Mercoledì, 19 Giugno 2019

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I morti sul lavoro, un indice di classe

Partiamo da un presupposto: una qualsiasi analisi degli infortuni e delle malattie professionali che tenti di abbracciare in maniera complessiva la materia non può prescindere dal considerare i rapporti di produzione esistenti. Una sanzione a questa tesi ci viene dal compianto sociologo torinese, Luciano Gallino: «Le imprese che per risparmiare qualche migliaio di dollari o di euro non predispongono misure adeguate per prevenire incidenti o gravi patologie a lunga genesi rappresentano in modo singolarmente efficace la lotta di classe sui luoghi di lavoro». Una lotta nella quale ogni anno muoiono milioni di persone.

 

Due milioni di morti ogni anno

Le più recenti stime dell’Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro) sono agghiaccianti: 2,78 milioni di lavoratori muoiono ogni anno per infortuni sul lavoro (quasi 400 mila) o per malattie connesse all’attività lavorativa (circa 2,4 milioni). Altre 160 milioni di persone contraggono malattie professionali seppure non mortali. Mentre molto spesso un incidente non mortale lascia tracce indelebili nella vita di un numero sterminato di lavoratori: 313 milioni di persone subiscono infortuni che provocano lesioni gravi e gravissime; dati Ilostat confermano che negli ultimi dodici anni, mediamente 2 milioni di persone ogni anno hanno perso in maniera permanente la capacità di svolgere le normali mansioni di lavoro nell’occupazione che avevano al momento dell’incidente; in moltissimi casi, com’è facile immaginare, la lesione ha provocato una totale incapacità lavorativa.

Così, nel tempo che avete dedicato a leggere queste poche righe, da qualche parte nel mondo 153 persone hanno subito un infortunio e 4 di esse hanno perso la vita, ammazzati da un sistema economico che fa stragi (pressoché nel silenzio generale) che non risparmiano nemmeno i minorenni, neppure i bambini. Non può essere diversamente. Ancora l’Ilo, infatti, nel suo report Giovani, salute e sicurezza, presentato nel corso della Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro del 28 aprile 2018 e la Giornata mondiale per l’eliminazione del lavoro minorile del 12 giugno 2018, ha stimato che nel mondo ci siano 152 milioni di bambini e adolescenti — di età compresa tra i 5 e i 17 anni — vittime di lavoro minorile. Di questi 73 milioni svolgono lavori pericolosi, con un’incidenza degli infortuni fino al 40% in più rispetto a lavoratori più grandi, senza contare i maggiori rischi per la loro salute.

Sembra di leggere dati raccolti dall’inchiesta di Engels sulle condizioni della classe operaia in Inghilterra del 1845. E invece è esattamente ciò che accade oggi, nel XXI secolo. Si potrebbe pensare che quanto descritto avviene solo o soprattutto nelle aree più povere del pianeta. In parte è vero, nel senso che lì si concentrano le condizioni di lavoro più penose. Ma l’osservazione non salva la parte più ricca del mondo dalle proprie responsabilità. Anche un istituto come il McKinsey (che non può essere additato per simpatie marxiste) ha ammesso in un recente rapporto che, non solo «le economie avanzate sono state in grado di aumentare la produttività investendo nella tecnologia e sfruttando nuove fonti di manodopera a basso costo», ma che le economie in via di sviluppo sono «i maggiori fornitori mondiali di lavoro di bassa qualità», contribuendo «a soddisfare anche la domanda proveniente dall’economia globale». Ciò dà ancora oggi ragione a Engels, quando nella già citata opera, affermava che gli infortuni sul lavoro denunciano «una condizione di cose la quale permette che avvengano tante mutilazioni e ferite a profitto di una singola classe e che molti operai laboriosi per una disgrazia, della quale essi sono vittime in servizio e per merito della borghesia, siano abbandonati alla miseria e alla fame».

 

La vita sana dei lavoratori si accorcia

Ad ogni modo, le condizioni di poca sicurezza nei luoghi di lavoro non possono certo essere considerate una prerogativa dei Paesi più poveri. Anzi, ancora con Engels possiamo dire che seppure molti anni fa gli incidenti sul lavoro erano «proporzionalmente, assai più numerosi di ora, perché le macchine erano scadenti, più piccole, più ammassate e per lo più non cintate [cioè senza ripari, n.d.r.]», oggi i dati a disposizione fanno notare come «il loro numero è ancora abbastanza alto da sollevare seri dubbi circa la legittimità di una situazione» di lavoro anche nella parte più ricca del mondo.

