Martedì, 22 Gennaio 2019

Bruno Buozzi, segretario generale Fiom-Cgil

Bruno Buozzi (Pontelagoscuro, 31 gennaio 1881 – Roma, 4 giugno 1944) è stato un sindacalista e politico italiano.

Fu tra i più autorevoli sindacalisti italiani della prima metà del Novecento e fu deputato socialista dal dicembre 1919 al novembre 1926.
Fu ucciso dai nazisti a Roma, in località La Storta, il 4 giugno 1944.
Nacque da Orlando e Maddalena Gusti. Costretto a lasciare la scuola dopo le elementari, fece, da ragazzo, il meccanico aggiustatore. Quando si trasferì a Milano, trovò lavoro come operaio specializzato metallurgico alle Officine Marelli e poi alla Bianchi[1].
L'adesione al sindacato ed al Partito Socialista

Nel 1905 aderì al PSI, militando nella frazione riformista di Turati, ed entrò nel sindacato degli operai metallurgici, divenendone poco tempo dopo membro del consiglio direttivo[1]. Avversario di ogni estremismo politico, respinse la violenza come mezzo di lotta e abbracciò l’idea della gradualità delle conquiste sindacali (prima fra tutte la giornata lavorativa di otto ore), convinto che la democrazia dovesse essere in primo luogo nelle fabbriche.

Nel 1911 fu eletto segretario generale della Federazione italiana operai metallurgici - F.I.O.M., carica che conservò ininterrottamente sino al 1926, quando il sindacato fu sciolto d'imperio dal fascismo.

Si trasferì quindi con la famiglia a Torino, dove, a fronte del tumultuoso sviluppo della crescente industria automobilistica, era la sede nazionale della FIOM. Nell'aprile del 1912 fu eletto membro del consiglio direttivo della Confederazione generale del lavoro (C.G.d.L.), organismo nel quale fu riconfermato ad ogni successivo rinnovo. Sotto la sua guida la FIOM, dilaniata dal conflitto fra sindacalisti "puri" e attivisti socialisti massimalisti che ritenevano che il sindacato dovesse essere solo uno strumento per la lotta politica volta alla conquista del potere da parte del proletariato, seppe riguadagnare il sostegno degli operai e riuscì nel 1913, dopo un lungo sciopero di tre mesi, a stipulare un accordo con valore di contratto collettivo, che prevedeva, fra l'altro, la riduzione di tre ore dell'orario settimanale di lavoro[2].
Bruno Buozzi a Roma nel 1924.

Nel 1920 venne eletto per la prima volta deputato alla Camera per il Partito Socialista Italiano.

Nel settembre del 1920 fu l'ideatore e il principale promotore delle agitazioni sindacali che culminarono nell'occupazione delle fabbriche metallurgiche.

Nelle elezioni politiche del 1921 venne rieletto deputato nelle liste del PSI. Schierato con la corrente riformista nel Congresso socialista di Livorno, nel 1922 seguì Matteotti e Turati nel Partito Socialista Unitario.
L'attività antifascista

Nelle elezioni politiche del 1924 venne rieletto deputato nelle liste del PSU.
13 giugno 1924 – Roma, lungotevere Arnaldo da Brescia: l'on. Bruno Buozzi reca l'omaggio della CGdL a Giacomo Matteotti sul luogo del suo rapimento.

Continuamente corteggiato da Mussolini sin dal 1919, al contrario di altri eminenti sindacalisti socialisti che cedettero al collaborazionismo con il fascismo, a partire dall'11 giugno 1924, ovvero dopo la crisi politica determinata dall'omicidio Matteotti, iniziò a sfidare apertamente il regime, aderendo alla cosiddetta secessione aventiniana e rappresentando, insieme a Filippo Turati, il Partito Socialista Unitario in seno al "Comitato dei sedici".

Nel marzo del 1925, già nel periodo iniziale del regime fascista, guidò gli ultimi imponenti scioperi degli operai metallurgici. Nel dicembre del 1925, rimasto l'unico sindacalista di un certo rilievo a non volersi piegare di fronte al fascismo, si vide costretto da un imperativo morale a succedere a Ludovico D'Aragona nella guida della Confederazione Generale del Lavoro.
Magnifying glass icon mgx2.svg    Lo stesso argomento in dettaglio: Storia della Cgil.

