioni siano in grado di mettere in campo anche quest’azione.

 

da “Inchiesta” n. 192, aprile-giugno 2016

 

http://www.inchiestaonline.it/archivio/e-uscito-il-numero-192-di-inchiesta-aprile-giugno-2016/

 

“Nebbia sulla manica, il continente è isolato”

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Venerdì, 24 Giugno 2016 16:59

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Con il rischio di tutte le caricature e le approssimazioni che si rischiano nel fare delle considerazioni a caldo sull’uscita del Regno Unito dall’Unione europea c’è tuttavia la necessità di provare a fissare alcuni elementi che possono esserci utili alla riflessione.

Il primo elemento che sovrasta la notizia di oggi è la sorpresa che tale evento ha generato, sorpresa per le borse, sorpresa per le istituzioni, sorpresa per il sindacato inglese, per i governi europei, per chi si dovrebbe occupare di exit-poll. La sorpresa come elemento disvelatore della grande inadeguatezza della classe dirigente europea che al di là della rappresentanza ha una crisi di lettura dei processi reali catastrofica. Il referendum forse non dovrebbe sorprenderci così come non avrebbero dovuto farlo le elezioni italiane, di cui sono rappresentative immagini di ex sindaci basiti di fronte alla non attesa sconfitta ai ballottaggi. Non dovremmo sorprenderci che in tutta Europa si faccia forte un voto che prima che essere un voto di destra e nazionalista (certo questa componente esiste siamo ben lontani dal negarla e da negare i rischi che comporta questo swing) è un voto anti-sistema. Salta agli occhi per esempio che il Galles e con lui molti altri territori ex distretti industriali inglesi che sono stati devastati dalla crisi abbiano votato con decisione per l’uscita, anche in quelle città in cui il Labour aveva le proprie roccaforti.

Sintomo che forse aver demonizzato l’uscita dall’Unione come un dramma per i mercati finanziari non ha esattamente dato alle persone il polso del fatto che dietro a questo voto si discuteva sulla loro pelle e sulle loro condizioni di lavoro. La parte più ricca del Regno Unito vota per rimanere e tutti gli altri votano contro Bruxelles. E Bruxelles come reagisce? Imbarazzanti i primi commenti dei leaders europei che vanno dalla minimizzazione al “di fatto andiamo avanti senza di loro” al “loro non erano mai stati davvero in Europa fino adesso”. Ma se è vero che oltremanica le regole dell’unione sono sempre state annacquate da clausole di opt-out deve far riflettere ancora di più il fatto che un paese su cui l’Europa pesa relativamente sente la necessità di chiamarsi fuori dai giochi. Il rischio adesso, come dicono tutti, è quello di un effetto domino. Se possibile è anche peggio, con la crisi della socialdemocrazia che ci ha consegnato questo capolavoro politico diffuso il vero rischio è che sia sul serio la destra xenofoba e nazionalista ad intestarsi una vittoria che non è loro ma che è invece un grido di trasformazione che deve essere interpretato e raccolto.

L’Europa come la conoscevamo è morta: viva l’Europa.

Spetta a noi, anche al sindacato, soprattutto al sindacato, avere il coraggio di dire che una classe dirigente politica a livello europeo ha fallito, a noi sapere indicare un’alternativa costituente, a noi anche la responsabilità di indicare un percorso, un orizzonte che non sia quello dell’individualismo di protesta ma del riscatto collettivo. Stamani provocatoriamente ci chiedevamo cosa ne sarà, per fare un piccolo esempio, della nostra capacità di tenere nei comitati aziendali europei la rappresentanza dei colleghi inglesi, cosa ne sarà dei diritti del lavoro, del diritto di sciopero già pesantemente sotto attacco sui quali le direttive europee avevano seppur minimo un effetto?

Dice il proverbio: “nebbia sulla manica il continente è isolato”. Questo è il rischio per noi tutti: che la nebbia ci impedisca di cogliere la richiesta di trasformazione, rappresentanza ed evoluzione della condizione delle cittadine e dei cittadini europei. Questa trasformazione non può e non deve essere lasciata nelle mani di chi fino ad oggi ha implementato politiche suicide lontani dalle necessità delle persone e sicuramente non possiamo permetterci di lasciare spazio ai peggiori populismi e nazionalismi, d’altronde: la guerra al ribasso tra chi in Europa ha diritto a cosa e della contrapposizione tra lavoratori di ogni paese sappiamo già che il Capitale ha beneficiato e continuerà a beneficiare. A noi rivendicare un’Europa che non si fermi alla moneta unica ma che parli ai diritti delle persone e indicare come. A noi organizzare e agire il conflitto verso l’alto e non di lato.

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Pour que le jour se leve. Perché il giorno si levi

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Mercoledì, 04 Maggio 2016 15:49

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In sciopero di giorno e in piedi la notte, questo l’auspicio dei molti che si stanno mobilitando in Francia da ormai quasi due mesi, alla rincorsa dell’unione tra il giorno e la notte perché la necessità è quella di mettere un granello di sabbia dappertutto « Il faut mettre des grains de sable partout. », per bloccare tutto, per cambiare tutto.

Dall’annuncio della riforma del lavoro così detta El Khourmi in Francia (che potete leggere qui in pillole) è stata subito risposta d’agitazione, organizzata e spontanea. E’ partito un appello on line- che trovate qui- che ha raccolto più di un milione di firme in due settimane e che ha dato subito al governo il senso del crollo di un’opinione pubblica già non favorevole (a oggi circa il 70% dei francesi si dichiara contro la riforma); sono partiti i sindacati con manifestazioni e scioperi (quello del 28 aprile è stato il quarto), si sono fermate spontaneamente le scuole, le università, i precari, si è creata una frattura non solo tra governo e lavoratori ma soprattutto tra governo e giovani che sono scesi in piazza sotto i cartelli con scritto: “saremo noi i lavoratori precari di domani” “on vaut mieux que ça! vogliamo più di questo”.

Nei mesi precedenti alla riforma François Ruffin ha girato un film dal titolo “Merci Patron!”, ora nelle sale in Francia, che racconta la vertenza positiva condotta contro Bernard Arnault proprietario di LVMH (il “polo” del lusso francese) conclusa con un indennizzo di 40.000€ a un lavoratore ingiustamente licenziato e a seguito della vertenza riassunto a tempo indeterminato.

Il regista vicino a un collettivo che si raccoglie nella pubblicazione di un giornale bimestrale chiamato Fakir (link) si rende conto a ogni presentazione del film alla quale partecipa che la narrazione di una vertenza positiva libera energia tra le persone, che tutti si trovano vicini nella voglia di provare a sfidare l’esistente rinforzati dal fatto che “la lotta paga” e che però se ne vanno tutti dalla sala chiedendosi dove portare quell’energia che si libera. Da lì l’idea di lanciare la sera della manifestazione nazionale del 31 marzo a Parigi a Place de la Republique: una proiezione pubblica del film unita a un appello (qui), “stasera non rientriamo a casa”. La proiezione si trasforma in un’assemblea che decide di prendersi la piazza e di cambiare il corso degli eventi. Dal 31 marzo Place de la Republique è diventa Piazza della Comune, come l’hanno ribattezzata gli attivisti che da allora siedono li tutti i pomeriggi in gruppi di lavoro e tutte le sere in assemblee generali orizzontali dove chiunque è libero di alzarsi e prendere la parola. Dal 31 marzo il corso del tempo ha virato, la piazza ha proclamato infatti che quel marzo non si sarebbe arreso, “non sarebbe mai finito” inaugurando un nuovo calendario: 32 marzo, 33 marzo, 34 marzo.... mentre stiamo scrivendo siamo arrivati al 63 marzo.

Parlare di Nuit Debout non è facile, l’impressione nell’attraversare la piazza e le discussioni che li si tengono è che sia tutto animato da molto spontaneismo: si passa da un gruppo che discute di antispecismo alla radio della piazza, dalla commissione sciopero generale alle femministe, dagli agricoltori, ai gruppi di supporto tecnico a chi riscrive la costituzione a chi discute di Ttip (il contestato – e pessimo - trattato commerciale transatlantico). Le anime in piazza sono molteplici e non necessariamente riconoscibili in realtà organizzate, la piazza è strutturata in maniera orizzontale ognuno prende liberamente parola, un linguaggio di segni comuni per gestire l’assemblea che tutti i giorni si tiene dalle 18h del pomeriggio in poi. Attorno alla piazza gravitano dagli Intermittenti e precari dello spettacolo1 senza esserne parte integrante, il collettivo Fakir, i liceali e gli universitari studenti e professori (tra cui Frédéric Lordon uno dei fondatori degli économistes atterrés).

Oltre lo spontaneismo la piazza sembra però catalizzare energie che arrivano da molto più lontano e che li sono maturate perché a mio parere quello che sta accadendo in Francia, al di là della lodevole resistenza alla riforma, è un fatto molto importante: il rivelarsi la consapevolezza dei giovani, degli studenti che si dichiarano già i lavoratori precari del domani. C’è un’intera generazione - che in realtà non è semplicemente delimitata da un fattore anagrafico - che si fa costituente, che si fa portatrice di un processo di ri-sindacalizzazione della società, che cerca di opporsi a un modello che ha schiacciato tutti, operai, intellettuali, studenti nel precariato selvaggio che il capitalismo utilizza per servire al meglio i propri azionisti.

Nelle giornate precedenti lo sciopero del 28 marzo un’assemblea promossa alla Bourse du Travail spinge la discussione in avanti: come strutturarsi per poter durare, quali obiettivi, quale il passo successivo? Il movimento si trova spinto in avanti in una discussione che guarda al sindacato come principale soggetto con cui realizzare la convergenza delle lotte che capeggia su tutte le assemblee di Nuit Debout.

L’interlocuzione non è facile, da un lato il timore che il sindacato possa mettere sulla piazza un cappello, verticalizzare e ingessare la discussione; dall’altra l’apertura fatta dalla Cgt le viene fatta scontare tutta al congresso di Marsiglia, durante il quale la stampa usa contro il primo sindacato francese il poster che la federazione della comunicazione fa a sostegno degli attivisti e contro la polizia che reprime ad ogni occasione la protesta tra lacrimogeni e cariche.

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Tuttavia in vista del 28 il segretario generale della Cgt incontra il movimento e dopo la manifestazione decide di accettare l'invito ad andare a place de la Republique.

La Fiom in quei giorni ha deciso di esserci inviando una delegazione (qui nota stampa) per incontrare il sindacato francese, prendere parte alla manifestazione e all'assemblea di Nuit Debout.

Una “missione” decisa in primo luogo perché in Francia con grande retorica si sta utilizzando il Jobs Act italiano come metro positivo di paragone della riforma di cui noi invece conosciamo bene gli esiti, perché quello che accade oltralpe è uno dei tanti fronti aperti in Europa sul quale bisognerebbe capire come far si che il sindacato europeo dia una risposta generale e di sistema; e poi perché la composizione di un fronte allargato e di un'alleanza tra lavoratori garantiti e non garantiti e con i giovani ha molto da insegnare a tutti nelle pratiche prima ancora che nella teoria. In questi giorni ho sentito spesso critiche sul fatto che i migranti e le periferie, le banlieu, non fossero centrali nella discussione, tuttavia viene da pensare che per quanto classico sia il binomio che accumuna contemporaneamente (insieme è un'altra cosa) studenti e operai nelle strade, la consapevolezza che ne emerge è quella di una generazione che non vuole continuare a fare da carne da macello e che reclama per stessa, e non solo, un mondo diverso, è proprio quello che mette in discussione il paradigma neoliberista dentro al quale Tina impera (There Is No Alternative non ci sono alternative) e che porta con se l'irrigidimento di tutto il resto.