Il Niosh (Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie, Usa) ha stimato tra 26 mila e 72 mila i decessi dovuti a malattie professionali che avvengono annualmente negli Stati Uniti. Lì, come in Europa, i tumori e le cardiopatie legati al lavoro sono tra le principali disabilità e morte per cause professionali.

Guardando all’Europa, il dossiersugli infortuni mortali How safe are you at work? pubblicato lo scorso anno da Eurostat, mostra come nel 2015 si sono verificati 3.497 infortuni mortali nell’Unione Europea. Elaborazioni di dati Eurostat più recenti indicano che nel 2016 si sono verificati oltre 2 milioni di infortuni, in aumento rispetto a quelli denunciati nel 2015. Di tutti questi, quasi 20 mila hanno riguardato lavoratori minorenni. Inoltre, quasi il 10% dei decessi di tutto il mondo legati alle malattie professionali si registrano nella civilissima Unione europea: in totale, ogni anno, 200 mila persone muoiono in Europa per aver contratto una patologia durante l’attività lavorativa. Più della metà di quei decessi è dovuta a tumori, un altro 24% a malattie cardiovascolari. Queste patologie, tra l’altro, risultano essere quelle che più di altre incidono sulla qualità della vita, riducendo gli anni di vita sana o portando a morte prematura. Per avere un’idea di cosa parliamo, si consideri che uno studio del 2005 condotto su dati del 2000, ha stimato che a livello globale i lavoratori abbiano perso 1,6 milioni di anni di vita sana e siano morte 152 mila persone solo a causa dell’esposizione agli agenti cancerogeni professionali.

L’Osha (Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro) fa poi notare che per gli individui, infortuni e malattie professionali rappresentano anche motivo di deterioramento della posizione finanziaria, isolamento sociale e diminuzione delle prospettive di carriera.

Con uno sguardo ai rapporti sociali di produzione, il comune denominatore che si può facilmente rintracciare è che le vittime degli infortuni e delle malattie professionali, che siano nella parte ricca o povera del mondo, sono lavoratrici e lavoratori, particolarmente operaie e operai, che nella stragrande maggioranza dei casi svolgono lavori manuali. Sono loro che operano con macchine e strumenti di lavoro non protetti, che manipolano sostanze cancerogene, che si trovano a lavorare su impianti senza manutenzione da cui possono verificarsi fuoriuscite di agenti chimici, l’innesco di incendi o esplosioni. Mentre sono quasi del tutto assenti gli incidenti e le malattie professionali tra dirigenti d’azienda o imprenditori, cioè tra coloro che dirigono i processi di produzione e troppo spesso considerano le misure di prevenzione e protezione dai rischi di lavoro un costo da abbattere. A tal proposito, si veda, ad esempio, alla voce “ThyssenKrupp”.

 

Uno sguardo sull’Italia

Se restringiamo il contesto di analisi al nostro Paese, le cose nella sostanza non cambiano. Nel 2018 l’Inail ha registrato un aumento delle morti sul lavoro rispetto al 2017 che ha trovato eco su organi di informazione che solitamente dedicano alla strage permanente sul lavoro solo qualche trafiletto. Così, la strage, da permanente, costante, ripetuta appare un’emergenza da gestire. Solo che quando si tratta di emergenza, è la politica che viene a mancare e le misure che vengono prese sono di solito confinate. Un esempio? Eccolo.

Negli anni di poco precedenti il 2011 si sono verificati una serie di eventi infortunistici che hanno provocato la morte di numerosi lavoratori addetti ad attività in ambienti sospetti di inquinamento, che fecero particolarmente clamore. Era il 2008 e a Molfetta (Ba) e a Mineo (Ct) persero la vita, rispettivamente, cinque lavoratori vittime di esalazioni in una cisterna di zolfo e sei in un depuratore. Ciò spinse a disciplinare la materia con un apposito decreto, il Dpr 177/2011. Un passo avanti, certo, ma che non ha fermato le morti sul lavoro nemmeno nella materia che con quel decreto è stata più puntualmente regolata. Nel frattempo, passata l’indignazione, i giornali sono tornati a dedicare solo sporadici articoli sulle stragi quotidiane sul lavoro, fino, appunto, alle ultime rilevazioni Inail che evidenziano un aumento dello 0,9% delle denunce di infortunio nel 2018 rispetto all’anno precedente e 1.133 morti sul lavoro, in aumento del 10% rispetto al 2017; oltre che un aumento del 2,5%, nello stesso periodo di riferimento, delle patologie di origine professionale denunciate. La questione è che l’indignazione, da sola, non basta a fermare la mattanza di lavoratori, specie se non riesce a mantenere alto il livello di attenzione.