Nonostante fosse perseguitato dal regime, minacciato più volte di morte e aggredito dagli squadristi a Torino nel 1924, divenne segretario generale della CGdL nel dicembre 1925.
L'esilio a Parigi e in Francia
Filippo Turati e Bruno Buozzi a Parigi

Per salvaguardare la propria incolumità, nell'ottobre del 1926 fu costretto a trasferirsi in Francia, ove ricostituì la CGdL in esilio. Si installò con la propria famiglia a Parigi, dove si occupò della difesa dei diritti dei lavoratori italiani emigrati all'estero e fece attiva opera antifascista attraverso la direzione del giornale "L'Operaio Italiano" che, pubblicato in formato ridotto, venne fatto circolare clandestinamente anche in Italia.

Intanto, il 9 novembre 1926 la Camera dei deputati, riaperta su ordine di Mussolini per approvare le leggi eccezionali, deliberava anche la decadenza dei 123 deputati aventiniani, tra cui Bruno Buozzi.
Bruno Buozzi con Pietro Nenni e Giuseppe Emanuele Modigliani in esilio a Parigi negli anni 1930.

Militò nel PSULI di Filippo Turati, il nome assunto dal PSU in esilio nel 1927, e partecipò alle iniziative della Concentrazione antifascista e della Federazione Sindacale Internazionale. Durante la guerra di Spagna, per incarico del suo partito diresse l'opera d'organizzazione, raccolta e invio di aiuti alla Repubblica democratica attaccata dai franchisti[1].

L'ammirazione e la dedizione quasi filiale per Filippo Turati lo spinse a prendersi cura dell'anziano leader socialista fino alla sua morte: Turati si spense il 29 marzo 1932 proprio nella casa parigina di Buozzi.
L'arresto a Parigi, il confino in Italia e la liberazione

Nel 1940 alla vigilia dell'occupazione tedesca di Parigi, Buozzi si trasferì a Tours nella cosiddetta "Francia Libera".
Nel febbraio del 1941 tornò nella capitale francese, spinto dal comprensibile desiderio di far visita alla figlia partoriente; il 1º marzo 1941 fu arrestato dai tedeschi[1] su richiesta delle autorità italiane e rinchiuso nel carcere de La Santé, dove ebbe modo di ritrovare il collega e amico della CGdL Giuseppe Di Vittorio[3], assieme al quale fu poi trasferito in Germania e, di qui, in Italia.
Scheda segnaletica di Bruno Buozzi

Il regime fascista lo assegnò quindi al confino a Montefalco in provincia di Perugia, ove rimase per due anni, prendendo alloggio in un piccolo stabile in prossimità delle mura urbiche. Sulla facciata è stata apposta una lapide commemorativa[4]. Durante questo periodo poté comunque recarsi più volte a Torino per motivi di famiglia, trasferte che egli sfruttò anche per riprendere i contatti con esponenti sindacali e politici antifascisti.

Dopo il rovesciamento di Mussolini del 25 luglio 1943, venne liberato il 30 luglio 1943.
Assieme a Sandro Pertini, giunto a Roma subito dopo essere stato a sua volta liberato dal confino di Ventotene, s'impegnò affinché fossero liberati dall'isola tutti i confinati:

«A Roma insieme con Bruno Buozzi, andiamo tutti i giorni dal capo della polizia, Carmine Senise, e infine riusciamo a ottenere la liberazione dei confinati.»
(Sandro Pertini[5])

Il 9 agosto del 1943, il Ministro dell’Industria e Lavoro del Governo Badoglio, Leopoldo Piccardi, commissariò le strutture corporative fasciste e nominò Buozzi al vertice dell'"Organizzazione dei lavoratori dell'industria" (che, come tutti i sindacati di origine corporativa, il governo Badoglio intendeva ricostruire affidandola alle forze democratiche): Buozzi divenne commissario, il comunista Giovanni Roveda[6] e il democristiano Gioacchino Quarello[7] vicecommissari[1]. Giuseppe Mazzini fu nominato commissario della Confindustria. Buozzi e gli altri commissari sindacali accettarono l'incarico a condizione di mantenere la propria indipendenza politica rispetto al governo, nei confronti del quale rivendicarono l'immediata scarcerazione dei detenuti politici, il ripristino della piena libertà di stampa e la sollecita conclusione di un armistizio con gli Alleati.

