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29 Marzo 2017
Federazione Impiegati Operai Metallurgici

22 items tagged "Costituzione"

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La verità della Consulta (che si vuol tacere)

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Martedì, 31 Gennaio 2017 16:46

consulta

Il dibattito suscitato, prima, dalla sentenza della Corte Costituzionale sull’ammissibilità dei referendum sui temi del Jobs act e, adesso, dal referendum costituzionale ripropongono, per certi versi, la questione della “indifferenza alla verità”, nel senso del suo stravolgimento o, per lo meno, della sottovalutazione dei suoi aspetti rilevanti rispetto a quelli secondari sui quali, invece, per ignavia o opportunismo viene concentrata l’attenzione. Tale attitudine è crescente nel confronto politico che, anche per questo, risulta sempre più appiattito alla dimensione di chiacchiericcio politichese (ma non per questo, purtroppo, senza conseguenze concrete).

I molti mesi della battaglia referendaria sull’approvazione della riforma costituzionale erano già stati caratterizzati non solo dalla “distrazione di massa” dal peggioramento delle condizioni economico-sociali, ma anche dallo scarso rilievo attribuito all’oggetto e alla ragion d’essere del referendum cioè i rilevanti cambiamenti alla Costituzione approvati dal Parlamento sottoposti alla ratifica dell’elettorato; infatti, la consultazione del 4 dicembre è stata trasformata nella richiesta, tanto istituzionalmente irrituale quanto fortemente voluta dal Presidente del Consiglio e dal Governo, di una sorta di super fiducia popolare (o populistica) sul loro operato. Naturalmente, non fosse altro perché era stato tanto fortemente sollecitato, l’esito del referendum costituzionale ha avuto anche l’effetto politico immediato di far cadere il governo che, peraltro, è stato rimpiazzato da una sua quasi fotocopia. Tuttavia occorrerebbe prestare più attenzione al fatto che la solenne bocciatura del cambiamento costituzionale proposto rappresenta un evento istituzionale con effetti di lungo periodo per il Paese, una “verità” non sottovalutabile, ma che deve costituire un punto di riferimento per il riassetto economico-sociale del Paese.

Nel caso della sentenza appena emanata dalla Consulta, la conseguenza su cui si sta concentrando l’interesse di molti commentatori è se e in che misura la richiesta di elezioni anticipate fatta dall’ex Presidente del Consiglio e da altre parti politiche sia indebolita. Ancora una volta c’è un sopravvento autoreferenziale della dimensione politichese rispetto alle questioni rilevanti quali, in questo caso, l’effetto della sentenza sugli equilibri economico-sociali del nostro paese. Naturalmente la sentenza della Consulta va accettata ma, ciò non di meno, può e deve essere discussa e meglio lo si potrà fare quando si conosceranno le sue motivazioni che al momento sfuggono; tanto più che la richiesta di referendum è stata fatta da 3,3 milioni di firmatari. In ogni caso, la sentenza della Consulta non elimina il dato di fatto che, in un contesto di crisi occupazionale e finanziaria, l’applicazione del Jobs act non ha dato risultati positivi in termini di creazione di posti di lavoro, mentre rappresenta un inutile dispendio di ingenti risorse per il bilancio pubblico. Questo risultato non è sorprendente; il Jobs act ha accentuato la politica controproducente di perseguire la competitività aumentando la flessibilità e riducendo i costi salariali, anziché valorizzare l’innovazione che, invece, richiede stabilità occupazionale e l’impiego di lavoratori ben qualificati e corrispondentemente retribuiti. La sentenza della Consulta, più che spingere a valutazioni sulla data delle prossime elezioni, dovrebbe stimolare il dibattito su un provvedimento economico e sulla sua visione ispiratrice fondata sull’aumentata subordinazione del lavoro e delle relazioni sociali alla valorizzazione del capitale; una caratteristica fondante dello sviluppo capitalistico, che negli ultimi quattro decenni si è accentuata come reazione agli andamenti di natura contraria (aumento dei diritti, riduzione delle diseguaglianze) che si erano diffusi nei paesi capitalisticamente sviluppati durante il trentennio successivo alla seconda guerra mondiale. Una reazione, tuttavia, che non essendo sorretta, ma nemmeno contrastata, da idee nuove e progressive, ha generato equilibri economici e sociali sempre più fragili, sfociati nella crisi globale.

Dunque, l’aspetto comune di come larga parte di politici ed opinion makers si sono rapportati prima al referendum costituzionale e poi alla successiva sentenza della Consulta è una preoccupante “indifferenza” ai legami di queste due vicende con la negativa evoluzione in corso degli equilibri socio-economici di cui, invece, si accettano, anche per assuefazione, l’inefficienza e l’iniquità, la riduzione e la precarizzazione del benessere generale e delle sue prospettive.

Le grandi crisi si caratterizzano, oltre che per gli sconvolgimenti reali, anche per l’intervenuta incapacità delle teorie, e più in generale della cultura dominante, di spiegarli e per il conseguente disorientamento del senso comune prevalente nell’opinione pubblica.

La “indifferenza alla verità” è alimentata dalla resistenza opposta dagli interessi parziali che hanno alimentato la crisi generale e dalle idee che hanno supportato quegli interessi. Cosicché, pur essendo sempre più evidente che “il re è nudo” – cioè che le relazioni economico-sociali dominanti e le ideologie connesse si rivelano sempre meno funzionali – rimane forte l’interesse materiale e intellettuale a non ammetterlo, anche per la contemporanea difficoltà del processo di formazione e composizione di idee e interessi nuovi e progressivi cioè capaci di rappresentare e organizzare le esigenze e le prospettive di strati maggioritari della collettività.

*Sbilanciamoci.info

La Costituzione è viva. Grazie alle lavoratrici e ai lavoratori

Category: Comunicati e volantini
Creato il Mercoledì, 07 Dicembre 2016 12:53

16 12 05 locandina costituzione viva

 

Il voto del 4 dicembre, a grande maggioranza, ha respinto la revisione-truffa della Costituzione e bocciato il governo che l'aveva proposta.

E' stato anche un no chiaro alle politiche sociali e ai poteri che in questi anni hanno tagliato le pensioni, ridotto i diritti, aumentato la povertà, svalorizzato il lavoro trattandolo come una merce che si può vendere e comperare persino dal tabaccaio.

La Costituzione italiana resta in vigore per quella che è: la migliore alleata che i lavoratori hanno per far valere i propri diritti, conquistarne di nuovi, migliorare le proprie condizioni.

Grazie alle lavoratrici e ai lavoratori che con il loro voto hanno ricordato a tutti che la Costituzione va applicata e che questo è il nostro compito di tutti i giorni. In ogni luogo di lavoro; nel sostegno alla proposta di legge di iniziativa popolare per la“Carta dei diritti fondamentali del lavoro” presentata al Parlamento dalla Cgil; con i referendum contro il Jobs Act, previsti per la prossima primavera, per abrogare i voucher, regolamentare gli appalti, ripristinare ed estendere i diritti dell'articolo 18.

 

Una Costituzione è per sempre

Category: Comunicati e volantini
Creato il Martedì, 08 Novembre 2016 11:33

una costituzione per sempre

 

Una Costituzione è per sempre. Al referendum del 4 dicembre. VOTA NO

Referendum: guida al voto per i “fuorisede”

Category: Segnalazioni
Creato il Lunedì, 07 Novembre 2016 16:54

logo fuorisede

 

Sono centinaia di migliaia, dal Sud al Nord dell’Italia, coloro che per motivi di lavoro o di studio vivono lontano da casa, in un'altra città diversa da quella di residenza. In Italia non esiste la possibilità per queste persone di votare fuori sede, che si tratti di elezioni amministrative, politiche o referendum. E anche il 4 dicembre, quando gli italiani sono chiamati ad approvare o (meglio) a bocciare la riforma costituzionale, questo esercito invisibile di persone rischia di rimanere muto di fronte ad una scelta fondamentale e decisiva per la vita democratica dell’intero Paese.
Il Comitato Per il No, grazie alla disponibilità di diverse forze politiche, ha deciso di attivarsi per permettere ai cittadini fuori sede che non possono tornare a casa di esercitare il loro sacrosanto diritto di voto attivando un apposito sito, votofuorisede.com: compilando un modulo, è possibile essere iscritti come rappresentanti di lista nel seggio della città dove si è domiciliati e quindi poter votare.
La riforma costituzionale firmata da Renzi e Boschi restringe gli spazi di democrazia e partecipazione. Andare a votare e votare no al referendum del 4 dicembre è anche l'occasione per i cittadini, tuti i cittadini, di riprendersi il diritto a decidere del proprio futuro e di quello del Paese.

 

http://votofuorisede.com/

Il grande bluff dell'impatto economico del referendum

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Venerdì, 04 Novembre 2016 16:13

bluff referendum

 

Il referendum sulle modifiche della Costituzione del prossimo 4 dicembre farà crescere l’economia e risparmiare le casse dello Stato? Secondo i fautori del Si, la risposta (ovviamente propagandistica) non può che essere positiva. Il Pil aumenterebbe dell’1% o anche di più – a seconda dei documenti e delle stime – mentre i risparmi derivanti dalla riduzione dei componenti del Senato (e del cambiamento delle sue funzioni) potrebbero arrivare fino a 500milioni di euro. Il presidente del consiglio, Matteo Renzi, ne è talmente convinto che – quando ha presentato lo scorso ottobre le slides della manovra di bilancio – ha annunciato 500milioni in più per le politiche sociali, che avrebbero origine in non meglio definiti “risparmi istituzionali” (cioè la modifica della Costituzione).

Vediamo il primo punto: la crescita dell’economia. Nell’ultima nota di aggiornamento del Def si dice: “Per effetto delle misure attuate e in programma si prevede una crescita del Pil per il 2017 dell’1,0 per cento. Affinché tuttavia la politica di bilancio stimoli la crescita e la creazione di occupazione, e le riforme strutturali adottate producano benefici crescenti nel tempo, il Paese ha bisogno di stabilità politica e istituzionale. In tal senso le riforme istituzionali promosse mirano a rendere l’attuale sistema più stabile ed efficiente. In particolare la riforma costituzionale intende snellire il processo legislativo, superando il bicameralismo perfetto e realizzando una più efficiente allocazione delle competenze e una riduzione dei contenziosi tra centro e periferia; la legge elettorale intende garantire governabilità, stabilità e accountability”.

Queste affermazioni del Ministero dell’Economia e Finanze non hanno riscontro in alcun serio modello matematico, statistico ed econometrico (che tra l’altro non ci viene nemmeno esposto). Sono valutazioni generiche, infondate e propagandistiche. Anche il premier Renzi ha affermato che il Pil crescerebbe nei prossimi dieci anni dello 0,6% (non si è capito se lo 0,6% l’anno o alla fine dei dieci anni). Tra l’altro, che la stabilità (che deriverebbe -in modo ipotetico- dalla nuova Costituzione e dalla nuova legge elettorale) comporti una crescita economica è tutto da dimostrare. Quello che è certo è che l’instabilità politica non impedisce di certo la crescita economica: tanto è vero che la Spagna, da mesi paralizzata senza un governo legittimato dalle elezioni, vedrà crescere la sua economia nel 2016 del 3%. Non i fautori del No, ma il presidente (Pd) della Commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia, ha affermato: “Gli economisti che parlano dell’impatto della riforma sul Pil andrebbero internati”.

Vi è poi la seconda questione. Quanto farebbe risparmiare la modifica della Costituzione voluta da Renzi? Il premier dice 500 milioni, ma la Ragioneria dello Stato ha fatto per bene i conti. E dice che al massimo si risparmieranno 57milioni di euro e, nello specifico, i costi del Senato si ridurrebbero non di tanto, ma al massimo del 9%. Si sarebbe risparmiato di più riducendo le indennità dei parlamentari: dimezzandole (come ha chiesto il Movimento 5 stelle) o equiparando le indennità dei parlamentari a quelle dei sindaci delle grandi città (come ha proposto Sinistra Italiana).

In sostanza, i vantaggi economici determinati dallo stravolgimento della Costituzione (e dalla riforma elettorale) non esistono o sono puri desideri e ipotetici. Rimane un punto fondamentale: valutare la bontà di un sistema democratico -e dei suoi principi costituzionali- utilizzando così pesantemente il tema dei vantaggi economici evidenzia a quale punto (basso) siamo arrivati. Una politica populista subalterna alla propaganda, all’efficientismo tecnocratico e all’economicismo liberista -che pesa la democrazia sui suoi “costi”- evidenzia la decadenza dell’attuale (in)cultura istituzionale centrata sulla cosiddetta governabilità e le compatibilità di mercato.

 

Sbilanciamoci.info

E' vero? Allora votare no è questione di sopravvivenza

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Mercoledì, 26 Ottobre 2016 17:09

16 10 26 vota no

 

E’ vero che i negozi chiudono?
E’ vero che le industrie hanno chiuso?
E’ vero che l’Italia è ricoperta da capannoni ed industrie abbandonate?
E’ vero che l’agricoltura languisce?
E’ vero che la disoccupazione, specie quella giovanile, ha raggiunto limiti finora mai toccati?
E’ vero che la disperazione ed i suicidi per motivi economici sono in spaventoso aumento?
E’ vero che si stanno svendendo immobili artistici e storici appartenenti al popolo, tratti di spiaggia, isole e montagne?
E’ vero che l’Europa ci impone da un lato di diminuire il debito, che si ottiene aumentando il Pil, e dall’altro l’austerity ed il pareggio di bilancio che impedisco la crescita del Pil?
E’ vero che in Italia non si produce più e che conviene produrre solo in Germania, dove c’è occupazione ed aumento del Pil?
E’ vero che stiamo vivendo con le svendite del nostro territorio?
E’ vero che la finanza opera in tutto il mondo allo stesso modo accentrando la ricchezza nelle mani di pochi ed aumentando inesorabilmente la povertà della maggioranza dei cittadini?
E’ vero che il lavoro è diventato merce e che l’obiettivo da raggiungere è diventato il massimo profitto?
E’ vero che i trattati TTIP e CETA impongono come fine sovracostituzionale la libertà di commercio e di investimento, facendo pagare il risarcimento agli Stati che tutelano il lavoro, la salute e l’ambiente?
E’ vero che le ultime legislazioni, e quella di Monti e di Renzi con violenza inaudita, si uniformano a questi principi?
E’ vero che la revisione della Costituzione si inserisce in questo quadro ed abbatte l’ultimo ostacolo per la finanza, e cioè la tutela costituzionale dei diritti fondamentali dell’uomo, legittimando lo Sblocca Italia, il Jobs Act, la riforma della scuola e la riforma della pubblica amministrazione, voluta dal governo Renzi, in obbedienza alle direttive della J.P.Morgan?