Dal mio parziale punto di vista che è quello di una sindacalista che segue l'Europa, perché questa grandissima mobilitazione riesca nell’impossibile compito di mettere insieme il giorno e la notte, perché la forza di resistenza diventi dilagante e incessante e travolga la riforma ma sia anche capace di andare oltre - oltre lo stato d’urgenza imposto dopo gli attentati, oltre le politiche di austerità, oltre la crisi della classe politica francese, oltre il nazionalismo redivivo dalle elezioni appena scorse - facendosi forza resistente e costituente, serve un passo ulteriore. Questo passo, che rischia di essere fragile e perciò preziosissimo potrebbe mettere insieme i lavoratori (e il sindacato nei posti di lavoro), i liceali che occupano le scuole (alcune insieme ai migranti), i precari, i lavoratori intermittenti dello spettacolo, gli atenei in blocco e i movimenti sociali. Il 28 aprile con tutto questo ha fatto le prove generali di discussione mettendo molti di questi soggetti davanti a un microfono e seduti in piazza.

Il primo obiettivo è stato almeno nominare i reciproci sospetti e alcune delle domande raccolte a maggioranza e rivolte al sindacato lo dimostrano: “i valori della Cgt sono compatibili con Nuit Debout?”, “ci sono problemi di corruzione nel sindacato?”.

Alla discussione prendono parte la Cgt con numerosi esponenti di varie categorie, Solidaire, Sud Commerce e molti delegati: Air France, i macchinisti, lavoratori del Mac Donald, intermittenti dello spettacolo - che chiedono supporto alla piazza nelle occupazioni dei vari teatri tra cui l'Odeon effettuate a Parigi negli stessi giorni -, tassisti, lavoratori della sanità, e molti altri.

I lavoratori della comunicazione e dell'informatica della Cgt mettono a disposizione le proprie competenze al movimento mentre gli studenti si mettono a disposizione degli scioperi e chiedono aiuto a riattivare la partecipazione dopo le vacanze (in Francia in queste settimane i licei erano in congedo e le Università erano impegnate nella sessione esami).

Dalla piazza ripetutamente in un crescendo che arriva fino all'intervento finale di Philippe Martinez, il segretario generale della Cgt, si leva un coro che interroga il sindacato e lo sfida sullo sciopero generale: “tous ensemble tous ensemble greve general”.

Il sindacato si offre al confronto: “C'è bisogno di voi – dice Martinez - c'è bisogno di movimenti cittadini dappertutto perché la convergenza delle lotte deve portarci a riscrivere la cittadinanza a rivendicare una sua piena applicazione: nei posti di lavoro, in tutto il paese. Dobbiamo allargare lo sciopero e discutere di come, di come possiamo andare tutti insieme anche nelle aziende dove i militanti sono repressi perché scioperano. Noi siamo pronti ad andare avanti, non ci fermeremo fino alla fine senza ambiguità perché siamo per la convergenza delle lotte andando a discutere con i nostri lavoratori, creando fiducia e le condizioni perché la prospettiva al di là di questa legge sia la trasformazione della società e il progresso sociale”.

La piazza li sfida a tornare e sulla riuscita di questo asse si gioca molto della reciproca efficacia.

Due i punti che da sindacalista vedo da Parigi. Il primo, portare a casa l'obiettivo comune: il ritiro della legge El Khourmi per dimostrare che è possibile e che insieme si può andare avanti fino a rimettere in discussione tutto, fino a cambiare paradigma, trasformando la società come dicono in piazza e come dice il segretario confederale, risindacalizzandola anche, dando delle risposte ai lavoratori spremuti dalla crisi e ai giovani che reclamano il diritto all'avvenire. Il secondo, ancora più difficile del primo: estendere il dominio della coalizione, se è vero che la Francia è uno dei fronti aperti allora non resta che mettere insieme una battaglia comune, una rivendicazione comune: Nuit Debout l'ha capito subito e il 7 e l'8 maggio ha già lanciato un appello per un'assemblea internazionale a Place de la Republique. A mio avviso anche il sindacato europeo ha la possibilità e la responsabilità di mettere insieme la mobilitazione francese con quella italiana, finlandese e con i lavoratori greci che chiedono il diritto alla contrattazione collettiva.

 


1 i lavoratori intermittenti dello spettacolo in Francia sono i lavoratori che lavorano nello spettacolo, nella fotografia nel cinema, hanno uno statuto che disciplina il loro trattamento che è rimesso in discussione dalla legge El Khourmi che interviene su questa materia nei suoi annessi; per lavoratori dello spettacolo non sintendono solo gli attori o i registi ma anche tutto ciò che a questo gravita attorno, come per esempio i tecnici luci, suoni etc. Un settore che va da se non può avere un ciclo di produzione continua poiché banalmente la creatività non può essere unattività continua così come tutti coloro che gravitano attorno a questo settore sono legati a tempi intermittenti di chiamata al lavoro. Poiché il lavoro è intermittente ma la vita no, i lavoratori dello spettacolo francesi con lunghe lotte nei decenni scorsi sono riusciti ad ottenere uno statuto che assicura loro - nel caso in cui svolgano almeno 507ore di lavoro in 10 mesi (adesso 12 dopo laccordo sindacale della notte del 27 aprile) un reddito annuale che dia loro la possibilità di sostenere i propri bisogni dignitosamente anche nei periodi appunto dintermittenza.

Europa: la crisi è strutturale, la soluzione è politica

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Martedì, 21 Luglio 2015 17:24

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A otto anni di distanza dall’inizio della crisi economica in USA e in Europa, e a sei della sua fittizia trasformazione, per mano delle istituzioni e dei governi UE, da crisi del sistema finanziario privato a crisi del debito pubblico, l’Italia si ritrova con un governo che da un lato è allineato con le posizioni più regressive della Troika (la quale forma di fatto una quadriglia con Berlino); dall’altro non ha evidentemente la minima idea circa le cause reali della crisi, e meno che mai delle strade da provare o da costruire per uscirne. Il gioco dei numeretti che i suoi ministri fanno circa la ripresa o l’occupazione, con la risonanza che vi danno quasi tutti i media, senza che questi tradiscano mai da parte loro un’ombra di spirito critico, appare penoso. In realtà la situazione del paese è drammatica, e l’inanità dilettantesca del governo non fa che peggiorarla. L’Italia ha bisogno urgente di un altro governo che abbia compreso le cause strutturali della crisi quale si presenta in Italia, nel quadro della crisi europea, e possegga per conto suo e sappia mobilitare nel paese le competenze per superarle. È una missione impossibile, è vero, ma è meglio immaginare l’impossibile che darsi alla disperazione.

La crisi ha tre facce. Proverò a delineare i loro tratti principali.

La crisi della UE e dell’euro. La UE è stata fondata sulla base di una serie di gravi errori. Sbagliarono gli intellettuali e i politici che per primi concepirono l’unione come un sorta di abbraccio tra popoli che secondo loro avevano più cose in comune che differenze, a partire da una presunta “identità” o “cultura europea”, nonché dal comune orrore per le due “guerre civili” intervenute nel continente in poco più di trent’anni. Sbagliarono gli economisti nel credere e far credere che le grandi differenze di struttura industriale, produttività, composizione delle forze di lavoro, relazioni sindacali, ricerca e sviluppo, scambi con l’estero ecc. esistenti tra i vari stati membri sarebbero state colmate verso l’alto grazie ai benefici effetti di una moneta unica, l’euro. Infine sbagliarono i capi di stato e di governo nel credere che l’Unione, in quanto fondata sul principio “uno stato (piccolo o grande che fosse) uguale un voto”, sarebbe servita a contenere il predominio economico e politico della Germania.

Beninteso, non ci furono soltanto errori. In generale, a porre le basi del trattato di Maastricht sin dai primi anni del secondo dopoguerra fu il potere economico-finanziario europeo, tramite fior di associazioni neoliberali che rappresentavano e tuttora ne rappresentano la voce e il braccio politico. Tra di esse: la Società Mont Pelérin, la Trilaterale, la Bildeberg, la Tavola Rotonda degli Industriali, la Adam Smith Society, alle quali si è aggiunto più tardi il Forum Mondiale di Davos. Istituzioni internazionali come la Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), insediata a Parigi nel 1961, si sono impegnate senza tregua sin dall’inizio per far sì che il Trattato UE contenesse le più incisive norme possibili a favore della liberalizzazione dei movimenti di capitale. La componente monetaria dell’Unione, fondamentale per il suo funzionamento, è stata dettata sin nei particolari dalla Germania. Nei suoi colloqui con il presidente francese Mitterrand, il cancelliere Kohl fu irremovibile nel pretendere che l’euro fosse il più possibile simile al marco; che la BCE fosse dichiarata per statuto indipendente dai governi, una clausola mai vista negli statuti delle banche centrali di tutto il mondo: tant’è vero che essa si è presto rivelata essere un organo prettamente politico, che invia lettere durissime agli stati membri, Italia compresa, affinché taglino sanità, pensioni e salari; che la BCE stessa avesse sede in una città tedesca (Francoforte). Su queste basi l’euro è stato giustamente definito il più efficace strumento mai inventato per tenere bassi i salari, demolire lo stato sociale e liquidare il diritto del lavoro.

A meno di venticinque anni dalla sua fondazione e meno di quindici dall’introduzione dell’euro, la UE sta andando verso il disastro. Tra il 2008 e il 2010 i governi UE hanno speso o impegnato 4.500 miliardi di euro per salvare le banche, ma non sono riusciti a trovarne 300 per salvare la Grecia, la cui uscita incontrollata dall’euro potrebbe far implodere l’intera UE. Gli squilibri tra gli stati membri sono aumentati anziché diminuire. Ad onta della normativa UE che impone di limitare l’eccedenza export-import, la Germania continua ad avere eccedenze dell’ordine di 160-170 miliardi l’anno, uno squilibrio che potrebbe contribuire al fallimento dell’Unione. La disoccupazione colpisce 25 milioni di persone. Le persone a rischio povertà sono oltre 100 milioni. In vari paesi – Grecia, Italia, Spagna - la inoccupazione giovanile oscilla tra il 40 e il 50 per cento, un tasso mai visto da quando essa viene censita. Le politiche di austerità imposte dai governi per conto delle istituzioni UE, nel mentre si sono rivelate fallimentari, hanno colpito con durezza i sistemi di protezione sociale e l’istruzione; bloccata pericolosamente la manutenzione delle infrastrutture di base (ponti, dighe, strade, trasporti locali, viadotti, corsi d’acqua: per risanarli ci vorranno migliaia di miliardi); spinto nella povertà altre masse di persone, anche in Germania che proprio dell’impoverimento dei vicini aveva fatto il perno della sua politica economica. Non basta: le politiche di austerità, secondo molti giuristi, hanno violato decine di articoli di tutte le leggi riguardanti i diritti umani e i crimini contro l’umanità, dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 ad oggi: leggi, si noti bene, che i trattati UE hanno a suo tempo fatto proprie. La popolazione reagisce a quanto avviene in due modi: non andando a votare nella misura del 60 per cento per l’unico organo UE democraticamente eletto, il Parlamento europeo, con punte dell’80 per cento nei nuovi stati membri (dati 2014); e dando invece un largo e crescente consenso alle formazioni di estrema destra, in Francia, Italia, Polonia, Ungheria, ecc. Il che farebbe pensare che gli elettori non abbiano memoria del pericolo che esse rappresentano per la democrazia – se non fosse che nella UE la democrazia è stata già da tempo svuotata di senso dalla oligarchia politico-finanziaria di Bruxelles e dintorni.

