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28 Marzo 2017
Federazione Impiegati Operai Metallurgici

18 items tagged "Diritti"

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Viaggio della Carta dei Diritti Univarsali del Lavoro. il video

Category: Segnalazioni
Creato il Venerdì, 21 Ottobre 2016 15:58

Alla Sapa vincono i diritti: reintegrati i lavoratori licenziati

Category: Sapa profili
Creato il Mercoledì, 05 Ottobre 2016 14:50

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L'articolo 18 è un bene comune, i licenziamenti senza giusta causa vanno condannati. E' questa la lezione della vittoria ottenuta dalla Fiom di Latina e dal suo team di legali (gli avvocati Michelangelo Salvagni, Massimo Bellomo e Pietro Libertini) con il reintegro dei lavoratori ingiustamente licenziati dalla Sapa Profili, azienda condannata anche al risarcimento per danni fino a 12 mensilità.

Il giudice, accogliendo la tesi dei lavoratori, ha accertato l'illegittimità della procedura di mobilità a loro danno poiché il criterio di scelta indicato dalla Sapa è risultato del tutto falso.

L'inizio di questa brutta storia risale al maggio 2014, quando la Sapa ha annuncioato la chiusura dello stabilimento di Fossanova e il licenziamento di tutti i suoi 136 lavoratori, causa “forti perdite economiche”. Il Tribunale ha invece accertato che mentre 130 dipendenti venivano licenziati altri 6 erano stati ricollocati nello stabilimento di Atessa, in Abruzzo. Da qui l'illegittimità dei criteri di scelta giudicati tutt'altro che oggettivi e il riconoscimento per i lavoratroi ricorrenti della tutela reintegratoria piena ex art. 18 Legge n. 300/70.

Si tratta di un provvedimento destinato a superare i confini del caso specifico, con effetti che vanno ben al di là dello stabilimento Sapa di Fossanova, dimostrando quanto sia importante – contro le logiche che hanno portato al varo del Jobs Act - l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e il diritto a riavere il proprio posto di lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa. Per la Fiom-Cgil è anche una sentenza che va nella stessa direzione dei referendum indetti per la prossima privamera che propongono di ripristinare ed estendere l'articolo 18 a tutte le forme di lavoro dipendente.

La soddisfazione per questa importante vittoria del diritto e dei lavoratori che fino alla fine sono stati in campo con la Fiom con ben 15 mesi di assemblea permanente in fabbrica, è attenuata solo dal non essere riusciti a far comprendere alle altre organizzazioni sindacali, alle istituzioni locali, regionali e nazionali che si poteva vincere anche la battaglia per il mantenimento del sito di Fossanova.

 

Fiom-Cgil di Latina

 

Latina, 4 ottobre 2016

Fiom Siena: “Alla DTL la firma della vergogna della PR INDUSTRIAL”

Category: Fiom Siena
Creato il Giovedì, 30 Giugno 2016 17:49

PR INDSi è completato la scorsa settimana, negli uffici della Direzione Territoriale del Lavoro, il percorso di umiliazione per gli ex lavoratori somministrati della PR Industrial che per essere assunti hanno dovuto firmare un accordo individuale di rinuncia a tutta la contrattazione aziendale del passato e a quella attualmente in vigore; in sede aziendale era stata fatta firmare loro anche la rinuncia a qualsiasi contrattazione collettiva futura, ma in sede DTL, almeno quella, è stata cancellata perché ritenuta illegittima.

Inizia così la nota stampa diffusa dalla Fiom-Cgil di Siena.

“I contenuti della conciliazione non fanno altro che confermare, qualora ce ne fosse stato bisogno, - sottolinea il Segretario Generale della FIOM Massimo Onori - che la decisione aziendale di procedere verso questa strada non è affatto una questione economica, ma solo l'imposizione di un principio. Perché far rinunciare quei lavoratori non solo al premio di risultato in termini di soldi, ma anche a tutta quanta la parte normativa degli accordi sindacali, significa voler rimarcare che in azienda devono esserci lavoratori di serie A e lavoratori di serie B. E l'obiettivo finale, come più volte da noi denunciato, è solo quello di arrivare a togliere la contrattazione integrativa a tutti i lavoratori”.

“Per un'azienda importante come la PR Industrial guidata dal Vice Presidente degli Industriali, - prosegue il sindacalista - compiere un atto dai risvolti politici gravi come quello di non rispettare un accordo sindacale sottoscritto, raggirandolo tramite intese individuali, è un chiaro segnale di rottura delle relazioni sindacali. A tal proposito gradiremmo conoscere la posizione della Confindustria Toscana Sud, con la quale in tutto il territorio, con la serietà che ci contraddistingue, da anni firmiamo e rispettiamo gli accordi”.

“Di tutto ciò - conclude Onori - e delle conseguenze che tale decisione potrebbe provocare, è stato informato anche il Sindaco del Comune di Casole d'Elsa, perché è corretto che ognuno si assuma la responsabilità di ciò che è accaduto”.

Fiom-Cgil Siena

Casole d'Elsa (SI), 30.06.2016

Maurizio Landini: «Pronti a intensificare la lotta»

Category: Trattativa Ccnl
Creato il Giovedì, 09 Giugno 2016 15:22

In stallo la trattativa per il nuovo contratto, da giovedì 9 giugno cominciano gli scioperi regionali. “La protesta unitaria è un fatto importante, non accadeva da tempo”. Sulla trattativa: "Non saremo noi a decretare la fine del contratto nazionale"

 

- Vai a Rassegna.it: Landini: «Pronti a intensificare la lotta»

- Vai a Radio Artocol1. Diritti, salario e contratti: i metalmeccanici scioperano - ascolta l'audio

 

Referendum anti-Jobs Act e nuovo Statuto: “partiti”.

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Lunedì, 11 Aprile 2016 11:18

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Sabato 9 aprile è iniziata la campagna referendaria della Cgil per un nuovo statuto dei lavoratori e contro il Jobs Act. Tre i quesiti su cui devono essere raccolte almeno 500.000 firme (autentificate) entro fine giugno, per poi dar vita ai referendum abrogativi che potrebbero svolgersi nella primavera del 2017. Per chiedere la cancellazione del “lavoro accessorio” - i voucher, la nuova forma del precariato diffuso -, la reintroduzione della piena responsabilità solidale negli appalti – la cui liberalizzazione incrementa il lavoro neto e l'economia criminale -, la reintegra sul posto di lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa per tutte le aziende sopra i cinque dipendenti – una nuova e più estesa formulazione dell'articolo 18 cancellato dal Jobs Act.

La campagna si completa con la raccolta di firme per una legge d'iniziativa popolare ispirata dalla “Carta dei diritti universali del lavoro” preparata dalla Cgil: 97 articoli per comporre un nuovo Statuto delle lavoratrici e dei lavoratori che dia diritti anche a chi non li ha mai avuti. In questo caso servono 50.000 firme da raccogliere entro il prossimo ottobre. Sia la “Carta dei diritti” che i quesiti referendari sul Jobs Act sono stati discussi dagli iscritti della Cgil in oltre 41.000 assemblee e votati da 1.466.697 persone, con il 98,49% di voti favorevoli alla “Carta” e il 93,59% a favore del percorso referendario.

I referendum e la legge d'iniziativa popolare riprendono, sul piano legislativo, le mobiltazioni dell'autunno 2014 contro le leggi e la politica sul lavoro del governo. Dopo di allora l'esecutivo ha proseguito sulla sua strada, senza dar retta a nessuno – se non a Confindustria, di cui ha recepito i programmi - varando il Jobs Act con i successivi decreti attuativi e accompagnando il tutto con tanta propaganda fatta di “svolte storiche” e inesistenti “miracoli occupazionali”.

La realtà ha invece continuato a parlare tutt'altra lingua: la disoccupazione continua a essere il doppio rispetto ai livelli pre-crisi, quella giovanile è tra le più alte d'Europa, cresce il numero degli “scoraggiati” che non un lavoro non lo cercano nemmeno più, dai Co.Co.Pro ai voucher la precarietà ha semplicemente cambiato nome, la possibilità di licenziare senza giusta causa miete i suoi primi frutti e pende come una spada di Damocle sui lavoratori dando alle imprese un potere senza controlli. Rispetto agli annunci e alla vulgata governativa il Jobs Act si è rivelato un fallimento ampiamente annunciato; rispetto ai bisogni e alle condizioni delle persone in carne e ossa questa legge e la politica che l'ispira sono un pericolo da evitare. ­

Le firme per i tre referendum e per la proposta di legge popolare verranno raccolte con appostiti banchetti organizzati dalle categorie sui posti di lavoro e dalla Cgil nei territori. Si può firmare anche presso le segreterie comunali e le cancellerie dei tribunali.