SE VUOI CONTINUARE A VIVERE COSI' VOTA SI’…

SE VUOI CAMBIARE QUESTA ASSURDA SITUAZIONE E TORNARE A VIVERE SECONDO I PRINCIPI ECONOMICI PREVISTI IN COSTITUZIONE, VOTA NO.

Fiom Veneto. La Fiom-Cgil per il NO [volantino]

Category: Fiom Veneto
Creato il Martedì, 25 Ottobre 2016 18:07

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Le politiche di austerità del governo Renz inon incidono minimamente sulla crisi, mentresi taglia la spesa sociale, si riducono i diritti dei lavoratori,si indebolisce la contrattazione tentando dicancellare il CCNL.

Tutte le cosiddette “riforme” (Fornero, Job Act, spending review,ecc.) sono state presentate dai governi come necessarie perla soluzione della crisi e della mancata crescita. Al contrario quelle “riforme” sono servite a indebolireil sistema previdenziale pubblico, a ridurre gli ammortizzatori sociali, a demolire lo Statutodei Lavoratori e l’articolo 18, a tagliare le risorse per la scuola e la sanità, a facilitare i licenziamentie rendere più precario tutto il lavoro a partire dalle giovani generazioni.

Sono così aumentate le disuguaglianze sociali e di reddito, i licenziamenti individuali, è aumentatala precarietà grazie ai voucher e la povertà è in crescita al punto che una parte della popolazionenon può ricorrere alla cure sanitarie perché non può pagare i ticket. Questi sono gli effetti delle “riforme”introdotte anche dal governo Renzi e dall’assalto di questi anni ai diritti e alle conquiste sociali,mentre sempre più ingenti sono le risorse pubbliche che il governo trasferisce alle imprese ealle banche attraverso incentivi, finanziamenti e riduzioni delle tasse.

Siamo al punto che il governo con la Legge di stabilità 2017 ha deciso di premiare con un condono miliardariogli evasori fiscali a danno dei lavoratori dipendenti, dei pensionati e dei contribuenti onesti:una vera vergogna!

Adesso il governo ha in serbo una nuova “riforma”, quella della Costituzione Repubblicana.

Una “riforma” proposta dal governo con il sostegno della Confindustria, delle banche, dei poteri fortie della finanza internazionale, approvata da un parlamento privo di legittimità perché espresso dauna legge elettorale incostituzionale come sancito dalla Suprema Corte.

Siamo in presenza di un tentativo di manomettere la Costituzione Repubblicana allo scopo di rafforzareil potere del capo di governo a danno del potere legislativo, del diritto di rappresentanza deicittadini e della Democrazia. Il governo dopo le controriforme che hanno impoverito i lavoratori,i giovani e i pensionati, si accinge ora a cambiare la Costituzione per accentrare il potere nelleproprie mani, limitando quello dei cittadini, delle autonomie locali e, come si è visto in questianni, anche quello dei corpi intermedi e delle organizzazioni sindacali.

 

DIFENDIAMO LA DEMOCRAZIA E IL DIRITTO AL LAVORO,

IL PROSSIMO 4 DICEMBRE VOTA NO AL REFERENDUM COSTITUZIONALE

 

Impediamo che si realizzi il disegno del governo, della Confindustria

e delle banche, il prossimo 4 dicembre vota NO al referendum Costituzionale

 

Costituzione al lavoro. Roma, 14 ottobre 2016

Category: Eventi
Creato il Venerdì, 14 Ottobre 2016 13:49

COSTITUZIONE AL LAVORO

I lavoratori e la Fiom contro la revisione-truffa della Costituzione

14 ottobre 2016 ore 20.30

Città dell'altra economia | Foro Boario | Testaccio | Roma

Lucia Annunziata intervista

Maurizio Landini, segretario generale della Fiom-Cgil
Domenico Gallo, magistrato

Antonio Di Luca, operaio Fca Pomigliano | video

Francesco Brigati, operaio Ilva di Taranto | video

Barbara Borzi, lavoratrice HP ES Italia | video

Cristian Belloro, lavoratore appalti aeroporto Fiumicino | video

Video integrale

 

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Ritorno al futuro

Category: Comunicati e volantini
Creato il Venerdì, 30 Settembre 2016 12:24
 

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Un no ampio boccia lo smantellamento costituzionale e il governo che l'ha proposto. Insieme alle sue politiche sociali e ai poteri che le hanno ispirate.

La Costituzione italiana resta in vigore: applicarla è il compito politico del domani.

 

La Costituzione è viva. Grazie alle lavoratrici e ai lavoratori

 

La segreteria della Cgil a proposito dell'esito del referendum costituzionale

 

link al video

 

 

Pubblicato da Giorgia Fattinnanzi su Venerdì 2 dicembre 2016

 

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CALENDARIO INZIATIVE 
 DATA  CITTA'  TITOLO
 1 dicembre  Reggio Emilia  Insieme per la Costituzione
 1 dicembre  Foligno  La Costituzione va applicata non cambiata
 28 novembre  Laterina (Ar)  Ancora una volta NO!
 23 novembre  Caserta  Terra di Lavoro, Terra di Costituzione
 23 novembre  Città di Castello  La Costituzione va applicata non cambiata
 22 novembre  Pescara  La Costituzione va applicata non rottamata
 21 novembre  Udine  Un No per la Costituzione
 21 novembre  Perugia  La Costituzione va applicata non cambiata
 15 novembre  Pisa

 Noi al referendum costituzionale votiamo NO

 12 novembre  Carpineti (RE)  Una giornata per il NO
 11 novembre  Jesi  Non è solo Carta
 10 novembre  Legnano  Costituzione al lavoro
 8 novembre  Bergamo  Un NO per rimodernare i Paese
 4 novembre  Rimini  Lavoro e Costituzione
 28 ottobre  Marzabotto  Le ragioni del No
 24 ottobre  Omegna  Le ragioni del No
 14 ottobre  Roma

 Costituzione al Lavoro - I VIDEO


Referendum: guida al voto per i “fuorisede”

 

Fca-Cnhi. Volantino: Per la libertà e la democrazia in fabbrica e nella società. Il 4 dicembre vota NO

Category: Comunicati e volantini
Creato il Mercoledì, 28 Settembre 2016 11:10

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C'è chi ha provato a chiudere i cancelli degli stabilimenti alla Carta costituzionale: non ci è riuscito.

Così oggi provano a cambiare la Costituzione. Il presidente del Consiglio, l'amministratore delegato di Fca e Cnhi, il presidente della Confindustria, le agenzie di raiting finanziario e ora addirittura l'ambasciatore americano e, infine, il governo tedesco, vorrebbero cambiare la nostra Costituzione.

Sono gli stessi che hanno festeggiato per l'introduzione in Italia del Jobs Act, l'abolizione dell'art.18, l'introduzione della legge Fornero sulle pensioni. Tutti, insieme alla Banca Centrale Europea, chiedono di cancellare di fatto i contratti collettivi nazionali e di sostituirli con quelli aziendali.

Dicevano che votando SI a Pomigliano e Mirafiori tutti sarebbero tornati al lavoro e che il «contratto aziendale Fiat» avrebbe portao più diritti e più salario; che cancellando l'art. 18 ci sarebbero state più assunzioni e investimenti; che con la riforma Fornero sarebbe stata garantita la pensione... Oggi dicono che con la riforma della Costituzione ridurranno i costi della politica e lo Stato sarà più veloce ed efficace. Possiamo credergli?

In Fca e Cnhi, in molti stabilimenti, ancora oggi si utilizzano ammortizzatori sociali e la paga base è inferiore a quella degli altri metalmeccanici che hanno il Contratto nazionale. Sono aumentati i licenziamenti e diminuite le assunzioni. Gli esodati sono ancora in un limbo, è stata allungata l'età pensionabile e i lavoratori dovrebbero pagare un mutuo per andare in pensione.

Un parlamento eletto con una legge elettorale giudicata illegittima dalla Corte costituzionale avrebbe il diritto di cambiare la Costituzione.

Questa riforma costituzionale vorrebbe mettere tutto il potere nelle mani di una sola persona. Al contrario, la partecipazione e la cittadinanza sono un presupposto essenziale per il futuro del nostro Paese.

 

AL REFERENDUM COSTITUZIONALE LA FIOM-CGIL INVITA A VOTARE NO PER LA LIBERTÀ E LA DEMOCRAZIA IN FABBRICA E NELLA SOCIETÀ.

 

Fiom-Cgil nazionale

Roma, 27 settembre 2016

No alla Costituzione post-democratica

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Giovedì, 08 Settembre 2016 15:20

altan costituzione manomissioni

 

Voterò No alla consultazione referendaria sulle modifiche costituzionali. Condensare in un Si o in un No ragionamenti inevitabilmente complessi è sempre difficile, tanto più quando si tratta di riforma costituzionale.

La Costituzione è lo “specchio” di una nazione, di una comunità nazionale: è quella cosa in cui ti rifletti e ti riconosci anche quando passa il tempo e si appanna qualche tratto dell’identità originaria; è quella cosa in cui ti rifletti e ti riconosci, anche e soprattutto, quando gli eventi offuscano le ragioni dello stare insieme (la lezione degli anni di piombo, dell’attacco al cuore dello Stato) o quando si tratta di fronteggiare le sfide del presente e del futuro (dalle nuove minacce del terrorismo globale e, allo stesso tempo, molecolare; alle sollecitazioni in termini di accoglienza ed integrazione di chi scappa dalle guerre e dalla povertà).

Tutto questo non significa affatto che la Costituzione non possa essere modificata, non debba essere aggiornata: è previsto dalla Costituzione stessa; è già accaduto; è già stata respinta nel 2006 un’ipotesi di riordino e potrà di nuovo accadere in autunno, senza che questo comporti le catastrofi che Confindustria e tanti sostenitori delle ragioni del Si agitano irresponsabilmente.

Si può cambiare la Costituzione, ma non così, non come nel testo sottoposto a referendum.

Anche quando alcune premesse e alcune intenzioni siano condivise, la loro traduzione legislativa risulta, nel migliore dei casi, un pasticcio irricevibile.

La riforma affida alla sola Camera dei deputati il compito di concedere o non concedere la fiducia al governo, ma il bicameralismo perfetto non viene affatto superato e si trasforma in un bicameralismo imperfetto e, a tratti, irragionevole.

Il Senato diviene il luogo della rappresentanza di un ceto politico regionale considerato “irresponsabile”, a volte non senza ragioni, dagli stessi autori della riforma: cosa che fa sembrare ancora più irragionevole l’attribuzione dell’immunità parlamentare che la riforma prevede per i consiglieri regionali-senatori.

Il procedimento legislativo non viene semplificato; il divario tra regioni e statuto ordinario e regioni statuto speciale si dilata; le stesse modalità per l’elezione del Presidente della Repubblica (dal settimo scrutinio è sufficiente la maggioranza dei tre quinti dei votanti) e per il referendum risultano incoerenti con l’obiettivo dichiarato di rafforzare contrappesi e partecipazione.

Fin qui le ragioni strettamente di merito che mi convincono a votare No. Vi sono poi le ragioni, per così dire, “ideologiche”.

La “Costituzione post-democratica” è l’esito di uno dei fenomeni più diffusi e pericolosi che la crisi della rappresentanza è andata producendo in questi anni in Italia e nei sistemi politico-istituzionali dell’intero Occidente.

Essi hanno incorporato quote di demagogia e di populismo che non sono più considerate e percepite come una devianza, ma come un tratto costitutivo e costituente delle nuove élite, appunto post democratiche.

Riccardo Terzi, poco prima della sua scomparsa, scriveva: “la democrazia ha subìto uno strano destino: nata come l’irruzione delle energie vitali della società civile nello spazio della politica, sembra oggi capovolgersi nel suo opposto, in un rispetto solo formale ed astratto delle regole e delle procedure. Da forza di cambiamento diviene forza di conservazione, e ciò è il segno evidente della sua decadenza e del suo svuotamento. Occorrerebbe un grande lavoro di mediazione, di ricostruzione paziente dei fili di una comunicazione tra la sfera sociale, con il suo insopprimibile pluralismo, e la sfera istituzionale; ma, al contrario, si lavora per una sistematica distruzione di questi fili, e tutto il disegno delle riforme istituzionali, questo grande mito retorico intorno al quale ruota il dibattito pubblico da oltre vent’anni, non è altro che il tentativo di una estrema concentrazione del potere …”

La disintermediazione, il decidere in fretta, il decidere per il decidere, hanno bisogno di una cornice “costituzionale” e si portano sempre dietro un’idea di Stato minimo, che al massimo garantisca l’esercizio della proprietà privata ed assicuri il funzionamento del mercato, e un’idea di diritti minimi, sempre meno universali, nel lavoro come nella cittadinanza.