Data la situazione attuale della UE, se non si fa nulla per affrontarla il futuro propone soltanto due scenari, al momento ugualmente probabili:

a) la UE crolla all’improvviso e in malo modo a causa di un incidente che trascina con sé tutta la barcollante struttura dell’Unione: ad esempio, un paese è costretto a uscire dall’euro perché a causa del suo bilancio pubblico strangolato dalle politiche di austerità non riesce a pagare i suoi creditori privati. I quali sono tanto stupidi da non rendersi conto che è sempre meglio un debitore che paga poco, in ritardo e a rate, di un debitore che non può pagare niente perché è stato imprigionato a causa del suo debito. (Lo scrittore Daniel Defoe, ch’era stato imprigionato per debito nel 1692, verso il 1705 riuscì a convincere con un suo scritto il governo inglese a introdurre una riforma che permetteva al debitore di continuare a lavorare e produrre reddito, in modo da poter rimborsare almeno in parte i suoi creditori piuttosto che marcire inoperoso in prigione. Al confronto, la Troika è in ritardo di tre secoli). Oppure potrebbe accadere che una grande banca europea fallisca, trascinandone altre con sé. Dall’inizio della crisi alcune delle maggiori banche europee, a cominciare dalla britannica HSBC, hanno pagato in complesso decine di miliardi di dollari a causa di varie penalità che hanno accettato di pagare alle autorità americane ed europee per non arrivare a un processo relativo a innumeri violazioni delle leggi finanziarie che esse hanno compiuto in mezzo mondo. Ma è possibile che a un certo punto un processo arrivi, e le sue conseguenze siano tali che la banca interessata fallisce perché né il suo governo né le istituzioni europee dispongono più dei mezzi per salvarla, da cui un effetto domino che travolge sia la UE che l’euro.

b) Il secondo scenario prevede che la UE e l’euro sopravvivano alla meglio per altri venti o trent’anni, cucendo rappezzo su rappezzo istituzionale per far fronte ai sempre più diffusi segni di malcontento di nove decimi della popolazione, impoverita e tartassata dal lavoro che manca, dalla distruzione dei sistemi di protezione sociale, dai continui diktat oligarchici della Commissione Europea e delle BCE che esautorano totalmente i governi nazionali senza dare nulla in cambio. Intanto il decimo al vertice della stratificazione sociale continua ad arricchirsi a spese degli altri nove: dopotutto, è per esso che i trattati UE sono stati confezionati.

Nel caso invece che qualcosa si volesse fare, una soluzione potrebbe esserci. La UE convoca una Conferenza sul Sistema Monetario Europeo, il cui punto principale all’ordine del giorno dovrebbe essere la soppressione consensuale dell’euro, ed il ritorno alle monete nazionali con parità iniziale di 1 rispetto all’euro. Altri punti dovrebbero riguardare la preparazione tecnica della transizione, e una estesa campagna di informazione pubblica prolungata per mesi. Si potrebbe anche prevedere che l’uscita dall’euro sia decisa paese per paese, di modo che se qualche stato membro lo volesse fare ne avrebbe facoltà, mentre altri potrebbero tenersi l’euro.

È innegabile che anche la soppressione consensuale dell’euro presenta dei rischi. Com’è vero che in ogni caso essi sarebbero inferiori a quelli che oggi corre la UE sia per i suoi difetti strutturali, sia per la possibilità che l’uscita improvvisa di un paese – si tratti della Grexit, della Brexit (sebbene la Gran Bretagna non abbia l’euro) o altro – rechi seri danni agli altri. Ma di certo i rischi sarebbero accentuati dai paesi – in primo luogo la Germania – che dall’euro hanno tratto i maggiori vantaggi. Una variante che ridurrebbe i rischi potrebbe consistere nel mantenere in vita l’euro, mentre ogni stato emette e fa circolare sul proprio territorio una moneta fiscale parallela. Da moneta unica l’euro diventerebbe così una moneta comune. Il predicato “fiscale” significa qui che il valore della nuova moneta sarebbe assicurato dal fatto che essa verrebbe accettata per il pagamento delle imposte – il maggior riconoscimento che una moneta possa ottenere dallo stato – e sarebbe comunque garantita dalle entrate fiscali. Si noti che progetti di una moneta parallela all’euro che ogni stato emette per conto proprio sono assai numerosi in Francia, nel Regno Unito, e soprattutto in Germania.

La richiesta di una Conferenza sull’Unione Monetaria dovrebbe essere presentata alla UE da alcuni paesi di primo piano, con il sottinteso che un rifiuto netto potrebbe indurre ognuno di essi o all’uscita dall’euro o al disconoscimento di numerose norme UE che violano i diritti umani o addirittura si configurano come foriere di crimini contro l’umanità. Non mancano nella UE i giuristi in grado di predisporre la documentazione necessaria. Al presente, i soli paesi disponibili a tal fine sono forse la Grecia, ammesso che “al presente” essa sia ancora nell’euro o il governo Tsipras non sia stato strangolato dalla Troika; e la Spagna, nel caso di una vittoria di Podemos alle elezioni dell’autunno 2015. Da parte del governo italiano in carica un atto simile è inimmaginabile, essendo il medesimo del tutto allineato sui rovinosi dogmi di Bruxelles. Per questo è necessario sostituirlo al più presto con un governo orientato diversamente, e dotato di competenze post-neoliberali di cui nel governo attuale non v’è la minima traccia.

La crisi economica ed occupazionale. Nei paesi più sviluppati del mondo, USA e UE, che da soli producono circa la metà del Pil globale, l’economia capitalistica ha imboccato da tempo un periodo di stagnazione che secondo molti esperti potrebbe durare anche cinquant’anni. In Usa, nel decennio degli anni 50 i trimestri in cui il Pil reale cresceva di almeno il 6 per cento l’anno sono stati 40. Negli anni 70 erano scesi a 25. Nei ’90, a meno di dieci. Infine nel periodo 2000-2013 sono stati in tutto tre. Sebbene sia difficile fare una stima aggregata del Pil dei paesi oggi membri della UE, visto che in settant’anni hanno avuto storie politiche ed economiche diverse, si stima che l’andamento del Pil nella UE sia stato all’incirca il medesimo. Al presente, un altro indicatore di stagnazione è il forte e prolungato rallentamento degli investimenti nell’economia reale. Essi rendono poco rispetto alle attività speculative svolte nel sistema finanziario, il quale peraltro all’economia reale non reca alcun beneficio (al punto che in realtà non ha nessun senso chiamarli “investimenti”). Risultato numero uno: si stima che circa il 70% dei capitali circolanti sia destinato alle seconde. Il capitalismo ha posto così le premesse per una sorta di suicidio al rallentatore. Mediante l’automazione ha ridotto drasticamente il numero dei produttori nell’economia reale (servizi compresi). Con la forsennata compressione dei salari reali, (in aggiunta alla riduzione dei produttori) ha ridotto il potere d’acquisto dei consumatori. Per investire l’impresa capitalistica deve poter stimare quanti sono quelli a cui venderà i suoi beni o servizi, e più o meno per quanto tempo. Nei nostri paesi si è messa in condizione di non poterlo più fare.

La riduzione degli investimenti è anche dovuta al fatto che da decenni il capitalismo non inventa più nulla che possa diventare un consumo di massa. Al contrario di quanto asseriscono gli economisti neoclassici, il capitalismo non vive affatto di una continua innovazione endogena. Ha bisogno di robusti e ripetuti stimoli esterni. Negli anni 50 e 60 li hanno forniti, nei nostri paesi, i consumi di massa di auto, elettrodomestici, televisori. La diffusione in atto dei cellulari, dei tablets, dei PC – tutti fabbricati in Asia – non ha avuto né potrà mai avere effetti paragonabili sulla crescita e sull’occupazione di un paese europeo. Inoltre tanto la produzione quanto il consumo dei beni e dei servizi proposti dall’attuale modello produttivo si fondano su energie tratte da risorse fossili, mentre gli scienziati del mondo intero avvertono che l’inversione dell’attacco all’ambiente, che presuppone una drastica riduzione di tali fonti energetiche, dovrebbe avvenire ormai entro breve tempo se si vuole evitare una catastrofe. In sintesi: l’idea di una ripresa paragonabile al passato – la famosa luce in fondo al tunnel – è una illusione priva di fondamento. E se mai dovesse verificarsi, sarebbe ancora peggio, perché avvicinerebbe il momento di un disastro ambientale irreversibile.

Non basta. Il termine “automazione” si riferisce da cinquant’anni alla sostituzione di lavoro fisico da parte di macchine. Ma la microinformatica ha anche enormemente esteso sia le capacità delle macchine operatrici, sia le capacità dei computer di svolgere attività intellettuali che fino a pochi anni fa si sosteneva non fossero automatizzabili. Risultato numero tre: in Usa si stima che il 47 per cento degli attuali posti di lavoro, finora occupati da esseri umani a causa del loro contenuto intellettuale e professionale medio-alto, possano venire svolte entro pochi anni da una qualche combinazione di macchine, computer e programmi intelligenti. In altre parole potrebbero scomparire più di 60 milioni di lavoro. Un processo analogo di sostituzione di esseri umani da parte dei computer è in corso anche in Europa. Una politica che non si occupi primariamente di questo problema, come avviene nella UE e in modo ancor più marcato in Italia, non soltanto è da buttare per la sua inefficienza; è una minaccia per milioni di cittadini.

Da quanto precede se ne trae che l’Italia dovrebbe progettare al più presto un piano pluriennale di transizione a un diverso modello produttivo, che abbia come caratteristiche principali l’essere fondato su progetti o settori ad alta intensità di lavoro; elevata qualificazione; tecnologie avanzate; consumi ridotti di energie fossili; elevata utilità pubblica; massima attenzione ai beni comuni. Esso dovrebbe inoltre prevedere il passaggio regolato di milioni di lavoratori dai settori in declino ai nuovi settori. Non è il caso per ora di inoltrarsi in un elenco di questi ultimi: si rimanda alla ragguardevole letteratura esistente sulla trasformazione industrial-ecologica dell’economia. Qui basti dire che il riassetto idrogeologico dell’intero territorio, il miglioramento del rendimento energetico delle abitazioni, gli interventi antisismici nelle zone più a rischio, la tutela dei beni culturali assorbirebbero da soli milioni di posti di lavoro. La complessità e l’ampiezza di un simile piano renderebbe necessario l’impiego delle migliori competenze tecniche ed economiche, pubbliche e private, di cui il paese disponga. E soltanto un governo totalmente rinnovato quanto a cultura politica e competenze professionali sarebbe capace di guidarne la realizzazione. Inutile aggiungere che un simile piano deve poter iniziare entro pochi mesi, per essere via via sviluppato e rettificato.

