Sabato, 24 Agosto 2019

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I cent'anni di solitudine dell'Ottobre

 

Non si può intendere il ‘900 e non si può capire la genesi del presente senza uno studio attento e critico dello straordinario, variegato e spesso contraddittorio patrimonio di idee, di esperienze e di tragedie del movimento socialista e comunista di cui fa parte anche la rivoluzione d’ottobre e il suo epilogo. Se non si capisce bene si agisce male. E, infatti, hanno dato pessima prova di sé quelle forze politiche di sinistra che scambiarono il crollo dello stato e della società sovietica con la prova del fallimento totale di ogni necessità e speranza di cambiamento del modello economico e sociale divenuto ormai planetario, seppure in varietà di forme politiche.

Questa convinzione contagiò anche la maggior parte del movimento d’antica ispirazione socialistica, non escluso il partito comunista italiano. L’internazionale socialista aveva mantenuto nel proprio programma - come il partito laburista inglese nell‘articolo 4 del suo statuto - la finalità socialista (intesa come proprietà sociale) sebbene si trattasse di un lascito certamente considerato come un tributo alla memoria e un’astrazione senza conseguenze. Ma dopo l’89 anche quel richiamo fu tacitamente dimenticato. Solo nel caso del Labour l’abiura dell’articolo 4 voluta da Blair destò scandalo come emblema di un cambiamento di natura e trovò una vivace resistenza della sinistra. Così come era avvenuto qualche anno prima nel Pci dove la questione del nome nascondeva in realtà un mutamento di sostanza e cioè un passaggio di campo, come poi si è dovuto constatare. In quella stagione era in effetti divenuta dominante l’idea che l’unificazione globale del mercato corrispondesse ormai ad un assestamento del mondo umano nel sistema capitalistico, suscettibile di adattamenti e variazioni, ma definitivo. Per tutto questo si parlò anche di fine della storia.

Noi abbiamo assistito in questi ultimi tempi alla dura sconfitta elettorale della SPD, dopo il crollo del partito socialista francese, la crisi di quello spagnolo, gli arretramenti delle socialdemocrazie nordiche (e abbiamo cercato di darne conto su queste pagine). Sono state tutte sconfitte certamente spiacevoli ma non immeritate e non impreviste. Non era spirito di setta o sentimento nostalgico quello che mosse alcuni di noi della sinistra a prevedere che la perdita della ragione costitutiva del movimento socialista e comunista - e cioè la opposizione, certamente da aggiornare continuamente, al modello economico e sociale capitalistico e alle sue conseguenze sulla vita dei lavoratori e del popolo - avrebbe portato alla sconfitta e al prevalere delle tendenze peggiori. La rinascita di forze demagogiche e persino di pericoli fascisti e nazisti viene anche dall’abbandono della maggior parte delle sinistre della loro funzione originaria che comporta innanzitutto il rifiuto dell’ingiustizia costitutiva delle società presenti e la vicinanza ai bisogni delle classi tenute nella subalternità.

Il crollo sovietico non significava la smentita dei valori morali che, seppure implicitamente, avevano animato la rivoluzione d’ottobre. Al contrario, quel crollo sanciva quella che era stata chiamata giustamente da Enrico Berlinguer dieci anni prima la fine della “spinta propulsiva che si è manifestata per lunghi periodi, che ha la sua data d’inizio nella rivoluzione socialista d’ottobre, il più grande evento rivoluzionario della nostra epoca, e che ha dato luogo poi a una serie di eventi e di lotte per l’emancipazione nonché a una serie di conquiste.” Sanciva, cioè, il fallimento delle conseguenze ultime, nelle società nate da quella rivoluzione, dell’abbandono delle premesse etiche che avevano ispirato la rivolta dei soldati, degli operai e dei contadini poveri e la costituzione dei soviet, sotto la pressione dei bisogni immediati della pace, del pane, della spartizione della terra. Quelle premesse che stettero a fondamento della rivolta fin dal suo inizio erano costituite dall’aspirazione all’uguaglianza e alla libertà : la libertà non solo dalla tirannide zarista ma da ogni autocrazia in nome della democrazia consiliare.