Non c’è bisogno, quindi, di alcuna forzatura per rintracciare il filo rosso che lega le ragioni delle nostre lotte per il lavoro e per i diritti (basti pensare alla proposta di Carta dei Diritti Universali del Lavoro) con quelle di un No alla riforma costituzionale. A questa riforma Costituzionale.

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Landini: “Cambiare i trattati Ue, non la Costituzione”

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Mercoledì, 24 Agosto 2016 15:11

Maurizio Landini

 

Il segretario generale della Fiom: «Voterò No al referendum costituzionale in autunno. Prima ancora che su Renzi è un giudizio su una riforma sbagliata. Bisogna riaprire un ragionamento sul lavoro e i diritti. E nel 2017 ci sarà la consultazione chiesta dalla Cgil contro il Jobs Act. Anziché battersi per avere qualche flessibilità di bilancio il governo dovrebbe chiedere la riscrittura dei trattati europei che hanno imposto l’austerità»

Landini, Renzi si sta giocando sulla crisi economica l’esito del referendum costituzionale previsto in autunno?

È necessario votare No al referendum innanzitutto per il contenuto delle modifiche fatte alla Costituzione. Non sono solo un pasticcio, ma sono proprio sbagliate. Sono ispirate dalla stessa logica seguita dai governi che hanno stravolto le pensioni, hanno votato il pareggio di bilancio nella Costituzione e hanno cancellato l’articolo 18 e liberalizzato i licenziamenti. Chi ha proposto questa riforma risponde all’idea che il governo non venga più eletto dal Parlamento, non risponda più ai cittadini. C’è l’idea di una presidenza del Consiglio che risponde ai soci di un’azienda e si comporta come un amministratore delegato. Non si può prendere in giro gli italiani: se Renzi voleva cancellare il Senato, avrebbe dovuto farlo sul serio. Se voleva ridurre i costi della politica bastava ridurre il numero dei parlamentari e il loro stipendio. Queste cose non ci sono in una riforma che riduce solo gli spazi della democrazia che è invece proprio quello che bisogna ricostruire in Italia. Una vittoria del No è la condizione per riaprire un ragionamento anche sul lavoro, i diritti e lo sviluppo. Dal mio punto di vista significa collegarlo in maniera esplicita al referendum sul Jobs Act promosso dalla Cgil per la prossima primavera contro i voucher, sugli appalti, per estendere le tutele e i diritti contro i licenziamenti.

Con una crescita dimezzata sarà difficile per Renzi mantenere tutte le promesse. I dati sulla produzione industriale e la deflazione, le analisi comparate tra l’occupazione prodotta dal Jobs Act e gli altri paesi europei mostrano tutto tranne che i successi vantati dal governo. Basterà ottenere un’altra quota di flessibilità di bilancio per nascondere tutto questo?

Anziché battersi come sembra fare il governo per ottenere qualche altra flessibilità in Europa, bisogna riscrivere tutti i trattati europei. Se l’Italia volesse fare le cose seriamente, dovrebbe eliminare il pareggio di bilancio introdotto sotto la dettatura della Commissione Europea. Questo è l’unico modo per reagire alla crisi e non cambiare la Costituzione come vuole fare Renzi. Bisogna cambiare la funzione della Bce che non può essere solo quella di contenere i prezzi o gestire l’inflazione, ma di far crescere l’occupazione, favorire investimenti pubblici e privati e far crescere l’occupazione. Senza di questo vedo difficile la possibilità di una ripresa. O il tema della piena occupazione diventa centrale fuori dai parametri dell’austerità, oppure saranno sempre l’Fmi o la Bce a dettare le condizioni. E si continuerà ad affrontare i problemi tagliando lo stato sociale, licenziando e liberalizzando il mercato. Oggi siamo di fronte ai disastri di questa politica. Per questo credo che si debba aprire una battaglia sindacale e politica di riscrittura dei trattati e per ricostruire un’Europa vera che oggi non c’è.

Il ministro dell’Economia Padoan sostiene che i conti siano sotto controllo e addebita la responsabilità della crisi a fattori indipendenti dalla sua politica economica: Brexit, migranti, terrorismo. La convince?

No, assolutamente. I conti non tornano e le responsabilità non sono di altri. Restare dentro i meccanismi europei vigenti è un grave errore economico e politico. Il governo continua a illudersi che le bugie raccontate in questi due anni e mezzo nasconderanno la realtà sotto gli occhi di tutti: il trasferimento della ricchezza dai redditi al capitale continua come nell’ultima generazione: sono 8 o 9 punti di Pil. Il capitale non ha reinvestito questi soldi nell’industria ma in operazioni finanziarie e immobiliari. I profitti sono andati agli azionisti, non all’innovazione e tanto meno al welfare per contrastare le disuguaglianze sociali. Non c’è bisogno dell’Istat per dimostrare che tra gli italiani è aumentata la sfiducia verso la politica. Le elezioni amministrative di giugno hanno chiarito la distanza esistente tra il governo e la maggioranza del paese. È sotto gli occhi di tutti.

Il 2016 è anche l’anno in cui la povertà è tornata a crescere in maniera sensibile. Il governo punta sul Ddl povertà e su una misura di reddito di ultima istanza per famiglie numerose povere. La ritiene una misura adeguata all’emergenza sociale in cui viviamo?

Come Fiom sosteniamo da tempo la battaglia di Libera di Don Ciotti per il reddito di dignità. Continuo a pensare che in questo paese sia venuto il momento di una riforma fiscale e lotta all’evasione fiscale necessarie per introdurre un reddito minimo che permetta alle persone di non essere ricattabili quando non hanno un lavoro o un reddito tale da non permettergli di vivere. La lotta contro la povertà riguarda anche chi lavora: i working poors. È necessario che la politica agisca su più fronti, a cominciare da quello della cancellazione delle forme obbrobriose di lavoro povero come i voucher. Il primo punto da affermare è che chiunque lavori possiede diritti che non possono essere messi in competizione con quelli degli altri e devono essere garantiti tutti nello stesso modo. In questa politica rientra il rinnovo dei contratti nazionali di lavoro. Se il governo vuole fare una cosa utile approvi una norma per detassare, non solo a livello aziendale, gli eventuali interventi che estendono forme di sostegno al reddito ai contratti di lavoro. Per questo è importante fare in modo che i contratti nazionali di lavoro abbiano validità erga omnes e impedire alle imprese di non applicarli. In Italia serve la certezza del diritto.

Sembra che la svolta negativa del Pil imporrà al governo uno stop sulle risorse che dovrebbe stanziare nella legge di stabilità su contratti e pensioni. Davanti a un blocco cosa farete?

Quando si parla di risorse bisogna ricordare alcune cose. Quanti sono i miliardi dati a pioggia alle imprese in questi anni? La riduzione dell’Irap, gli sgravi contributivi sulle assunzioni del Jobs Act senza articolo 18. Stiamo parlando di decine di miliardi. Chi dice che non ci sono soldi non dice il vero. Sono scelte sociali molto precise. Senza contare che si discute di ridurre la tassazione sui profitti. Se si vuole cambiare strada e ricostruire una giustizia sociale bisogna ripartire dal rapporto tra occupazione e consumi e da questo affrontare tutti gli altri problemi. Il rinnovo del contratto nazionale riguarda tutti i lavoratori italiani, non solo i diretti interessati. Le risorse vanno trovate e bisogna pensare a un sistema che tuteli veramente il potere d’acquisto. Se si vogliono rilanciare gli investimenti bisogna avere un’idea sulle politiche industriali e farle. E comunque la detassazione degli utili la farei alle imprese che investono nel nostro paese e non ricorrerei più alle politiche dei fondi a pioggia.

Sul contratto dei metalmeccanici Federmeccanica sostiene che la disponibilità a firmarlo c’è ma continua a puntare sul collegamento trra salario e produttività, welfare aziendale e formazione. Avete già manifestato contro questa impostazione. Cosa farete a settembre?

Federmeccanica è di fatto ferma alla proposta che ha avanzato un anno fa. Abbiamo già fatto 20 ore di sciopero in maniera unitaria. È necessario che cambi la posizione e si renda conto che in Italia non è possibile sostituire il contratto nazionale e sostituirlo con quello aziendale. I due livelli sono autonomi e il contratto nazionale deve essere in grado di rappresentare i lavoratori anche sul salario. È molto importante che la loro disponibilità sia esplicitata a settembre. In caso contrario discuteremo su altre forme di mobilitazione. È utile per le imprese andare al rinnovo del contratto sperimentando anche elementi innovativi come innovazione e Welfare, ma è importante stabilire che i contratti nazionali abbiano una loro validità se approvati dalla maggioranza dei lavoratori. In questa fase difficile potrebbe essere l’occasione di superare gli accordi separati.

Con la segretaria della Cgil Susanna Camusso lei ha respinto con forza la proposta del mutuo pensionistico. L’anticipo pensionistico Ape. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Tommaso Nannicini sostiene che i disoccupati o i lavoratori poveri che possono andare in prepensionamento saranno sollevati dal mutuo. A quanto pare gli altri no. Che ne pensa?

Quello che vuole fare il governo con l’Ape è comunque inaccettabile. Questa idea una persona possa andare in pensione facendo un debito è una follia. La crisi ci ha fatto pagare ampiamente le politiche dell’indebitamento. È un insulto alle persone oneste che per una vita hanno pagato i contributi. Se il governo mantiene posizioni di questa natura c’è bisogno di pensare a forme di mobilitazione. Al sindacato è imputato di non avere mosso un dito quando il governo Monti varò la riforma Fornero. Quella ferita sulle pensioni è ancora aperta.

Landini, la domanda è d’obbligo. L’onorevole Sannicandro di Sel ha sostenuto in un dibattito parlamentare sul taglio degli stipendi dei parlamentari che «i parlamentari non sono lavoratori subordinati dell’ultima categoria dei metalmeccanici». Sannicandro si è scusato. La frase ha fatto molto discutere a sinistra. Secondo lei rivela la separazione tra la sinistra e quella che era la sua classe di riferimento?

È assolutamente vero che i parlamentari non sono metalmeccanici e si vede in modo molto chiaro. Ci sarebbe bisogno di molti più metalmeccanici in parlamento e forse le cose andrebbero molto meglio. Si può proprio dire che le persone che per vivere hanno bisogno di lavorare sono la maggioranza e, in questo momento, i loro bisogni e visioni non sono rappresentate adeguatamente nelle camere e nel governo. Mi sembra questo il vero problema che riguarda i giovani, i precari, i lavoratori subordinati, tutte le persone che hanno bisogno di lavorare.

*il manifesto

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Referendum sulla Costituzione: guida al voto

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Creato il Venerdì, 15 Luglio 2016 14:29

costituenti

La Costituzione italiana com'era all'origine, come è cambiata e come rischia di essere se passa l'ultima modifica voluta dal governo Renzi. In allegato un confronto tra tre testi per capire meglio cosa ci giochiamo nel referendum d'autunno.

La legge e l'inganno

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Creato il Mercoledì, 18 Maggio 2016 10:35

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Quella del Jobs Act è una storia d’inganni, furbizia malandrina e apparenze falsificanti. Ce n’è per tutti i gusti. Si va dall’uso (senza precedenti) di anglicismi con un forte impatto mediatico, ma d’incerto significato nella stessa lingua-madre, all’uso spericolato di parole che reclamizzano la figura di un contratto di lavoro spacciato per innovativo mentre alle spalle ha un’esperienza secolare. Si va dal rispetto soltanto formale delle procedure parlamentari – perché la legge-delega non contiene né i principi né i criteri direttivi che la Costituzione esige allo scopo di limitare la discrezionalità della decretazione delegata, ne lascia intenzionalmente nel vago l’oggetto che la Costituzione vuole predefinito ed è stata approvata ricorrendo al voto di fiducia per impedire l’esame di emendamenti e imbavagliare le dissidenze interne alla stessa maggioranza governativa – alla rottura della consolidata regola non scritta che fa precedere l’intervento legislativo da confronti nel merito coi sindacati. Si va dalla valorizzazione del potere aziendale attraverso il sostanziale ripristino della libertà di licenziare all’emarginazione della tutela giurisdizionale dei diritti in attuazione di un progetto politico che ipotizza uno scambio tra maggiore flessibilità a vantaggio dell’impresa oggi e maggiore sicurezza nel mercato domani a vantaggio del lavoratore. Uno scambio che, sebbene sia caldeggiato dalla governance europea, in un paese come il nostro ove le politiche attive del lavoro sono ancora all’”abc” è più virtuale che virtuoso.

In sintesi, la delega non solo era sostanzialmente in bianco in modo da permettere al governo di allungare le mani sull’intero diritto del lavoro, ma ha finito per assumere le caratteristiche di un’autocelebrazione della corrente di pensiero che riduce la politica a mera comunicazione.