Pillole di storia sullo Statuto dei diritti dei lavoratori

Category: Segnalazioni
Creato il Venerdì, 04 Marzo 2016 16:40

Pillole di storia sullo Statuto dei diritti dei lavoratori

 

Vai al link

 

Diritti a geometria variabile

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Mercoledì, 17 Febbraio 2016 15:25

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In questi giorni grazie al Ddl Cirinnà si fa un gran parlare, sia sugli organi di informazione che fra le persone, del fatto che in un Paese civile come il nostro i diritti debbano essere riconosciuti ed esigibili, come segno di modernità e progresso.

Essere circondati da una feconda discussione sui diritti mi riempie il cuore. Sentir parlare nei bar, sugli autobus, al supermercato, di argomenti che riguardano l'emancipazione dell'essere umano mi fa sentire orgoglioso di vivere questo periodo.

Sarebbe bello però che questo dibattito sui diritti fosse permanente e trasversale e ci vedesse tutti interessati sia quando ne rivendichiamo di nuovi e legittimi, come avviene oggi per le unioni civili, sia quando lottiamo per riconquistare quelli che invece ci sono stati tolti, come avvenuto con il Jobs Act.

Lo dico perché mentre vi è questo gran dibattere sui diritti, è calato invece un muro di silenzio su quello che come Cgil stiamo facendo, ovvero tenere tantissime assemblee nei luoghi di lavoro per presentare alle lavoratrici ed ai lavoratori la proposta di legge di iniziativa popolare sulla “Carta dei diritti universali del lavoro”.

Come Fiom di Firenze abbiamo già svolto oltre 150 assemblee nella nostra provincia e altre migliaia si stanno svolgendo in tutto il Paese, ma di questo non vi è traccia né sulle televisioni, né sui giornali. Eppure quello che andiamo a proporre è un nuovo sistema universale dei diritti sul lavoro che riguarda tutte le tipologie di lavoratori, precari e non, a prescindere anche dal genere e dall'orientamento sessuale. Riguarda tutti i lavoratori in quanto persone, esseri umani.

Attraverso la Carta dei diritti proponiamo di affrontare i cambiamenti che interessano il mondo del lavoro riscrivendo in essa dei diritti nuovi, proprio per cancellare e ridurre vecchie e nuove disuguaglianze, cancellando le discriminazioni e le divisioni che vi sono fra lavoratori, ripristinando ed estendendo a tutti il reintegro sul posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo. Chiediamo semplicemente un nuovo e più moderno Statuto dei lavoratori nel quale siano sanciti i diritti costituzionali garantiti a tutti i lavoratori perché pensiamo che un lavoro senza diritti non è un lavoro ma solo una merce a cui viene attribuito solo un valore economico che non soddisfa il bisogno di realizzazione e di emancipazione della persona nella società.

A me la distinzione fra diritti civili e sociali non appassiona, i diritti non hanno appellativi, non hanno sesso o genere, sono diritti punto e basta. Mi piacerebbe che fossero considerati semplicemente diritti umani, perché di questo si tratta.

C'è un film bellissimo del 2014 “Pride”, in cui il protagonista, un attivista per i diritti degli omosessuali in Gran Bretagna, decide di sostenere, partecipandovi, la lotta dei minatori gallesi contro la chiusura delle miniere. Ebbene ad un certo punto del film lui dice: “La lotta che faccio per avere il mio diritto a essere riconosciuto come essere umano a prescindere dai miei orientamenti sessuali, è la stessa di quei lavoratori che giù nel Galles lottano per i diritti sul lavoro e quindi, non sempre basta difendersi, qualche volta bisogna attaccare per andare avanti e questo è quello che faremo!”

Per la conquista dei diritti e la difesa degli stessi, credo che anche in Italia siano maturi i tempi per chiedere democraticamente nuovi diritti per tutti e tutte.

 

Segretario generale Fiom Firenze

Fiom. Roma, 21 novembre 2015: Diritti di cittadinanza [volantino]

Category: 21 novembre 2015. Manifestazione nazionale Fiom. Unions! Per giuste cause
Creato il Venerdì, 13 Novembre 2015 16:53

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Diritto al reddito

In Italia e in Europa si registrano livelli inaccettabili di diseguaglianza e povertà. Negli ultimi anni il nostro paese è stato travolto dalla crisi. Siamo diventati un paese più fragile e più povero, segnato dalla disoccupazione e dalla disuguaglianza sociale: sono più di 8 milioni le persone in povertà relativa e 4,2 milioni in povertà assoluta. Per non parlare della piaga della disoccupazione, della precarietà e dei ‘lavoratori poveri’. Lo stato sociale in questi anni è stato depotenziato e ha subito ingenti tagli. Di fronte a questa situazione è necessario e urgente cambiare rotta per rimettere al centro la dignità e la giustizia sociale, precondizione per sconfiggere mafie e corruzione.

Il Reddito Minimo è un supporto al reddito che garantisce una rete di sicurezza per chi non riesce a trovare un lavoro, per chi ha un lavoro che però non garantisce una vita dignitosa, per chi non può accedere a sistemi di sicurezza sociale adeguati. E' una misura necessaria per invertire la rotta della crisi, una risposta concreta ed efficace a povertà e mafie perché garantisce uno standard minimo di vita per coloro che non hanno adeguati strumenti di supporto economico, liberandoli da ricatti e soprusi.

Chiediamo una buona legge sul reddito di dignità

 

La legge Bossi Fini e i diritti dei migranti

La legge Bossi Fini mette fra parentesi la persona: quello che interessa è che l'immigrato lavori, non che esista come essere umano con una propria cultura o come cittadino. In questo senso la legge avalla una mentalità secondo la quale l'immigrato deve essere una merce da utilizzare. L'immigrato è legalmente riconosciuto fintanto che serve al capitale e poi può essere respinto al mittente. Per questa legge, inoltre, l'emigrazione deve essere considerata come un problema di ordine pubblico, con conseguente ricorso massiccio alle norme penali e agli interventi di polizia. All'origine vi è il rifiuto dell'altro, del diverso, del lontano, che con il solo suo insediarsi nel nostro paese ne mette in pericolo i fondamenti culturali e religiosi.

Chiediamo l'abrogazione della legge Bossi-Fini, che va sostituita con norme rispettose dei diritti delle persone.

 

Tasse eccessive sul permesso di Soggiorno

Dal 2012 è richiesto in Italia per il rilascio e rinnovo dei Permessi di Soggiorno un contributo che va dalle da 80 a 200 euro. La Corte di giustizia dell’Unione europea a settembre 2015 ha dato ragione a Cgil e Inca, che hanno combattuto una lunga battaglia legale, stabilendo che la cosiddetta “tassa sullo straniero” è spropositata, in quanto può rappresentare un ostacolo alla possibilità per i cittadini dei paesi terzi di far valere i loro diritti.

Chiediamo di prendere atto di questo risultato e provvedere a sanare quanto prima quest'ingiustizia

 

Diritto di voto amministrativo per i cittadini non comunitari

Non si può negare la partecipazione alle decisioni pubbliche di chi continuativamente contribuisce al loro finanziamento mediante il prelievo fiscale.

Chiediamo che venga concesso il diritto di voto alle elezioni amministrative anche agli immigrati in regola che vivono, lavorano e, ovviamente, pagano le tasse sul nostro territorio.

 

 

Fondazione Claudio Sabattini. Lavoro: Diritti, conflitto sociale, democrazia

Category: Eventi
Creato il Giovedì, 08 Ottobre 2015 18:28

 

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9 ottobre 2015

 

presso ESC, via dei Volsci 159 (San Lorenzo) – Roma

 

CONVEGNO

 

Lavoro: Diritti, conflitto sociale, democrazia

 

2015 10 09-fondazione

 

www.fondazionesabattini.it

Ore 10:

Gabriele Polo - Fondazione Claudio Sabattini

"Avvio lavori e presidenza del convegno"

Gianni Rinaldini - Presidente della Fondazione Claudio Sabattini

"Lavoro: diritti, conflitto sociale, democrazia oggi"

Francesco Garibaldo - Direttore della Fondazione Claudio Sabattini

"Piano di lavoro della Fondazione"

Interventi monotematici:

  • Antonio Lettieri - Presidente del Centro Internazionale di Studi Sociali

"Quadro europeo e internazionale"

  • Francesca Re David - Segretaria generale Fiom-Cgil Roma e Lazio

"Contrattazione, democrazia, coalizione sociale"

  • Umberto Romagnoli - Giuslavorista

"Diritto del Lavoro"

 

Ore 14.30:

Dibattito e conclusioni 

 

 

“Stesso lavoro, stessi diritti” Convegno nazionale Fiom.

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Mercoledì, 01 Luglio 2015 10:51

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Le ragioni che giustificano ancora l’esistenza di una pluralità di assetti contrattuali di categoria risiedono tutte nelle peculiarità dei diversi sistemi produttivi.