A seguito della caduta del fascismo, presero il via nell'Italia settentrionale una serie di scioperi e di agitazioni contro i razionamenti alimentari e la prosecuzione della guerra, che culminarono nello sciopero generale di Torino del 18-20 agosto. Buozzi e Roveda si recarono nel capoluogo piemontese con il ministro Piccardi per definire una trattativa che portasse alla conclusione dello sciopero, dalla quale scaturì il maggior risultato raggiunto in campo sindacale durante i "quarantacinque giorni" del primo governo Badoglio. Infatti, il 2 settembre 1943 fra le Confederazioni dei lavoratori dell'industria e la Confederazione degli industriali venne siglato l'accordo che ripristinò le norme sindacali soppresse dai fascisti con il Patto di Palazzo Vidoni a Roma, stipulato fra la Confindustria e la Confederazione fascista delle corporazioni il 2 ottobre 1925, all’indomani della vittoria dei comunisti nelle elezioni delle Commissioni interne del 1924 alla Fiat. Il nuovo accordo, che prese il nome di "patto Buozzi-Mazzini", reintrodusse, dopo 18 anni, il diritto dei lavoratori ad eleggere nei luoghi di lavoro le Commissioni Interne, attribuendo alle stesse anche poteri di contrattazione collettiva a livello aziendale. Alle elezioni delle commissioni interne tenutesi nell'Italia del Sud alla fine del 1943 furono chiamati a esprimersi, diversamente da come accadeva prima, tutti i lavoratori e non solamente gli iscritti al sindacato.

Il 10 settembre 1943 combatté agli ordini di Sandro Pertini a Porta San Paolo con i primi gruppi di resistenza socialisti a fianco dei granatieri di Sardegna, nel tentativo di contrastare l'ingresso nella Capitale delle truppe tedesche.

Dopo l'occupazione tedesca di Roma entrò in clandestinità sotto il falso nome di Mario Alberti e s'impegnò a preparare la rinascita del sindacato unitario italiano, nel dialogo con Giuseppe Di Vittorio e Achille Grandi: fu tra i protagonisti della stesura del cosiddetto Patto di Roma che portò alla costituzione della C.G.I.d.L. unitaria.

Trovò ospitalità presso un amico colonnello e, quando questi dovette darsi alla macchia, cercò un altro precario rifugio, dove fu sorpreso dalla polizia fascista. Era il 13 aprile 1944. Fermato per accertamenti e condotto nella prigione di via Tasso, i fascisti scoprirono la vera identità del sindacalista socialista[1]. Al contrario, secondo lo storico Gabriele Mammarella[9] la cattura di Buozzi sarebbe stata frutto non di un arresto casuale, ma dell'impegno del capitano delle SS Erich Priebke, vice comandante del quartier generale della Gestapo in Via Tasso a Roma, per il quale il sindacalista socialista rappresentava «una preda prelibata». Infatti, pare che Mussolini avrebbe voluto strappare a Buozzi un suo avallo alla nuova legislazione sul lavoro varata della Repubblica sociale.

La Gestapo a Roma aveva a libro paga parecchi delatori, tra i quali un ragazzo molto giovane «completamente sbarbato», che operava come staffetta «nelle fila dei partigiani socialisti di Trastevere». Si trattava di un certo «Franz Muller», che arrestato tempo prima dai tedeschi finì per offrire i suoi servigi a Priebke, tra l'altro indicandogli il rifugio di Buozzi.

Il CLN di Roma tentò a più riprese, ma senza successo, di organizzarne l'evasione. Il 1º giugno 1944, quando gli americani erano ormai alle porte della Capitale, il nome di Bruno Buozzi fu incluso dalle SS in un elenco di 160 prigionieri destinati ad essere evacuati da Roma[1].
L'assassinio da parte delle SS

Nella notte del 3 giugno 1944, mentre gli alleati si accingevano ad entrare da sud nella Capitale, i tedeschi in fuga caricarono su due autocarri i prigionieri di Via Tasso per trasferirli a Verona; erano in gran parte socialisti appartenenti alle Brigate Matteotti o membri del Fronte militare clandestino. Il comandante delle Brigate Matteotti, Giuseppe Gracceva e i passeggeri del primo camion si salvarono perché l'automezzo era guasto e non partì. Sul secondo camion fu caricato Buozzi, con altri tredici prigionieri; al momento della partenza, essendo il camion sovraccarico, Buozzi fu invitato a scendere, ma preferì cedere il posto ad un altro prigioniero[10].