Candido come una colomba e astuto come un serpente, il legislatore delegato ha qualificato “a tutele crescenti” un contratto di lavoro a tempo indeterminato dove la sola forma di tutela che può crescere (a ritmo annuale di 2, ma fino a un massimo di 24 mensilità) è l’indennità corrisposta in caso di licenziamento ingiustificato. Così, con un colpo solo si sono raggiunti parecchi risultati di cui non si tarderà a scoprire la contraddittorietà. Questo contratto infatti, se da un lato sembra promettere un futuro socialmente desiderabile in ragione dell’indeterminatezza della sua durata che di per sé apre uno spiraglio alla speranza di de-precarizzare il mercato del lavoro, dall’altro è nemico di ogni aspettativa di stabilità in ragione del riformarsi delle condizioni del potere di comando che per tradizione era simboleggiato dalla licenza di licenziare. Anzi, è un contratto socialmente pericoloso perché è associato a una tutela contro il licenziamento illegittimo dominata non tanto dalla preoccupazione di rimuovere l’illecito e le sue conseguenze quanto piuttosto di garantire all’imprenditore l’irreversibilità delle sue decisioni, per illegali che possano risultare in giudizio. E ciò perché nemmeno la perdita di un posto di lavoro senza alcun giustificato motivo è percepita dal governo come un dramma per chi la subisce; facendo sua l’ottica dell’impresa, il governo valuta il licenziamento illegittimo alla stregua di un costo di cui è bene conoscere in anticipo l’importo e predeterminarlo nella misura più contenuta possibile. Flebile e blanda, stante l’importo mediamente modesto dell’indennità dovuta, è una tutela che rende questo contratto competitivo in termini di costi diretti e indiretti col contratto a tempo determinato, ormai completamente liberalizzato, proprio facilitando la cessazione del rapporto di lavoro a iniziativa dell’imprenditore. Alla fin dei conti, la tutela è qualitativamente identica a quella prevista in epoca anteriore allo Statuto dei lavoratori. La reintegrazione nel posto di lavoro, infatti, sarà per i neo-assunti una sanzione del tutto residuale: una remota eventualità. Come dire: se non si è in presenza di un decesso prematuro del diritto del lavoro, è innegabile che lo si è fatto tornare all’età dell’adolescenza.

Candido come una colomba e astuto come un serpente, il legislatore delegato ha previsto l’eutanasia dell’art. 18 che la legge Fornero aveva reso “cugino moribondo” di quello preesistente. Esso, infatti, è destinato a estinguersi via via che i (milioni di) lavoratori assunti a tempo indeterminato in servizio prima dell’entrata in vigore della riforma se ne andranno dall’azienda di appartenenza. Come dire che si dissolverà pian piano e senza necessità di abrogarlo. A quel punto, però, la decenza vorrebbe che l’accattivante ammiccamento alle “tutele crescenti” venisse soppresso per rispetto, se non degli italiani, della lingua italiana. Per quanto scaltro, è uno spot pubblicitario la cui funzione promozionale si sta esaurendo. Pertanto, una volta che si sia finalmente compreso che il successo del contratto “a tutele crescenti” nel mercato delle regole del lavoro dipendeva da un robusto, ma temporaneo abbassamento del costo del lavoro a carico della fiscalità generale, è auspicabile che la menzognera etichetta cada da sola, come una foglia secca che si stacca dal ramo. Questo, ad ogni modo, è il male minore. Il fatto è che nel frattempo il diritto del lavoro ha subito un durissimo attacco al principio-base dell’eguaglianza che la Costituzione vorrebbe vedere messo in opera nei luoghi di lavoro sia in direzione verticale che in senso orizzontale. Viceversa, è clamorosamente trasgredito in direzione verticale, perché lo svuotamento della tutela contro il licenziamento ingiustificato rilegittima la storica asimmetria dei rapporti di dipendenza personale a struttura gerarchica. Neanche all’eguaglianza in senso orizzontale sono risparmiati violenti strappi. E ciò perché la data dell’entrata in vigore del provvedimento legislativo funziona da pretesto per disapplicare la regola in assenza della quale la solidarietà sociale rischia di frantumarsi e sparire: quella per cui a lavoro eguale corrisponde un eguale trattamento. In effetti, la differenziazione di regimi del licenziamento tra vecchi e nuovi assunti non trova alcuna giustificazione nella diversità della loro condizione lavorativa. Certo, soltanto la Corte costituzionale potrà pronunciare in proposito l’ultima parola; il che prima o poi succederà. Intanto, però, è plausibile presumere che la logica adottata per stabilire che qualunque assunzione successiva al fatidico giorno dà origine a trattamenti differenziati di un istituto avente un’importanza strategica come il licenziamento ubbidisce soltanto a un calcolo di opportunità che ha molto da spartire con quello che ha portato il medesimo governo a concedere un aumento salariale di “80 euro” ai percettori di reddito da lavoro sotto una certa soglia o, più di recente, il bonus dei 500 euro ai diciottenni della Repubblica. In tutti questi casi, è sempre una questione di consenso: catturarne il più possibile o perderne il meno possibile.

Candido come una colomba e astuto come un serpente, il legislatore delegato ha sposato l’idea, in circolazione da tempo, che lo Statuto dei lavoratori sarebbe invecchiato precocemente. Un’idea che è figlia della convinzione per cui, qualora il diritto del lavoro stabilisse con la Costituzione la stessa connessione che la lingua ha con la grammatica, non sarebbe più una risorsa. Per questo l’attuale governo ritiene che quello rifondato dallo Statuto dei lavoratori nel solco tracciato dalla Costituzione fosse un diritto con un grande futuro alle spalle. Infatti, portando dentro il contratto la tutela dei diritti fondamentali di libertà e dignità dei lavoratori nel loro contenuto essenziale, il legislatore dello Statuto aveva affrontato il problema del contemperamento con la libertà dell’iniziativa economica circondando la gestione del personale con regole che testimoniavano come il contratto di lavoro differisse da altri contratti per la qualità dello scambio. Ora l’assetto dell’impianto regolativo è modificato radicalmente. Non che il problema del contemperamento sia stato accantonato. Tutt’al contrario. Semplicemente, se ne capovolge la soluzione. Non è più la logica mercantile del contratto a dover farsi carico del rispetto dei diritti fondamentali. Sono i diritti fondamentali che devono farsi carico della logica del contratto ed esserne sacrificati. Francamente, era difficile immaginarsi una fuori-uscita più clamorosa dai binari tracciati da una Costituzione che segna nella maniera più solenne possibile l’inizio dell’età della de-mercificazione del lavoro, facendone il formante dello Stato: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro».

Renzi fa male alla Costituzione. Digli di smettere

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Giovedì, 28 Aprile 2016 15:30

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La prima cosa da dire ai cittadini chiamati a esprimersi sui referendum, per “le riforme costituzionali” e per l’abrogazione della legge elettorale “Italicum”, è quella di chiedersi: “cui prodest”? A chi giova? In altri termini, all’immaginario collettivo, ottenebrato dalla politica menzognera del “neoliberismo”, pensiero unico dominante, deve essere innanzitutto chiarito che dette riforme, obiettivo ultimo e non rinunciabile di Matteo Renzi, non sono di alcuna utilità per il popolo italiano, ma servono soltanto agli interessi economici della “finanza”, cioè delle banche e delle multinazionali, alle quali Renzi, come in genere l’intera classe politica, si è da tempo asservito.

In proposito è molto importante sottolineare che la “finanza” possiede una “ricchezza fittizia”, costituita da “prodotti finanziari”, ed in particolare da “derivati” ad alto rischio per la Collettività, che ha raggiunto dimensioni stratosferiche.

E’ stato valutato che, nel 2010, il valore dei “derivati” in circolazione nel mondo ammontava a 1,2 quadrilioni di dollari, mentre il prodotto interno lordo di tutti i paesi del mondo arrivava a mala pena a 60 trilioni di dollari. La situazione odierna è certamente molto più grave, ma ciò che è da porre in evidenza è che la “finanza”, avendo in mano, quasi per intero, tutta questa “ricchezza fittizia”, è in grado di determinare, essa sola, il livello dei prezzi delle materie di maggior consumo, il valore delle singole imprese (aziende, industrie, banche, ecc.) e il livello dei tassi di interesse sul debito pubblico e privato. Ne consegue che i destini dei singoli e dei popoli sono finiti nelle loro mani.

Questa “ricchezza fittizia” è stata costruita grazie al “sistema della creazione del danaro dal nulla” da parte delle banche private, le quali sono state autorizzate dalla legge a trasformare i propri diritti di credito (derivanti da prestiti a clienti), in “titoli commerciabili”, cioè in “obbligazioni” il cui valore dipende dal fatto, certamente aleatorio, che il debito sia pagato. Questo “sistema” cosiddetto dei “derivati” si è ben presto esteso a qualsiasi “strumento finanziario” che faccia “derivare il proprio valore” da quello di altre attività, quali merci, valute, crediti, titoli, indici finanziari o addirittura eventi sportivi, corse di cavalli, gare di calcio, ecc. Si tratta in sostanza di “scommesse” sul verificarsi di un determinato evento. Un vero e proprio assurdo.

Le leggi che rendono legittimi questi “strumenti finanziari” sono state emanate, dapprima negli Stati Uniti, e poi man mano in molti Stati dell’Occidente. In Italia, la legge n. 448 del 2001 (finanziaria 2002) autorizza gli enti locali a pareggiare i propri bilanci con i “derivati”, che la legge stessa denomina “swap”. La legge n. 130 del 1999, disciplina precisamente la “cartolarizzazione dei diritti di credito”, cioè di un particolare tipo di derivati che fanno derivare il “valore” economico del titolo stesso dal “pagamento” o dal “mancato pagamento” dei “debiti cartolarizzati”. Ci sono poi numerose leggi dei governi Berlusconi, che riguardano “la cartolarizzazione delle vendite degli immobili pubblici”, il cui valore economico deriva dal fatto che detti immobili “siano venduti” o restino “invenduti”; ci sono ancora leggi che prevedono un’altra forma di “derivati”, i “project bond”, il cui “valore” deriva dal fatto che la costruzione di una determinata opera pubblica “produca” o “non produca” un aumento di valore degli immobili circostanti, e l’elenco, lo si creda, potrebbe continuare a lungo. Questi “titoli commerciabili” sono in sostanza delle obbligazioni, per così dire, “a rischio”, il cui valore, come si è appena detto, deriva dal verificarsi o meno di determinati eventi, e servono per “trasferire” sugli acquirenti” il “rischio” insito nel titolo stesso. Se, poi, con detti titoli si pareggiano i bilanci di una banca che non può fallire, ovvero un ente pubblico territoriale, è chiaro che il rischio viene direttamente trasferito sulla collettività.

Tutto questo avviene a livello mondiale. La situazione, tuttavia, è ancora più grave in Europa, nella quale dirige le operazioni la cd. “troica”, che è formata: dalla BCE, composta da 18 banche centrali “private”, dalla Commissione Europea (completamente asservita ai voleri della finanza) e (non si sa bene a quale titolo) dal Fondo Monetario Internazionale, formato da 12 banche “private” di primaria importanza, tra le quali la Rothschild, la Goldman Sachs, la J. P. Morgan, e da una moltitudine di altre banche private tra loro collegate e in genere dipendenti dalle banche maggiori. Questo organismo, sotto la spinta autoritaria della Bundesbank, che è la più forte delle banche centrali europee, impone agli Stati membri del sud Europa una “politica di austerità”, al fine dichiarato, ma assolutamente menzognero, di diminuire il debito pubblico, che poi, con altra menzogna, viene fatto ritenere come conseguente ai “costi dello stato sociale”, e non, come realmente è, agli alti “tassi di interesse” imposti dai mercati sui titoli del debito pubblico. E si noti al riguardo che i paesi del nord Europa, e specie i paesi scandinavi (che sono portati a modello) spendono per i servizi pubblici essenziali di gran lunga molto più dell’Italia e, in genere, dei Paesi del sud Europa. In effetti, non può sfuggire all’opinione pubblica che l’imposizione della politica di austerità, facendo tagliare le spese e facendo diminuire gli investimenti in attività produttive, comporta una “aumento” e non una “diminuzione” del debito pubblico, visto che si tratta di un rapporto tra debito e PIL. Come se ciò non bastasse, questo Organismo impone agli Stati del sud Europa anche i cd. “compiti a casa”, l’obbligo cioè di attuare riforme che, anziché far crescere l’economia con investimenti produttivi, la fanno andare in recessione aumentando la disoccupazione.

E qui viene in evidenza l’altro strumento che, oltre la “creazione del danaro dal nulla”, utilizza la “finanza”: le “privatizzazioni” dei beni pubblici in proprietà collettiva del popolo, le quali sono presentate come” vantaggiose” per gli interessi degli Italiani, in quanto servono a pareggiare i bilanci pubblici. Si tratta, invece, di strumenti menzogneri e micidiali, poiché recidono il legame tra un’industria, o un altro bene produttivo, ed il territorio, facendo in modo che questo bene, che apparteneva a tutti i cittadini e che è stato venduto a un solo soggetto, di solito straniero, vaga per il mondo come vaga il suo titolare con la conseguente “delocalizzazione” che provoca perdita dei posti di lavoro ed ulteriore miseria.

Altra disastrosa menzogna è quella che riguarda la proclamata bontà delle “liberalizzazioni”, anch’esse volute da questa specie di Europa che Europa non è, le quali sono invece dannosissime per l’Italia, poiché pongono in concorrenza aziende ed industrie dei paesi del sud Europa, e soprattutto italiane, con aziende ed industrie straniere, come quelle tedesche, che godono dei favori del mercato, e quindi godono di una posizione di vantaggio (posizione economica dominante), e agiscono spesso violando impunemente i Trattati internazionali e quelli dell’Unione Europea.

Non può sfuggire a nessuno che, In realtà, le “privatizzazioni” e le “liberalizzazioni” servono per far sì che la finanza possa trasformare in “beni reali” i beni “fittizi” creati dal nulla, possa cioè impunemente esercitare un’opera predatoria di rastrellamento dei beni reali esistenti, annientando la sua originaria funzione che era quella di investire, guadagnare sugli investimenti (il profitto) e aumentare l’occupazione. In altri termini, l’antico percorso “finanza-prodotto-finanza”, si è ora trasformato nel percorso “finanza-finanza”, con l’effetto di produrre ricchezza per pochi e disoccupazione, recessione e miseria per tutti coloro che non fanno parte della ristretta “oligarchia neocapitalistica”.