Ciò naturalmente non significa necessariamente che alcuni lavoratori devono essere pagati meno di altri, né che alcuni lavoratori devono essere meno tutelati di altri.

In realtà la discriminazione più evidente non è quella ipoteticamente rinvenibile nel raffronto tra le garanzie contrattuali dei diversi ccnl di categoria, perché spesso la discriminazione risiede trai lavoratori addetti allo stesso settore produttivo, dove, evidentemente, nei confronti della piccola impresa dell’appalto il sindacato è paradossalmente più debole, ed esercita una forza contrattuale minoritaria rispetto al potere spendibile nei confronti della grande impresa appaltante, in quanto il sistema degli appalti ha meno iscritti, e sovente i lavoratori non sono garantiti nemmeno da ciò che rimane dell’art. 18.

Un’altra norma ove fosse applicabile alla fattispecie varrebbe a fondare importanti tutele: l’art. 2112 C.C, ossia la norma che impone, nel caso di trasferimento di azienda, dunque anche nel caso di esternalizzazione o internalizzazione del ramo di essa, il divieto di licenziamento, la continuazione dei rapporti di lavoro, la conservazione dei diritti e della anzianità acquisita dai dipendenti.

Ciò soprattutto alla luce delle limitazioni alla indennità risarcitoria che il jobs act commisura alla anzianità lavorativa del licenziato.

Tenteremo, quindi, di verificare se tale previsione sia applicabile alla fattispecie della successione nell’appalto di servizi, nonché se sia ipotizzabile un intervento sostitutivo della contrattazione collettiva nazionale o di area e, in particolare, se tale normazione contasti con la libertà di concorrenza o di iniziativa economica privata.

Indagheremo prima, tuttavia, gli strumenti predisposti dall’ordinamento per garantire standards minimi di tutela dei lavoratori operanti in regime di appalto con riguardo alla continuità della occupazione ed alla salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro, nonché gli strumenti predisposti per rendere effettiva la tutela normativa e retributiva, ossia il monitoraggio sui costi del lavoro e della sicurezza e la responsabilita’ solidale tra committente, appaltatore ed eventuale subappaltatore, sotto il profilo retributivo, contributivo, fiscale e risarcitorio.

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Occorre tuttavia prima illustrare in estrema sintesi l’evoluzione normativa dell’istituto.

L’art. 1655 c.c. definisce l’appalto come «il contratto col quale una parte assume, con organizzazione dei mezzi necessari e con gestione a proprio rischio, il compimento di un’opera o di un servizio verso un corrispettivo in danaro».

Questo contratto ha da sempre sollevato, sotto il profilo giuslavoristico, la preoccupazione che un suo uso distorto potesse determinare una violazione delle tutele fondamentali previste dall’ordinamento in materia di lavoro subordinato.

Tali preoccupazioni si sono tradotte, per decenni, in un sostanziale divieto di intermediazione e di interposizione di manodopera con la Legge n. 1369/1960 volta a reprimere quei fenomeni in cui lavoratori assunti da un datore-intermediario potessero prestare concretamente la loro attività in favore di un altro imprenditore committente.

L’art. 1 della predetta legge vietava l’appalto di manodopera proprio per scongiurare il rischio che l’imprenditore-utilizzatore, impiegando lavoratori assunti da parte di altro soggetto per lo svolgimento della propria attività d’impresa, potesse non solo profittare di agevolati regimi normativi, connessi alle ridotte dimensioni aziendali, ma anche sopportare un basso e contenuto costo del lavoro. La violazione del suddetto divieto era peraltro sanzionata con la sostituzione soggettiva dell’appaltante all’appaltatore nel senso che il lavoratore occupato in violazione del divieto di interposizione era considerato a tutti gli effetti alle dipendenze dell’imprenditore che ne avesse realmente utilizzato le prestazioni.

I vincoli di cui alla legge 1369/60 vennero mitigati, ma non formalmente abrogati, dall’introduzione della disciplina del lavoro interinale o temporaneo, prevista dalla legge n. 196/1997 (la cd. “Legge Treu”).

Solo con la Riforma Biagi si assiste alla formale soppressione dell’originario divieto di appalto di mere prestazioni di lavoro, mantenendo, tuttavia, un divieto generale riferibile alle ipotesi di somministrazione irregolare (art. 27) e fraudolenta (art. 28).

La normativa contenuta nell’art. 29 del D.Lgs. n. 276/2003, prevede che «(...) il contratto di appalto, stipulato e regolamentato ai sensi dell’art. 1655 del codice civile, si distingue dalla somministrazione di lavoro per l’organizzazione dei mezzi necessari da parte dell’appaltatore, che può anche risultare - in relazione alle esigenze dell’opera o del servizio dedotti in contratto -dall’esercizio del potere organizzativo e direttivo nei confronti dei lavoratori utilizzati nell’appalto, nonché per l’assunzione, da parte del medesimo appaltatore, del rischio d’impresa».

In merito al primo elemento caratterizzante un appalto ‘‘genuino’’ il legislatore del 2003 recepisce il diffuso orientamento giurisprudenziale secondo cui non sarebbe necessaria la componente materiale nella gestione dell’appalto, soprattutto in quegli appalti di servizi a ‘‘bassa intensità organizzativa’’ in cui è predominante la mera organizzazione della manodopera da parte dell’appaltatore.

Qualora si dovesse accertare la non genuinità del contratto di appalto, in quanto realizzato in violazione dei requisiti previsti dall’art. 29 del D.Lgs. n. 276/2003, si applicheranno le disposizioni in tema di somministrazione irregolare e fraudolenta, configurandosi un’ipotesi di interposizione illecita di manodopera, ai sensi dell’art. 84 del predetto decreto.

In tal caso è riconosciuta al lavoratore impiegato nell’appalto la possibilità di chiedere giudizialmente la costituzione del rapporto di lavoro alle dipendenze del soggetto committente, ossia del soggetto che ha esercitato nei suoi confronti i poteri tipici del datore di lavoro, utilizzandone effettivamente la prestazione.

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L’ ipotesi di successione di imprese nell’appalto di servizi, anche quando non riconducibile alla fattispecie di trasferimento di ramo di azienda, è assistita, sia pur in misura non equivalente, da un adeguato sistema di protezione dei lavoratori subordinati impiegati nell’appalto, a cominciare dalla garanzia di continuità dell’occupazione che, oltre a poter essere accordata da norme di leggi speciali, viene di solito assicurata attraverso cc.dd. clausole sociali previste dalla contrattazione collettiva nazionale o inserite nei capitolati di appalto.

In realtà tali clausole, che impongono alle nuove imprese che entrano nel mercato l’obbligo di assumere alle proprie dipendenze il personale impiegato dal precedente appaltatore, hanno suscitato, a differenza del trasferimento di azienda, forti dubbi di legittimità costituzionale in relazione all’art. 41 Cost.

E, infatti, nel caso del trasferimento d’azienda, la continuità dei rapporti di lavoro nel passaggio dal cedente al cessionario s’inquadra in una logica di tutela dell’iniziativa economica, dal momento che l’art. 2112 c.c. rende indissolubile il nesso economico esistente, nell’impresa, fra strumenti produttivi di carattere reale e strumenti produttivi di carattere personale, impedendo che «gli atti di disposizione posti in essere dall’imprenditore possano pregiudicare l’unità economica dell’impresa e comprometterne l’attitudine produttiva (di qui peraltro, la previsione che impone non soltanto il passaggio della proprietà dei beni aziendali, ma anche la cessione all’acquirente dei contratti che assicuravano all’alienante il godimento dei beni e dei servizi funzionali all’esercizio dell’impresa (fra cui i contratti di lavoro).

Nella successione fra appaltatori, invece, l’imprenditore new comer ha diritto ad entrare nel mercato con una propria struttura produttiva: in quest’ipotesi, perciò, non vi è l’esigenza di garantire la sostituzione del cessionario dell’azienda nelle posizioni contrattuali del cedente (GALGANO, Diritto commerciale. L’imprenditore, XIII ed., Bologna, 2011)

Proprio perché non vi è tale esigenza, le clausole sociali in esame hanno suscitato dubbi di compatibilità con i principi di cui all’art. 41 Cost.

Invero, allorquando tali previsioni siano consacrate in una norma di legge, si sarebbe senz’altro al cospetto di una illegittima compressione della libertà di iniziativa economica: e, infatti, la dottrina maggioritaria (Cfr. GHERA, Le c.d. clausole sociali, cit., 148) ritiene che un simile obbligo posto a carico degli imprenditori new comers, possa considerarsi alla stregua di una fattispecie illegittima di c.d. “imponibile di manodopera.

A ciò si aggiunga che tali clausole sociali, ove contemplate in previsioni di legge, sollevano anche seri dubbi di compatibilità con il diritto comunitario in quanto lesive della libertà di concorrenza; la Corte di Giustizia ha avuto modo di pronunciarsi, in senso tendenzialmente negativo, sulle clausole sociali poste a protezione dei livelli occupazionali nei mercati liberalizzati

Diverso il caso in cui la clausola sia consacrata in una norma della contrattazione collettiva.