Le inimmaginabili prove della battaglia di Stalingrado e della resistenza di Leningrado, la bandiera rossa alfine issata sulla cancelleria hitleriana, parvero mettere in ombra o cancellare, agli occhi delle generazioni di sinistra della seconda guerra mondiale e della Resistenza, le atroci tragedie della costruzione del socialismo in un paese solo. Non era così. La contraddizione tra le finalità da cui aveva preso avvio la rivoluzione e la costruzione dello stato sovietico non potevano essere superate dalla vittoria. I tentativi di rinnovamento vi furono e non fu sbagliato , come fecero anche i comunisti italiani, cercare di stimolarli e di sostenerli pur se furono parziali. La loro sconfitta, comunque, dimostrava che il guasto era insanabile. Aveva avuto ragione la Luxemburg, pur nella piena solidarietà con la rivoluzione, a intuire e a scrivere per prima dove avrebbe portato la soppressione della Costituente e della democrazia pluralista : al dominio burocratico, alla fine del Partito e dello stato nuovo. La democrazia consiliare non solo non escludeva ma aveva necessità del confronto delle idee diversamente rappresentate.

E’ certamente insensato (lo ha ricordato, tra gli altri, Luciano Canfora in un suo sforzo di ripensare l’ottobre) ridurre il giudizio storico ai libri neri dell’una o dell’altra parte in conflitto durante il ‘900. Pur nell’opposizione dei sistemi l’unità antifascista fu merito comune. Rimarrà certo indimenticabile la resistenza degli inglesi, diretti da un conservatore, nel tempo delle dure sconfitte e delle stragi patite nella prima parte della seconda guerra mondiale (quando gli hitleriani trionfavano e Mussolini si accodava pensando di partecipare al bottino). Ma nessuno potrà cancellare il debito perenne dell’Europa e del mondo verso la scomparsa Unione sovietica per il contributo determinante alla vittoria nella lotta contro la barbarie nazista e fascista. E molti degli istituti sociali del mondo capitalistico furono creati per reggere la gara con quello stato nato dalla rivoluzione d’ottobre pur se esso in parte ne contraddiceva i principi con un regime autoritario e in parte scontava i limiti culturali delle origini.

Non si tratta oggi di ripartire dalle convinzioni (innanzitutto dall’idea della funzione esclusiva della soggettività rivoluzionaria) che portarono a ciò che accadde cento anni fa. Quelle convinzioni nascevano in una situazione determinata (lo sfascio, nel disastro della guerra, di un sistema autocratico, di una società civile debole, di una economia arretrata) ed erano figlie di certezze sostenute come assolute a fini di lotta politica, ma destinate a trasformarsi in chiusure mentali opposte al pensiero critico da cui era nato Marx (ad esempio : Ernst Mach, scienziato e filosofo bistrattato da Lenin, sarà considerato da Einstein il suo primo ispiratore nella concezione della relatività).

Oggi siamo giunti a un punto in cui quella fase si chiude” aggiunse Berlinguer al giudizio sull’esaurimento della “spinta propulsiva”. Siamo al tempo, cioè, in cui ci si deve porre il tema di quel che abbia da essere la sinistra e l’aspirazione ad una società altra – indicata dalla parola “socialismo” - nei paesi ad alto sviluppo capitalistico e segnati da travolgenti conquiste scientifiche e tecniche. Qui quella montagna di merci che già Marx vedeva è diventata un Everest ma ciò non ha fatto cessare e per certi aspetti ha acuito contraddizioni paurose che fanno temere per la sorte stessa del genere umano.

Abbiamo imparato a capire che la volontà soggettiva non basta a cambiare il mondo, come pure credettero, allo scoppio della rivoluzione d’ottobre, i protagonisti della sinistra del movimento socialista, tra cui il nostro Gramsci. Ma questo non significa dismettere quella volontà trasformatrice e non significa abbandonare il pensiero critico da cui nasce l’analisi della società in cui viviamo e delle sue irrisolte e irrisolvibili antinomie. Pur nelle asperrime condizioni della galera e di una malattia implacabile Gramsci continuò a cercare e così creò nuovi strumenti di comprensione e di lotta ben oltre il soggettivismo giovanile, ma potette farlo perché sapeva che i valori per cui aveva impegnato la vita erano degni e giusti. Era stato sconfitto ma non domato. Credo che a questo ci richiami la rivoluzione d’ottobre oggi come ieri. Non lo studio di una tattica per il potere. Non il sostegno per appoggiarsi a qualcosa di già avvenuto. Il richiamo è all’ininterrotto bisogno del pensiero critico ai fini della lotta per la libertà e l’uguaglianza , per la giustizia e per la pace. Qui sta la vera spinta propulsiva nel tempo presente.

 

*Critica marxista

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