Si capisce, a questo punto, che l’ultimo ostacolo che la finanza desidera fortemente superare per la realizzazione completa del suo “progetto politico” è costituito dall’esistenza in Europa delle Costituzioni del secondo dopoguerra, che tutelano i diritti fondamentali della persona umana e che impediscono le subdole operazioni delle quali si è detto. D’altro canto è da segnalare che già oggi il Meccanismo Europeo di Stabilità, l’Organo dell’UE che elargisce i prestiti, gettando nella miseria e nella morte milioni di persone (vedi la Grecia), si avvale di taluni provvedimenti normativi che dichiarano i loro componenti “immuni da qualsiasi responsabilità penale, civile e amministrativa, ed immuni i loro archivi”, in modo che nessun giudice nazionale possa leggere i documenti in essi conservati. Questa “immunità” verrà estesa a tutti gli operatori economici e finanziari con la firma, già promessa da Renzi, del Trattato Transatlantico tra Stati Uniti e UE (TTIP), di prossima sottoscrizione.

Eppure, questo “deforme sistema economico finanziario” che è stato creato dal pensiero neoliberista e attuato dall’oligarchia finanziaria, potrebbe essere facilmente smantellato, se si abrogassero le leggi incostituzionali sinora emanate in materia dai singoli Stati e, per quanto ci riguarda, si applicasse il sistema dell’”economia mista” previsto dalla Sezione terza della Parte prima della vigente Costituzione repubblicana. Ma, ovviamente, i governi Europei, ed in particolare i nostri, del tutto asserviti alla finanza, si guardano bene dall’applicare le proprie Costituzioni e fanno di tutto per distruggerle. Infatti, da noi, le modifiche costituzionali oggetto di referendum servono proprio per fare in modo che una ristretta cerchia di elettori, che potrebbero costituire anche solo il 20 o 25 per cento dell’elettorato attivo, possa, mediante il sistema del ballottaggio previsto dall’attuale legge elettorale, detta “Italicum”, avere la stragrande maggioranza dei seggi in Parlamento, e, essendo stato il Senato reso del tutto passivo ed imbelle dalla stessa riforma, attuare agevolmente “ulteriori modifiche” anche della parte prima della Costituzione, cancellando persino i “diritti fondamentali” che più insidiano gli interessi della finanza, come il diritto alla salute, all’istruzione, alla ricerca scientifica e tecnologica e così via dicendo.

E’ opportuno comunque ricordare che tutti i provvedimenti legislativi approvati nel corso del governo Renzi hanno questa incredibile caratteristica: sono a favore della finanza internazionale (soprattutto statunitense e tedesca) e sono contro gli interessi del Popolo italiano, contro la salute dei cittadini e contro l’ambiente. Per esser brevi, citiamo soltanto l’art. 1 del decreto “Sblocca Italia”, nel quale si legge che “in caso di motivato dissenso da parte di un’Amministrazione preposta alla tutela ambientale, paesaggistico territoriale, del patrimonio storico o artistico o alla tutela della salute e della pubblica utilità, la questione, in deroga all’art. 14-quater, comma 3, della legge 7 agosto 1990, n. 241, e successive modifiche e integrazioni, è rimessa alla decisione del Commissario, che si pronuncia entro quindici giorni”. Il che vuol dire che l’interesse all’esecuzione dell’opera (molto spesso inutile o dannosa) prevale sulla tutela del territorio, della salute e dell’incolumità dei cittadini. Si potrebbero peraltro citare una serie interminabile di provvedimenti che vanno in questo senso: si pensi al “Jobs Act”, che ha eliminato con un tratto di penna i diritti dei lavoratori conseguiti dopo decenni di lotta, alla “buona scuola”, che affida tutto a un “manager” e privilegia le scuole dei ricchi al posto di quella pubblica di tutti, alla “riforma della P. A.”, la quale, tra l’altro, ha disposto che il principio del “silenzio assenso” valga anche per le zone vincolate, mentre ha tolto autorità alle Soprintendenze, accorpandole e sottoponendole al Prefetto.

Ciò detto si capisce che Renzi dice il vero quando annuncia che, se perdesse il referendum, lascerebbe la politica: egli, evidentemente, ha assicurato ai suoi sostenitori “finanziari” che avrebbe cancellato la nostra Costituzione Repubblicana. Cosa che, come si è visto, è resa possibile attraverso la modifica costituzionale in esame in rapporto alla nuova legge elettorale detta Italicum. Una combinazione di leggi che consegnerebbe il Parlamento ed il Paese ad una minoranza, divenuta, per la “magia” delle modifiche renziane, una “maggioranza fittizia”, facilmente manovrabile dal Capo del governo.

Ecco allora che si rende necessaria la battaglia referendaria che sta per iniziare: dire chiaramente NO a questa riforma costituzionale ed a questa legge elettorale rappresenta un dovere per ogni cittadino Italiano ed una necessità improrogabile per l’interesse dell’intero nostro Paese.

 

*Vice presidente emerito della Corte costituzionale

L’orizzonte di (non) senso della riforma costituzionale

Category: Zoom. Articoli e commenti (3)
Creato il Giovedì, 31 Marzo 2016 16:41

costituzione

 

Come la costituzione vigente è il prodotto di un’assemblea elettiva così la sua revisione non può avere una diversa provenienza: deve cioè essere opera del Parlamento senza interferenze governative. Viceversa, lo stile di gestione di questa riforma della costituzione è identico a quello esibito nel corso della vicenda del disegno di legge-delega chiamata (chissà perché) Jobs Act. Una vicenda che è stata marcatamente segnata dal protagonismo del governo. Cosa che, se è comprensibile in presenza di una legge-delega purché non risulti (come in quel caso) prevaricante, è assolutamente censurabile quando la discussione verte sulla revisione di un patto che, come quello costituzionale, sta sopra la politica di tutti i giorni. Altrimenti, va a finire che succede quel che è successo: incurante che la costituzione sia paragonabile alla carta d’identità di un paese – di tutto il paese e non solo di una sua parte – Matteo Renzi ha trasformato il giudizio popolare sulla riforma in un giudizio sull’operato del governo e dunque in un plebiscito che evoca suggestioni bonapartiste.

Ad ogni modo, nemmeno la vocazione a semplificare faccende complesse esenta dal commettere pasticci. Lo si è visto anche stavolta. Il colmo è stato raggiunto allorché si è dovuto ridisegnare il Senato.

La norma che lo riguarda è un semi-lavorato, povero di indicazioni precise e ricco di nebulosità. Quel che se ne ricava non consente di prevedere se l’istituzione avrà un futuro di cui fidarsi né come riuscirà a formarsi un’identità di cui andare orgogliosa. Il solo dato inequivocabile è che i suoi 100 componenti si suddividono in consiglieri regionali (74), sindaci (21: 1 per regione) eletti dai consigli regionali e illustri personalità (5) nominate (per 7 anni) dal Presidente della Repubblica.

A parte l’inspiegabilità della partecipazione di artisti o scienziati o letterati ad un organismo di rappresentanza (non della Nazione, ma) degli enti territoriali se non come un omaggio alla memoria della figura dei senatori a vita che scompare, la principale singolarità del nuovo Senato risiede nella folta presenza di membri part-time e nell’alto tasso di turn-over dei medesimi. A tempo parziale, infatti, saranno sia i consiglieri regionali-senatori che i sindaci-senatori e ciascuno di loro non potrà mantenere il laticlavio se, per qualunque motivo, dovesse abbandonare la carica istituzionale in ragione della quale è stato designato. Comunque, le incertezze più gravi si addensano sulla legittimazione e sul ruolo del nuovo Senato.

Anche a questo proposito si sa pochissimo. Può dirsi soltanto che, contrariamente a quanto si sente stancamente ripetere, non è vero che il bicameralismo sia finito. A dispetto del mantra della rapidità dei processi decisionali e del risparmio dei costi della politica, da paritario (come è stato finora) si è convertito in un bicameralismo differenziato (ma si potrebbe anche dire: azzoppato). Infatti, la formazione delle leggi costituzionali (inclusa la revisione della costituzione) e, limitatamente ad alcune materie scarsamente omogenee, delle leggi ordinarie continuerà ad essere sottoposta ad un regime bicamerale.

Il mutamento istituzionale risente visibilmente della maldestra mediazione intervenuta tra gli abolizionisti del bicameralismo perfetto e i suoi fautori, convinti che sia una irrinunciabile garanzia. Priva di risposta infatti è rimasta la domanda consistente nel sapere se e come si giustifica la facoltà di legiferare (persino in materia costituzionale) da parte di un organismo che non è eletto a suffragio universale e diretto. Evidentemente, l’inconciliabilità delle posizioni in campo non consentiva di rispettare il crono-programma fissato dal governo e, allora, per uscire dall’impasse si è optato per il rinvio ad una legge che non c’è. Il rinvio è contenuto in una formula di sapore oracolare: i 74 consiglieri regionali saranno “eletti” dai rispettivi consigli “in conformità alle scelte che saranno espresse dagli elettori”. Ovviamente, la medesima legge dovrà inoltre chiarire come saranno scelti i 21 sindaci.

Può sembrare paradossale che la riforma costituzionale sia approssimativa e lacunosa proprio per quanto attiene all’istituzione che era nel centro del mirino fin dall’inizio. A ben vedere, invece, non è una stranezza. Il fatto è che durante il suo iter parlamentare è stato approvato l’Italicum, figlio dell’accordo Renzi-Berlusconi noto come patto del Nazareno, e il Senato è diventato il terreno sul quale organizzare (sia pure tardivamente) una qualche resistenza, se non per contrastare, almeno ridimensionare il culto della governabilità sacralizzato da una legge per eleggere i (soli) deputati: maggioritaria, con premio e abolitiva della doppia fiducia.

In effetti, in presenza di regole che permettono ad un solo partito di formare il governo anche se espressione di una minoranza di votanti e lo esonerano dal chiedere la fiducia al Senato, perché gli basta ottenerla alla Camera del deputati, non è da visionari presagire la compressione del pluralismo politico-culturale e in conseguenza della dialettica democratica.

Uno sguardo d’insieme permette infatti di capire come e quanto l’Italicum sia stato influenzato dall’idea dell’uomo solo al comando.

Ottiene la maggioranza assoluta dei seggi della Camera (340 su 630, ossia il 54%) il partito che al primo turno supera il 40 % dei voti o, in alternativa, che batte l’avversario al ballottaggio: indipendentemente, in entrambe le ipotesi, dal numero dei voti. Ciò significa che il leader vittorioso ha in tasca la designazione alla premiership: il Presidente della Repubblica non può non dargli l’incarico a formare il governo e la fiducia della Camera è scontata. Non a caso, la ministra Maria Elena Boschi ha già detto che breve ormai è la distanza tra il regime parlamentare risultante dalla riforma e il regime presidenziale. Non è un’affermazione imprudente. In quanto contiene l’annuncio della prossima riforma, è sincera.

Per questo, il dibattito sulla riforma del sistema bicamerale è stato condizionato dall’esigenza di evitare che, combinandosi con l’Italicum, l’innovazione costituzionale determini il corto-circuito della democrazia rappresentativa, una volta che con l’eliminazione della doppia fiducia venga tolta al Senato la funzione d’indirizzo politico e di controllo sull’azione del governo. Come dire: la chiave di lettura della riforma costituzionale va cercata al di fuori del testo riformato e trovata dentro le dinamiche che si svilupperanno in applicazione dell’Italicum. Infatti, l’orizzonte di senso della riforma è tracciato da una legge elettorale pensata per attuare la costituzione che verrà e da una revisione di quella che c’è trainata da una legge elettorale che ammicca al presidenzialismo. Più che insensato, il percorso è spericolato, perché la tenuta costituzionale della legge elettorale è precaria.

Il Tribunale di Messina, il più sollecito tra quanti finora interpellati, ha già ritenuto non manifestamente infondato il sospetto della sua incostituzionalità per lesione dei principi fondamentali della rappresentanza democratica e su di esso la Consulta dovrà pronunciarsi. Non è questa la sede per analizzare la motivazione dell’ordinanza di rimessione all’Alta Corte. Conta piuttosto mettere in evidenza due osservazioni conclusive. Prima: le argomentazioni sono ricalcate su quelle di recente svolte dalla stessa Consulta per bocciare il Porcellum praticato in occasione delle ultime elezioni. Seconda: l’Italicum gli somiglia pericolosamente. Il che significa che la riforma costituzionale è stata approvata da un Parlamento politicamente delegittimato che, proprio per questo motivo, avrebbe dovuto limitarsi a produrre una legge costituzionalmente corretta in base alla quale rinnovare i suoi componenti, e non incamminarsi verso il cambiamento del sistema costituzionale.

 

 

 

 

 

Il destino della Costituzione è più importante di quello di Renzi

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Creato il Mercoledì, 24 Febbraio 2016 11:30

costituzione

 

La campagna referendaria è partita. Consapevole o meno Renzi, con la sua affermazione che il suo futuro personale è legato all’esito del referendum sulle modifiche costituzionali, contribuisce a destare interesse per un appuntamento politico che molti elettori neppure sapevano ci sarebbe stato. Naturalmente sovrapporre il suo destino all’esito del referendum da parte di Renzi è strumentale, per mettere il merito del referendum in secondo piano, per sfuggire alle accuse di stravolgere la Costituzione nata dalla Resistenza, puntando ad una sorta di Sindaco d'Italia o, come dicono altri, ad un premierato forte mascherato. Renzi lo fa puntando a trasformare questo appuntamento in un referendum su di lui piuttosto che sullo stravolgimento della Costituzione che è il vero oggetto del referendum.

Questo tentativo strumentale va respinto. Gli elettori saranno chiamati a votare sulle modifiche della Costituzione che è cosa ben più importante del destino di Renzi.

Lo stravolgimento della Costituzione attuato con queste modifiche, fortemente volute da Renzi, sta arrivando in porto con modalità che stravolgono la prassi e lo spirito della Costituzione, lavorando su proposte del governo per rafforzane il ruolo diminuendo quello del parlamento, fingendo di dimenticare che dovrebbe essere il parlamento a definire il ruolo del governo e non viceversa. Non va infatti dimenticato che la Costituzione stabilisce che l'Italia è una repubblica parlamentare.