Nella sent. 21 settembre 1999, C-67/1996 (Albany International BV v. Stichting Bedrijfspensioenfonds Textielindustrie) la Corte di Giustizia ha riconosciuto che la contrattazione collettiva possa contenere clausole aventi effetti limitativi della concorrenza fra le imprese, affermando che gli obiettivi di politica sociale perseguiti dagli accordi collettivi sarebbero gravemente compromessi se le parti sociali fossero soggette all’art. 85, n. 1, TCE (oggi trasfuso nell’art. 101 TFUE).

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Altro strumento di tutela del lavoratore impiegato alle dipendenze di imprese operanti in regime di appalto è costituito da quelle previsioni normative con cui il legislatore impone agli operatori economici sul mercato l’applicazione ai propri dipendenti di standards minimi di tutela sanciti nella contrattazione collettiva.

In questa ambito si collocano da un lato l’art. 36 L. 300/70 (“Obblighi dei titolari di benefici accordati dallo Stato e degli appaltatori di opere pubbliche) e dall’altro l’art. 1 comma 1175 della Legge 296/2006.

La prima norma impone in capo alle imprese appaltatrici di opere pubbliche e concessionarie di pubblici servizi nonché alle imprese destinatarie di benefici statali l’obbligo di applicare o di far applicare ai propri dipendenti (ed ai dipendenti di eventuali subappaltatori) un trattamento minimo non inferiore a quello risultante dai contratti collettivi di lavoro della categoria e della zona. Per le imprese operanti in regime di appalto l’obbligo in questione deve essere espressamente contemplato in apposita clausola inserita nel capitolato di appalto.

Una norma speculare a quella contenuta nell’art. 36 è costituita, per quanto attiene agli appalti privati, dall’art. 1 comma 1175 della Legge Finanziaria 2007 (L. 296/2006) il quale impone, quale imprescindibile condizione per usufruire di benefici normativi e sgravi contributivi, il rispetto degli accordi e dei contratti collettivi nazionali nonché degli eventuali accordi regionali, territoriali o aziendali, stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale”

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Sotto il profilo della tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro, l’ordinamento delinea un sistema di tutela particolarmente intenso attraverso la previsione di norme che impongono la cooperazione e il coordinamento tra committente e appaltatore nella predisposizione della sicurezza dell’opera o del servizio da realizzare.

Il fulcro della normativa è costituita dall’art. 26 del Testo Unico n. 81 del 09.04.2008 il quale impone una serie di obblighi fondamentali a carico dell’impresa committente e di quella appaltatrice volti a garantire la sicurezza sui luoghi di lavoro: il datore di lavoro, in caso di affidamento di lavoro, servizi e forniture all’impresa appaltatrice o a lavoratori autonomi è tenuto non solo a verificare la idoneità tecnico-professionale dei soggetti destinatari di tale affidamento ma anche e soprattutto a fornire a tali soggetti informazioni sui rischi specifici esistenti nell’ambiente in cui sono chiamati ad operare e sulle relative misure di prevenzione e di emergenza adottate in relazione alla propria attività.

La norma impone una serie di pregnanti obblighi in materia di sicurezza che interessano, a vario titolo, tutti i soggetti coinvolti nell’esecuzione dell’opera: in particolare, il comma 2 dell’art. 26 impone ai datori di lavoro, compresi i subappaltatori, di cooperare nell’attuazione delle misure di protezione e prevenzione dai rischi che interessano l’attività oggetto di appalto e di coordinare gli interventi di prevenzione e protezione attraverso una costante informazione reciproca “anche al fine di eliminare i rischi dovuti alle interferenze trai lavori delle diverse imprese coinvolte nell’esecuzione dell’opera”.

Il 3° comma, invece, impone al committente di promuovere tale cooperazione e coordinamento attraverso la elaborazione di un unico documento di valutazione dei rischi (recante le misure tese ad eliminare ovvero a ridurre al minimo i rischi da interferenze) ovvero - limitatamente ai settori di attività a basso rischio di infortuni e malattie professionali - individuando un proprio incaricato per sovrintendere a tale coordinamento e cooperazione.

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Costituisce invece una importante garanzia di effettività della tutela il monitoraggio sui costi del lavoro e della sicurezza: il legislatore predispone infatti una serie di strumenti volti ad evitare che la logica del massimo ribasso possa comprimere gli obblighi fondamentali di legge posti a tutela dei lavoratori.

Sotto il profilo della sicurezza, l’art. 26comma 5° D. Lgs. 81/2008 impone che nei singoli contratti di subappalto, appalto e somministrazione debbano essere specificatamente indicati a pena di nullità i costi delle misure adottate per la eliminazione ovvero per la riduzione al minimo dei rischi derivanti dalle interferenze delle lavorazioni. Tali costi, precisa la norma, non sono soggetti a ribasso.

Dunque il legislatore vuole evitare che la naturale competitività tra le imprese che concorrono nella aggiudicazione di un appalto possa tradursi in un abbattimento dei costi del lavoro e della sicurezza con conseguente compressione dei diritti fondamentali dei lavoratori.

Il successivo 6° comma impone al soggetto committente il dovere di valutare, tra le offerte delle molteplici imprese concorrenti, che i costi del lavoro indicati da queste ultime siano adeguati, sufficienti e congrui rispetto all’entità dell’appalto.

Tale previsione ricalca sostanzialmente quella dettata dall’art. 86 del D. Lgs. 163/2006 (c.d. Codice degli Appalti) il quale, al comma 3 ter, precisa, in via ulteriore, che “il costo relativo alla sicurezza non può essere comunque soggetto a ribasso d’asta”.

Altra disposizione da tenere presente nell’ottica della sottrazione dei costi del lavoro al confronto concorrenziale è quella contenuta nell’art. 82 comma 3 bis del D. Lgs. 163/2006, norma che è stata introdotta dal D.L. 21 giugno, n.69 (cd. “decreto del Fare”), convertito con modificazioni dalla l. 9 agosto 2013, n. 98.

La prefata norma dispone che “il prezzo più basso è determinato al netto delle spese relative al costo del personale, valutato sulla base dei minimi salariali definiti dalla contrattazione collettiva nazionale di settore tra le organizzazioni sindacali dei lavoratori e le organizzazioni dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, delle voci retributive previste dalla contrattazione integrativa di secondo livello e delle misure di adempimento alle disposizioni in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro”.

La norma impone di salvaguardare comunque e sempre il valore della manodopera quale costo non negoziabile da sottrarre, pertanto, al mercato e alla concorrenza ed ha il pregio di anticipare la tutela la quale, se prima era realizzata ex post, in sede di valutazione e verifica delle offerte, oggi viene realizzata a monte attraverso la esclusione del costo del lavoro dalla stessa offerta.

__________________________

Altra garanzia di effettività è la responsabilita’ solidale tra committente, appaltatore ed eventuale subappaltatore nel profilo retributivo e contributivo:

La prima norma che viene in rilievo sotto il profilo della responsabilità solidale del committente per i crediti vantati dai dipendenti dell’impresa appaltatrice èl’art. 1676 c.c. che configura una ipotesi di azione surrogatoria eccezionalmente concessa agli ausiliari dell’appaltatore verso il committente. La norma infatti, dispone che «coloro che, alle dipendenze dell’appaltatore, hanno dato la loro attività per eseguire l’opera o per prestare il servizio possono proporre azione diretta contro il committente per conseguire quanto è loro dovuto, fino alla concorrenza del debito che il committente ha verso l’appaltatore nel tempo in cui essi propongono la domanda».

La norma pone dunque un limite di natura quantitativa alla possibilità per gli ausiliari dell’appaltatore di rivendicare i propri crediti direttamente nei confronti del committente in quanto questi ultimi non potranno rivendicare crediti in misura superiore al debito del committente nei confronti dell’appaltatore.

Occorre precisare che, una volta proposta la domanda, il committente non può più pagare all’appaltatore e se paga non è liberato dall’obbligazione verso gli ausiliari dell’appaltatore. Inoltre, secondo principio ampiamente consolidato nella giurisprudenza di legittimità, il sopravvenuto fallimento dell’appaltatore non determina l’improcedibilità dell’azione proposta dai suoi dipendenti nei confronti del committente.

Accanto alla norma codicistica si colloca la tutela accordata dall’art. 29 comma 2° del D. Lgs. 276/2003 il quale contempla una responsabilità solidale che si aggiunge a quella prevista a carico dei committenti dall’art. 1676 c.c.  ed amplia la tutela in favore di lavoratori addetti ad un appalto rispetto a quella stabilita dal codice civile.