Il caso italiano. Una delle cause strutturali per cui la crisi europea ha colpito l’Italia più di altri paesi sono le sue antiche carenze quanto a istruzione e ricerca e sviluppo (R&S). In vista di una transizione a un diverso modello produttivo e occupazionale sarebbe essenziale aumentare in misura considerevole la spesa pubblica per la scuola secondaria e l’università. Con il 22 per cento dei diplomati contro una media del 36 per l’intera UE l’Italia occupa l’ultimo posto in tale classifica. È una percentuale scandalosamente bassa; e ancora più scandaloso è il fatto che dinanzi all’obbiettivo proposto dalla Commissione Europea di raggiungere il 40 per cento entro il 2020 come media UE, uno dei nostri recenti governi abbia risposto che l’Italia punta nientemeno che al 27 per cento. Dati analoghi valgono per i laureati. L’obiezione per cui diplomare o laureare un maggior numero di giovani non serve allo sviluppo, o è addirittura un danno, perché tanto non trovano lavoro, è priva di senso. I giovani non trovano lavoro perché non esistono politiche economiche capaci di creare nuovo lavoro nel momento in cui il lavoro tradizionale scompare.

Anche in tema di R&S siamo messi male. Tra i 32 paesi Ocse l’Italia occupa il penultimo posto quanto a spesa in R&S, con un misero 1,25 per cento tra pubblico e privato. Le statistiche delle richieste di brevetto depositate presso l’Ufficio Brevetti europeo, che vedono l’Italia in coda ai maggiori paesi UE sia quanto a numero sia quanto a contenuto tecnologico, riflettono tale povertà di spesa. Come minimo occorrerebbe raddoppiare quest’ultima nel più breve tempo possibile.

Di fronte ai problemi sopra richiamati, alla pericolosità della crisi UE, ed alla addizionale gravità di quella italiana, il governo Renzi non esiste. Non che, per ora, le opposizioni offrano gran che di meglio. Moltiplicare invettive contro il dominio della finanza, oggi ben rappresentato dall’euro, non serve: anche il Mein Kampf ne era pieno (dieci anni dopo, non a caso, il suo autore giunto al potere impiegò poche settimane per accordarsi con la grande finanza). Il dominio bisogna prima seriamente studiarlo, per poi smontarlo pezzo per pezzo con strumenti politici e legislativi appropriati. Né serve a molto inveire contro la casta. Una volta stabilito che si tratta di una intera classe politica che ha fatto da decenni il suo tempo, nonché di buona parte della classe imprenditoriale, si tratta di sostituirla con una classe avente una concezione del mondo diversa e opposta, che sappia amministrare il paese e ogni sua parte in nome dei diritti al lavoro e del lavoro; dell’uguaglianza (in una economia dove gli amministratori delegati guadagnino magari 50 volte i loro dipendenti e facciano bene il loro mestiere invece di guadagnare 500 volte e farlo male); dei beni comuni da sottrarre alle privatizzazioni; di una economia che non distrugga l’ambiente nel quale dovrebbero vivere e prosperare i nostri discendenti.

Allo scopo di far emergere dal paese, che da più di un segno appare in grado di farlo, una nuova classe dirigente all’altezza del compito, occorrono i voti. Per moltiplicare i voti necessari occorre che il maggior numero possibile di elettori comprenda qual è l’enormità della posta in gioco, in Italia come nella UE, e la relativa urgenza. E se è vero che l’opinione politica si forma per la massima parte sotto l’irradiazione dei media, è di lì che bisogna partire. Supponendo che la traccia proposta sopra sia qualcosa di assimilabile a uno schema di programma politico a largo raggio, bisognerebbe quindi avviare una campagna di comunicazione estesa, incessante, capillare, volta a mostrare che la rappresentazione che il governo e i media fanno di quanto avviene è una deformazione della realtà, e poco importa se non è intenzionale. Insistendo su pochi punti essenziali, siano essi quelli qui indicati o altri – purché siano pochi e di peso analogo. Lo scopo è semplice: ottenere che alle prossime elezioni parecchi milioni di cittadini votino per una società migliore di quella verso cui stiamo rotolando, a causa dei nostri governi passati e presenti, non meno che della deriva programmata della UE verso una oligarchia ottusa quanto brutale.

Il 95% dei lavoratori islandesi vota si alla mobilitazione generale

Category: News Europa
Creato il Lunedì, 04 Maggio 2015 18:14

Iniziata il 30 aprile con uno sciopero di mezza giornata la mobilitazione islandese per l'incremento dei salari prevede di continuare con altre giornate di sciopero indette per il 6 e 7 maggio, il 19 e il 20 maggio, e se per allora nessun accordo dovesse essere siglato dal 26 maggio sarà sciopero ad oltranza.

Il sindacato risponde così alla mancanza di volontà dei datori di lavoro di trattare sulle richieste di incremento dei minimi salariali islandesi.

Forti del fatto che recenti riforme fiscali hanno ulteriormente gravato sulle fasce più deboli a seguito dell'aumento della tassazione dei beni alimentari e di una detassazione dell'import di beni di consumo.

Ad oggi il sindacato lamenta che la maggior parte dei lavoratori è costretta ad un impiego extra e ad un grande ricorso agli straordinari perché gli stipendi sono sotto la soglia del mantenimento.

Landini: “Per i migranti accoglienza, non bombe”

Category: Stampa e relazioni esterne
Creato il Giovedì, 23 Aprile 2015 17:30

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Nel Mediterraneo, lungo le sue coste è in corso un dramma che non trova precedenti nella nostra storia più recente: migliaia di persone dall'Africa e dal Medio Oriente cercano rifugio in Europa, sono costrette a mettere le loro vite nelle mani di mercanti che lucrano sulla vita umana, rischiano e perdono la vita in mare trasformandolo in una grande fossa comune. Di fronte a questa emergenza umanitaria in questi giorni crescono le ipotesi di interventi militari, bombardamenti, blocchi navali. Si tratta di ipotesi folli, disumane che mettono a rischio la vita di persone in fuga da guerre, violazioni dei diritti umani e povertà; ipotesi che non risolvono l'emergenza umanitaria in corso sulle coste del Mediterraneo e che violano i principi della nostra Costituizione, basati sul dovere di accoglienza e sul ripudio delle avventure militari. Per questo non andrebbero nemmeno prese in considerazione le idee di un intervento militare in Libia, di un blocco navale – peraltro impraticabile - davanti alle sue coste oppure di bombardare i barconi con cui i moderni schiavisti fanno mercimonio delle vite umane: il solo parlarne costituisce un esercizio di pericolosa demagogia politica che in Italia rischia di alimentare campagne xenofobe e al contempo va respinta senza esitazioni l'idea di rispondere con la guerra ai drammi di altre guerre. Il governo italiano si assuma, invece, da subito le proprie responsabilità nell'area attivando un piano di ricerca e salvataggio.

L'Unione europea – responsabile di aver distolto a lungo lo sguardo dai drammi umanitari in corso riducendoli a presidio dei confini con programmi totalmente inadeguati come Triton e Poseidon - propone ora un piano per affrontare il problema dell'immigrazione che nel suo insieme rappresenta una nuova chiusura e una nuova sottavalutazione della questione, perseguendo nell'attegiamento di miopia che ha segnato le politiche dei paesi ricchi nei confronti di quelli poveri, senza trarre alcun insegnamento dai fallimenti di questi anni, con conseguenze che arrivano oggi a mettere in discussione la sicurezza nelle nostre stesse città.

E' necessario che si affronti il dramma in corso con uno sforzo di cui si deve far carico tutta la comunità internazionale – e gestito dai suoi organismi preposti come l'Onu e l'Unhcr - per garantire con i mezzi necessari la sicurezza e l'accoglienza dei profughi, attraverso un piano d'emergenza finanziato dai paesi più ricchi per garantire l'esodo verso l'Europa e l'accoglienza delle persone in fuga dai conflitti africani e mediorientali e poterle così sottrarre ai mercanti di carne umana, senza ricorrere a nuove e folli avventure militari magari ipocritamente travestite da operazioni di polizia internazionale a tutela dei migranti.

 

Maurizio Landini

 

Roma, 23 aprile 2015

Belgio: scontro su prepensionamenti e sulle politiche di governo

Category: News Europa
Creato il Venerdì, 13 Marzo 2015 17:04

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In 10.000 in piazza a Bruxelles l'11 marzo dopo l'appello dei tre sindacati belgi.

Il governo infatti senza l'accordo delle parti sociali ha deciso che i futuri pre-pensionati dovranno dare prova di una flessibilità adattiva, ne passiva ne attiva, beneficerebbero cioè di un accompagnamento alla pensione con l'interdizione a lasciare il paese per un lungo periodo. Chi è andato in prepensionamento prima del 1 gennaio 2015 non avrà più l'obbligo di cercare un lavoro quanto a coloro che fossero usciti dopo il 1 gennaio invece saranno obbligati a cercarlo.

Ma le parole d'ordine della protesta sindacale sono plurime: salto dell'indicizzazione, sotto finanziamento dei servizi pubblici, riforma sui prepensionamenti e mancato rispetto della concertazione sociale.

Un'azione di un'ora si terrà a Bruxelles il 19 per protestare contro le misure economiche nel settore pubblico e sono convocate unitariamente manifestazioni di massa nelle province, la prima il 31 marzo a Bruxelles e la seconda il giorno successivo a Liegi anche se è possibile che a maggio si arrivi allo sciopero generale.

Tsipras: "la mia Grecia, la nostra Europa"

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Lunedì, 09 Marzo 2015 12:38

Pubblichiamo la traduzione dell'intervista che Alexis Tsipras ha rilasciato - alla vigilia del varo delle sue proposte all'Ue - al settimanale tedesco Spiegel. 

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"Alex Tsipras si presenta così poco appariscente nel suo enorme ufficio nella Maximos Mansion di Atene, e molto rilassato. Il nuovo quarantetreenne primo ministro di sinistra della Grecia, una spina nel fianco dei leader tedeschi a Berlino, ha una stretta di mano morbida. Sul tavolo della conferenza c’è un blocco di carta con le note scritte ordinatamente in preparazione della nostra intervista.

Tsipras vuole spiegare se stesso e le politiche del suo governo, dice, aggiungendo che spera di rispondere apertamente e onestamente alle domande in modo che la gente in Germania lo capisca meglio. Ora, dice, è il momento ideale per una tale discussione, dopo i negoziati con Bruxelles e poco prima che Atene presenti lunedì i suoi nuovi progetti di riforma ai ministri delle finanze dell'Unione europea.

