Giovedì, 22 Agosto 2019

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Congiuntura: Federmeccanica chiede tutto e non promette niente (di buono)

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Gli amanti, anche irregolari, del pesce conoscono il detto: quando non è fresco, inizia a puzzare dalla testa. I vertici di Federmeccanica non hanno questa passione, almeno a giudicare dalla piena assoluzione per quanto (non) fatto sia prima che durante la crisi. La loro indagine congiunturale sull’industria metalmeccanica, arrivata alla 133ma puntata, racconta che i volumi produttivi del 2014 sono inferiori addirittura del 31,4% rispetto a quelli realizzati prima del 2008. Un risultato che in ogni multinazionale, ma anche in imprese di dimensioni più ridotte, segnerebbe l'automatico abbandono, più o meno volontario, del gruppo dirigente.

Più che meditare sui numeri, disastrosi, di un comparto da sempre ad alto valore aggiunto, i carnivori di Federmeccanica pensano invece a scaricare ogni responsabilità su operai e impiegati. Come valutare altrimenti le parole con cui il loro direttore generale Stefano Franchi benedice i decreti attuativi della “riforma” renziana del lavoro? “Oggi è un giorno molto importante – detta la linea Franchi – ci auguriamo che il governo confermi il passo avanti fatto nel jobs act e ne faccia degli altri. Il contratto a tutele crescenti, in particolare, è importante e deve essere applicato a tutti, anche a chi è già assunto. E non ha alcun senso logico distinguere tra licenziamenti collettivi ed individuali”.

Da licenziabili a licenziatori. Mentre le statistiche, impietose, raccontano che l'anno scorso l'unico segno positivo del settore metalmeccanico è stato quello del quarto trimestre, con una produzione aumentata dell’1,2% rispetto al terzo trimestre. Il tutto in uno scenario davvero problematico, visto che nel complesso la produzione nel 2014 è diminuita dello 0,8% rispetto all’anno precedente. Una variazione negativa che va a sommarsi al -3,0% del 2013, al -7,0% del 2012, e agli altri dati negativi degli anni precedenti. Con un risultato finale che dovrà essere rimemorizzato dagli editorialisti: la perdita del 25% della produzione non è più una frase utilizzabile, il deficit è salito, appunto, al 31,4% rispetto a dieci anni fa. Quasi un terzo dei volumi, in quella che era storicamente la seconda nazione manifatturiera d'Europa.

Visto il plauso incondizionato nei confronti dell'azione del governo Renzi contro il mondo del lavoro, ci si aspetterebbe quantomeno l'annuncio di un netto miglioramento dei risultati industriali. Macché. “Per il 2015 non si aspetta ancora una netta inversione di tendenza – parole del vicedirettore generale di Federmeccanica, Angelo Megaro – però intravedono moderati segnali di ripresa”. Detto da chi avrebbe tutti i motivi per forzare in senso positivo le previsioni. Davvero sconsolante. Più in dettaglio, i “moderati segnali di ripresa” sono strettamente legati alla parziale ripresa delle esportazioni, visto il trend che le ha viste in aumento nella seconda metà del 2014 e in particolare nel bimestre ottobre-novembre (flussi all’estero cresciuti del 3,6% rispetto allo stesso bimestre 2013).

Tradotta in euro, la ripresa dell'export ha portato a un saldo attivo dell’interscambio di 57 miliardi nei primi undici mesi del 2014. “Hanno contribuito le buone performance registrate verso gli Stati Uniti e la Cina – tira le somme Alberto Dal Poz – mentre sono diminuiti i flussi di fatturato diretti in Francia, Turchia, Giappone e, in particolare, verso la Russia”. A seguire un'osservazione generale: “La forte contrazione dei prezzi dei prodotti petroliferi, la politica monetaria espansiva della Bce, e la svalutazione della nostra moneta nei confronti del dollaro, producono effetti benefici sulle esportazioni e sull’evoluzione a breve della congiuntura settoriale. Ma per una ripresa robusta e duratura – ha puntualizzato il vicepresidente di Federmeccanica – sono necessarie riforme strutturali che, da un lato, impattino positivamente sulla domanda interna e, dall’altro, consentano un recupero competitivo del nostro sistema produttivo”.

Intanto però, nell'industria non pesante, anche senza l'aiuto del governo il sistema produttivo se la sta cavando un po' meglio: il comparto manifatturiero è tornato nel complesso in segno positivo, seppur di un microscopico 0,1%, grazie soprattutto al made in Italy dell'agroalimentare, del tessile e abbigliamento e delle apparecchiature elettriche. Un risultato dovuto all'ennesima flessione sul mercato interno (-1,2%) controbilanciata da un incremento del 2,9% su quello estero, dove gli ordinativi sono tornati a salire sul serio.

Niente di tutto questo smuove le incrollabili certezze dell'associazione degli industriali metalmeccanici. Che subito avverte: “L’evoluzione attesa dell’attività produttiva risulterà comunque insufficiente a invertire le tendenze negative delle dinamiche occupazionali”. Così, tanto per ribadire che più che assumere – con il jobs act – si continuerà a licenziare. E con l'unica pseudo-concessione all'autocritica fatta in questi termini: “È il momento di una politica industriale aggressiva – annuncia Dal Poz – facciamoci dare una bacchettata sulle dita anche noi, utilizziamo qualche strumento borderline, e vedremo che avremo dati con segno positivo”.

La traduzione del concetto è presto detta: “Come strumento borderline, intendo un sostegno di natura economico-finanziaria”. Come hanno fatto in Francia, chiede apertamente il vicepresidente di Federmeccanica: “Lì c'è stato un caso di sostegno all'industria al limite dell'aiuto di Stato”. Nel mentre il governo Renzi svende anche le industrie pubbliche del trasporto ferrotramviario, Ansaldo Breda e Ansaldo Sts. Proprio un ideale viatico per la ripresa, che Federmeccanica considererà raggiunta solo quando sarà recuperato il calo di un terzo dei volumi di produzione, e del 25% della capacità produttiva. Continuando a licenziare, par di capire, fino a quel giorno lontano. Il tutto in un settore che continua a essere strategico per il Paese, visto che ancora oggi la metalmeccanica rappresenta l’8% della produzione della ricchezza nazionale, e dà lavoro a 1,8 milioni di persone. Guidate dai soci di Federmeccanica. E nel caso della Fca, uscita dall'associazione, dal finanziere Sergio Marchionne.

La Fiom è il sindacato delle lavoratrici e lavoratori metalmeccanici della Cgil

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