L’art. 29 comma 2 del predetto decreto dispone che “Salvo diversa disposizione dei contratti collettivi nazionali che possono individuare metodi e procedure di controllo e verifica della regolarità complessiva degli appalti, in caso di appalto di opere o di servizi, il committente è obbligato in solido con l’appaltatore nonché con ciascuno degli eventuali subappaltatori entro il limite di due anni dalla cessazione dell’appalto, a corrispondere ai lavoratori i trattamenti retributivi, comprese le quote di tfr, nonché i contributi previdenziali e i premi assicurativi maturati durante la esecuzione dell’appalto, ad esclusione delle sanzioni civili per le quali risponde esclusivamente il responsabile dell’inadempimento.

Come si può notare, mentre la disciplina codicistica pone un limite di natura quantitativa alla possibilità per gli ausiliari dell’appaltatore di rivendicare i propri crediti direttamente nei confronti del committente, la disciplina contenuta nel D. Lgs. 276/2003 pone un limite di natura temporale all’esercizio di tale facoltà (costituito dal termine di decadenza biennale).

Ma la vera differenza tra le due tutele riguarda non tanto il credito tout court ma la responsabilità del committente che nell’art. 1676 c.c. è subordinata all’esistenza del debito nei confronti dell’appaltatore con onere della prova a carico del lavoratore che chiede il pagamento. Mentre ai fini dell’art. 29 questo presupposto non è richiesto; perciò a nulla conta aver già saldato il corrispettivo dovuto all’appaltatore: il committente rimane obbligato lo stesso e deve pagare un debito altrui, rischiando di dover pagare due volte in ragione dello stesso rapporto.  

Si consideri che l’art. 29 comma 2 del D. Lgs. 276/2003, come da ultimo modificato ad opera della Legge Fornero, contempla la possibilità che il regime di responsabilità solidale ivi descritto possa essere derogato da parte della contrattazione collettiva.

L’incipit della norma, infatti, fa espressamente salve le diverse disposizioni dei contratti collettivi nazionali “che possono individuare metodi e procedure di controllo e verifica della regolarità complessiva degli appalti”.

In proposito, è importante innanzitutto precisare che la derogabilità non riguarda tutti i profili in cui si esplica la solidarietà in quanto l’art. 9 delD.L. n. 76/2013 (conv. da L. n. 99/2013), ha specificato che le eventuali diverse disposizioni contenute nei contratti collettivi nazionali possano esplicare i propri effetti solo con riferimento ai trattamenti retributivi dovuti ai lavoratori impiegati nell'appalto/subappalto, “con esclusione di qualsiasi effetto in relazione ai contributi previdenziali e assicurativi” (in tal senso la Circolare Ministeriale n. 35/2013).

Inoltre, occorre segnalare che il Ministero del Lavoro ha reso recentemente dei chiarimenti in merito alla individuazione del contratti collettivi nazionali titolati ad introdurre la deroga:

e, infatti, in occasione dell’interpello del 9 aprile 2015 è stato chiesto al Ministero se debba trattarsi della contrattazione collettiva sottoscritta da associazioni comparativamente più rappresentative del settore di appartenenza dell’appaltatore, oppure se debba trattarsi della contrattazione collettiva applicata dal committente.

Il Ministero ha chiarito che l’istituto della responsabilità solidale costituisce una garanzia per i lavoratori impiegati nell’appalto e che “eventuali regimi derogatori possono essere disciplinati solo dai contratti collettivi applicati ai lavoratori che operano nell’appalto e, pertanto, dai contratti collettivi applicati dalle imprese appaltatrici, dovendo quindi escludersi la facoltà di intervento dei contratti applicati dai committenti.

 

Per quanto attiene agli appalti pubblici, premessa la applicabilità del regime codicistico, occorre verificare se la disciplina della responsabilità solidale tra committente e appaltatore di cui al D. Lgs. 276/2003 sia applicabile anche agli appalti pubblici e, conseguentemente, se gli obblighi posti in capo al committente dall’art. 29 del predetto Decreto si applichino anche nell’ipotesi in cui lo stesso sia una P.A.

L’argomento ha costituito per anni accesa querelle in dottrina e in giurisprudenza registrandosi due orientamenti contrapposti; un primo escludeva la applicabilità del Decreto 276 agli appalti pubblici anche sulla base del tenore letterale dello stesso art. 1 comma 2 del decreto (“il presente decreto non trova applicazione per le pubbliche amministrazioni e per il loro personale”).

Un secondo orientamento riteneva che il riferimento operato dall’art. 1 comma 2 del decreto alle Pubbliche Amministrazioni fosse limitato alle sole ipotesi in cui esse operassero come datori di lavoro, non riguardando, pertanto, le Pubbliche Amministrazioni nel proprio ruolo istituzionale .

Al fine di sciogliere, definitivamente, i dubbi sorti, il legislatore, con l’art. 9 comma 1° D.L. 28 giugno 2011 n. 76 (conv. con modificazioni nella Legge 9 agosto 2013, n. 99) ha fornito un’interpretazione autentica – e in quanto tale retroattiva – dell’art. 29 del D. Lgs. 276/2003 statuendo che “Le disposizioni di cui all’articolo 29, comma 2, del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276 e successive modificazioni …. non trovano applicazione in relazione ai contratti di appalto stipulati dalle pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165”.

______________

Con riguardo invece ai profili inerenti alla tutela della salute e della sicurezza, l’art. 26 comma 4° del D. Lgs. n. 81/2008 sancisce la responsabilità solidale del committente, dell’appaltatore e degli eventuali subappaltatori per i danni riportati in conseguenza di infortuni sul lavoro e malattie professionali che non siano indennizzati dall’Inail; tali sono il danno morale discendente da reato, quelli che comportano una invalidità inferiore alla soglia minima indennizzabile dall’Istituto nonché l’eventuale danno biologico “differenziale.

A completare il quadro in materia di responsabilità solidale è, o meglio era, l’art. 35 comma 28 del c.d. Decreto Bersani (D.L. 223/2006 conv. Legge 248/2006). La norma prevedeva la responsabilità solidale dell’appaltatore per il versamento all’Erario delle ritenute fiscali sui redditi di lavoro dipendente dovute dal subappaltatore in relazione ai dipendenti impiegati nell’ambito del contratto di subappalto.

Nel rapporto tra committente e appaltatore, la norma prevedeva, in luogo della responsabilità solidale, l’applicazione di una sanzione da 5.000,00 a 200.000,00 euro, qualora il committente avesse pagato il corrispettivo del contratto di appalto senza aver ottenuto idonea documentazione circa la correttezza del versamento all’Erario delle ritenute fiscali sui redditi di lavoro dipendente dovute dall’appaltatore e dal subappaltatore.

La disciplina dettata dal DL 223/2006 ha tuttavia determinato non poche criticità in capo ai soggetti operanti nell’ambito dell’appalto in quanto, nell’incertezza della prova, taluni committenti/appaltatori hanno sospeso i pagamenti a favore di appaltatori/subappaltatori aggravando così la crisi di liquidità delle imprese.

Proprio per far fronte a tali criticità, l’art. 35 commi da 28 a 28 ter del DL 223/2006 sono stati abrogati dall’art. 28 comma 1 del D. Lgs. 175/2014.

Il legislatore del 2014, al fine di contrastare il fenomeno dell’evasione fiscale nell’ambito degli appalti, ha introdotto una corrispondente modifica all’art. 29 comma 2 del D. Lgs. 276/2003 obbligando il committente al versamento delle ritenute alla fonte limitatamente ai trattamenti retributivi corrisposti ai dipendenti dell’appaltatore in virtù del vincolo di solidarietà

___________________

Veniamo ora alla analisi del rapporto tra successione nell’appalto di servizi e trasferimento di ramo di azienda

Prima dell’entrata in vigore del D.Lgs. 276/03 la nozione di trasferimento di azienda era fornita dal d.lgs. n. 18 del 2001 il quale faceva riferimento a "qualsiasi operazione che comporti il mutamento della titolarità di un'attività economica organizzata, con o senza scopo di lucro, al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi, preesistente al trasferimento e che conserva nel trasferimento la propria identità...”. Il Decreto del 2001 aveva anche qualificato per la prima volta il concetto di "parte dell'azienda" ("intesa come articolazione funzionalmente autonoma di un'attività economica organizzata ai sensi del presente comma, preesistente come tale al trasferimento e che conserva nel trasferimento la propria identità”).

Invero parte della dottrina (Maresca, 2001; Ciucciovino, 2002; contra Santoro Passarelli G., 2001) e della giurisprudenza di legittimità (Cass. n. 10701/2002; Cass. n. 10761/2002) aveva ritenuto che il legislatore del 2001 avesse esteso il concetto di azienda (e di ramo d’azienda) ricomprendendovi sia le strutture produttive caratterizzate dalla presenza di attrezzature, macchinari e personale, sia quelle costituite esclusivamente o prevalentemente da un gruppo di lavoratori organizzato.