Il primo ministro ci ha dato un'ora per l'intervista. Parla Greco spiegando i suoi piani con una voce profonda, ma tranquilla, anche ridendo di tanto in tanto quando appoggiandosi all'indietro comodamente. La sua fiducia in se stesso non appare arrogante, sembra invece essere radicata nella sua ferma convinzione che la sua posizione è quella giusta. Egli sa, dice, che la vita è piena di compromessi e che i compromessi sono anche di vitale importanza per la cooperazione del suo paese con l'Unione europea. "Dobbiamo lasciare dietro di noi ogni genere di disastri", dice Tsipras. "Anche per questo ho voluto parlare con lei."

SPIEGEL: Signor Primo Ministro, la maggior parte dei partner europei sono indignati. L’accusano di dire una cosa a Bruxelles e poi dire qualcosa di completamente diverso a casa ad Atene. Capisce da dove vengono queste accuse ?

Tsipras: Diciamo le stesse cose in Germania e in Grecia. Ma a volte i problemi possono essere visti in modo diverso, dipende dalla prospettiva. (Indica il bicchiere d'acqua.) Questo bicchiere può essere descritto come mezzo pieno o mezzo vuoto. La realtà è che è un bicchiere riempito di acqua per metà.

SPIEGEL: A Bruxelles avete rinunciato a chiedere un taglio del debito. Ma a casa ad Atene, si continua a parlare di un taglio. Che cosa ha a che fare questo con la prospettiva?

Tsipras: Al vertice, ho usato il linguaggio della realtà. Ho detto: prima del programma di salvataggio, la Grecia aveva un debito sovrano che era il 129 per cento della sua produzione economica. Ora, è 176 per cento. Non importa come si guarda a questo, non è possibile ripagare il debito. Ma ci sono diversi modi per risolvere questo problema: attraverso un taglio del debito, una ristrutturazione del debito o obbligazioni il cui rimborso è legato alla crescita. La cosa più importante, però, è risolvere il vero problema: l'austerità che ha fatto crescere così tanto il debito.

SPIEGEL: Lei è un linguista o un politico? Ha detto ai Greci che si è sbarazzato della troika e l’ha venduto come una vittoria. Ma la Commissione europea, il Fondo monetario internazionale (FMI) e la Banca centrale europea (BCE) stanno ancora controllando le vostre riforme. Ora, essi sono semplicemente chiamati "le istituzioni".

Tsipras: No, non è una questione terminologica. Ha a che fare con il nocciolo del problema. Ogni Paese in Europa deve collaborare con queste istituzioni. Ma questo è qualcosa di molto diverso da una troika che non è indebitata con nessuno. I suoi funzionari sono venuti in Grecia per monitorarci rigorosamente. Ora, stiamo di nuovo parlando direttamente con le istituzioni. L'Europa è diventata più democratica a causa di questo cambiamento.

SPIEGEL: Cosa cambia? Dovete ancora presentare i vostri piani di riforma alle tre "istituzioni" per l'approvazione.

Tsipras: Le riforme non saranno approvate da parte delle istituzioni. Hanno una voce in capitolo nel processo e stabiliscono un quadro di riferimento che si applica a tutti in Europa. In precedenza, la situazione era tale che la troika avrebbe inviato una e-mail dicendo al governo greco che cosa doveva fare. Le riforme che abbiamo pianificato sono necessarie, ma le stiamo decidendo noi. Nessuno ci sta obbligando a realizzarle. Noi vogliamo fermare l'evasione fiscale su larga scala e le frodi fiscali più di chiunque altro. Finora hanno pagato solo i percettori di bassi redditi e non i ricchi. Vogliamo anche a rendere lo stato più efficiente.

SPIEGEL: Ma siamo ancora un po' confusi. La Grecia vuole e ha bisogno di un terzo piano di salvataggio in giugno, quando finiranno i soldi?

Tsipras: non lo chiamerei un piano di salvataggio.

SPIEGEL: Come lo chiamerebbe invece ?

Tsipras: Direi che la Grecia ha necessità di finanziamento. Abbiamo consolidato massicciamente il nostro bilancio negli ultimi anni e ora abbiamo avanzi primari invece di deficit. Ma non possiamo ancora prendere in prestito denaro sul mercato dei capitali. Per fare ciò, dobbiamo riconquistare la fiducia, diventare competitivi e tornare a crescere. Fino a quel momento, dunque, dobbiamo finanziarci in un altro modo.

SPIEGEL: Il che significa che avete bisogno dei soldi degli Europei.

Tsipras: Guardi, non si tratta di filantropia a favore della Grecia. Si tratta di responsabilità comune e solidarietà europea. Se la Grecia non può servire il proprio debito, ciò ha un effetto anche sui nostri partner. Pertanto una rete di sicurezza per la Grecia è necessaria e dobbiamo anche tornare il più rapidamente possibile al mercato dei capitali. Ma questo non può essere combinato con un programma che ha portato ad una situazione di disagio sociale; abbiamo bisogno di un programma che porti alla crescita.

SPIEGEL: Che è probabilmente il contrario di ciò che il governo tedesco vorrebbe sentire.

Tsipras: Alcuni ritengono che gli investimenti possono essere attivati riducendo ulteriormente il costo del lavoro. Ma noi lo abbiamo già ridotto del 40 per cento e questo non ha portato quasi per niente investimenti. Il denaro che è fluito verso la Grecia aveva lo scopo di salvare le banche - non ha risolto il nostro problema di liquidità. Non vogliamo continuare a prendere in prestito denaro per sempre; noi vogliamo uscire da questa situazione difficile. Ma possiamo impegnarci solo a intraprendere misure che siamo anche in grado di attuare.

SPIEGEL: Se capiamo correttamente, volete più prestiti, ma non volete assoggettarvi a ulteriori controlli.

Tsipras: In una società in rovina e un paese con una crisi umanitaria, non è possibile abbattere ulteriormente i salari. Possiamo, però, perseverare con le riforme strutturali. Vogliamo creare finalmente le istituzioni per applicare in modo efficace le tasse. Vogliamo modernizzare il sistema giudiziario in modo che non sarà più necessario aspettare un anno per una sentenza. In futuro, dovrà essere possibile avviare un’impresa rapidamente e senza troppa burocrazia. Svilupperemo anche il registro delle proprietà immobiliari, cosa che è stata promessa dal 1930.

SPIEGEL: Perché pensa che si avrà successo nel fare ciò che i vostri predecessori hanno promesso di fare, ma hanno fallito ?

Tsipras: Perché non siamo parte del vecchio sistema, come erano i nostri predecessori. In particolare, limiteremo le attività incontrollate degli oligarchi. Loro controllano i media e continuano a ricevere enormi prestiti da parte delle banche, al contrario delle aziende normali. Vogliamo anche monitorare le attività dei fornitori dello Stato, che hanno costituito enormi cartelli. Nessuna persona ragionevole può essere contraria a tale intento, e siamo determinati per affrontarlo.

SPIEGEL: E le privatizzazioni?

Tsipras: Su questo abbiamo hanno un approccio diverso. Dobbiamo rendere fruibili i beni dello Stato, ma non dobbiamo vendere tutto. In caso contrario, il ricavato sparirà direttamente nel buco nero del debito. Invece, vogliamo usare i ricavi delle imprese statali per sostenere il benessere sociale.

SPIEGEL: Lunedì, il suo governo presenterà le prime proposte di riforma di Bruxelles, che dovranno poi essere approvate dai ministri delle finanze dell’Eurozona. Qual è il vostro piano?

Tsipras: Noi proporremo sei riforme che sono pronte per l'implementazione. Primo: la lotta contro la crisi umanitaria. Vogliamo creare una Smart Card per i cittadini che può essere utilizzata per accedere ai servizi pubblici per i quali in passato bisognava fare domanda sette diverse autorità. Il bisognoso potrà anche usarla per pagare generi alimentari e energia elettrica. Secondo: la riforma dell'amministrazione necessaria a rendere lo Stato più efficiente. Terzo: l'introduzione di un piano di rateizzazione per i debiti fiscali. La quarta riforma ha a che fare con l'amministrazione fiscale e la quinta è finalizzato alla creazione di un Consiglio fiscale politicamente indipendente. La sesta è la creazione di una task force per la verifiche fiscali mirate al fine di combattere l'evasione fiscale anche nelle classi medie.

SPIEGEL: Il primo punto comporta un incremento di spesa. Come avete intenzione di finanziarlo?

Tsipras: Abbiamo già presentato un progetto di legge in Parlamento. Esso è coerente con la nostra promessa di stabilire la giustizia sociale. La crisi umanitaria è danno collaterale derivante dal programma di salvataggio. Oggi, il 35 per cento dei greci vive al di sotto della soglia di povertà e 600.000 bambini non hanno abbastanza da mangiare, secondo l'UNICEF. Abbiamo già ricevuto finanziamenti comunitari per la lotta contro la crisi umanitaria e parlerò al presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker nei prossimi giorni per verificare se possiamo ricevere fondi supplementari.

SPIEGEL: Nel resto d'Europa, la gente è preoccupata per il vostro piano per consentire greci per ripagare le tasse fino a 100 rate mensili. Non siete preoccupati che un tale piano provocherà il completo prosciugamento delle entrate fiscali ?

Tsipras: Al contrario. Creerà ricavi immediati per lo Stato. Al momento, il debito fiscale dei greci è in aumento di un miliardo di euro al mese. Vogliamo invertire questa tendenza. E, naturalmente, non offriremo questo a persone che sono in grado di pagare, ma vogliono imbrogliare.

SPIEGEL: Che cosa riguarda esattamente la sua proposta di creare un consiglio fiscale ?

Tspiras: Sarà una autorità fiscale indipendente della politica. Sa come era in passato? Le aziende più importanti potevano chiamare il primo ministro qui a Maximos Mansion e i termini cambiavano a loro favore durante la notte. Questo non sarà più possibile.

SPIEGEL: Lei crede davvero che questo vi permetterà di costringere i ricchi a pagare?

Tspiras: Sicuramente sa che ci sono due Grecie. Una è quella Grecia di 4 milioni di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà. Si può vedere l'altra Grecia, se si va in una sera d'estate in una discoteca  di Bouzouki lungo la costa o se si va a Mykonos. E' la Grecia dei evasori fiscali e dei truffatori. Sappiamo bene che molti di questi bar e ristoranti non rilasciano alcuna ricevuta. Saremo molto severi con questa Grecia.

SPIEGEL: E che cosa la rende così sicuro del successo?

Tsipras: Stiamo formando una task force per i controlli mirati e il suo personale sarà cambiato ogni due mesi in modo che non diventi corrotto. Abbiamo un ministro che è responsabile per la lotta contro l'evasione fiscale, un ex pubblico ministero. Alle sue dipendenze sarà istituita un'organizzazione indipendente, non influenzata dal sistema politico.

SPIEGEL: Suona molto ambizioso in un momento in cui i vostri soldi sono già finiti. Nel mese di marzo, dovrete rimborsare poco meno di € 4 miliardi, ma non è ufficialmente in programma di ricevere la prossima tranche del programma di salvataggio fino alla fine di aprile. Riuscirete a superare questo mese?

Tspiras: Purtroppo devo ammettere che, nel corso degli ultimi 30 giorni, ho speso il 90 per cento del mio tempo a negoziare come possiamo rispettare le scadenze, al fine di garantire il nostro finanziamento. Questo non è in alcun modo produttivo o creativo. La riunione dell'Eurogruppo il 20 febbraio, quando è stato esteso il nostro accordo di prestito, è stato un passo importante. La decisione è stata presa per noi darci respiro, ma la BCE ci tiene ancora la corda al collo.