Per capire cosa avviene nei luoghi di lavoro è utile analizzare i dati forniti dall’Inail attraverso il Sistema di sorveglianza nazionale degli infortuni mortali, denominato Infor.MO, avviato nel 2002. Da qui si può notare come tra i fattori di rischio determinanti l’infortunio mortale ci siano: modalità operative non idonee (come errori nelle procedure di sicurezza, che spesso si traducono in pratiche abituali in azienda o dovute a formazione assente o carente); seguiti da problemi riguardanti l’ambiente di lavoro (come l’assenza di apprestamenti di sicurezza, percorsi attrezzati, segregazione di zone pericolose o illuminazione adeguata); utensili, macchine, impianti che non rispettano gli standard di sicurezza. È chiaro che non si può escludere, tra le cause d’infortunio, la negligenza o indisciplina di un lavoratore o anche, come messo in evidenza dall’Inail, casi dovuti a tentativi istintivi del lavoratore di far fronte a problemi riscontrati su macchine e attrezzature. È evidente, però, che nella generalità dei casi siamo di fronte a delle criticità che potevano essere individuate già in fase di valutazione dei rischi e l’infortunio evitato con adeguate misure di carattere organizzativo. Qui c’è un punto di caduta dell’intera questione.L’organizzazione dei processi produttivi risponde a esigenze di redditività e produttività dell’impresa. Sia da un punto di vista normativo che di accordi tra le parti sociali, la produttività del lavoro è messa al centro di ogni questione. Gli aumenti di produttività vengono ricercati nell’intensificazione dei ritmi di produzione, nella saturazione dei tempi ciclo, nell’allungamento delle ore di lavoro. Al lavoratore viene chiesto, richiamandolo a una responsabilità nei risultati d’impresa, di dare sempre il massimo, di essere sempre disponibile. In questo modo e utilizzando l’arma della ricattabilità del lavoratore – specie quando assunto con contratti precari – le imprese sopperiscono agli insufficienti investimenti tecnologici. Soprattutto le piccole imprese, che costituiscono una grossa fetta del tessuto produttivo italiano e dove – come si rileva dai rapporti dell’Inail – il tasso d’incidenza infortunistico è più elevato. Ma proprio l’intensificazione dei ritmi di produzione aumenta i rischi di infortunio, dovuti alla fatica, all’abbassamento della soglia di attenzione. Una rincorsa esasperata alla produttività che ha portato qualche imprenditore più spregiudicato anche a fare a meno delle protezioni nei macchinari.

Esempio emblatico è quanto accaduto nel 2006 in uno stabilimento della provincia di Fermo. La vittima si chiamava Andrea Gagliardoni, morto sul lavoro a soli a 23 anni. La sentenza definitiva ha stabilito che Andrea, non solo lavorava su una macchina progettata senza adeguati sistemi di sicurezza, ma quelli che erano presenti erano stati disattivati dall’azienda per velocizzare la produzione. Ad Andrea, che lavorava a 80 chilometri da casa per 900 euro al mese, quella macchina ha fracassato il cranio, uccidendolo.

Se ne potrebbero citare altri di casi simili, tutti molto vicini all’infortunio raccontato da Jack London nel suo romanzo, “Il tallone di ferro”, nel quale un uomo perde il braccio in una filanda, afferrato dalla macchina in una notte in cui l’operaio lavorava da molte ore e i suoi muscoli, gravati dalla fatica, avevano perso vivacità. Un romanzo scritto oltre un secolo fa che può raccontare l’oggi come già abbiamo visto fare da Engels con la sua inchiesta sulla condizione dei lavoratori inglesi di metà ottocento.

 

La sicurezza subordinata alla competitività

Insomma, da quanto descritto fin qui sembra che i rapporti di produzione non siano poi così cambiati in questo secolo e mezzo. Se non si possono negare i miglioramenti intervenuti sul tema della sicurezza nei luoghi di lavoro e i progressi fatti in campo legislativo, va detto però che sono stati unicamente frutto della lotta dei lavoratori. La struttura e il funzionamento di fondo del sistema economico e di produzione continuano invece a riprodurre gli stessi rapporti di lavoro.