L’orientamento non era tuttavia unanime in quanto si riteneva che l’interpretazione più restrittiva fosse coerente con la impossibilità di giustificare, tramite l'articolo 2112 allora vigente, esternalizzazioni di singoli servizi o funzioni che comportassero il mero trasferimento di personale (Cass. n. 15105/2002).

Ad ogni modo, nel caso di mutamento nella titolarità di una sola parte dell'azienda, il legislatore aveva imposto che il ramo trasferito fosse già preesistente e non potesse essere costituito ad hoc al momento del trasferimento.

Il legislatore del 2003, sostituendo il 5° comma dell’art. 2112 c.c., ha abrogato il requisito della identità preesistente dell'articolazione autonoma da trasferire (e che conserva dopo il passaggio tale sua caratteristica) ed ha stabilito, invece, che spetta al cedente ed al cessionario identificare, al momento del trasferimento, la frazione dell'azienda interessata dal mutamento di titolarità. Lo scopo evidente è quello di eliminare una delle obiezioni che erano state sollevate dalla giurisprudenza e di legittimare così i processi di esternalizzazione di funzioni o servizi che comportano soltanto il passaggio di lavoratori e non di beni materiali.

In tal modo, il legislatore del 2003, nel consentire la identificazione del ramo di azienda al momento del trasferimento, finisce col favorisce pratiche elusive delle norme inderogabili poste a tutela del lavoro subordinato in quanto, come osservato dalla Suprema Corte nella sentenza 15/10/2002 n. 15105, tale libertà si presterebbe ad un “utilizzo strumentale volto all'espulsione, per via indiretta, di lavoratori eccedenti” sottraendosi, così, alla osservanza delle norme in materia di licenziamenti collettivi.

Il problema interpretativo che si pone tra gli operatori del diritto consiste nel tracciare le differenze fra il trasferimento di parte dell’ azienda e il mero appalto di servizi e di verificare se anche per quest’ultimo possano trovare applicazione le garanzie di cui all’art. 2112 c.c.

In merito alla possibile applicazione/estensione delle garanzie di cui all’art. 2112 c.c. alla fattispecie della successione nell’appalto di un servizio, la giurisprudenza di legittimità (Cass. 13.01.2005 n. 493) ammette una simile possibilità ma sempre a condizione che sussista un trasferimento di beni non trascurabile tale da consentire lo svolgimento di una specifica impresa. La Suprema Corte esclude, pertanto, che possa configurarsi trasferimento di azienda allorquando il trasferimento della forza lavoro non sia accompagnato anche dal passaggio di beni strumentali, il che, del resto, appare coerente con quanto disposto dall’art. 29 del D. Lgs. 276/03 ai sensi del quale “l’acquisizione di personale già impiegato nell’appalto a seguito di subentro di un nuovo appaltatore, in forza di legge, di contratto collettivo o di clausole del contratto di appalto, non costituisce trasferimento di azienda o di parte di azienda”.

Eppure il panorama del diritto comunitario dovrebbe aprire nuovi orizzonti per quanto attiene all’interpretazione estensiva della nozione di azienda e di ramo di azienda consentendo agli operatori nazionali di ricondurre all’ “attività economica organizzata” di cui all’art. 2112 c.c. oltre alle ipotesi tradizionali di strutture organizzative composte da uomini e mezzi - secondo la nozione prevista dall’art. 2082 c.c. - anche quelle caratterizzate da esclusiva o preponderante presenza di solo personale e purché si possa riscontrare un vincolo organizzativo tra le persone .

E, infatti, la giurisprudenza della Corte di Giustizia, con riferimento alla nozione di trasferimento di azienda contenuta nella direttiva europea 2001/23/CE art. 1, lett. b) (“’entità economica che conserva la propria identità, intesa come insieme di mezzi organizzati al fine di svolgere un’attività economica, sia essa essenziale o accessoria”), ha affermato non solo che la sussistenza di un trasferimento di impresa o di parte di essa può essere ravvisato anche in presenza della cessione di beni patrimoniali immateriali (Corte di Giustizia CE 20.11.2003, n. 340/01; 25.1.2001, n. 172/99 e molte altre) ma ha precisato che in determinati settori in cui l’attività produttiva si fonda essenzialmente sulla mano d’opera, un gruppo di lavoratori che svolga stabilmente un’attività comune può corrispondere ad un’entità economica e si deve necessariamente ammettere che essa conservi la sua identità qualora il nuovo imprenditore non si limiti a proseguire l’attività stessa, ma riassuma una parte essenziale, in termini di numero e di competenza, del personale specificatamente destinato dal predecessore a tali compiti (Corte di Giustizia CE 11.3.1997, n. 13/95, Suzen; 2.12.1999 n. 234/98; 25.1.2001, n. 172/99; 24.1.2002, n. 51/00).

La possibilità di ricondurre la figura dell’appalto di servizi alla fattispecie di cui all’art. 2112 c.c. non può essere stabilita aprioristicamente perché dipende dalle caratteristiche del servizio oggetto di esternalizzazione: deve trattarsi di un complesso di attività dotato di autonomia organizzativa ed economica e suscettibile di essere esercitato in forma di impresa perché in caso contrario si finirebbe per rimettere alla discrezione del datore di lavoro la scelta di rendere o meno operative le garanzie di cui all’art. 2112 c.c. e di decidere sulla sorte dei rapporti di lavoro.

Il problema della estensione, all’appalto di servizi, delle tutele previste dall’art. 2112 c.c. non può prescindere dalla esegesi dell’art. 29 D. Lgs. 276/03 il quale, come accennato prima, prevede che “l'acquisizione del personale già impiegato nell'appalto a seguito di subentro di nuovo appaltatore, in forza di legge, di contratto collettivo nazionale di lavoro, o di clausola del contratto d'appalto, non costituisce trasferimento d'azienda o di parte d'azienda”.

L'art. 29 stabilisce che in tutte le ipotesi di successione di un appaltatore ad un altro, l'acquisizione dei lavoratori da parte del subentrante in base a fonti legali e/o contrattuali non comporta l'applicazione della disciplina prevista dall'art. 2112 c.c.

Ne consegue l’eliminazione delle tutele previste da questa norma in relazione, ad esempio, alla conservazione dei diritti maturati presso il precedente datore di lavoro, alla responsabilità solidale, al divieto di licenziamento per effetto del trasferimento e così via. Si tratta, ancora una volta, di una disposizione che può penalizzare i dipendenti coinvolti nell’operazione, i quali, anche se si vedono assicurato il lavoro, tuttavia potrebbero avere, presso il nuovo appaltatore, standard inferiori di tutela (a meno che essi non vengono garantiti, come spesso accade, dai contratti collettivi o dai capitolati di appalto, che, oltre alle assunzioni, impongono anche il mantenimento dei diritti già acquisiti in precedenza).

Per giustificare la ratio di tale disposizione, una parte della dottrina ha sostenuto che la inapplicabilità, nel caso di specie, dell’art. 2112 c.c. deriverebbe dalla assenza di una relazione diretta tra le due imprese che si avvicendano nella aggiudicazione dell’appalto:

l’art. 2112 cc., si è detto, si applica soltanto quando il mutamento nella titolarità dell’azienda sia conseguenza di un accordo diretto tra cedente e cessionario.

Nel caso di successione di due diversi appaltatori, invece, non esiste questa relazione diretta, in quanto il titolo giuridico che legittima il subentrante va rinvenuto nel diverso ed autonomo rapporto negoziale fra l’appaltante ed il secondo appaltatore.

In realtà la situazione è del tutto diversa, in quanto l’art. 2112 c.c., anche alla luce della giurisprudenza comunitaria, si applica indipendentemente da una relazione contrattuale diretta tra cedente e cessionario:

non è necessaria l’esistenza di rapporti contrattuali diretti tra il cedente ed il cessionario, atteso che la cessione può essere effettuata anche in due fasi per effetto dell’intermediazione di un terzo, quale il proprietario o il locatore……. o in conseguenza della successione in diversi contratti di appalto” (ex multis Corte di Giustizia 10.12.1998 n. 173/96 e 247/96; 11.3.1997, n. 13/95; 7.3.1996, n. 171 – 172/94; 20.11.2003, n. 340/01).

Depone, in tal senso l’attuale formulazione dell’art. 2112 c.c. che include “qualsiasi operazione che, in seguito a cessione contrattuale o fusione, comporti il mutamento nella titolarità di un’attività economica organizzata……. a prescindere dalla tipologia negoziale o dal provvedimento sulla base del quale il trasferimento è attuato”. Il riferimento a qualsiasi tipologia negoziale consente di affermare che vi è ricompreso anche un contratto ad evidenza pubblica (o di altro tipo) tra l’appaltante ed il successivo appaltatore, purché quest’ultimo subentri nella azienda utilizzata dal precedente titolare del contratto e si avvalga dei suoi uomini e mezzi (o del solo personale).

