Martedì, 20 Agosto 2019

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Contromanovra, scioperi che parlano

 

A Brescia hanno iniziato a scioperare il 27 ottobre, che la trattativa governo sindacati non era neanche partita, che tanto si sapeva come sarebbe andata: conferma della legge Fornero, allungamento dell'età pensionabile, qualche minima deroga, niente per i precoci e le donne, nessuna prospettiva per i giovani, ammortizzatori sociale che vanno a sparire dal prossimo anno. A Padova e a Lucca i primi scioperi ci sono stati il 10 novembre, alla vigilia degli incontri di Palazzo Chigi, quando hanno iniziato a mobilitarsi anche i metalmeccanici milanesi e sono partite le assemblee, gli ordini del giorno per bocciare il governo e chiedere ai sindacati “un atteggiamento più fermo e azioni più incisive”. Da allora non si sono più fermati, i metalmeccanici: Lombardia, Veneto, Toscana, Emilia e Piemonte, le regioni più attive nel muoversi e prendere la parola; con tanti messaggi delle Rsu – spesso unitari - e anche con parecchi scioperi decisi a livello territoriale, nonostante le troppe situazione di crisi ancora aperte, il rischio di perdere il lavoro, le paure di questi tempi difficili.

Alle manifestazioni del 2 dicembre molti territori della Fiom arriveranno già con un bel po' di lotte sulle spalle. Anche in questo caso a Brescia hanno deciso di portarsi avanti col lavoro e alla vigilia della manifestazione, venerdì primo dicembre, protesteranno, stavolta tutti assieme: quattro ore di sciopero provinciale che in parecchie fabbriche saranno otto. “La mobilitazione – racconta Francesco Bertoli, segretario Fiom di Brescia – è partita dalle fabbriche storicamente più attive e poi il tam tam sindacale l'ha estesa e fatta crescere, costruendo un vero e proprio calendario di scioperi, cui spesso hanno aderito anche i delegati delle altre organizzazioni”. Del resto una spinta importante è arrivata dalle decisioni del governo, fino all'esito finale della rottura con la Cgil: “Tra le tante cose che non vanno ci sono anche quelle che non si capiscono – continua Bertoli – come nel caso della definizione dei lavori gravosi. Se penso alla siderurgia, che vuol dire prima fusione? Qual è il confine e quindi chi è esentato e chi no? E poi, oltre alle pensioni, c'è il buco degli ammortizzatori sociali in via di esaurimento: su questo il governo non ha fatto nulla, lasciando nel nulla migliaia di lavoratori di aziende in crisi”. Per questo, conclude Bertoli “non possiamo fermarci, proprio perché in ogni assemblea ci ricordano cosa non abbiamo fatto ai tempi della Fornero; ma partendo da quegli errori sappiamo che oggi abbiamo un'altra occasione, l'ultima per non mettere una pietra sopra alla vertenza pensioni e per evitare una rottura generazionale”.

Sul tema del rapporto giovani/anziani insite Loris Scarpa, segretario della Fiom di Padova, dove di scioperi in questi giorni ne hanno fatti una trentina: “Per i più anziani le pensioni restano uno dei temi più sensibili, naturalmente, se lo sentono addosso, ed è a partire da questo che siamo riusciti a coinvolgere nella mobilitazione in parecchie realtà anche i delegati di Fim e Uilm. Ma i giovani, spesso precari e spesso cresciuti nell'individualismo non sanno nemmeno cosa sia una previdenza pubblica basata su criteri solidaristici. Con loro bisogna ricostruire un senso dell'agire comune e degli obiettivi condivisi. Ed è una battaglia culturale in cui mobilitazione e riflessione non sono separabili, devono andare avanti insieme. Altrimenti si agisce solo sul breve periodo e i lavoratori – le loro battaglie – sono ridotti a impulso immediato, all'agire di 'pancia'. Oggi serve invece molta 'testa'”. Anche per questo, secondo Scarpa, il 2 dicembre non può essere una “fine”, ma un passaggio di una battaglia generale, “perché il sistema pensionistico è uno dei fattori che definisce l'intero sistema sociale e per quanto riguarda il sindacato è un discrimine tra essere sindacato confederale o diventare sindacato aziendale”. A partire almeno da due cose concretissime: “La democrazia, perché i lavoratori devono poter votare su decisioni così importanti e un tempo – almeno – le riforme delle pensioni venivano sottoposte al voto, mentre oggi non serve neanche più la firma dei sindacati; e poi la definizione di una soglia di dignità delle persone e del loro diritto a non essere costrette a passare tutta la vita al lavoro”.

Su questo concetto di limite insiste Federico Bellono, segretario della Fiom di Torino. Qui, dove al crisi è tutt'altro che finita e dove i lacci – contrattuali e non - del mondo ex Fiat pesano ancora parecchio, gli scioperi sono iniziati negli ultimi giorni, dalla Lear alla Tyco alla Oerlikon, in preparazione della manifestazione del 2 dicembre che – per il nord – si terrà proprio nel capoluogo piemontese: “I lavoratori in questi anni si sono resi conto che non è sostenibile rimanere al lavoro fino a 70 anni, in particolar modo quando si eseguono mansioni pesanti, che prevedono turnazioni gravose e hanno ripetitività di operazioni con ritmi al limite della sostenibilità. Il fatto che in alcuni posti lo sciopero sia indetto unitariamente la dice lunga rispetto alle scelte che le altre organizzazioni stanno portando avanti su un argomento che non può più essere ignorato da chi intende rappresentare le istanze dei lavoratori”.

 

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La Fiom è il sindacato delle lavoratrici e lavoratori metalmeccanici della Cgil

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