SPIEGEL: E da dove prenderete i 4 miliardi di euro ?

Tsipras: La Grecia potrebbe emettere titoli di Stato a breve termine, i cosiddetti T-Bills ...

SPIEGEL: ... ma per fare questo, avete bisogno dell’accordo con la BCE, che non ha intenzione di consentirvi di farlo.

Tsipras: Se la BCE insiste su questa decisione, che a nostro parere non è quella giusta, allora si prenderà una grande responsabilità. Allora tornerà la tensione che abbiamo visto prima del 20 febbraio. Questo, però, sarebbe una decisione politica che non dovrebbe essere presa da tecnocrati.

SPIEGEL: La BCE è politicamente indipendente.

Tspiras: Sono fiducioso che verranno prese le decisioni necessarie e che colmeremo il gap di finanziamento entro la fine di aprile.

SPIEGEL: Molti esperti ora temono un "Grexident" - uscita accidentale della Grecia dall'euro. Se la BCE non è d'accordo con le vostre T-Bills, questo è esattamente ciò che potrebbe accadere.

Tspiras: Non riesco a immaginarlo. Non si rischierà la disintegrazione dell'Europa per una T-Bill di appena 1.6 miliardi di euro. C'è un detto per questo in Grecia: Un uomo bagnato non teme la pioggia.

SPIEGEL: In seguito, un conflitto ben più fondamentale attende. Volete mettere fine alle politiche di austerità, ma il cancelliere tedesco Angela Merkel non vuole permettere una cosa del genere. Queste posizioni ampiamente divergenti sono stati sorvolate come "ambiguità creativa," come ha sostenuto il suo ministro delle Finanze Yanis Varoufakis. Tuttavia, non sarà più possibile ignorare questo crescente conflitto in giugno.

Tspiras: Ecco perché abbiamo bisogno di mettere a profitto questi quattro mesi. L'Europa sta affrontando un dilemma: o si accettano le richieste del popolo del sud, che ha sofferto molto sotto l'austerità, e si corregge il corso - o si reagisce in maniera arrogante e punitiva. Se ciò dovesse accadere, la Grecia soffocherebbe gradualmente. Questo, però, non sarebbe più solo un pericolo finanziario, ma anche un pericolo politico.

SPIEGEL: Per chi?

Tsipras: Il crescente movimento civile per un cambiamento di rotta nel sud diventerebbe una corrente anti-europea. Punendo Syriza in Grecia, non si rallenta la dinamica di Podemos in Spagna - invece la costringi a diventare anti-europea. Così facendo, rafforzi Beppe Grillo in Italia, Marine Le Pen in Francia - e gli avversari dell'Unione europea come Nigel Farage in Gran Bretagna saranno molto, molto contento.

SPIEGEL: Sicuramente c'è il supporto per un allegerimento dell'austerità in alcuni paesi. Ma siete stati isolati nel corso dei negoziati con gli altri Paesi dell’Eurozona. Lei ha perfino attaccato i governi di Spagna e Portogallo nei giorni scorsi, lamentando la loro mancanza di sostegno. Gli europei devono veramente parlare tra di loro in quel modo?

Tsipras: Non si può parlare di un conflitto tra i Paesi. La Grecia non divide gli stati in amici e nemici. Era una critica delle politiche di austerità. L'interpretazione che la Grecia è isolata è del tutto sbagliata. Durante tutto il tempo dei negoziati, abbiamo sperimentato la solidarietà da tutta Europa come non l’avevamo vista dai tempi della dittatura.

SPIEGEL: Ma ci sono tensioni tra la Germania e la Grecia.

Tspiras: L'atmosfera che è stata creata in passato - in Grecia, ma anche in Germania - non era buona. C'è in effetti un clima ingiusto verso la Grecia in Germania. Media come il giornale Bild ritraggono tutti i greci come barboni avidi e truffatori. E qui in Grecia, i tedeschi sono ritratti come persone a muso duro che hanno inimicizia verso di noi. Ma non si tratta di uno scontro tra le persone - è uno scontro tra le forze conservatrici e le forze di sinistra. Un lato spinge per l'austerità e l'altro vuole la crescita.

SPIEGEL: La minaccia di abbandonare l’euro è una leva credibile per cambiare le politiche di austerità ?

Tsipiras: Escludo una Grexit perché amo l'Europa. Io credo che la Eurozona è come un maglione di lana: Quando inizia a sfilare, allora non può più essere fermato.

SPIEGEL: Alcuni in Germania, comprese le persone nel governo federale, ritengono che l'euro sarebbe più forte senza la Grecia. Nel vostro partito, peraltro, c'è una minoranza che vuole tornare alla dracma.

Tsipras: Se dovessimo tenere un referendum di domani con la domanda: "Vuoi la tua dignità o una continuazione di questa politica indegna", allora tutti avrebbero scelto dignità indipendentemente dalla difficoltà che avrebbero accompagnato tale decisione. Ma la minaccia per l'Europa oggi non è Syriza o Podemos, è il Fronte Nazionale in Francia o in Germania AfD.

SPIEGEL: Molti a Berlino non hanno trovato le prestazioni del vostro governo particolarmente ispiratrici di  fiducia. Si sentono provocati dal ministro delle Finanze Varoufakis.

Tsipras: Ognuno ha diritto ad un parere. Inoltre non ci immischiamo nella politica interna tedesca a dettare alla Germania chi diventa ministro delle Finanze o cancelliere. È per questo che preferiremmo che i nostri partner ci lascino decidere che scegliamo come nostri rappresentanti.

SPIEGEL: E 'vero che ha ordinato al signor Varoufakis dare un minor numero di interviste?

Tsipras: Ho chiesto meno parole e più azione a tutti i membri del Consiglio dei ministri (il nome ufficiale del gabinetto di governo), non solo al signor Varoufakis.

SPIEGEL: Nelle ultime settimane, si è incontrato con molti politici di alto livello in Europa. E' solo un caso che non ha ancora visto Angela Merkel?

Tsipras: Non è per caso. Ho ricevuto un invito da François Hollande, da Matteo Renzi, dal cancelliere federale austriaco e dal primo ministro belga e anche da David Cameron, ma non ho ricevuto un invito da Angela Merkel. Se dovessi ricevere un invito dal cancelliere, io accetto subito. Ci siamo sentiti al telefono e abbiamo parlato durante i vertici. Penso che abbiamo un buon rapporto e che ci sia una buona chimica tra di noi.

SPIEGEL: Allora perché non avvia lei una prima visita ?

Tsipras: Finora non ho chiesto un incontro; sono diventato primo ministro solo poco tempo fa. Sono stato aperto a chiunque abbia voluto incontrarsi con me. Quando avevo bisogno di parlare con la signora Merkel, l'ho chiamata. Non vado posti dove non sono stato invitato.

L’austerità, la crisi dell’euro e la difesa del mondo del lavoro

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Martedì, 17 Febbraio 2015 10:38

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Dall’inizio della crisi scoppiata sul finire del 2007 il numero dei senza lavoro nell’eurozona è cresciuto di circa sette milioni e la sola Italia ha oltre un milione e mezzo di disoccupati in più. La crisi, però, non ha colpito allo stesso modo le diverse economie del Continente. Si pensi che il numero dei senza lavoro in Germania si è ridotto di circa un milione di unità, mentre in Grecia e Spagna è triplicato. In questi anni, infatti, stiamo assistendo a un forte incremento degli squilibri tra aree centrali e aree periferiche d’Europa.

La rivista on line Economia e Politica, che raccoglie intorno a sé gli economisti italiani più critici verso l’impianto liberista dell’Unione monetaria europea e le sue politiche di austerità, ha approfondito ripetutamente questi temi, anche con un recente articolo su “Eurocrisi: il conto alla rovescia non si è fermato” (pubblicato il 2 dicembre 2014) nel quale si dimostra che l’assetto dell’Unione monetaria europea non ha fatto altro che aumentare la divergenza economica tra gli Stati membri.

Guardiamo ai tassi di disoccupazione, cioè alla quota di persone senza lavoro rispetto al totale della popolazione attiva. La Figura 1 illustra l’andamento dei tassi di disoccupazione di alcuni Paesi appartenenti all’eurozona. Nel 2007, alla vigilia dello scoppio della crisi mondiale, quei tassi erano molto vicini e si potevano osservare differenze di massimo 2, 3 punti percentuali. Successivamente, il divario si è allargato sempre di più. Alla fine del 2013 si è arrivati addirittura ad oltre 20 punti di differenza agli estremi, con alcuni Paesi che hanno ridotto la disoccupazione (si veda la Germania) ed altri che l’hanno raddoppiata (come l’Italia) o addirittura più che triplicata (Grecia e Spagna). E queste tendenze risultano confermate anche dagli ultimi dati ufficiali.

 

Tassi di disoccupazione nell’eurozona (anni 2007-2013)

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Come se tutto ciò non bastasse, l’accentuarsi dei divari tra Paesi centrali e aree periferiche diviene socialmente ancora più insostenibile alla luce dei dati relativi alla distribuzione dei redditi. Prendiamo in considerazione la quota salari sul Pil, che misura la parte della ricchezza complessivamente prodotta nel Paese che va ai lavoratori salariati, che sono naturalmente la grande maggioranza dei soggetti attivi nell’economia (la parte restante va, naturalmente, ai percettori di profitti e rendite). Secondo la Commissione Europea, dal 1990 al 2013 si è assistito a una riduzione progressiva della parte della ricchezza che va ai lavoratori, calata mediamente del 3%. In Germania, ad esempio, la quota salari si è ridotta di tre punti percentuali tra il 1990 e il 2013, fermandosi al 56,7%. In altri Paesi l’impoverimento dei salari a favore dei profitti e delle rendite è anche più marcato. In Italia, ad esempio, la quota del prodotto interno lordo che è andata a remunerare i lavoratori salariati si è ridotta di ben 5 punti, attestandosi al 53,8% a fine 2013.

Queste gravi disparità tra aree centrali e aree periferiche di Europa (tra cui l’Italia) e la distribuzione del reddito che premia sempre più i ricchi e sempre meno i lavoratori non sono fatti casuali. Si tratta al contrario degli effetti delle politiche di austerità che si sostanziano in progressivi tagli della spesa pubblica e dello stato sociale, aggravati dalla presenza di una moneta unica che non consente nemmeno il ricorso alle svalutazioni competitive tanto praticate ad esempio in Italia negli anni ’80.

Ma è ormai chiaro che l’Unione monetaria europea non può reggere a lungo questi squilibri crescenti. Come previsto dal Monito degli economisti pubblicato nel 2013 dal Financial Times, continuando con le politiche di austerità previste dai Trattati europei, la crisi dell’eurozona è solo questione di tempo. I Paesi periferici più in difficoltà potrebbero trovarsi costretti ad abbandonare l’euro. Si pensi al duro braccio di ferro in corso tra il nuovo governo anti-austerity eletto in Grecia e le inflessibili istituzioni dell’Unione europea (Commissione Europea e Banca Centrale Europea). L’uscita dall’euro è una possibilità sempre sullo sfondo.