E allora, se si tiene conto dell’importanza, in via interpretativa, delle decisioni della Corte di Giustizia, è evidente che la normativa europea è tale da includere nella nozione di trasferimento d’azienda anche il subentro di un nuovo appaltatore in un contratto avente ad oggetto l’esecuzione di un opera o di un servizio che prima era svolto da un altro imprenditore, in una logica di tutela oggettiva dei lavoratori coinvolti ed indipendentemente dal mezzo giuridico con cui si verifichi il passaggio della struttura aziendale.

Di qui il valore squisitamente politico dell’art. 29 D. Lgs. 276/03 con il quale il legislatore, nell’escludere categoricamente e deliberatamente la applicabilità dell’art. 2112 c.c., ha mostrato di conoscere bene il “rischio” di sovrapponibilità delle due fattispecie, con ciò ponendo non trascurabili problemi di coordinamento tra la normativa nazionale e quella comunitaria.

 

Messina, 24 giugno 2015

“Stesso lavoro, stessi diritti”. Mercoledì 24 giugno, a Messina, convegno Fiom sul settore petrolchimici.

Category: Stampa e relazioni esterne
Creato il Lunedì, 22 Giugno 2015 12:55

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Si terrà a Messina, nel salone delle bandiere di piazza Unione europea, il prossimo mercoledì 24 giugno dalle ore 9.30, il convegno nazionale della Fiom che ha come sottotitolo “Il salario, la sicurezza, la salute, non hanno categorie diverse. Costruiamo politiche contrattuali e ambientali comuni negli stabilimenti petrolchimici. Per un modello di sviluppo ecocompatibile”.

I lavori del convegno, preceduti dai saluti del segretario Fiom di Messina Salvatore Chiofalo e del sindaco Renato Accorinti, saranno presieduti dal segretario nazionale Fiom Rosario Rappa e introdotti da Sergio Bellavita, coordinatore del settore per la Fiom nazionale.

Nel corso della giornata si susseguiranno gli interventi di Massimiliano Del Vecchio, avvocato e membro della Consulta giuridica Fiom, Alessandro Giannì, direttore delle Campagne GreenPeace Italia, Emilio Miceli, segretario generale Filctem-Cgil, Walter Schiavella, segretario generale Fillea-Cgil, Fabrizio Solari, segretario nazionale Cgil, Giorgio Zampetti, responsabile scientifico Legambiente, del Comitato NoTriv, di delegate e delegati Rsu.

I lavori saranno conclusi dal segretario generale della Fiom, Maurizio Landini.

 

Fiom-Cgil/Ufficio Stampa

 

Roma, 22 giugno 2015

Stesso Lavoro, Stessi Diritti: Messina, 24 giugno. Convegno nazionale sul settore del petrolchimico

Category: Eventi
Creato il Venerdì, 05 Giugno 2015 16:51

Convegno nazionale sul settore del petrolchimico si terrà il 24 giugno a Messina. In allegato la locandina e il programma dei lavori.

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Lavoro si, ma non a ogni costo

Stesso Lavoro, Stessi Diritti

Il salario, la sicurezza, la salute, non hanno categorie diverse

Convegno nazionale

Costruiamo politiche contrattuali e ambientali comuni negli stabilimenti petrolchimici

Per un modello di sviluppo ecocompatibile

 

24 giugno 2015 ore 9.30

 

SALONE DELLE BANDIERE | PIAZZA UNIONE EUROPEA | MESSINA

 

Apre i lavori: Salvatore Chiofalo, segretario generale Fiom Messina

Saluto di: Renato Accorinti, sindaco di Messina

Presiede lavori: Rosario Rappa, segretario nazionale Fiom

Introduce: Sergio Bellavita, Fiom nazionale

Interventi di:

Massimiliano Del Vecchio, avvocato e membro della Consulta giuridica Fiom

Alessandro Giannì, Direttore delle Campagne GreenPeace Italia

Emilio Miceli, segretario generale Filctem

Walter Schiavella, segretario generale Fillea

Fabrizio Solari, segretario nazionale Cgil

Giorgio Zampetti, responsabile scientificoLegambiente

Comitato NOTriv

Delegate e delegati Rsu

Conclude: Maurizio Landini, segretario generale Fiom

 

Inoltre parteciperanno

Antonio Mazzeo, giornalista

Mario Di Giovanna, stoppa la piattaforma

 

Stesso Lavoro, Stessi Diritti: Messina, 24 giugno. Convegno nazionale sul settore del petrolchimico

Category: Comunicati di settore
Creato il Venerdì, 05 Giugno 2015 16:51

Convegno nazionale sul settore del petrolchimico si terrà il 24 giugno a Messina. In allegato la locandina e il programma dei lavori.

15 06 24-locandina

 

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Lavoro si, ma non a ogni costo

Stesso Lavoro, Stessi Diritti

Il salario, la sicurezza, la salute, non hanno categorie diverse

Convegno nazionale

Costruiamo politiche contrattuali e ambientali comuni negli stabilimenti petrolchimici

Per un modello di sviluppo ecocompatibile

 

24 giugno 2015 ore 9.30

 

SALONE DELLE BANDIERE | PIAZZA UNIONE EUROPEA | MESSINA

 

Apre i lavori: Salvatore Chiofalo, segretario generale Fiom Messina

Saluto di: Renato Accorinti, sindaco di Messina

Presiede lavori: Rosario Rappa, segretario nazionale Fiom

Introduce: Sergio Bellavita, Fiom nazionale

Interventi di:

Massimiliano Del Vecchio, avvocato e membro della Consulta giuridica Fiom

Alessandro Giannì, Direttore delle Campagne GreenPeace Italia

Emilio Miceli, segretario generale Filctem

Walter Schiavella, segretario generale Fillea

Fabrizio Solari, segretario nazionale Cgil

Giorgio Zampetti, responsabile scientificoLegambiente

Comitato NOTriv

Delegate e delegati Rsu

Conclude: Maurizio Landini, segretario generale Fiom

 

Inoltre parteciperanno

Antonio Mazzeo, giornalista

Mario Di Giovanna, stoppa la piattaforma

 

Landini: “Per i migranti accoglienza, non bombe”

Category: Stampa e relazioni esterne
Creato il Giovedì, 23 Aprile 2015 17:30

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Nel Mediterraneo, lungo le sue coste è in corso un dramma che non trova precedenti nella nostra storia più recente: migliaia di persone dall'Africa e dal Medio Oriente cercano rifugio in Europa, sono costrette a mettere le loro vite nelle mani di mercanti che lucrano sulla vita umana, rischiano e perdono la vita in mare trasformandolo in una grande fossa comune. Di fronte a questa emergenza umanitaria in questi giorni crescono le ipotesi di interventi militari, bombardamenti, blocchi navali. Si tratta di ipotesi folli, disumane che mettono a rischio la vita di persone in fuga da guerre, violazioni dei diritti umani e povertà; ipotesi che non risolvono l'emergenza umanitaria in corso sulle coste del Mediterraneo e che violano i principi della nostra Costituizione, basati sul dovere di accoglienza e sul ripudio delle avventure militari. Per questo non andrebbero nemmeno prese in considerazione le idee di un intervento militare in Libia, di un blocco navale – peraltro impraticabile - davanti alle sue coste oppure di bombardare i barconi con cui i moderni schiavisti fanno mercimonio delle vite umane: il solo parlarne costituisce un esercizio di pericolosa demagogia politica che in Italia rischia di alimentare campagne xenofobe e al contempo va respinta senza esitazioni l'idea di rispondere con la guerra ai drammi di altre guerre. Il governo italiano si assuma, invece, da subito le proprie responsabilità nell'area attivando un piano di ricerca e salvataggio.

L'Unione europea – responsabile di aver distolto a lungo lo sguardo dai drammi umanitari in corso riducendoli a presidio dei confini con programmi totalmente inadeguati come Triton e Poseidon - propone ora un piano per affrontare il problema dell'immigrazione che nel suo insieme rappresenta una nuova chiusura e una nuova sottavalutazione della questione, perseguendo nell'attegiamento di miopia che ha segnato le politiche dei paesi ricchi nei confronti di quelli poveri, senza trarre alcun insegnamento dai fallimenti di questi anni, con conseguenze che arrivano oggi a mettere in discussione la sicurezza nelle nostre stesse città.

E' necessario che si affronti il dramma in corso con uno sforzo di cui si deve far carico tutta la comunità internazionale – e gestito dai suoi organismi preposti come l'Onu e l'Unhcr - per garantire con i mezzi necessari la sicurezza e l'accoglienza dei profughi, attraverso un piano d'emergenza finanziato dai paesi più ricchi per garantire l'esodo verso l'Europa e l'accoglienza delle persone in fuga dai conflitti africani e mediorientali e poterle così sottrarre ai mercanti di carne umana, senza ricorrere a nuove e folli avventure militari magari ipocritamente travestite da operazioni di polizia internazionale a tutela dei migranti.