Va aggiunto che Renzi dopo avere ricattato numerose volte i parlamentari (o votate la fiducia al governo o tutti a casa) perfino sulla legge elettorale, ora cerca di ricattare gli elettori minacciando il suo ritiro con un sovraccarico che riguarda solo lui e il suo metodo di continuo rilancio della posta in gioco.

Occorre reagire con serenità, mantenendo al centro il merito delle proposte sottoposte a referendum, per convincere gli elettori a respingerle. Se poi qualcuno approfitterà della sfida per altri fini sarà responsabilità anzitutto di chi ha innescato questa spirale perversa, cioè Renzi stesso.

Va sottolineato che in ballo ci sono oltre le pur decisive modifiche della Costituzione anche la legge elettorale. Infatti sul piano degli effetti istituzionali le modifiche costituzionali sono intrecciate fino a fare un tuttuno con la legge elettorale Renzi-Boschi.

La legge elettorale, approvata con un abuso del voto di fiducia, infatti contribuisce a cambiare la sostanza delle regole democratiche e in particolare della rappresentanza politica del nostro paese, con una pesante torsione maggioritaria. Un solo partito avrà un enorme premio di maggioranza (340 deputati) se raggiungerà il 40 % dei voti al primo turno. Altrimenti andrà al ballottaggio con il secondo piazzato e il vincitore nello spareggio avrà un premio di maggioranza ancora maggiore. Inoltre i deputati saranno per almeno i 2/3 nominati dal capo partito (nel caso specifico capo del partito e insieme del governo) il quale si troverà ad avere del tutto asservita l'unica Camera che da' e toglie la fiducia al governo e che ha l'ultima parola sui provvedimenti di legge. Se a questo aggiungiamo la spogliazione di poteri delle regioni, l'accentramento delle decisioni nelle mani del governo perfino sui tempi dei lavori parlamentari, il declassamento del Senato ad una camera dopo-lavoro, visto che sindaci e consiglieri regionali sono eletti per fare altre cose, e quindi non potranno esercitare seriamente neppure i poteri rimasti, con senatori non eletti e che quindi non rispondono agli elettori. Così arriviamo alla chiusura del cerchio di un accentramento mai visto dei poteri nelle mani del capo del governo, con una torsione se non proprio autoritaria certamente molto decisionista. Del resto ne abbiamo avuto gia' numerose anticipazioni, da atteggiamenti di negazione del valore del dialogo sociale e in particolare del ruolo dei sindacati, all'attacco ai diritti di chi lavora rappresentato dalla liberalizzazione del tempo determinato e dalla cancellazione dell'articolo 18 per i nuovi assunti, fino a decisioni su materie ambientali che hanno fatto insorgere le regioni che hanno chiesto un referendum contro i permessi di trivellazione concessi in spregio alle norme ambientali. In futuro per le regioni questo referendum sarebbe molto difficile chiederlo.

Sono solo alcune della anticipazioni che dicono molto della concezione del potere e quindi del significato delle modifcihe della Costituzione, insieme alla legge elettorale.

Non si tratta solo della ricerca di un rafforzamento del potere personale da parte di Renzi, che pure c’è. C'e' qualcosa di più. La cortina fumogena alzata con la polemica con Juncker non serve solo ad ottenere qualche zero virgola di flessibilità in più, dopo avere abbandonato in passato la Grecia al suo destino, ma rivela che il governo Renzi per rispettare i parametri europei (più o meno gli stessi che ha dovuto subire la Grecia) si prepara a manovre pesanti, socialmente indigeribili e che le misure che rafforzano il potere autoritativo del governo sono funzionali a farle passare, costi quel che costi, cioè ad imporle nei prossimi anni.

Il referendum sulle modifiche della Costituzione e la raccolta delle firme per promuovere quelli sulla legge elettorale saranno un’occasione importante per le elettrici e gli elettori per farsi sentire, tanto più che altri referendum saranno in campo a partire dalla scuola e dal lavoro. Ad aprile partirà la raccolta delle firme per ottenere i referendum per abolire premio di maggioranza e ballottaggio e garantire il diritto per i cittadini di eleggere tutti i deputati, senza nominati dai capi partito.

Costituzione, contro la controriforma

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Creato il Mercoledì, 03 Febbraio 2016 17:16

Costituzione

 

Per evitare che il silenzio serbato dal Capo dello Stato, nel discorso di fine anno, relativamente alla riforma costituzionale Renzi-Boschi, assumesse un significato negativo per il Governo, l’Unità del 4 gennaio ha pubblicato un commento al discorso del 21 dicembre del Presidente Mattarella, limitatamente al passaggio nel quale aveva affermato che se la riforma Renzi non dovesse giungere a compimento in questa legislatura, subentrerebbe un senso di incompiutezza che «rischierebbe di produrre ulteriori incertezze e conflitti, oltre ad alimentare sfiducia, all’interno verso l’intera politica e all’esterno verso la capacità del Paese di superare gli ostacoli che pure si è proposto esplicitamente di rimuovere».

Beninteso, il Presidente Mattarella ha sottolineato di non voler entrare «nel merito di scelte che appartengono alla sovranità del Parlamento». Pertanto non sembra corretto interpretare tale passaggio, come ha fatto il commentatore, nel senso di una scelta di campo in favore della riforma Renzi-Boschi. E’ tuttavia vero che la frase del Presidente registra un sentimento di incompiutezza che qualsiasi Capo dello Stato avvertirebbe di fronte ad un prolungato impegno parlamentare non conclusosi positivamente.

Ciò premesso è però opportuno fare chiarezza su due punti del passaggio.

Il primo punto è che la vittoria del No, proprio perché il referendum ha sempre un significato bidirezionale, non sarebbe priva di significato. Se, come noi auspichiamo, la riforma Renzi verrà respinta dagli elettori, ciò vorrebbe dire che non noi, ma la Costituzione del 1947 ad aver vinto ancora, come già avvenne nel referendum confermativo del 2006, quando il 65 per cento degli elettori respinse la riforma Berlusconi, che prevedeva il “Premierato assoluto”, antesignano della riforma Renzi.

Tale sconfitta non produsse né incertezze né conflitti. Anzi, la netta vittoria del No fu salutata da Leopoldo Elia - vicino culturalmente e affettivamente al Presidente Mattarella come io lo fu a lui - come la legittimazione popolare che finalmente aveva coronato la Costituzione del 1947.

Ma c’è di più. Il referendum costituzionale è previsto e disciplinato dalla nostra Carta fondamentale come una “garanzia” della Costituzione (v. il Titolo VI intitolato “Garanzie costituzionali”), nel senso cioè che esso è stato studiato e previsto per “opporsi” alle modifiche della Carta che non siano votate dai due terzi delle Camere. E quindi è un espediente truffaldino che il Governo si faccia promotore del referendum, come già anticipato da Renzi, al fine di distorcerne il senso e le finalità “oppositive”, per trasformarlo in un plebiscito in favore del Governo.

Il secondo punto è che l’auspicabile fallimento della riforma Renzi sarebbe tutt’altro che immotivato, perché essa privilegia la governabilità sulla rappresentatività; elimina i contro-poteri esterni alla Camera senza compensarli con contropoteri interni; riduce il potere d’iniziativa legislativa del Parlamento a vantaggio di quella del Governo; prevede almeno sei o sette tipi diversi di votazione delle leggi ordinarie con conseguenze pregiudizievoli per la funzionalità delle Camere; nega l’elettività diretta del Senato ancorché gli ribadisca contraddittoriamente la spettanza della funzione legislativa e di revisione costituzionale; sottodimensiona irrazionalmente la composizione del Senato rendendo irrilevante il voto dei senatori nelle riunioni del Parlamento in seduta comune; pregiudica il corretto adempimento delle funzioni senatoriali, divenute part-time delle funzioni dei consiglieri regionali e dei sindaci.

Mi fermo qui, ma potrei continuare ancora a lungo: dall’esclusione del Senato nella deliberazione dello stato di guerra (leggi: l’invio all’estero delle missioni militari) ai cinque inutili senatori rappresentanti pro-tempore del Presidente della Repubblica in carica, ai difficili raccordi del Senato delle autonomie sia con lo Stato, sia con le stesse Regioni (i governatori stanno là e non a Palazzo Madama!) sia infine con l’Unione europea…

Ma come si è potuti pervenire a questo risultato a dir poco confuso e contraddittorio? Sulla base di quali accadimenti storico-politici ciò è stato possibile?

Ciò dipende da due accadimenti tra loro contrastanti: da un lato la sentenza n. 1 del 2014 con la quale la Corte costituzionale dichiarò l’incostituzionalità della legge elettorale in forza del quale la XVII legislatura era stata costituita; dall’altro l’inosservanza, da parte del Governo e della maggioranza parlamentare, dei limiti temporali che tale sentenza imponeva al legislatore.

Mi spiego meglio. La Corte, pur dichiarando l’incostituzionalità del Porcellum, consentì espressamente alle Camere di continuare ad operare e a legiferare, non però in forza della legge elettorale dichiarata incostituzionale, bensì grazie a un principio fondamentale del nostro ordinamento conosciuto come il «principio di continuità dello Stato». La Corte richiamò due esempi di applicazione di tale principio: la prorogatio dei poteri delle Camere, a seguito delle nuove elezioni, finché non vengano convocate le nuove (art. 61 Cost.); la possibilità delle Camere sciolte di essere appositamente convocate per la conversione in legge di decreti legge (art. 77 comma 2 Cost.). Ebbene, in entrambe tali ipotesi, il «principio fondamentale della continuità dello Stato» incontra limiti di tempo assai brevi, non più di tre mesi!

Pertanto, ammesso pure che le nuove elezioni non potessero essere indette nei primi mesi del 2014 perché lo scioglimento delle Camere avrebbe portato alle stelle lo spread nei confronti del Bund tedesco, è però del tutto evidente l’azzardo istituzionale, da parte del Premier Renzi e dell’allora Presidente Napolitano, di iniziare una revisione costituzionale di così ampia portata nonostante la dichiarazione d’incostituzionalità del Porcellum, e quindi con un Parlamento delegittimato quanto meno politicamente, se non anche giuridicamente, con parlamentari non eletti ma “nominati” grazie al Porcellum, insicuri di essere rieletti e perciò ricattabili ed esposti alla mercé del migliore offerente. Il che è dimostrato dal record, nella XVII legislatura, di passaggi da un gruppo parlamentare all’altro «con 325 migrazioni tra Camera e Senato in poco più di due anni e mezzo, per un totale di 246 parlamentari coinvolti».

Di questa situazione di fatto, priva di chiarezza istituzionale e politica, l’attuale Presidente del Consiglio ne ha approfittato, abilmente e spregiudicatamente, con indubbio tempismo e col favore dell’allora Presidente della Repubblica, mettendo immediatamente in cantiere sia la riforma costituzionale sia il c.d. Italicum, la combinazione dei quali conduce alle distorsioni costituzionali ed istituzionali che ho precedentemente elencato ( e non solo!).

Il 29 dicembre, nella conferenza di fine anno, Matteo Renzi si è formalmente impegnato a dimettersi da Presidente del Consiglio dei ministri qualora prevalesse il No nel referendum confermativo. Nell’impegnarsi a dimettersi in caso di sconfitta, Renzi ha però inequivocabilmente ammesso che la paternità della riforma costituzionale è stata del Governo e non del Parlamento, come invece dovrebbe essere e come è sempre stato finora (con l’eccezione della riforma costituzionale Letta, altrettanto criticabile).

Il che risponde alla semplice, ma ovvia, ragione istituzionale di non coinvolgere nell’indirizzo politico di maggioranza il procedimento di revisione costituzionale, il quale si pone ad un livello ben più alto della politica quotidiana: un livello al quale anche le opposizioni devono poter avere voce in capitolo.

Se ciò è vero, gli accadimenti occorsi sia in commissione sia in aula, che qui di seguito ricorderò, non costituiscono delle discrepanze procedurali. Sono invece perfettamente funzionali all’indirizzo governativo incostituzionalmente impresso al procedimento di revisione costituzionale. Mi limito a citarne quattro.

Primo. La rimozione, nel luglio 2014, dalla Commissione Affari costituzionali del Senato in sede referente, di due parlamentari (i senatori Mauro e Mineo), i quali, insieme ad altri 14 senatori, avevano invocato il rispetto della libertà di coscienza per ciò che attiene alle modifiche della Costituzione. Venne però eccepito, dall’allora vice capo gruppo del PD al Senato, che la libertà di coscienza non poteva essere invocata perché «Tra i principi fondamentali della Costituzione non rientrano certo le modalità di elezione del Senato», evidentemente qualificando come una semplice modifica del sistema elettorale lo stravolgimento in atto del ruolo e delle funzioni del Senato.

Secondo. In sede di prima lettura del d.d.l. cost. n. 2613 la sen. Finocchiaro assunse le funzioni di relatore di maggioranza e il sen. Calderoli le funzioni di relatore di minoranza. In sede di terza lettura (d.d.l. cost. n. 2613-B), mentre le funzioni di relatore di maggioranza della sen. Finocchiaro le vennero confermate, le funzioni di relatore di minoranza non vennero assegnate. Eppure si trattava di un procedimento di revisione costituzionale di cui la minoranza è parte necessaria.

Terzo. Nella seduta del 1° ottobre 2015 venne messo in votazione l’emendamento (n. 1.203) a firma dei senatori Cociancich e Luciano Rossi,, strutturato in modo tale da precludere tutta una serie di votazioni che avrebbero richiesto il voto segreto, con notevoli rischi per il Governo e per la maggioranza. Il sen. Mineo giustamente lamentò che l’emendamento Cociancich avrebbe impedito all’Assemblea di «migliorare in ordine alla competenze del Senato» e avrebbe ristretto «ancora di più il dibattito trasformandolo soltanto in un sì o in un no rispetto a ciò che vuole il Governo». E così è stato.