In questo senso, raramente un ministro è stato tanto esplicito quanto Giulio Tremonti, che occupando il dicastero dell’Economia nel quarto governo Berlusconi, affermò che «Dobbiamo rinunciare a una quantità di regole inutili. Robe come la 626 [il decreto allora in vigore in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro, n.d.r.] sono un lusso che non possiamo permetterci. Sono l’Unione europea e l’Italia che si devono adeguare al mondo». Tremonti cercò (malamente) di recuperare dando una spiegazione a quella affermazione, ma poi, in effetti, il governo di cui faceva parte intervenne pesantemente sulla legislazione che regolava la sicurezza sul lavoro, peggiorandola. Ma il punto rimane l’idea che salute e incolumità fisica di chi lavora, in un sistema economico e produttivo – considerato come dato e dal carattere esogeno – debbano essere subordinate alla realizzazione del profitto. La citazione di Tremonti è utile perché nella sua sfrontata chiarezza rende palese l’ideologia che regola i meccanismi di produzione e riproduzione dei rapporti sociali. Ma prima di Tremonti e dopo di lui, fino all’attuale governo pentaleghista (che tra l’altro ha tagliato i fondi Inail per 410 milioni di euro), passando per quelli tecnici e quelli a guidati dal centrosinistra, la situazione è rimasta pressoché la stessa.

Se si scava un po’ la frase espressa in maniera così brutale da Tremonti, si scopre non solo l’idea malsana che la sicurezza nei luoghi di lavoro sia un balzello che riduce i margini di competitività delle imprese, ma anche che in quel concetto si raccoglie, nella sua smania di riduzione dei costi, un complesso di fattori che incidono più o meno direttamente sulla sicurezza dei lavoratori, sui quali nessuno dei citati governi si è sognato di intervenire. Ci sono, per fare qualche esempio, questioni come la catena di appalti e subappalti, l’intensificazione dei ritmi di lavoro, il lavoro precario. Tutti fattori che modellano l’attuale modo di produzione; anelli che compongono la catena del valore; ingranaggi di un sistema che concentra la ricchezza prodotta con la fatica dei lavoratori in mano a pochi, mentre scarica i rischi su chi deve vendere la propria forza-lavoro per poter vivere.

Ai lavoratori, quindi a coloro che rischiano di rimanere schiacciati da un muletto ribaltato, di morire sepolti per lo smottamento di uno scavo, di cadere da un ponteggio, è garantita solo la precarietà lavorativa, spacciata come inevitabile forma di relazione contrattuale necessaria per stare al passo dei tempi (dettati da chi?). Eppure già nel 2007 l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (Osha) metteva in relazione l’aumento dei rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori con la precarietà e le forme di organizzazione del processo produttivo oggi consolidate. L’Osha, nel suo Factsheet 74 del 2007, Le previsioni degli esperti sui rischi psicosociali emergenti relativi alla sicurezza e alla salute sul lavoro, faceva infatti notare che «l’uso di più contratti di lavoro precari, insieme alla tendenza verso una produzione snella (produzione di beni e servizi eliminando gli sprechi) e il ricorso all’outsourcing (l’uso di imprese esterne per svolgere il lavoro)», incide negativamente sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, sottolineando che «I lavoratori con contratti precari tendono a svolgere i lavori più pericolosi, a lavorare in condizioni peggiori e a ricevere meno formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro».

 

Non basta aumentare i controlli

Perché ci possa essere un concreto miglioramento della sicurezza dei lavoratori, perché ci sia la garanzia di un lavoro che non uccida, non basta esprimere indignazione di fronte a casi eclatanti di morti sul lavoro; non basta nemmeno invocare più controlli. È indubbio che un sistema di controlli più efficace sia una forma di contrasto agli inadempimenti su prevenzione e protezione della sicurezza dei lavoratori, ma non impedirà di morire sul lavoro, così come l’esercito nelle strade non ferma il terrorismo o la criminalità organizzata.

Ciò che occorre mettere in discussione è la realizzazione del profitto in un sistema produttivo che compete sull’abbattimento del costo del lavoro, e l’egemonia degli interessi d’impresa, elevati a valori universali.

Insomma, la strage quotidiana nei luoghi di lavoro è la rappresentazione più tragica della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite, che in questo caso significa la perdita di milioni di vite umane. I dati delle morti sul lavoro, letti in profondità, sono un chiaro indicatore di classe.

Qualunque intervento che abbia l’ambizione di una qualche efficacia sulla strage quotidiana di lavoratori, non può avere un carattere meramente tecnico: occorre una solida base politica per un intervento sulla direzione scientifica del lavoro che centralizzi l’organizzazione della produzione, che ha bisogno, da parte dei lavoratori, di entrare nel merito dei processi produttivi, di prenderne pienamente consapevolezza. D’altronde, è quello che ci insegna anche la storia del movimento dei lavoratori.

*Sbilanciamoci.info

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