 

Maurizio Landini

 

Roma, 23 aprile 2015

[la Repubblica] Landini: "Ma se va avanti l'attacco ai diritti la Fiom occuperà le fabbriche

Category: Segnalazioni
Creato il Lunedì, 06 Ottobre 2014 16:22

Landini: "Ma se va avanti l'attacco ai diritti la Fiom occuperà le fabbriche

 

Il leader dei metalmeccanici della Cgil rilancia il no all'abolizione dell'articolo 18: "Il tema va semplicemente tolto dal tavolo. Alla Thyssen di Terni propongono di licenziare 250 operai e di ridurre il salario. E il governo ci invita ad accettare Il premier ha scelto il conflitto e lo scontro ma così si rischia di andare verso il modello Fiat"

 

di ROBERTO MANIA

 

Fonte: le Repubblica

 

ROMA. "Il governo deve sapere che noi siamo pronti ad occupare le fabbriche se dovesse passare la linea della riduzione dell'occupazione, dei diritti e del salario dei lavoratori. Una linea che potrebbe trovare una prima applicazione alla Thyssen di Terni. Per noi sarebbe inaccettabile", dice Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, da Atene dove partecipa alla festa di Syriza, il movimento di Alexis Tsipras.

 

E voi occupereste la fabbrica?
"Non possiamo accettare il licenziamento di 250 lavoratori e la riduzione del salario. È questo che ci stanno proponendo ed è questo che il governo ci sta chiedendo di accettare. È un modello che sta avanzando: l'abolizione dell'articolo 18 e dell'attuale sistema contrattuale con la possibilità di derogare al contratto nazionale come prevede l'articolo 8 della cosiddetta "legge Sacconi" e come chiese la Fiat".

 

Il governo, però, è pronto a preparare una legge sulla rappresentanza sindacale, come chiede la Fiom, e spinge per rafforzare la contrattazione in azienda. Ci stareste?
"No. La verità è che Renzi ha scelto il conflitto e lo scontro. Dietro l'operazione sull'articolo 18 c'è questo, mentre ci sarebbe bisogno di unità nel Paese, di un rilancio della contrattazione nazionale, dell'affermazione del diritto dei lavoratori di scegliere i propri rappresentanti e di decidere sui contratti che li riguardano. Non c'è nessuno scambio da fare. Da una parte Renzi realizza l'operazione 80 euro e dall'altra chiede al tanto vituperato sindacato di fare accordi per la riduzione del salario e dell'occupazione".

 

Questo sarebbe il progetto del premier Renzi?
"Sì. Riaprire in questo modo la partita sui contratti aziendali vuol dire andare verso la deregulation, vuol dire il modello Fiat".

 

Ma la legge sulla rappresentanza è proprio una richiesta della Fiom.
"Certo che è una nostra richiesta. Ma ripeto: non ci sono scambi possibili sul modello contrattuale".

 

Non crede che i bassi salari dei lavoratori italiani dipendano anche dal sistema contrattuale?
"No. I bassi salari dipendono dai bassi investimenti e dalla bassa qualità dei prodotti. Non a caso dove si investe lo spazio per la contrattazione aziendale integrativa è significativo perché c'è ricchezza da distribuire. La imprese non sono tutte uguali. Quelle di piccole dimensioni oggi soffrono di più. C'è bisogno di far ripartire gli investimenti e spetta al governo indicare le politiche industriali per i settori. Tutto questo non ha nulla a che vedere con l'articolo 18 che andrebbe semplicemente tolto dal tavolo".

 

Lei è però d'accordo sulla proposta di Renzi di mettere in busta paga il Tfr.
"Sì. È una proposta che la Cgil ha avanzato prima con Trentin e poi con Cofferati. E a dicembre siamo stati noi della Fiom a riproporla. Il Tfr è salario differito dei lavoratori ed è giusto che possano decidere loro quando riceverlo".

 

Squinzi dice che le aziende non possono permetterselo perché "sparirebbero" tra i 10 e i 12 miliardi.
"È davvero paradossale sentir dire che gli imprenditori italiani fanno i capitalisti con i soldi dei lavoratori. Credo che i lavoratori possano volontariamente decidere cosa fare del proprio Tfr e penso che il governo dovrebbe defiscalizzare tutti gli aumenti salariali anziché prevedere lo sconto per le ore di straordinario".

 

Landini, lei pensa che sabato a Roma alla manifestazione di Sel, con la sua partecipazione quella di Civati, si siano messi i germogli di un nuovo movimento della sinistra?
"Non lo so. Proprio perché rivendico l'autonomia del sindacato mi confronto con tutti coloro che me lo chiedono e pensano che ci sia bisogno di un'altra idea di Europa, fondata sui diritti e sul lavoro"

 

[diMartedì] Landini: 'Non si combatte la precarietà togliendo i diritti a chi non li ha'

Category: Segnalazioni
Creato il Mercoledì, 24 Settembre 2014 13:07

 

Landini: 'Non si combatte la precarietà togliendo i diritti a chi non li ha'

 

14 09 23-landini

[LA7] Guerra del Lavoro - Faccia a Faccia Landini - Ichino

Category: Segnalazioni
Creato il Lunedì, 22 Settembre 2014 10:14

Confronto e dibattito sull'attualità politica con Enrico Mentana. E' scoppiata la guerra della riforma del lavoro, in studio con il direttore Mentana Faccia a Faccia tra il sen. Pietro Ichino e Maurizio Landini della Fiom

 

14 09 19-landini

 

[controlacrisi.org] Art. 18, Fiom: "E' gravissimo attaccare i diritti. Per uscire dalla crisi, investimenti straordinari"

Category: Segnalazioni
Creato il Mercoledì, 13 Agosto 2014 23:33

La questione dell'abolizione dell'articolo 18 dello statuto dei lavoratori continua ad agitare la maggioranza. Il Nuovo centrodestra, che nei giorni scorsi aveva proposto che il tema venisse inserito nel decreto legge cosiddetto 'Sblocca-Italia', anche ieri, per bocca dei ministri Angelino Alfano e Maurizio Lupi, ha continuato a rilanciare l'argomento in termini perentori. "Abolizione dell'articolo 18 entro la fine di agosto", chiede il primo. "Non è solo un totem della sinistra da abbattere ma è il segnale più importante per dire che il sistema italiano del lavoro è cambiato", aggiunge il secondo.

Parole che innescano una replica davvero poco convincente del vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini. La questione lavoro "sarà affrontata con la delega che in questo momento e' in discussione al Senato. In quest'ambito – assicura - affronteremo senza chiusure pregiudiziali le proposte che verranno messe in campo. Anticipare quella discussione a strumenti che non sono propri credo sia sbagliato. Dentro la delega ci sono vari argomenti oggetto di riflessione, in particolare le politiche attive per il lavoro. Li' ragioneremo senza tabù ideologici ma anche senza la tentazione di piantare bandierine".

 

Più decisa la reazione del segretario della Fiom Maurizio Landini, per il quale mettere mano allo Statuto dei lavoratori "sarebbe un errore gravissimo". L'articolo 18, secondo Landini, "è l'ultimo dei problemi dell'Italia. Tra l'altro è già stato modificato (riforma Fornero, ndr) e non ha creato nessun posto di lavoro, anzi ci sono stati più licenziamenti per motivi economici".

 

"Se il governo - ha detto Landini ai microfoni di Sky Tg24 Hd - vuole creare lavoro, deve mettere a punto dei piani straordinari di investimento, una politica industriale degna di questo nome. Se hanno in mente di seguire un'altra strada o i cattivi consigli di Alfano, debbono sapere che è un modo per gettare benzina sul fuoco in un Paese che è già sull'orlo di una situazione di tenuta sociale molto difficile".

 

"Noi abbiamo intenzione di mobilitare i lavoratori - ha aggiunto il leader dei metalmeccanici Cgil - perchè vogliamo chiedere al governo di fare davvero dei cambiamenti di politica industriale e di aprire una discussione vera con l'Europa: ci sono una serie di vincoli europei che vanno cambiati".

Critiche a Ncd da destra arrivano da Renata Polverini, ex segretaria generale dell’Ugl e ora di Forza Italia. "Stupisce che ancora ci sia qualcuno che possa ritenere l'articolo 18 come un'inibizione alle assunzioni e un limite alla flessibilità. Il problema della disoccupazione non si può attribuire ai diritti conquistati dai lavoratori bensì a un sistema economico asfittico incapace di creare nuova offerta di lavoro".

 

ttp://www.controlacrisi.org/notizia/Lavoro/2014/8/12/41921-art-18-fiom-e-gravissimo-attaccare-i-diritti-per-uscire/ 

 

 

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