Attenzione però a considerare l’abbandono dell’euro come la soluzione per tutti i mali. Questa strategia, infatti, di per sé non garantisce affatto gli interessi del mondo del lavoro, a cominciare dalla difesa dei posti di lavoro e dal livello dei salari.

Per comprendere la questione è sufficiente leggere lo studio “Gli effetti di un’uscita dall’euro su crescita, occupazione e salari”, che ho pubblicato con Angelantonio Viscione sempre su Economia e Politica (il 22 gennaio scorso). In questo lavoro abbiamo provato a effettuare una analisi delle possibili conseguenze di una uscita dall’euro prendendo in esame le esperienze del passato che più si avvicinano alla eventuale euroexit. In particolare, abbiamo studiato le 28 crisi valutarie successive al 1980 che hanno comportato l’abbandono dei precedenti accordi di cambio tra le valute e al tempo stesso ampie svalutazioni (superiori al 25% rispetto al corso del dollaro). Tra questi 28 casi ce ne sono 7 che hanno riguardato economie ad alto reddito come, ad esempio, la maxi-svalutazione italiana del 1993.

La Tabella 1 è tratta da quello studio e mostra gli andamenti del tasso di disoccupazione nell’anno dello scoppio della crisi valutaria, nell’anno successivo e nei due anni successivi. Come si può osservare, vengono indicati gli effetti sul tasso di disoccupazione per tutti i 28 casi considerati, per i soli paesi ad alto reddito (indicati anche uno per uno) e infine per l’insieme dei paesi a basso reddito. Ebbene, come si osserva nella tabella, nonostante l’abbandono degli accordi di cambio e alle successive svalutazioni, nelle esperienze dei Paesi ad alto reddito il tasso di disoccupazione è restato stazionario (intorno al 9,5%). Addirittura, in alcuni casi, come quello italiano, la disoccupazione è sensibilmente aumentata. Mentre risultati un po’ più incoraggianti sotto questo aspetto si sono avuti nelle esperienze dei paesi a basso reddito.

 

La disoccupazione dopo la crisi valutaria – Tasso di disoccupazione negli anni successivi alla crisi (anni 1980-2013) Fonte: Ameco – Commissione Europea, Banca Mondiale, Eclac CepalStat

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Anche se spostiamo la nostra attenzione alle dinamiche salariali i risultati non sono molto confortanti. Le svalutazioni che seguono l’abbandono degli accordi di cambio rendono infatti la moneta del paese in questione meno costosa in termini delle monete estere. Ciò fornisce normalmente un impulso positivo alle esportazioni e può anche innescare un processo di crescita rilevante, che il nostro studio espone ampiamente.

Tuttavia, al tempo stesso, la svalutazione fa sì che i beni che il paese in questione deve importare dall’estero (ad esempio, materie prime) diventano più costosi. Ciò tende a generare una spinta inflazionistica nei paesi che abbandonano l’accordo di cambio e ovviamente il risultato è che i percettori di salari e pensioni accusano il colpo. L’inflazione infatti riduce il potere di acquisto dei salari e delle pensioni. Come si può osservare nella Tabella 2, infatti, le crisi di cambio storicamente comportano mediamente un iniziale calo dei salari reali (cioè dei salari al netto dell’inflazione e, dunque, il potere d’acquisto dei lavoratori). Soprattutto si riduce gravemente la quota salari sul prodotto nazionale; il che significa che anche una uscita dall’euro potrebbe generare un poco auspicabile spostamento di ricchezza dai lavoratori ai percettori di profitti e rendite.

 

Salari reali e quota salari sul pil – Valori cumulati nei tre anni successivi alla crisi valutaria (anni 1984-2013)

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Naturalmente, l’esperienza dell’euro è per molti aspetti inedita e per questo ciò che è accaduto nel passato non può gettare luce con certezza sugli esiti di un’uscita dall’euro. Al tempo stesso, però, lo studio delle esperienze storiche rappresenta il modo più serio che abbiamo per valutare in anticipo gli effetti delle scelte che potremmo dovere compiere. E l’esperienza storica ci dice che l’abbandono della moneta unica da parte di un Paese periferico potrebbe costituire una occasione per tornare a crescere, ma che non è un toccasana. È vero che la svalutazione può favorire le esportazioni del paese in questione e ciò tende a favorire la crescita. Tuttavia, i rischi maggiori riguardano proprio il mondo del lavoro, in particolare l’occupazione e i livelli salariali.

Alla luce di tutto ciò, è chiaro che cambiare il segno delle politiche europee sarebbe senz’altro l’opzione migliore. Abbandonare l’austerità in favore di politiche economiche espansive, coordinate sul piano europeo, con investimenti pubblici nelle infrastrutture, in politiche industriali e nello stato sociale costituirebbero la risposta più adeguata alla crisi. Anche per disegnare una Europa più giusta e solidale. Si tratta, però, di una soluzione sempre meno probabile, dal momento che i Trattati europei impongono l’austerità e la Germania, con i suoi paesi-satellite, continua a insistere per le politiche liberiste. Se dunque un Paese periferico, come l’Italia, si trovasse costretto ad abbandonare l’euro è indispensabile che i lavoratori e le loro organizzazioni conoscano a fondo i rischi che corrono in assenza di adeguate politiche di sostegno dei salari e della domanda. In effetti, la lezione più importante che possiamo trarre dall’esperienza del passato è che la tutela degli interessi del mondo del lavoro oggi dipende da come si resta nell’euro e da come, eventualmente, se ne esce. L’assetto attuale dell’Unione europea si sta dimostrando molto ostile al mondo del lavoro, ma una uscita dall’euro senza meccanismi di difesa dei salari e senza politiche espansive per l’occupazione potrebbe non schiudere la strada a un futuro migliore.

 

#HuelgaNoEsDelito. In Spagna 232 lavoratori, delegati e dirigenti sindacali rischiano 200 anni di carcere per aver scioperato. Comisiones obreras e Ugt in lotta

Category: News Europa
Creato il Martedì, 01 Luglio 2014 16:14

Sono più di 230 i lavoratori, delegati e dirigenti sindacali che rischiano in totale più di 200 anni di carcere solo per aver praticato un diritto costituzionale, quello allo sciopero.

Maurizio Landini, segretario generale della Fiom-Cgil, che oggi si trovava oggi a Madrid per un incontro bilaterale, ha partecipato alla manifestazione indetta dai sindacati spagnoli Cc.Oo. e Ugt in difesa del diritto di sciopero.

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E' evidente che, attraverso questa azione, il Governo spagnolo tenta di attaccare un diritto universale e in particolare minare l'azione collettiva del sindacato.

Tutti e due i sindacati iberici hanno garantito alle migliaia di partecipanti che non si fermeranno e che la mobilitazione continuerà.

 

Sabina Petrucci, responsabile Ufficio Europa Fiom-Cgil

Madrid, 1° luglio 2014

Lanciata la campagna contro il TTIP da 60 associazioni in Europa

Category: News Europa
Creato il Mercoledì, 18 Giugno 2014 14:08

A quasi 20 anni di distanza dall’AMI (accordo economico internazionale del 1995) che conteneva come principio quello di creare un insieme di nuovi diritti per le multinazionali che avrebbero scavalcato ed annullato l’autonomia degli Stati e delle popolazioni (le multinazionali potevano fare causa ad uno Stato se le leggi dello stesso avessero creato condizioni di concorrenza sleale tra cui c’erano sia la protezione ambientale o addirittura le sovvenzioni ai settori culturali e all’educazione pubblica) ci risiamo.

Quel tentativo fu respinto non solo grazie al governo Jospin che uscì unilateralmente dai negoziati facendoli di fatto saltare ma anche grazie ad una mobilitazione della società civile che impedì la prosecuzione di tali negoziati.

Con la modifica dell’articolo 133 del Trattato di Amsterdam, si è dato potere alla Commissione Europea di poter trattare futuri accordi multilaterali al posto degli Stati.

Detto fatto. I cittadini Europei e le loro organizzazioni si sono trovati davanti a trattative segrete sul TTIP (Trattato di libero commercio transatlantico) tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti.

Il TTIP coprirebbe regioni che rappresentano il 60% del PIL globale, il 33% di libero commercio e il 42% di servizi.

I negoziati sono segreti benché nessuna delle materie sia di origine militare.

Si capisce perché nel momento in cui si scopre il cuore del trattato: le legislazioni in vigore nell’Unione Europea e negli Stati Uniti dovranno rispettare le regole del libero scambio stabilite per le grandi imprese multinazionali delle due coste dell’Atlantico.

I paesi che non si allineeranno saranno sanzionati, sia nelle loro relazioni commerciali sia attraverso risarcimenti giganteschi sentenziati non da tribunali ordinari ma da tribunali speciali creati appositamente.

La strategia è chiara: si tratta per le grandi industrie e la finanza di mettere a tacere gli Stati una volta per tutte e di impedire che le leggi, il diritto metta un qualsiasi impedimento al profitto. E questo su un mercato transatlantico di 800 milioni di consumatori. A questo va aggiunto che non c’è la disponibilità degli Stati Uniti di accettare le convenzioni OIL (solo due ne sono state ratificate).

Di fronte a questa situazione la società civile si sta organizzando e reagendo. Anche a livello sindacale sono sempre più numerose le prese di posizione e le discussioni. La IG Metall, il più grande sindacato del mondo) ha chiesto per nome del suo Presidente Detlef Wetzel lo stop dei negoziati.

E’ nata una campagna di associazioni di società civile a cui la FIOM aderisce per organizzare una partecipazione ampia dei cittadini e dei lavoratori affinché non solo si dia trasparenza delle materie da trattare ma si fermino tali negoziati che rischiano di portare l’Europa in una stagione di privatizzazioni e abbassamento degli standard sociali.

 

LE CRITICHE PIU’ SOSTANZIOSE AL TRATTATO

 

Mancanza di trasparenza, l’assenza di partecipazione democratica sia nei contenuti che nel mandato negoziale e mancanza di controllo democratico sulla conduzione

 

Il timore di uno svuotamento della democrazia e dello stato di diritto; le imprese private straniere potranno in futuro citare per danni gli Stati davanti a tribunali arbitrari e privati, con dibattiti a porte chiuse e chiedendo risarcimenti per i danni causati da leggi varate dagli stessi Stati che ne possano diminuire i profitti.

 

Spalancano le porte alle privatizzazioni, gli accordi intendono agevolare le imprese multinazionali private nel fare profitti a spese della collettività nei servizi di fornitura d’acqua, nella sanità, nell’istruzione, nei trasporti.

 

Possono mettere in pericolo la nostra salute e l’ambiente; ciò che è legale negli Stati Uniti e in Canada diventerebbe legale anche nella UE, aprendo la strada al fracking, agli alimenti geneticamente modificati e alla carne trattata con gli ormoni. Si indeboliscono così le norme standard e l’agricoltura di piccola scala dando più potere alla grande industria agricola.

 

Possono abbassare gli standard sul lavoro e i diritti conseguenti. Il sindacato, i diritti sindacali

(diritto di sciopero?) potrebbero essere considerati intralcio alle imprese.