Quarto. La versione definitiva del futuro art. 57 Cost., di cui all’art. 2 d.d.l. n. 2613-B, prevede, nel momento in cui scrivo, due commi tra loro antitetici, uno che prevede che i senatori saranno eletti dai consigli regionali (comma 2), l’altro secondo il quale tale elezione dovrà avvenire «in conformità alle scelte degli elettori» (comma 5). Il che non sfugge alla seguente alternativa: o l’elezione da parte del Consigli regionali sarà meramente riproduttiva della volontà degli elettori e sarà quindi inutile; oppure se ne distaccherà, e in tal caso finirebbe per violare l’art. 1 Cost. che garantisce l’elettività diretta degli organi titolari della potestà legislativa.

Per la verità la via per uscire da questa contraddittorietà era addirittura …un’autostrada! La Giunta del Regolamento della Camera, Pres. Napolitano, il 5 maggio 1993, nel corso della modifica dell’art. 68 Cost., «in considerazione dell’atipicità del procedimento di revisione costituzionale» (e quindi in considerazione del doveroso rispetto nei confronti della Costituzione!), aveva infatti correttamente ritenuto ammissibile l’emendamento soppressivo di un comma già favorevolmente votato dai due rami del Parlamento (caso analogo all’attuale).

Ciò nondimeno la Presidente Finocchiaro, nella seduta del 2 ottobre 2015, senza andare troppo per il sottile, ha affossato tale precedente sulla base di un duplice, specioso argomento: 1) che la riaffermazione dell’eleggibilità diretta del Senato avrebbe altresì implicato la titolarità del rapporto fiduciario col Governo; 2) che l’ammissibilità dell’emendamento soppressivo dell’art. 2 comma 2 d.d.l. n. 1429-B sarebbe stato preclusivo dell’intera riforma.

Argomenti entrambi inesatti. E’ infatti falso che il conferimento agli eletti della titolarità del rapporto fiduciario consegua dall’elettività del Senato, costituendo piuttosto una mera scelta di diritto positivo spettante al legislatore costituzionale. Altrettanto falso è che l’emendamento soppressivo del comma 2 avrebbe precluso l’intera riforma Renzi. Se esso fosse stato favorevolmente votato, la sola conseguenza sarebbe stata la riconferma dell’elettività diretta del Senato. Nulla di più.

 

*Presidente del Comitato per il No

Referendum costituzionale: la posta in gioco

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Creato il Venerdì, 22 Gennaio 2016 15:06

referendum

 

Coloro che, la riforma costituzionale, la vedono gravida di conseguenze negative non si aggrappano alla Costituzione perché è “la più bella del mondo”. Sono gli zelatori della riforma che usano quell’espressione per farli sembrare degli stupidi conservatori e distogliere l’attenzione dalla posta in gioco. La posta in gioco è la concezione della vita politica e sociale che la Costituzione prefigura e promette, sintetizzandola nelle parole “democrazia” e “lavoro” che campeggiano nel primo comma dell’art. 1. Qui c’è la ragione del contrasto, che non riguarda né l’estetica (su cui ci sarebbe peraltro molto da dire, leggendo i testi farraginosi, incomprensibili e perfino sintatticamente traballanti che sono stati approvati) né soltanto l’ingegneria costituzionale (al cui proposito c’è da dire che nessuna questione costituzionale è mai solo tecnica, ma sempre politica).

Molte volte sono state chiarite le radici storiche e ideali di quella concezione, perfettamente conforme alle tendenze generali del costituzionalismo democratico, sociale e antifascista del II dopoguerra, tendenze riassunte nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel dicembre del 1948, di cui la nostra Costituzione contiene numerose anticipazioni, perfino sul piano testuale. Quelle, le radici della Costituzione che c’è. E quelle della Costituzione che si vorrebbe che fosse, quali sono?

Quali credenziali possono esibire gli attuali legislatori costituzionali? A parte la questione, bellamente ignorata, dell’incostituzionalità della legge elettorale in base alla quale essi sono stati eletti; a parte la falsificazione delle maggioranze che quella legge ha comportato, senza la quale non ci sarebbero stati i numeri in Parlamento; a parte tutto ciò, la domanda che deve essere posta è: quale visione della vita politica li muove? A quale intento corrispondono le loro iniziative? C’è un “non detto” e lì si trovano le ragioni di tanta enfasi, di tanto accanimento, di tanta drammatizzazione che non si giustificherebbero se si trattasse solo di riduzione dei costi della politica e di efficientismo decisionale. La posta in gioco non è di natura economica e funzionale (risparmiare sui costi e sui tempi delle decisioni). Se fosse solo questo, si dovrebbe trattare la “riforma” come una riformetta da discutere tecnicamente, incapace di sommuovere acute passioni politiche. Invece, c’è chi la carica d’un significato eccezionale, si atteggia a demiurgo d’una fase politica nuova e dice d’essere pronto a giocarsi su di essa perfino il proprio futuro politico.

Ciò si spiega, per l’appunto, con il “non detto”. Cerchiamo, allora, di dirlo, nel quadro delle profonde trasformazioni istituzionali degli ultimi decenni, trasformazioni che hanno comportato un ribaltamento della democrazia parlamentare in uno strano regime tecnocratico-oligarchico che, per sua natura, ha come suo punto di riferimento l’esecutivo. Viviamo in “tempi esecutivi”! La politica esce di scena. I tecnici ne occupano lo spazio nei posti-chiave, cioè nei luoghi delle decisioni in materia economica, oggi prevalentemente nella versione della finanza, e nel campo della politica estera, oggi principalmente nella versione degli impegni militari. La partecipazione politica che dovrebbe potersi esprimere nella veritiera rappresentazione del popolo, cioè in Parlamento, a partire dai bisogni, dalle aspirazioni, dagli ideali non è più considerata un valore democratico da coltivare, ma un intralcio. Così, del fatto che la metà degli elettori sia lontana dalla politica al punto da non trovare attrattive nell’esercizio del diritto di voto, nessuno si preoccupa: pare anzi che ce ne si rallegri. Il fatto che i sindacati trovino difficoltà nel rappresentare i bisogni dei lavoratori, invece che a spingere a misure che ne rafforzino la capacità rappresentativa, induce ad atteggiamenti sprezzanti e di malcelata soddisfazione. Che i diritti dei lavoratori siano sottoposti e condizionati alle esigenze delle imprese, non fa problema: anzi il ritorno a condizioni pre-costituzionali si considera un fattore di modernizzazione. Che i partiti siano a loro volta ridotti come li vediamo, a sgabelli per l’ascesa alle cariche di governo e poi a intralci da tenere sotto la frusta del capo e di coloro che fanno cerchio attorno a lui, non è nemmeno da denunciare con più d’una parola. A questa desertificazione social-politica corrisponde perfettamente la legge elettorale. Essa dovrebbe servire a incoronare “la sera stessa delle elezioni” il vincitore, cioè il capo politico che per cinque anni potrà governare controllando il Parlamento attraverso il controllo del partito di cui è capo. La piramide si è progressivamente rovesciata e non abbiamo fatto il necessario per impedirlo. La democrazia dalle larghe basi voluta dalla Costituzione è stata sostituita da un regime guidato dall’alto dove si coagulano interessi sottratti alle responsabilità democratiche. L’informazione si allinea; la vita pubblica è drogata dal conformismo; gli intellettuali tacciono; non c’è da attendersi alcuna vera alternativa dalle elezioni, pur se e quando esse si svolgano, e se alternative emergessero dalle urne, sarebbe la pressione proveniente da fuori (istituzioni europee, Fondo monetario internazionale, grandi fondi d’investimento) a richiamare all’ordine; nella scuola si affermano modelli verticistici e i nostri studenti e i nostri insegnanti gemono sotto programmi ministeriali finalizzati a produrre non cultura ma tecnica esecutiva.

Può essere che questo è quanto richiedono i tempi che viviamo, i tempi dello sviluppo per lo sviluppo, dell’innovazione per l’innovazione, della competitività che non ammette deroghe, della spremitura degli esseri umani, dei diritti dei più deboli e delle risorse naturali per tenere il passo sempre più veloce della concorrenza. Può essere che solo a queste condizioni il nostro Paese sia annoverabile tra i virtuosi, nei quali la finanza sovrana consideri conveniente investire le sue immani risorse; cioè, in termini più realistici, consideri conveniente venire a comperarci, approfittando delle tante privatizzazioni che segnano l’arretramento dello Stato a favore degli interessi del mercato. Gli inviti che provengono dalle istituzioni sovranazionali, legate al governo della finanza globale, sono univoci. I moniti che provengono dall’Europa (“ce lo chiede l’Europa”) sono dello stesso segno. Perfino una banca d’affari (gli “analisti” della J.P. Morgan) ha dettato la propria agenda, nella quale è scritta anche la riduzione degli spazi di democrazia che le costituzioni antifasciste del II dopoguerra (è detto proprio così e nessuno, tra le autorità che avrebbero il dovere di difendere la democrazia e la Costituzione ha protestato) hanno garantito ai popoli usciti dalle dittature. La riforma della Costituzione, promossa, anzi imposta dall’esecutivo, s’inserisce in questo contesto generale. Il “non detto” è qui. Occorre dimostrare d’essere capaci di rispondere alle richieste. Se, come si dice nella prosa degenerata del nostro tempo, non si riesce a “portare a casa” il risultato, viene meno la fiducia di cui i governi esecutivi devono godere rispetto ai centri di potere che stanno sopra di loro e da cui, alla fine dipende la loro legittimazione tecnica. La chiamiamo “riforma costituzionale”, ma è una “riforma esecutiva”. Stupisce che tanti uomini e tante donne che hanno nella loro storia politica numerose battaglie per la democrazia, si siano adeguati a subire questa involuzione, anzi collaborino attivamente chiudendo gli occhi di fronte a ciò che a molti appare evidente. La riforma costituzionale è il coronamento, dotato di significato perfino simbolico, di un processo di snaturamento della democrazia che procede da anni. Coloro che l’hanno non solo tollerato ma anche promosso sono oggi gli autori della riforma. Sono gli stessi che ora ci chiedono un voto che vorrebbe essere di legittimazione popolare a un corso politico che di popolare non ha nulla.

I singoli contenuti della riforma importano poco o nulla di fronte al significato politico. Contano così poco che chi avesse voglia di leggere e cercare di capire ciò su cui ci si chiede di esprimerci nel referendum resterebbe sconcertato. A parte la lingua, a parte la tecnica più da “decreto mille proroghe” che da Costituzione (si veda il modo di elencare le competenze del nuovo Senato), non si arretra né di fronte alle leggi della matematica e della sintassi, né alle esigenze della logica. Si prenda quello che viene presentato come il cuore della riforma, il nuovo Senato: 95 senatori che rappresentano Regioni e Comuni, più cinque che “possono essere nominati” dal Presidente della Repubblica. Quale logica regga un mélange come questo che poteva spiegarsi nel vecchio Senato che portava tracce di storia costituzionale pre-repubblicana, sfugge. Ogni Regione “ha” (sic!) almeno due senatori, e così anche le Province di Trento e Bolzano. Se si ritiene (ma non è chiaro) che tra i due non sia compreso il sindaco, che dunque si deve aggiungere al numero fisso minimo per ogni Regione, il conto è presto fatto: le Regioni sono 20; venti per 2 fa 40. A ciò si aggiungono 4 senatori per le Province anzidette, e fa 44. Si aggiungono i 22 senatori eletti tra i sindaci, uno per ciascuno dai consigli regionali e provinciali e fa 66. 95 meno 66 fa 29. Questi 29 seggi senatoriali dovrebbero servire a garantire la “ripartizione proporzionale” tra le Regioni, secondo le rispettive popolazioni! 29/20! Se si fa qualche calcolo, risulta tutto meno che la proporzionalità che pure è prevista dal IV comma dell’art. 2. Non cambia di molto il risultato, se il sindaco entra a far parte del numero due garantito a ogni regione. È un guazzabuglio di logiche diverse: la garanzia di almeno due posti in Senato corrisponde all’idea della rappresentanza degli Enti regionali, ma la distribuzione proporzionale dei seggi ulteriori corrisponde invece all’idea che, a essere rappresentate sono le popolazioni. Per non parlare del caso del Trentino Alto Adige che si troverebbe ad “avere” 6 senatori, due per ciascuna Provincia e due per la Regione (a meno che si sostenga, contro ciò che dice lo Statuto speciale, che il Trentino non è una Regione, ma è semplicemente la risultante delle due Province, nel qual caso avrebbe comunque quattro senatori). Anzi, forse ne avrebbe 7, calcolando il sindaco fuori del numero minimo di due, garantito alla Regione. Qual è il filo conduttore ha seguito il legislatore costituzionale? Ma c’è un filo conduttore o siamo allo sbando?

L’art. 2 avrebbe dovuto superare lo scoglio su cui, per un certo periodo, sembrava doversi incagliare la riforma: l’elezione indiretta o diretta. È storia parlamentare nota e non merita d’essere raccontata ancora una volta. Si è creduto di superare l’ostacolo lasciando ferma l’elezione da parte dei Consigli regionali e provinciali: dunque, elezione indiretta, aggiungendo però, in un comma (il V) che tratta di tutt’altro (la durata del mandato dei senatori), lo shibbolleth: eletti “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo” dei Consigli regionali e provinciali. Bel rompicapo! Se “in conformità” significa che i Consigli non dispongono di poteri di scelta autonoma, l’elezione non è più un’elezione ma è una ratifica. Se possono operare scelte, è la “conformità” a essere contraddetta. In più, il II comma stabilisce che i Consigli “eleggono con metodo proporzionale”: presumibilmente, in proporzione alla consistenza dei gruppi consiliari. Ma gli elettori si esprimono sulle persone. I gruppi consiliari si formano dopo. Come può esserci “conformità” quando non c’è omogeneità delle volizioni? Come può esserci proporzionalità, inoltre, se si tratta di assegnare due posti o pochi di più?