L'autocarro si avviò lungo la via Cassia, ingombra di truppe naziste in ritirata, accodandosi alla lunga teoria di veicoli diretti al nord. All'alba del 4 giugno, giunti all'altezza del km 14,200 della Cassia (oggi nel quartiere romano de "La Giustiniana"), presso la località "La Storta", forse per la difficoltà di proseguire, l'automezzo si fermò e i prigionieri furono fatti scendere. Buozzi e gli altri tredici prigionieri furono portati in aperta campagna e rinchiusi in una rimessa della tenuta Grazioli per la notte; nel pomeriggio furono brutalmente sospinti in una vicina valletta e vennero tutti assassinati con un colpo di pistola alla testa. L'autore materiale dell'eccidio fu un anziano ufficiale delle SS, Hans Kahrau, ma è incerto se egli abbia agito di sua iniziativa, oppure se abbia dato corso a un ordine ricevuto da suoi superiori. In realtà, gli storici non sono ancora giunti ad una ricostruzione definitiva di questo eccidio: alcuni suppongono che il camion si sia fermato per un guasto o per un sabotaggio, e che quindi i prigionieri fossero diventati un peso inutile durante la fuga verso il nord; secondo altri, l'ordine di fucilazione era già giunto prima della partenza dell'autocolonna (o giunse più tardi: infatti, alcuni contadini riferirono agli americani di aver visto arrivare una motocicletta tedesca). Secondo Paolo Monelli in "Roma 1943", i 14 uomini vennero giustiziati su iniziativa di Kahrau per fare posto al bottino di guerra[11]. Nella biografia dedicata alla vita di Bruno Buozzi edita nel 2014 da Ediesse, Bruno Buozzi 1881-1944. Una storia operaia di lotte, conquiste e sacrifici, Gabriele Mammarella ricostruisce dettagliatamente la vicenda dell'eccidio attraverso una serie di documenti inediti mai analizzati in precedenza.
Erich Priebke in servizio presso l'ambasciata tedesca di Roma.

Secondo molti autori[12] l'ordine di trucidare i 14 prigionieri sarebbe stato impartito dal capitano delle SS Erich Priebke, vice comandante del quartier generale della Gestapo in Via Tasso a Roma[13]. Tuttavia, dal punto di vista della "verità giudiziaria", Priebke non è mai stato portato a processo per l'eccidio de La Storta[14][15], essendo stato il procedimento aperto a suo carico archiviato[16]. Anzi, l'anziano criminale di guerra ottenne la condanna per diffamazione a mezzo stampa della Casa Editrice Mursia e del giornalista e storico della Resistenza Cesare De Simone, autore, nel 1994, del saggio «Roma città prigioniera - i 271 giorni dell'occupazione nazista», in cui Priebke veniva indicato come colui che ordinò l'uccisione dei partigiani prelevati dalla prigione di via Tasso[17]. Nella sentenza di primo grado del 2001 l'ex-ufficiale delle SS aveva ottenuto anche il risarcimento del danno alla sua onorabilità, quantificato dal Tribunale di Roma nella somma di venti milioni di lire. Nel 2005 la Corte d’appello di Roma negò il diritto di Priebke al risarcimento. Con sentenza n.7635 del 30 marzo 2010 la Suprema Corte di Cassazione rigettò il ricorso di Priebke, confermando il giudizio della Corte d’appello, affermando che egli non aveva fornito «la prova della effettiva lesione» della sua onorabilità[18].
Vittime dell'eccidio de La Storta

I corpi delle vittime de La Storta furono recuperati nei giorni immediatamente successivi all'eccidio, dopo essere stati individuati dagli Alleati su indicazione dei contadini del luogo: le salme furono trasportate a Roma all'Ospedale Santo Spirito per l'autopsia ed il riconoscimento, mentre i funerali si svolsero l'11 giugno nella chiesa del Gesù.

Bruno Buozzi fu poi sepolto al Cimitero del Verano di Roma.

 

Fonte: Wikipedia

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