 

Sono praticamente irreversibili, una volta decisi i trattati non potranno più essere modificati essendo indispensabile l’assenso di tutti i partner contrattuali per ogni eventuale modifica e quindi nessun paese sarebbe in grado unilateralmente di recedere all’adesione essendo stipulato dall’UE.

 

Ufficio Europa Fiom nazionale

 

Roma, 28 maggio 2014

 

Settimana d'azione Europea Alcatel-Lucent, 18-22 novembre

Category: Eventi Europa
Creato il Lunedì, 18 Novembre 2013 18:12

 

Dichiarazione dei delegati ECID del Comitato Europeo Alcatel- Lucent

 
Il programma Shift: dalla teoria alla pratica.

Una settimana d’azione delle lavoratrici e dei lavoratori Alcatel Lucent in Europa contro il piano di ristrutturazione ed i licenziamenti.
 
In tutti i paesi europei iniziative e mobilitazioni!

Solidarietà con lo sciopero dei dipendenti pubblici greci contro il fascismo e lo squadrismo. La Fiom ad Atene il 30 settembre con il sindacato dell’industria europeo

Category: News Europa
Creato il Giovedì, 19 Settembre 2013 16:39

48 ore di sciopero generale indetto in Grecia dai sindacati contro i tagli di 25.000 dipendenti pubblici entro la fine dell’anno.

E’ questa la risposta dei sindacati greci del pubblico impiego all’ennesima misura antisociale presa in nome dell’austerità e dell’Europa che ce lo chiede.

Al sesto anno di recessione, con una disoccupazione arrivata al 27%, aumento della povertà vertiginoso la Grecia è in ginocchio in conseguenza delle misure della Troika.

In questo scenario è ancora più inquietante l’uccisione di Pavlos Fyssas, un giovane rapper antifascista di 34 anni, per mano di Alba Dorata, il partito neonazista che alle ultime elezioni greche ha ottenuto il 7% di voti ma che è già accreditato al 20%circa.

L’uccisione di Fyssas, ad opera di un gruppo di 30 militanti di Alba Dorata, è l’ultimo degli episodi avvenuti per mano dei neonazisti, sinora concentrati nel picchiare e perseguitare gli immigrati, gli antifascisti, i militanti di sinistra e i Rom. Di questo attacco squadrista abbiamo dovuto purtroppo leggere sui quotidiani esteri (non certo di sinistra), poiché tutti i media italiani hanno omesso la notizia e i pochi trafiletti stravolgono l’accaduto.

La FIOM, nell’esprimere la sua totale solidarietà con i lavoratori in sciopero, ritiene ancora più emblematica l’iniziativa organizzata dal sindacato dell’Industria europeo e la presenza dei suoi affiliati il giorno 30 settembre ed il 1 di ottobre in concomitanza con la sentenza del tribunale contro i lavoratori dei cantieri greci in sciopero.

Una delegazione della Fiom sarà ad Atene per ribadire il suo sostegno alle lotte contro l’austerità contro il fascismo per la democrazia

 

Roma, 19 settembre 2013

Comunicato dei delegati/e del Cae Electrolux approvato il 22 febbraio e consegnato all’Azienda

Category: CAE - Comitati Aziendali Europei
Creato il Giovedì, 23 Febbraio 2012 16:22



I rappresentanti del Cae, dopo la riunione straordinaria del 22 di febbraio 2012, esprimono tutta la loro preoccupazione per gli ulteriori tagli occupazionali annunciati dal management che riguardano sino a 1000 esuberi principalmente nel settore degli impiegati.
 
I delegati vogliono sottolineare che negli ultimi 4 anni i lavoratori Electrolux hanno pagato un prezzo altissimo per i processi di ristrutturazione avviati e che hanno portato alla riduzione di migliaia di addetti nell’Europa occidentale. La Electrolux è passata da un piano di ristrutturazione ad un altro, tanto che in alcuni paesi gli ultimi accordi sugli esuberi non hanno ancora trovato conclusione. Questa situazione pesante destabilizza i lavoratori e lavoratrici in forza.

I delegati del Cae chiedono ad Electrolux di mettere in pratica il diritto alla consultazione previsto dall’accordo Cae e che la discussione non finisca oggi. Prima che l’azienda prenda la decisione finale, Electrolux deve garantire un vero processo di consultazione e organizzare un’altra riunione straordinaria del Cae.

Questo è di fondamentale importanza vista la situazione preoccupante. Questi tagli occupazionali ci appaiono un ridimensionamento strutturale che rischia di mettere in discussione l’esistenza stessa di Electrolux in Europa.
La perdita di queste posizioni rappresenta un’emorragia di competenze e di conoscenza che avrà un impatto sulla qualità e innovazione dei prodotti e rischia di far perdere altre quote di mercato.

La sola ragione che ravvisiamo nelle decisioni di Electrolux è l’intenzione di ridurre i costi per arrivare ad ottenere gli stessi profitti con un calo di mercato. I delegati Cae chiedono all’azienda di rispettare la sua responsabilità sociale e quindi di mantenere e sviluppare i suoi impegni industriali in termini di siti, investimenti, competenze e sviluppo del capitale umano, specialmente in tempi di drammatica crisi sociale, di recessione e di calo dei mercati.

 
Praticare la responsabilità sociale oggi implica mantenere competenze e occupazione. Dunque nessun licenziamento dovrà essere fatto. I delegati del Cae chiedono che l’azienda riveda il piano presentato.
 
 

Roma, 23 febbraio 2012

 

Ig Metall: raggiunto l’accordo nel nord Westfalia

Category: Contrattazione
Creato il Mercoledì, 24 Febbraio 2010 16:35
 
 
Con l’accordo collettivo “Futuro nel lavoro” la IG Metall del Nord Westfalia ha migliorato gli strumenti di protezione contro gli esuberi e l’occupazione dei giovani lavoratori in apprendistato.

Inoltre è stato raggiunto un accordo sull’aumento salariale.

Dopo 12 ore di trattativa l’accordo è stato raggiunto nella prima mattina del 18 di febbraio.
 
Questo accordo è uno strumento eccellente per governare sia il calo della produzione che per evitare licenziamenti sino a metà del 2012.

Le ragioni per questo nuovo accordo sono:

L’orario ridotto legale è la migliore opzione per i lavoratori coinvolti in termini salariali, ma con una durata limitata, così che molte aziende interessate potevano esaurire questo strumento nella seconda metà del 2010.

L’uso dell’orario ridotto legale poteva spingere le aziende al loro limite finanziario dovuto ai costi residuali.

La riduzione dell’orario di lavoro senza compensazione salariale (vecchio accordo sulla stabilizzazione dell’occupazione) causa oggi difficoltà estreme per i lavoratori.

Necessità di nuovi strumenti per uscire dalla crisi.
 
Gli elementi dell’accordo sono i seguenti:
 
Il nuovo accordo “ Futuro nel lavoro” può essere adottato da un accordo volontario nelle aziende che hanno utilizzato negli ultimi 12 mesi un orario ridotto. Quando un’azienda è in orario ridotto legale i licenziamenti non sono permessi.

Nella prima fase del così detto “orario ridotto ZiA” con durata di almeno sei mesi sia il premio ferie che la tredicesima verranno divisi per 12 ed aggiunte al salario mensile. In questo modo l’indennità del tempo ridotto aumenta e nello stesso tempo i costi residuali per gli imprenditori diminuiscono poiché pagano solo una parte dei premi relativi al numero di ore lavorate.

Nella seconda fase ovvero di ulteriori 6 mesi, ci sarà una riduzione dell’orario di lavoro con una parte di compensazione del salario ridotto (relativo alle ore lavorate). La settimana lavorativa può essere ridotta da 35 a 28 ore. Nel caso di riduzione a 31 ore una parte di compensazione progressiva dovrà essere pagata. Per esempio con una riduzione a 28 ore come compensazione verrà pagata 1,5 ore extra al salario di 28 ore. Una riduzione a 28 ore è applicabile solo con un comitato di arbitrato. L’ulteriore riduzione a 26 ore è possibile (con compensazione di un equivalente salariale di 2 ore extra) ma solo con un accordo volontario a livello aziendale.

L’accordo prevede anche strumenti per migliorare la possibilità per i giovani di un contratto al completamento del loro apprendistato.
 
Se l’azienda adotta l’accordo “Futuro nel lavoro” non sono permessi licenziamenti!
 
La durato dell’accordo “futuro nel lavoro” parte da marzo 2010 fino al 30 giugno 2012.

L’accordo collettivo “Futuro nella qualificazione” sul lavoro part-time e la qualificazione è completamente nuovo. E’ molto simile all’accordo sul pensionamento parziale, cioè è possibile partecipare alla propria qualificazione con un pacchetto tempo ricevendo un salario (parzialmente ridotto) nella fase lavorativa collegata alla qualificazione.
 
 
ACCORDO SUL SALARIO
 
Dal 1 maggio 2010 sino al 31 marzo 2011, è stato esteso il trattamento previsto dalla scala salariale del precedente accordo.
 
Dal 1.5.2010 al 31.3.2011 verrà erogata una una tantum di 320 E (120E per gli apprendisti) in due tranches. La prima al 1.5.2010 e la seconda nel dicembre 2010.

Dal 1° Aprile 2011 ci sarà un aumento contrattuale del 2.7%. Questa data potrà variare negli accordi aziendali, sia di 2 mesi prima che di 2 mesi dopo. L’accordo salariale scade dopo 23 mesi ovvero il 31 marzo 2012.

Le parti hanno inoltre convenuto che il fondo pensionistico parziale (accordo del 12 gennaio 2009) è garantito dal 1 maggio al 31 di marzo 2012 in modo da poter usare in questo periodo anche questo accordo.

La commissione sindacale del Nord Westfalia deciderà sui contenuti dell’accordo l’8 marzo. Questo accordo sarà usato come modello per altre regioni ovviamente tenendo in considerazione le precondizioni regionali esistenti.

Nella trattativa parallela nel Baden Wurttempberg la IG Metall ha fondamentalmente seguito questo modello nell’accordo siglato che sarà valido fino al 30 giugno 2012 e che è stato chiamato “tempo di lavoro ridotto, qualificazione ed occupazione”.

 
19 febbraio 2010
 
Uwe Fink
Ufficio sindacale IG Metall
 
 
 
Traduzione a cura dell’Ufficio Europa FIOM
Sabina Petrucci
 

Accordo sulla stabilizzazione dell’occupazione alla Volkswagen

Category: Contrattazione
Creato il Giovedì, 18 Febbraio 2010 16:42

 

La IG Metall e la Direzione aziendale della Volkswagen hanno firmato il 15 febbraio un accordo per prolungare oltre il 2011 le garanzie occupazionali negli stabilimenti della Germania. (vedi allegato)

Dichiarazione Ces di Parigi

Category: UE
Creato il Giovedì, 28 Maggio 2009 17:54

 

L’Europa si trova ad un crocevia. L’Europa sta affrontando il ritorno della disoccupazione di massa. I prossimi anni vedranno la distruzione dell’occupazione a livelli mai visti dal 1930, tuttavia la risposta ricevuta finora dalle autorità (sia nazionali che europee) non è stata adeguata alla dimensione del problema.

 

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