Questo articolo 2 è esempio preclaro del modo con cui si è giunti all’approvazione della riforma. Essendo prevalsa l’opinabile opinione secondo la quale nella “lettura” del Senato si sarebbe potuto intervenire solo su norme modificate dalla Camera, si è sfruttata la circostanza che alla Camera, in quel V comma, si era sostituito un “nei” con un “dai” per appiccicarci “la conformità”, oltretutto con una virgola e un inciso sintatticamente scorretti. Tutte queste difficoltà dovranno essere affrontate in una legge di attuazione. Ma, ci può essere attuazione di contraddizioni?

Queste considerazioni precedono la discussione circa l’opportunità di superare il c.d. bicameralismo perfetto, opportunità peraltro da gran tempo largamente condivisa. Ma, una cosa è il cambiare, un’altra è il come cambiare. Siamo di fronte a un testo incomprensibile. Verrebbe voglia di interrogare i fautori della riforma - innanzitutto il presidente della Repubblica di allora, il presidente del Consiglio, il ministro - e chiedere, come ci chiedevano a scuola: dite con parole vostre che cosa avete capito. Qui, addirittura, che cosa avete capito di quello che avete fatto? Saprebbero rispondere? E noi, che cosa possiamo capirci?

 

*Presidente onorario del Comitato per il No

Costituzione, anatomia di un delitto

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Creato il Mercoledì, 13 Gennaio 2016 17:33

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Per Renzi è la madre di tutte le riforme, al punto da vincolarci il proprio futuro politico; per alcuni importanti giuristi è uno stravolgimento della nostra Costituzione che mette a rischio il futuro democratico del paese. Quella che segue è una sintetica analisi – commentata, in corsivo - della riforma costituzionale voltuta dal governo, che è anche la più importante scadenza politica e istituzionale del 2016. Il referendum “confermativo” è previsto per l'autunno.

 

La fine del bicameralismo perfetto e la riduzione delle funzioni del Senato

Eliminato il rapporto di fiducia tra il Governo e il Senato: sarà la sola Camera ad accordare o revocare la fiducia al Governo.

In raccordo con la legge elettorale n. 52 del 2015 (c.d. Italicum), che assicura una maggioranza assoluta dei seggi all'unica lista che ottiene il miglior risultato (al primo turno se supera la soglia del 40% dei voti espressi; al ballottaggio senza la previsione di una soglia di partecipazione, dunque anche nel caso di una astensione maggioritaria), si produrrà l'effetto che un solo partito potrà formare il Governo e ottenere la fiducia alla Camera, anche se espressione di una esigua minoranza di votanti.

Differenziate le funzioni delle Camere:

  • alla Camera dei deputati sono attribuite la rappresentanza della Nazione, la funzione legislativa, la funzione di indirizzo politico e quella di controllo dell'operato del Governo;

  • al Senato della Repubblica sono attribuite la rappresentanza delle Istituzioni territoriali, la partecipazione al procedimento legislativo, la funzione di raccordo tra lo Stato e gli enti territoriali e la valutazione delle politiche pubbliche e dell'attività delle pubbliche amministrazioni.

Mentre è chiaro il ruolo politico-costituzionale della Camera dei Deputati, risulta indeterminato e confuso il ruolo del Senato: rappresenta gli enti territoriali, ma svolge anche altre funzioni non omogenee.

 

La composizione e l'elezione del nuovo Senato

Il Senato non è più eletto a suffragio universale e diretto. La Camera dei deputati resta l’unica Camera eletta direttamente dai cittadini.

Viene ridotto il numero complessivo dei senatori a 100 (rispetto ai 315 senatori attuali), dei quali:

  • 74 saranno consiglieri regionali eletti dai Consigli regionali di appartenenza, in conformità alle scelte espresse dagli elettori in sede di elezione degli stessi Consigli;

  • 21 saranno sindaci eletti dai Consigli regionali, nella misura di uno per ciascuno, fra tutti i sindaci dei comuni della Regione;

  • 5 nominati dal Presidente della Repubblica tra i cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario (con mandato di sette anni non rinnovabile).

La modalità di scelta dei Senatori è rimasta del tutto indeterminata. Non sciolta l'alternativa tra elezione indiretta (da parte dei Consigli regionali) o diretta (da parte del corpo elettorale), si è rinviata ad una successiva legge ordinaria.

Non è stato chiarito in che modo verranno scelti i 21 sindaci. Anche in questo caso sarà la legge ordinaria a specificarlo.

È stata introdotta una figura di senatori del tutto nuova: di nomina Presidenziale “a tempo” (anziché “a vita”, com'è adesso). La durata di sette anni è la stessa della durata del mandato presidenziale, il che collegherà questi senatori ai Presidenti in carica, con un'attenuazione della autonomia istituzionale.

 

Stravolgimento del procedimento legislativo

Stravolto il procedimento legislativo: la partecipazione paritaria delle due Camere sarà limitata a un numero definito di leggi bicamerali (leggi costituzionali e leggi in materia di elezione del Senato, referendum popolare e ordinamento degli enti territoriali).

Per tutte le altre leggi, il Senato potrà solo proporre modifiche sulle quali la Camera si pronuncia in via definitiva.

Introdotto il giudizio preventivo di costituzionalità sulle leggi elettorali delle Camere: è riconosciuta ad un terzo dei senatori o ad un quarto dei deputati la possibilità di sottoporre alla Corte Costituzionale le leggi elettorali prima della loro promulgazione.

L'iter di formazione delle leggi si complica: sono una decina le diverse modalità previste di approvazione di una legge. È forte il rischio di aumentare il contenzioso davanti alla Corte costituzionale. Saranno i Presidenti di Camera e Senato a risolvere i (prevedibilmente numerosi) casi controversi, ovvero se seguire l'uno o l'altro iter di formazione.

Il giudizio preventivo di costituzionalità sulle leggi elettorali rischia di politicizzare il giudizio della Corte costituzionale: esso avverrà subito dopo l'approvazione delle legge e sarà di natura generale e astratta. La Corte costituzionale – mediante una dichiarazione del Presidente della Corte – si era opposta a questa nuova competenza. Non è stato definito il rapporto tra questa nuova competenza (sindacato in via preventiva) e quella attualmente svolta (sindacato in via successiva): potrà una legge elettorale essere sindacata anche successivamente? E che influenza eserciterà il giudizio preventivo su quello successivo?

 

Nuovo sistema di elezione degli organi costituzionali di garanzia

Modificato il sistema di elezione del Presidente della Repubblica in conseguenza della riduzione del numero dei senatori: per l'elezione del Presidente da parte del Parlamento in seduta comune (630 deputati + 100 senatori) sono richieste le seguenti maggioranze qualificate:

  • 2/3 dell’assemblea dal primo al terzo scrutinio;

  • 3/5 dell’assemblea dal quarto al sesto scrutinio;

  • 3/5 dei votanti dal settimo scrutinio.

Modificato anche il sistema di elezione dei giudici costituzionali: dei cinque giudici di espressione parlamentare, tre saranno nominati dalla Camera e due dal Senato.

Aumenta il peso della Camera nella scelta del Capo dello Stato. In raccordo con la legge elettorale n. 52 del 2015 (c.d. Italicum), aumenta in proporzione il peso del partito che ha – grazie al premio elettorale conseguito per poter formare il Governo - la maggioranza alla Camera

La previsione delle diverse maggioranze qualificate è stato proposto per compensare lo sbilanciamento a favore del partito che ha la maggioranza dei seggi alla Camera (oltre ai propri rappresentanti in Senato) tende a preservare il carattere “non maggioritario” della scelta del Presidente della Repubblica, che rappresenta l'unità nazionale. Dal settimo scrutinio, però, la maggioranza dei 3/5 è calcolata “sui votanti” e non “sui componenti”. Non può escludersi dunque un Presidente eletto con maggioranze parlamentari ridotte (qualora una o più forze politiche decidano di non presentarsi al voto).

L'elezione dei due giudici costituzionali da parte del Senato introduce una logica di parte (il Senato rappresenta le istituzioni territoriali) entro un organo di garanzia costituzionale non territoriale, bensì costituzionale.

 

Prerogative del Governo

Ammessa la possibilità per il Governo di chiedere alle Camere la votazione prioritaria dei disegni di legge dichiarati essenziali per l'attuazione del programma di governo. Questo comporta che:

  • il Governo può chiedere alla Camera dei deputati di deliberare, entro 5 giorni dalla richiesta, che un disegno di legge sia iscritto con priorità all'ordine del giorno;

  • il disegno di legge prioritario dovrà essere sottoposto alla pronuncia in via definitiva della Camera dei deputati entro il termine di 70 giorni;

  • sono ridotti della metà i termini già esigui per la deliberazione di proposte di modificazione da parte del Senato.

Tale procedura di esame e votazione prioritaria è esclusa per: le leggi ad approvazione paritaria di camera e Senato, le leggi in materia elettorale, le leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali, le leggi di concessione dell'amnistia e dell'indulto e la legge che reca il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri per l'equilibrio di bilancio.

Introdotti alcuni vincoli alla decretazione d'urgenza, peraltro oggi già fissati dalle leggi ordinarie e dai principi elaborati dalla giurisprudenza costituzionale: la possibilità di ricorso al decreto-legge è espressamente esclusa per le leggi in materia costituzionale ed elettorale, le deleghe al Governo, l'autorizzazione alla ratifica di trattati internazionali, l'approvazione di bilanci e il ripristino di norme che la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittime.

Vengono introdotti alcuni limiti con riferimento alla decretazione d'urgenza, compensati dalla possibilità data al Governo di far approvare i disegni di legge entro termini certi. Alla compressione dell'autonomia della Camera (obbligata a esprimersi entro un tempo prefissato) si somma l'aumento del potere del Governo in Parlamento.

 

Il rapporto tra lo Stato e le istituzioni territoriali: la nuova riforma del Titolo V

Abolita la legislazione concorrente tra Stato e Regioni, per come delineata dalla riforma del titolo V del 2001, e rivisto conseguentemente il perimetro delle materie di competenza esclusiva, rispettivamente, statale e regionale.

Ricondotte alla competenza esclusiva dello Stato alcune materie, già concorrenti, tra cui: grandi reti di trasporto e navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell'energia; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; promozione della concorrenza; tutela della salute; tutela e sicurezza del lavoro; politiche sociali; istruzione e formazione professionale.

Introdotta la cosiddetta “clausola di supremazia statale”: ai fini della tutela dell'unità giuridica o economica della Repubblica o dell'interesse nazionale, si è previsto che su proposta del Governo - che se ne assume pertanto la responsabilità - la legge statale possa intervenire anche in materie di competenza esclusiva delle Regioni.

Abolite le Province quali organi costituzionali dotati di funzioni e poteri propri.

Abolito il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (CNEL).

Eliminata la competenza concorrente e re-introdotta la “clausola di supremazia”, il potere legislativo delle Regioni si riduce. Sembra ci si allontani dal modello “solidale” di federalismo (basato sulla leale collaborazione e la “concorrenza” tra le funzioni), per avvicinarsi al modello “competitivo” (basato sulla netta separazione tra Stato e Regioni e tra Regioni).

Si è conservato il vecchio criterio di riparto delle competenze legislative tra Stato e Regioni (il criterio delle materie) che è stato indicato dalla Corte costituzionale come un fattore di destabilizzazione. Non si è colta l'occasione per passare ad un criterio diverso (ad esempio quello delle funzioni) che potesse effettivamente semplificare e ridurre il contenzioso tra centro e periferia.

La concorrenza tra la funzione legislativa dello Stato e quella delle Regioni, formalmente eliminata, in realtà avrà ancora la possibilità di essere esercitata in tutte quelle materie dove la competenza esclusiva dovrà limitarsi alle “disposizioni generali e comuni”. Questa nuova formulazione appare di incerto significato: dovrà intervenire la Corte costituzionale a chiarirne la portata.

L'abolizione delle Province elimina la “copertura costituzionale”, ma non produce l'effetto automatico della cancellazione di questi enti territoriali, che potranno continuare ad essere regolati dalla legge, almeno fin tanto che la maggioranza e il Governo lo riterrà utile.

  1. Strumenti di democrazia diretta
  2. Viene innalzato fino a 150mila (attualmente 50mila) il numero delle firme richieste per la loro presentazione alle Camere dei i disegni di legge d'iniziativa popolare. Si vincolano i Regolamenti parlamentari a prevedere, per questi disegni di legge, tempi certi di esame e votazione.

Viene modificato l'istituto del referendum abrogativo, con l'introduzione di un doppio quorum:

  • in caso di sottoscrizione della proposta da parte di 500mila elettori, per la validità della consultazione sarà necessaria la partecipazione al referendum della maggioranza degli aventi diritto al voto;

  • in caso di sottoscrizione della proposta da parte di 800mila elettori, sarà sufficiente la partecipazione della maggioranza dei votanti all'ultima elezione della Camera dei deputati.

Gli strumenti di democrazia diretta non vengono favoriti: da un lato si prevede l'innalzamento del numero delle firme necessarie per poter presentare disegni di legge d'iniziativa popolare, dall'altro si rinvia ai Regolamenti parlamentari di stabilire le regole per la presa in esame da parte delle Camere.

Si introduce un doppio quorum di validità del referendum in base al numero si sottoscrittori. Si semplifica assai una questione in realtà molto complessa.

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